Autore: fabrizio salvatori Commenti ed analisi sulla stampa di ieri “La democrazia è viva”. Una domanda: Che legge elettorale potrà mai uscire da un Parlamento asservito al capo? da: controlacrisi.org

Ora bisogna capire “solo” con quale formula il presidente della Repubblica Mattarella guiderà il percorso verso le elezioni anticipate. E soprattutto, con quale legge elettorale verranno svolte. Se da una parte non si può dire che il Parlamento sia “renziano dentro”, dall’altra è pur vero che Renzi in questi mille giorni non è stato certo in finestra. E quindi tra un po’ saremo a discutere di un nuovo mostro giuridico in grado di far vincere questo o quello schieramento. Ma tant’è! Poi c’è il Pd. Se prevarrà la paura populista, nelle sue varie forme leghiste o grilline, allora c’è da giurare che la “casta” tornerà a monopolizzare il dibattito, altrimenti il futuro di quello che una volta era un partito di sinistra potrebbe prendere un’altra piega.

A Mattarella gli esponenti del centrodestra e i Cinque stelle hanno già fatto pervenire, attraverso le dichiarazioni alla stampa, l’auspicio di elezioni anticipate, magari dopo un breve periodo per fare la legge elettorale. Ma è ancora il Pd a detenere il gruppo parlamentare più nutrito e resta dunque il Partito democratico, di cui Renzi resta al momento segretario, lo snodo decisivo. Stasera il leader Pd ha chiarito che davanti ad un risultato così netto tocca ai capi dell’opposizione “l’onere” di avanzare una proposta sulle modifiche all’Italicum. Parole che suonano come una sfida, davanti all’eterogeneità dei partiti di minoranza.In realtà una sfida in capo alla sinistra interna al Pd c’è eccome. Sono chiamati a pronunciarsi, anche in vista delle elezioni, su un programma chiaro che da una parte faccia i conti con l’euro e, dall’altra, sistemi definitivamente il populismo. Dalle prime dichiarazioni non sembra che tiri un’aria buona.

“Io credo che ci sia una maggioranza in parlamento che non intende favorire uno scioglimento irresponsabile del parlamento. E’ chiaro che qui ci vuole un’assunzione di responsabilita’ e io spero che questa maggioranza sia la piu’ larga possibile”, dice Massimo D’Alema, parlando a La7. Per Roberto Speranza, ugualmente, “si apre uno scenario nel quale bisognera’ provare a trovare una soluzione possibile. Nessuno di noi ha mai chiesto le dimissioni a Matteo Renzi. Lui sbagliando ha personalizzato il referendum che e’ diventato un plebiscito. Per noi non c’e’ il tema delle dimissioni”.

Occorre andare “al voto il prima possibile e facciamo i migliori auguri al presidente della Repubblica per il lavoro dei prossimi giorni. Noi siamo pronti ad attuare tutti i passaggi che servono per arrivare alle future elezioni politiche. Il M5s non si sottrarra’ alla responsabilita’ che serve per arrivare a nuove elezioni. Noi al governo di questo paese ci andiamo in un solo modo: con il voto dei cittadini. E’ finita l’epoca dei twitter ora parola deve tornare ai cittadini”, sembra fargli eco Luigi Di Maio (M5s), dimostrando di stare all’altezza della situaizone e di non voler giocare un ruolo da comparse.

Trionfante il sindaco di Napoli De Magistris, che vuole raccogliere con la pala i tesori che porta il risultato del voto referendario a Napoli. “Da Napoli gia’ liberata: la Costituzione e’ salva. Grande vittoria della democrazia. Renzi, lo stalker autoritario, e’ stato respinto. Ora, senza sosta, lotta popolare per liberare Italia e per sovranita’ al popolo. Lavoreremo e agiremo, con i movimenti popolari, per attuare fino in fondo la piu’ bella Costituzione nata dalla resistenza al nazi-fascismo. Nessun politicante di turno, vecchio e nuovo, si permetta di mettere il cappello sulla vittoria. Il vincitore e’ solo uno: il Popolo! W il POPOLO! W la liberta’! W la Rivoluzione!”. Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi: “Ancora una volta ha vinto la Costituzione, contro l’arroganza, la prepotenza, la mancanza di rispetto per la sovranita’ popolare e i diritti dei cittadini”. “Hanno usato tutti gli strumenti possibili- aggiunge-, il denaro, la stampa, i poteri forti, gli stranieri; sono ricorsi al dileggio e alla diffamazione degli avversari, ma il popolo italiano non si e’ lasciato convincere e ha dato una dimostrazione grandiosa di maturita’. Noi che abbiamo fatto una campagna referendaria rigorosa, sul merito, con l’informazione e il ragionamento, siamo felici e orgogliosi di questo successo. Ora finalmente si potra’ pensare di attuare la Costituzione nei suoi principi e nei suoi valori fondamentali, per eliminare le
disuguaglianze sociali, privilegiare lavoro e dignita’ della persona, per riportare la serieta’, l’onesta’ e la correttezza nella politica e nel privato”.
Infine, Ingroia, ex leader di Rivoluzione civile: “Il risultato del referendum è inequivocabile: il popolo sovrano ha detto sì alla Costituzione e ha detto no a Renzi. E’ la Rexit, il tramonto del renzismo”. “Gli italiani – aggiunge – non si sono fatti ingannare da una riforma pasticciata, scritta male, pericolosa. Non si sono fidati di Renzi e di Napolitano. Non hanno ceduto alla paura e alle continue intimidazioni. Non hanno creduto a una falsa promessa di cambiamento, che voleva smantellare la Costituzione nata dalla Resistenza solo per assecondare gli interessi delle lobby occulte, dei centri di potere affaristico-finanziario. Nei momenti importanti della storia, e oggi era un momento straordinariamente importante, gli italiani dimostrano orgoglio e dignità. Hanno votato no a una riforma truffa che invece di abrogare il Senato aboliva le elezioni, invece di snellire la burocrazia creava conflitti di attribuzione infiniti. Invece di aumentare i diritti li toglieva. L’occupazione dei media, lo straordinario squilibrio di forze e di risorse non è servito. Un manipolo di coraggiosi, nelle strade, nel porta a porta, sul web, ha sconfitto il bombardamento mediatico con risultati che non lasciano dubbi e con una partecipazione popolare al di là di ogni aspettativa. Ora – conclude Ingroia – deve iniziare il tempo della riscossa costituzionale, perché la Costituzione sia finalmente attuata”.

Alcuni commenti comparsi sui giornali di oggi

Sebastiano Messina su Repubblica (p.13) ricorda i tre primati di Matteo Renzi: quello di aver fatto più riforme di tutti gli altri
premier in un lasso di tempo molto ridotto, di aver portato il suo partito al 40%, ma anche quello di aver suscitato una opposizione trasversale: Nessun governo aveva fatto tante riforme in co-si poco tempo, poco più di mille giorni. Mai nessun premier, dal 1948 in poi, aveva fatto sfondare al suo partito il tetto del 40 per cento. Eppure la secca sconfitta di Matteo Renzi al referendum non si spiegherebbe senza ricordare il suo terzo primato: mai un uomo politico era riuscito così rapidamente a far nascere un sentimento trasversale, profondo e multicolore, dall’estrema destra all’estrema sinistra, un sentimento che ha finito per tagliare in due persino il suo stesso partito: l’antirenzismo. Messina ricorda anche lo scontro con il sindacato: “Poi toccò al sindacato, al quale il Jobs Act non andava proprio giù, perché vi leggeva la demolizione delle tutele per i nuovi assunti: Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, intimò a Renzi di “abbassare i manganelli”, e il 12 dicembre un milione e mezzo di persone scesero in piazza Un’altra frattura si stava aprendo, ma il premier non sembrava impensierito: «Avremo contro i sindacati? Ce ne faremo una ragione…”

Uno dei massimi assertori del Sì, Luciano Violante, in una intervista sul Corriere della Sera (p. 14), spiega le ragioni della sconfitta del segretario-premier con l’eccesso di personalizzazione e con la paura di cambiare. E ora? “ Renzi dovrebbe lasciare anche la guida del Pd? «La decisione spetta al segretario del partito. È chiaro che alc’è stato di un voto politico, come dimostra anche l’alta affluenza». In campagna referendaria lei affermava che «non succede chiunque vinca». «Ho detto che non è la fine del mondo, ma che ci saranno effetti diversi a seconda dell’esito della consultazione. Adesso si tratta di gestire la situazione in modo pacato, senza lacrimatoi, rancori o dispetti. Serve senso di responsabilità».

In una intervista su Repubblica (p.9) anche il filosofo Cacciari spiega la sconfitta di Renzi con l’eccesso di personalizzazione. «La responsabilità di questo risultato è al 99 per cento del presidente del consiglio Renzi e della sua scriteriata presunzione. Ha creduto che il referendum sulla riforma costituzionale fosse il terreno buono su cui porre la propria egemonia. Ha perso la scommessa, ma ha così condotto il Paese in una situazione di grande difficoltà». Massimo Cacciaci, filosofo, ex sindaco di Venezia, avverte: «Si apre una fase molto delicata in cui bisognerà fare appello alla intelligenza di tutti che non ha brillato granché»…

Massimo Franco, editorialista, scrive sul Corriere della Sera: “L’alta percentuale di partecipazione ha dimostrato che questa è una nazione dove la democrazia è viva…Non è stata archiviata la voglia di cambiare: è stata punita una proposta pasticciata e spiegata male na nazione dove la democrazia è viva: questo dice la percentuale degli elettori che sono andati a votare ieri per il referendum costituzionale. Ha detto no al modo in cui Matteo Renzi voleva cambiare la Costituzione, più ancora, forse, che al suo governo. Al di là del risultato che si profila e degli ultimi scampoli polemici perfino sulla qualità delle matite usate nei seggi, l’elettorato ha dimostrato di tenere alla Carta fondamentale: più di partiti che per mesi hanno privilegiato uno scontro velenoso sul governo, lasciando in ombra i contenuti della riforma, quasi fossero secondari. Il risultato è la bocciatura imprevista di un’intera fase politica, che l’annuncio di dimissioni del premier sigilla. Il tentativo di puntellare un esecutivo non eletto attraverso la consultazione referendaria, si è rivelato un azzardo. Ha finito per esaltare una potente voglia di partecipazione, che sfiora il 70 per cento…

Sempre sul Corriere della Sera il commento di Aldo Cazzullo: “Missione incompiuta, anzi fallita, anche al di là dei suoi demeriti. Non era impossibile prevederlo. Qualsiasi governo che abbia sottoposto la propria linea agli elettori si è sentito rispondere no, in qualsiasi contesto e latitudine, da Londra a Bogotà a Budapest. L’errore di Renzi non è stato soltanto personalizzare il referendum sulle «sue» riforme; è stato proprio farlo, o meglio chiederlo. Non è inutile ricordare che il referendum non era obbligatorio: la Costituzione non lo impone, lo consente qualora sia mancata la maggioranza dei due terzi e ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera, 500 mila elettori o cinque assemblee regionali. Renzi non ha atteso che
fossero le opposizioni a sollecitare il responso popolare; l’ha sollecitato lui stesso, per sanare il vizio d’origine, il peccato
originale di non aver mai vinto un’elezione politica. Ma un conto è difendere il proprio lavoro da forze contrapposte che ne chiedono la cancellazione; un altro conto è chiamare un plebiscito su se stessi…

Per Stefano Folli, su Repubblica, si chiedeva a Matteo Renzi di dimostrare senso del limite in caso di successo. Ma ora il senso del limite devono dimostrarlo i vincitori di questo drammatico 4 dicembre. Drammatico non tanto per l’esito del voto — al dunque la conferma della Costituzione del ’48 non sarà l’apocalisse nemmeno per i mercati, salvo i primi giorni turbolenti — quanto per le dimensioni e le modalità della sconfitta renziana. Si è creata la combinazione più negativa per il premier: una grande affluenza alle urne, la più alta degli ultimi vent’anni, e al tempo stesso uno smacco esplicito che non consente prove di appello. Quando invece i sondaggisti ritenevano che un’affluenza superiore al 60 per cento avrebbe favorito il Si. Siamo andati al 70, a quanto pare, e il beneficio sembra essere tutto del No. Quel che è peggio per Renzi, il voto di ieri ha confermato cosa sarebbe il secondo turno di ipotetiche elezioni fatte con l’Italicum: l’alleanza di tutti contro uno. È il momento di misurare il grave errore compiuto a Palazzo Chigi nel voler trasformare il referendum costituzionale in un plebiscito intorno alla figura del capo. Capita quando non si è in grado di far tesoro della storia…

Il direttore Maurizio Molinari scrive:…”Tentare di ridurre tale espressione di scontento collettivo – presente in ogni area geografica – a sostegno di questa o quella forza politica sarebbe l’errore più grande. A votare «No» sono state le famiglie del ceto medio disagiato, impoverito dalla crisi economica, senza speranze di prosperità e benessere per figli e nipoti. Sono stati i giovani senza lavoro, gli operai che si sentono minacciati dai migranti e gli stipendiati a cui le entrate non bastano più. E’ un popolo della rivolta espressione dello stesso disagio che in Gran Bretagna ha prodotto la Brexit, negli Stati Uniti ha portato alla Casa Bianca Donald J. Trump ed ora coglie un successo nell’Europa continentale che fa cadere il governo di uno Stato fondatore dell’Ue….”

Diverso, rispetto a quello di Molinari, il commento della direttrice del Manifesto, Norma Rangeri, secondo la quale è vero che hanno vinto i Berlusconi e i Salvini, ma è anche vero che ha vinto chi – a sinistra – ha avuto il coraggio di opporsi a una riforma sbagliara. “…E, tra tutti i vincitori, la sinistra porta a casa la bandiera della vittoria morale. Una bandiera importante perché è stata la sinistra, con tutte le sue associazioni, dall’Anpi alla Cgil, a difendere la Costituzione senza se e senza ma…”

Con la vittoria del “no” al referendum e’ a rischio la stabilita’ finanziaria dell’Italia: lo evidenziano le edizioni online delle principali testate degli Stati Uniti, dopo la diffusione dei risultati del voto e l’annuncio delle dimissioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi. “C’e’ timore che i risultati del voto possano ulteriormente compromettere la stabilita’ finanziaria dell’Italia anche alla luce del fatto che le banche del Paese sono gia’ fortemente indebitate” sottolinea l’emittente ‘Cnn’. “Gli investitori, spaventati dalle turbolenze politiche, potrebbero chiedere un prezzo molto piu’ alto per garantire i fondi dei quali alcune banche hanno bisogno con urgenza”. In evidenza sulla stampa americana anche la portata internazionale del voto referendario. Secondo il quotidiano ‘New York Times’, la vittoria del “no” e’ “destinata a riverberarsi in tutta l’Unione Europea, gia’ attraversata da rabbia anti-establishment”. Un tema ripreso dalla ‘Cnn’, secondo la quale “il populismo si sta diffondendo in Europa”.

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