Noi ANPI Catania ci saremo

Noi ANPI Catania saremo a Roma e tu?
Facciamo sentire la nostra forza nel difendere la democrazia e la costituzione14915393_896483327149443_5572638660581150069_n

No al Referendum, Nino Di Matteo: “La Costituzione va applicata, questo è l’unico cambiamento necesario” da: inuovivespri.it

Il magistrato simbolo del processo sulla trattativa Stato-mafia, ieri a Palermo, ha ribadito le ragioni della sua opposizione alla riforma costituzionale: “Rappresenta una svolta autoritaria che limita i poteri dei cittadini e risponde ai dettami dei poteri finanziari”. Senza dimenticare che questa idea di Stato già la sognava la P2…

“Questa riforma si muove su un percorso di sostanziale restaurazione perché con lo sbilanciamento dei poteri a favore dell’esecutivo rappresenta una svolta autoritaria”. Torna  a parlare in pubblico Nino Di Matteo, il magistrato palermitano simbolo del processo sulla trattativa Stato-mafia e lo fa in occasione de “Le nostre ragioni del no”, dibattito organizzato dal segretario regionale della Cgil Michele Pagliaro e da Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi dinnanzi ad una platea di studenti.

Il magistrato aveva esposto le sue ragioni in favore del No al referendum nel corso di una iniziativa a Villa Filippina  qualche settimana fa, e ieri ha ribadito i punti salienti del suo ragionamento.

“Quando si parla di Costituzione, non possono prevalere criteri di opportunità legati dalla necessità di appoggiare, ad esempio, un governo in carica”.  In altre parole, non si può appoggiare questa riforma solo per consentire al Governo Renzi di sopravvivere, né per consentire al PD di rafforzare il suo potere, perché in ballo ci sono valori fondamentali per tutti i cittadini italiani.

Anzi a volerla dire tutta, i Governi  dovrebbero proprio rimanere fuori da ogni proposta di riforma costituzionale, perché sono di parte per antonomasia. Concetto espresso, ad esempio, da Pietro Calamandrei che Di Matteo ha citato letteralmente leggendo un passaggio di uno scritto del giurista: Nella preparazione della Costituzione il Governo non ha alcuna ingerenza.Nel campo del potere costituente non può avere alcuna iniziativa neanche preparatoria. Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione i banchi del Governo dovranno essere vuoti. Estraneo del pari deve rimanere il Governo alla formulazione del progetto se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’Assemblea sovrana.

A ciò si aggiunge la constatazione di un Parlamento “di nominati sulla base di una legge elettorale dichiarata dalla Corte costituzionale illegittima”.

Per il magistrato, l’unico cambiamento necessario, l’unico atto davvero rivoluzionario sarebbe “applicare la Costituzione, non stravolgerla perché fa comodo a qualcuno”.  E ha ribadito che nel caso di vittoria del Sì “c’è il rischio di modificare il principio della separazione e l’equilibrio dei poteri dello Stato, sbilanciandolo a favore dell’esecutivo”.

Perché Di Matteo ha deciso di esternare il suo pensiero? Per il più logico dei motivi:

“Ho giurato fedeltà alla Costituzione e non obbedienza ai governi, né tanto meno a soggetti che a mio parere rivestono, alcune volte anche indegnamente, incarichi istituzionali”. E di persone indegne che rivestono cariche istituzionali, il magistrato più osteggiato d’Italia per un processo che tocca i fili dell’alta tensione, può certamente parlare.

Quindi, per Di Matteo, la riforma costituzionale altro non è che il tentativo di limitare il potere dei cittadini, rafforzare quello dell’esecutivo e agevolare il partito che la sta sponsorizzando.

Null’altro. Non semplifica nemmeno il processo legislativo, “semmai lo complica con una formulazione astrusa del nuovo articolo 70 che  crea le condizioni per un clima di perenne conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato”. Il Senato? “Non verrà abolito, continuerà ad esistere. Il meccanismo che si viene a creare è di confusione istituzionale totale”. “Se davvero il problema fossero i costi della politica si potrebbe ridurre semplicemente proporzionalmente il numero dei deputati e dei senatori senza stravolgere l’assetto costituzionale”

Ma c’è di più. Il magistrato è convinto che la riforma sia profondamente compromessa da due potenti ‘virus’. Il primo: l’influenza dei poteri finanziari sul nuovi disegno costituzionale, in particolare la JP Morgan che ha delineato la sua forma ideale di Stato nel documento ‘Alla narrazione su come gestire la crisi’ in cui lamenta il ‘problema’ diGoverni deboli rispetto i Parlamenti e Stati centrali deboli rispetto alle Regioni”. Il riferimento è ai Paesi che risentirebbero di una influenza socialista, tra cui l’Italia, che dovrebbero impegnarsi a riformare questo assetto.

“Sarà poi il Governo Renzi – osserva Di Matteo- a condurre disciplinatamente in porto le riforme mettendo mano alla Costituzione su due dei punti essenziali suggeriti da JP Morgan. Mi pare che la riforma costituzionale, sarà forse un caso, risponda a queste due indicazioni date nel documento che vi ho letto”.

In buona sostanza, i poteri finanziari, dopo essersi spolpati i Paesi europei, per soddisfare la loro voracità debbono sbarazzarsi di quel che resta della democrazia: Parlamento e Regioni. Ricordiamo che nel 2013 JP Morgan pagò al Governo degli Stati Uniti una gigantesca multa di tredici miliardi di dollari dopo avere ammesso di avere venduto a piccoli investitori prodotti finanziari inquinati. E questi dettano l’agenda politica.

Altro elemento: la coincidenza (?) dei contenuti di questa riforma con i desiderata della P2:

“L’attacco alla Costituzione comincia prima del Governo Renzi- ha detto Di Matteo- questa idea di Stato per la prima volta nel dopoguerra venne delineata nel Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli che in una intervista del 1980 conferma il progetto”. 

Un bel viatico, non c’è che dire. 

L’intervento del magistrato è stato molto applaudito. Succede quando a parlare è un uomo sulla cui credibilità e sul cui coraggio nessuno ha dubbi.

All’incontro, oltre a Di Matteo, sono intervenuti: Armando Sorrentino (dirigente dell’ANPI Sicilia), Salvatore Savoia (segretario generale della Società Siciliana per la Storia Patria), Giusi Vacca (componente della Segreteria Provinciale dell’ANPI di Palermo), Ottavio Terranova (coordinatore dell’ANPI Sicilia), Michele Pagliaro (segretario generale della Sicilia, Confederazione Generale Italiana del Lavoro),, Carlo Smuraglia (presidente dell’ANPI)

Palermo 16 Novembre 2016 ANPI, CGIL e Istituto di Storia Patria

img_6912 img_6752 img_6755 img_6763 img_6768 img_6779 img_6782 img_6790 img_6795 img_6826 img_6835 img_6843 img_6858 img_6866
15,30 deposizione di una corona al Palazzo delle Aquile presenti il presidente ANPI Nazionale Carlo Smuraglia, il sindaco Orlando, gli assessori, il segretario generale della Sicilia Pagliaro,il coordinatore ANPI regionale Terranova , il presidente ANPI Palermo Ficarra, delegazione ANPI Siciliane e tantissime associazioni fra cui il coro dei bambini.
Ore 16,30 presso Istituto Storia Patria Convegno Le ragioni del NO
Armando Sorrentino, Carlo Smuraglia, Michele Pagliaro , Nino Di Matteo

Anpinews n. 223

APPUNTAMENTI

 

►”Votiamo NO per contare di più”: il 25 novembre al Teatro Brancaccio di Roma manifestazione nazionale ANPI. Interverranno, tra gli altri, Sandra Bonsanti, Susanna Camusso, Francesca Chiavacci, Alessandro Pace. Concluderà Carlo Smuraglia  

 

Dal 16 al 20 novembre il Presidente nazionale ANPI in 3 iniziative sul NO alla Riforma costituzionale

 

 

Martedì 15 novembre alle ore 18.25 su Rai 3, nel programma Carta Bianca condotto da Bianca Berlinguer, confronto sul referendum costituzionale tra Carlo Smuraglia e Anna Finocchiaro

 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

La grande vergognaanpinews-n-223

Spataro: “La riforma Renzi? Come quella di Berlusconi” da: micromega


Dopo le barricate per bloccare la riforma del 2006, il noto magistrato è attivo ora nella campagna per il NO e invita tutti a leggere la riforma confrontandola con l’attuale Costituzione: “Chi ha realmente a cuore il bilanciamento costituzionale dei poteri dello Stato, allora, comprenderà le ragioni di un impegno per opporsi alla demolizione di principi e valori irrinunciabili per la nostra storia, per la tutela piena dei diritti dei cittadini e per ogni democrazia”.

intervista a Armando Spataro di Giacomo Russo Spena

Già nel 2006 è stato protagonista della campagna referendaria per bloccare la riforma costituzionale di Berlusconi, Armando Spataro – procuratore della Repubblica e uno dei magistrati più attivi nella lotta in Italia contro il terrorismo e l’infiltrazione della ‘ndrangheta al Nord – è nuovamente sulle barricate, ora, per contrastare il disegno renziano: “Le due riforme hanno l’identica caratteristica di fondo, cioè il fine di attribuire al capo del partito di maggioranza la carica di presidente del Consiglio e la possibilità di governare il Parlamento, tendenzialmente ridotto ad un ruolo di ratifica delle sue decisioni”. Nello stesso momento Spataro invita alla pacatezza del dibattito non intravedendo rischi per la nostra democrazia e ribadendo la necessità di far conoscere ai cittadini i contenuti della riforma: “Consiglio sempre di rispettare e cercare di comprendere il pensiero di tutti, anche di chi sostiene il SÌ”.

Lei ha apertamente dichiarato di votare per il No al referendum del 4 dicembre. Non considera inopportuno, legittimo ma inopportuno, che i magistrati si schierino in un referendum di natura costituzionale? Non si tradisce così la terzietà?

La Costituzione non equivale ad un manifesto di partito sicché tutti possono e devono impegnarsi nella direzione che reputano migliore. I magistrati, in particolare, possono farlo come tutti i cittadini, pur dovendo rispettare specifiche norme deontologiche e disciplinari: di qui la necessità di prudenza nella selezione delle occasioni in cui intervenire. Sento inoltre la necessità di un impegno personale sia a causa dello sbilanciamento evidente dell’informazione sul referendum, che per la “divisività” che caratterizza questa riforma, nonostante la Costituzione debba unire e non dividere il Paese.

Si è schierato per il NO anche alla riforma del 2006 di Silvio Berlusconi. Vede somiglianze tra le due riforme?

Beh, è sufficiente richiamare all’attenzione l’intervista al Foglio di Renzi (“Il referendum si vince a destra”) del 29 settembre scorso ed anche un documento diffuso nel sito “BastaUnSì” in cui venivano poste in evidenza le somiglianze – rispetto a questa riforma – di alcuni passaggi del programma di Berlusconi per le elezioni del 2013.

Nella partita referendaria come giudica la presa di posizione dell’ex presidente Giorgio Napolitano? Ha giocato un ruolo fondamentale nella partita?

Napolitano ha sostenuto senza riserve la necessità di una riforma costituzionale. Con lui non condivido l’esternazione secondo la quale se questa riforma non passasse, “non se ne faranno altre per 30 anni”: basta pensare a quelle approvate dopo la bocciatura della riforma berlusconiana del 2006 per non condividere la visione del futuro ed il tipo di preveggenza che quell’affermazione contiene. Però – va aggiunto – ha ben fatto a consigliare a Renzi di spersonalizzare la campagna referendaria.

È sbagliato quindi considerare il referendum un voto sul governo? E nel caso di vittoria del NO, cosa succederà?

Si vota sulla Costituzione, non su Renzi. E il 4 dicembre non sarà affatto un referendum sul governo: è dovere dei “non politici” che discutono di questa riforma quello di spiegare che la sua sorte è estranea al nostro impegno. In altre parole, mi è del tutto indifferente quel che accadrà alla maggioranza di governo ed al suo leader. Se sosteniamo il contrario, si rischia di cedere ad una provocazione e si offrono ragioni di propaganda al “Fronte del SÌ”.

In questo referendum è a rischio la nostra democrazia, come paventa qualcuno? Esiste il rischio di una svolta oligarchica in caso di vittoria del SI’?

Non penso, occorrono serenità e ragionevolezza. Tanto che non apprezzo neppure le affermazioni di chi sostiene che dietro questa riforma vi sia la massoneria o che essa richiami il piano-Gelli. Si diffondono in tal modo argomenti inutili e secondo me anche privi di fondamento. Diverso – evidentemente – è il richiamo alle aspettative del mercato finanziario internazionale, non a caso diffusamente favorevole al SÌ. A me pare doveroso e sufficiente, comunque, affermare e tentare di dimostrare che questa riforma sbilancia il rapporto tra i poteri dello Stato, esaltando – in nome della mitica “governabilità” – le competenze dell’esecutivo e penalizzando quelle del Parlamento. Mi basta – e ne avanza pure – per sentirmi preoccupato.

Si riduce il numero di senatori, si risparmiano soldi e sprechi e, soprattutto, si semplifica l’iter legislativo superando il bicameralismo paritario, oltre alla cancellazione del Cnel… Cosa non la convince della riforma?

La riduzione del numero dei Senatori – è stato dimostrato dalla ragioneria di Stato – non riduce affatto i costi nella misura pubblicizzata, sempre ammesso che – quando si parla di funzioni fondamentali dello Stato – quella del risparmio sia una finalità decisiva. Ma la riduzione in sé del numero dei senatori (100) a fronte di quello dei deputati (630) conferma ancora lo sbilanciamento di cui ho parlato, specie ove si considerino un paio di ulteriori rilievi: il Senato non perde affatto tutte le sue competenze di natura legislativa in materie che esulano da quelle di interesse regionale, ma in tal modo, visti i diversi numeri dei componenti, soccombe di fronte alla Camera. Inoltre, l’iter legislativo – ormai è noto a tutti – non è affatto semplificato ma si complica, tanto che gli studiosi ne hanno individuati almeno otto diversi (alcuni dieci) con grande confusione. Le due camere potrebbero entrare persino in conflitto tra loro ed i conflitti dovrebbero essere risolti dai due rispettivi presidenti. Come ciò avverrà in caso di dissenso non è dato di capire.

Al referendum però non si voterà sulla legge elettorale e l’Italicum potrebbe essere modificato in Parlamento…

E’ vero che non voteremo sull’Italicum ma il “combinato disposto” (termine efficace per significare le ricadute della legge stessa sul futuro assetto costituzionale) è gravido di pericolose conseguenze, come ammettono anche coloro che, nel partito di maggioranza, chiedono ormai di cambiare la legge, nonostante fosse stata approvata a seguito di mozione di fiducia. L’Italicum consegna al partito di maggioranza relativa al ballottaggio 340 seggi, senza una soglia minima di consenso richiesto e sganciando in larga parte gli eletti dalle preferenze dei cittadini. La legge elettorale del Senato è invece ancora un mistero: sarà approvata dalle future due camere ma la previsione secondo cui, oltre i cinque designati dal Capo dello Stato, i senatori – 21 sindaci e 74 consiglieri regionali – saranno eletti dai consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi” è ancora oggetto persino di interrogativi di natura lessicale. Altro che semplificazione dell’iter legislativo o superamento del bicameralismo perfetto! Se poi passiamo al rapporto tra Parlamento e Governo e a quello tra Stato e Regioni, o alle ricadute sulla elezione del Capo dello Stato, dei membri della Consulta (non si comprende perché separatamente tre debbano essere eletti dalla Camera e due dal Senato, nonostante la citata sproporzione numerica dei rispettivi componenti) e di quelli del CSM, ancora una volta ci troviamo a dovere constatare una criticabile nozione di governabilità nel senso già indicato ed una spinta alla centralizzazione, in capo allo Stato, di competenze che devono logicamente essere regionali. Per non parlare del “Senato mutante” visto che il mandato dei senatori – comunque quasi impossibile da esercitare con la doverosa attenzione ove si consideri la duplicità dei loro ruoli politici – viene meno quando decadono i consigli regionali che li hanno eletti o quando cessano di essere sindaci.

La Costituzione si può modificare ed è migliorabile oppure dovrà rimanere così vita natural durante?

Certo che si può modificare e migliorarla, come è infatti è avvenuto varie volte da quando è stata approvata (dicembre del 1947). Ma un governo costituente, come è chiaro, non può esistere se non si sforza di trovare un vasto consenso in Parlamento, attraverso la elaborazione di principi e di procedure di loro valorizzazione che devono essere chiare anche ai cittadini.

Qualche sera fa, in televisione, c’è stato un confronto tra Renzi e De Mita. Per il fronte del SI’ è l’emblema del nuovo contro il vecchio, del cambiamento contro la conservazione. E, in effetti, De Mita non mi sembra un grande sponsor per il NO, non trova?

Di fronte alla Costituzione ed al rischio di un suo stravolgimento è dovuto l’impegno di tutti, senza distinzione. E va tra l’altro considerato che conta soprattutto il contenuto del pensiero (e quello di molti personaggi dalla lunga storia politica personale non è affatto secondario), non la modalità del messaggio rapido e fulminante che le regole della comunicazione moderna ci impongono. Aggiungo pure che mi sono trovato a parlare in vari eventi, durante gli ultimi 30 giorni, con politici ed accademici impegnati per il NO, di diverse generazioni ed estrazioni politiche. Ma – discutendo – ho apprezzato il loro pensiero e l’ho detto pubblicamente.

Più in generale, il fronte del NO come può ribaltare la propaganda renziana dell’essere un voto di “conservazione” e contro il cambiamento?

Non credo che dobbiamo cedere alle logiche propagandistiche fondate anche sull’accusa di conservatorismo rivolte al Fronte del NO. Continuo ad avere fiducia, forse ingenuamente, nella capacità e volontà dei cittadini italiani di conoscere e capire. Per questo invito tutti a leggere la riforma confrontandola con la Costituzione come approvata nel dicembre 1947 e con il testo vigente. Chi ha realmente a cuore il bilanciamento costituzionale dei poteri dello Stato, allora, comprenderà le ragioni di un impegno per opporsi alla demolizione di principi e valori irrinunciabili per la nostra storia, per la tutela piena dei diritti dei cittadini e per ogni democrazia.

(3 novembre 2016)

Autore: fabrizio salvatori Ambiente, la Cina avverte Trump: “L’accordo di Parigi non si tocca!” da: controlacrisi.org

Questa mattina i due capi di Stato di Usa e Cina, Trump e Xi jinping hanno avuto la loro prima conversazione telefonica. L’obiettivo immediato è stato quello di dissipare i timori che il ricambio alla Casa Bianca possa portare a una possibile rottura tra le due superpotenze mondiali.
Facendo il punto sulle relazioni bilaterali Xi Jinping ha detto al proprio omologo che “la cooperazione e’ l’unica scelta corretta per Cina e Stati Uniti”, mentre il 45esimo Presidente americano ha risposto che, sotto la propria amministrazione, “le relazioni certamente raggiungeranno un maggiore sviluppo”.Nella sua prima intervista ufficiale all’emittente Cbs Trump ha confermato di voler andare avanti con la costruzione del muro
lungo il confine con il Messico. A Pechino si chiedono se l’imprenditore sara’ altrettanto risoluto nel mettere in pratica quanto affermato in campagna elettorale: ovvero tariffe del 45% sul Made in China e pugno di ferro contro le manipolazioni valutarie di cui Pechino e’ accusato.

A preoccupare i cinesi e’ soprattutto la possibilita’ non troppo remota che il nuovo inquilino della Casa Bianca faccia un passo indietro sull’accordo di Parigi considerato uno dei principali successi delle amministrazioni di Xi Jinping e Barack Obama. Il monito a “non toccare l’accordo” arriva da Marrakech dove la scorsa settimana si e’ tenuta la prima tornata di colloqui dopo la sigla dell’intesa di dicembre. Durante la campagna elettorale Trump ha piu’ volte affibbiato alla Cina la responsabilita’ per una serie di problemi che affliggono la societa’ americana, arrivando persino a definire il cambiamento climatico una “stramberia” inventata dai cinesi per danneggiare l’industria americana.

Se una volta insediatosi nello Studio Ovale il 45esimo presidente americano decidera’ effettivamente di rescindere dall’accordo i tempi tecnici prevedono almeno 4 anni di attesa a meno che Trump non decida di abbandonare anche il Un Framework
Convention on Climate Change, in questo caso le tempistiche sarebbero accorciate ad appena un anno.

Autore: redazione “Hotspot Italia”, dopo la denuncia parte l’appello in difesa di Amnesty international. “Essenziale fare quadrato contro chi le ha definite cretinaggini” da: controlacrisi.org

La scorsa settimana il rapporto Hotspot Italia di Amnesty International ha denunciato gli episodi di violenza e illegalità che ormai da tempo si registrano nel sistema italiano di identificazione e accoglienza. Basandosi su un accurato lavoro di raccolta di testimonianze, Amnesty ha messo media e istituzioni di fronte alla sistematica violazione di principi costituzionali e di convenzioni internazionali, ovvero di quelle pietre miliari della nostra convivenza civile intese a garantire il rispetto dei diritti umani, la libertà e la dignità di ogni persona.Il Capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Viminale ha descritto il rapporto come un insieme di “cretinaggini” e di “falsità” costruite a Londra e non in Italia. Un attacco violento, “difficile da comprendere in una normale dialettica democratica tra cittadini e istituzioni”, si legge in un appello lanciato da una lunga lista di associazioni che si occupano di accoglienza e di difesa dei diritti umani -. L’obiettivo comune, infatti, dovrebbe essere la tutela di quegli standard di accoglienza e rispetto della persona che sempre più vengono erosi dalle politiche di respingimento ed esternalizzazione delle frontiere imposte dall’Unione dopo il varo, nel maggio 2015, dell’Agenda europea sulla migrazione”.

“Riteniamo essenziale fare quadrato attorno a chi ha avuto il coraggio civile e politico di denunciare senza mezzi termini – continua l’appello – gli abusi ripetuti e comprovati delle forze di polizia perpetrati dentro e fuori i centri: episodi di ingiustificabile violenza nel corso delle procedure di identificazione e di prelievo forzato delle impronte come pestaggi, utilizzo di manganelli elettrici e umiliazioni sessuali; violazione dei diritti della persona messi in atto nei trattenimenti prolungati all’interno dei cosiddetti hotspot; violazione del diritto internazionale agita nei respingimenti semplificati e nei rimpatri di massa verso paesi retti da regimi come il Sudan e l’Egitto”.

Amnesty ha tenuto a sottolineare, nel rapporto, che molte operazioni vengono compiute senza che si verifichi alcuna violazione, “grazie alla professionalità degli agenti di polizia”. “È per questo che è necessario che tutti i soggetti che si occupano di migrazione – a cominciare da quelli istituzionali – accolgano – conclude l’appello – con gratitudine il lavoro di denuncia fatto dalla società civile e appoggino la richiesta avanzata da Amnesty International di un’indagine indipendente su quanto avviene nei centri di identificazione o negli altri luoghi in cui si registrano forme di detenzione amministrativa, comunque denominati”.

Noi siamo a fianco di Amnesty, pronti a rilanciarne e continuarne il lavoro.

ADIF (Associazione Diritti e Frontiere)

Campagna LasciateCIEntrare

Per adesioni info@a-dif.org

Yasmina14@hotmail.it


Hanno già aderito

Progetto Melting Pot Europa

Lunaria

Lunaria, Volontariato Internazionale

Coop. Sociale Be Free

Associazione Garibaldi 101

Associazione K-Alma

Antigone

CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti)

Ri-Make milano

Clinica Legale per i Diritti Umani (Università di Palermo)

Osservatorio Migranti Basilicata

Oltreconfine-Scuola di italiano per Stranieri (Benevento)

Associazione Africa Insieme (Pisa)

Rifondazione Comunista, Sinistra Europea

Tenda per la Pace e i Diritti

Rete Antirazzista Catanese

Ospiti in Arrivo

Comitato Verità e Giustizia per i nuovi Desaparecidos

Rete Solidale Pordenone

Associazione Immigrati di Pordenone

Archivio Memorie Migranti

Campagna Welcome Taranto

CostituzioneBeniComuni

La Kasbah

Milano Senza Frontiere

Possibile

Zeroviolenza

CSA Ex Canapificio (Caserta)

Confederazione COBAS Sicilia

Associazione Energiafelice

Associazione per i Diritti Umani

Cittadinanzattiva

Naga

Ex Opg Occupato

Comitato 3 Ottobre

Asus (Messina)

Migralab Sayab (Messina)

Palermo Senzafrontiere

Organizzazione 24 marzo Onlus

Borderline Sicilia

Scuola Mondo San Giuliano Terme (Pisa)

Missionari Comboniani Palermo

Associazione Parsec

Borderline Europe

Leftlab (Prato)

MSNA Minori Stranieri Non Accompagnati Blog

Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani”
Casa Internazionale delle Donne
ACAT Italia (Azione dei Cristiani per l’Abolizione della Tortura)

ARCI Grottaglie
Comitato per i Diritti Civili delle Lucciole – Pordenone

Collettivo Antigone

Progetto Rebeldia – Pisa

MEDU (Medici per i Diritti Umani)

Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (Genova)

Rete dei Comuni Solidali

Articolo 21

Laboratorio 53

L’Anpi di Catania e il Coordinamento Democrazia Costituzionale di Catania hanno organizzato l’incontro con UMBERTO SANTINO, autore del libro “LA STRAGE RIMOSSA, LA SICILIA E LA RESISTENZA”.

15032045_378707265802259_7567763495032780636_n

Hanno discusso  su RESISTENZA E COSTITUZIONE con l’autore
Santina Sconza presidente Anpi Catania
Gabriele Centineo

presso Salone
 in Via Luigi Capuana, 89 Catania
Martedì 29 novembre alle ore 18.00

Durante la presentazione è stata consegnata la tessera ad honorem ANPI ad Umberto Santino autore dell libro

Le motivazioni con le seguenti motivazioni: img_7606 img_7582 img_7583 img_7596 img_7604 non solo perchè abbia scritto il libro ma anche perchè la sua vita politica è stata sempre all’insegna della legalità, democrazia e lotta alla mafia.

Ricordiamo il suo impegno nella ricerca della verità sulla morte di Peppino Impastato, i numerosi libri scritti, i suoi articoli su diverse riviste fra cui Città d’Utopia e l’impegno continuo e costante da storico su vari argomenti ad es:I Fasci Siciliani.

Fonte: il manifestoAutore: Antonio Sciotto Renzi stoppa la nuova «tassa Airbnb”

Mai sia detto che Matteo Renzi possa mettere nuove tasse, soprattutto a tre settimane dal referendum: e così per ordine del premier potrebbe saltare la cosiddetta «norma Airbnb», quella che avrebbe dovuto imporre una cedolare secca del 21% sugli affitti delle abitazioni per pochi giorni. «Nessuna nuova tassa in legge di bilancio, nessuna. Nemmeno Airbnb. Finché sono premier io, le tasse si abbassano e non si alzano #avanti», ha twittato ieri mattina il presidente del consiglio.Polemico Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio, che fa notare che salti o no la presunta tassa – per il momento allo stadio di emendamento approvato in Commissione Finanze della Camera – in ogni caso l’azienda Usa continuerebbe a non pagare quanto dovuto in Italia: «Gli emendamenti ribattezzati “Airbnb” – spiega – non riguardano in realtà la multinazionale americana, che continua indisturbata a evadere il fisco, bensì consentono ai proprietari di casa di poter utilizzare la cedolare secca anche per affitti di breve periodo i cui introiti sono, solitamente, a nero». «La proposta – aggiunge – arriva da più gruppi parlamentari, a partire dal Pd, e ne riparleremo nei prossimi giorni in commissione Bilancio». Come dire, per esigenze propagandistiche, il premier ha silenziato una richiesta proveniente dallo stesso Pd.

«Al momento – conclude ironicamente Boccia – voglio rassicurare il presidente del Consiglio e segretario del mio partito, Renzi: Airbnb continuerà a non pagare le tasse nel nostro Paese nonostante l’incredibile business che fa qui da noi, esattamente come ha sempre fatto fino a oggi. Il tema digital tax continua a essere inspiegabilmente rinviato. E servirebbe affrontarlo una volta per tutte proprio per abbassare le imposte agli italiani che le pagano».

Anche il Movimento 5 Stelle chiede di non mettere in soffitta l’idea di una cedolare secca per gli affitti di pochi giorni, anche se avanza una proposta diversa: «Abbattiamo l’aliquota del 21% al 10% se si paga entro 60 giorni, diamo la possibilità alla piattaforma di fare sostituto di imposta e, senza imporre fantomatici registri, chiediamo che il ministero dell’Interno trasferisca i dati sugli alloggi all’Agenzia delle entrate», illustra il deputato pentastellato Daniele Pesco.

Intanto sono emerse alcune novità sull’Ape: chi accederà al prestito per l’anticipo della pensione non prenderà la tredicesima, così come è già previsto per Ape social e Naspi: il tutto – spiega il governo – per non rendere ancora più oneroso il successivo rimborso. Nel Dpcm che sarà pubblicato a gennaio dopo l’approvazione della legge di Bilancio sarà messo un tetto alla richiesta di Ape: del 95% della pensione certificata mensile nel caso di richiesta di anticipo di un anno, del 90% in caso di anticipo di due anni e dell’85% in caso di anticipo di tre anni.

Ecco la simulazione fornita da Palazzo Chigi: a fronte di una pensione certificata mensile netta di 1.286 euro (16.718 annui dato che le rate di pensione sono 13) si potrà ricevere per un anticipo di tre anni fino a 1.093 euro al mese (l’85% della rata mensile) ma questi saranno erogati per 12 mesi (prestito annuo di 13.116 euro). Su questo prestito si pagherà il 4,7% sulla rata di pensione per ogni anno di anticipo. Di fatto, a fronte di un prestito netto nel triennio di 13.116 euro si restituiscono in 20 anni, con rate di 208 euro per 13 mesi l’anno, 54.080 euro.

Nel caso illustrato la persona che ha preso il prestito per tre anni va in pensione con 1.078 euro netti al mese (invece di 1.286 dato che la rata è di 208 euro) per 13 mesi e quindi con 14.014 euro annui. La rata sconta l’alto premio assicurativo (il 29% del capitale) dovuto all’alto rischio di premorienza. Il prestito che può essere chiesto una volta compiuti i 63 anni, infatti, non ha garanzie reali e non si ripercuote sulla eventuale pensione di reversibilità ma va restituito tra i 66 anni e sette mesi e gli 87 anni e sette mesi, un’età superiore all’aspettativa di vita media. Dal governo ricordano che le mensilità sono 12 «perché si tratta di un prestito e non di una pensione» e che il tasso è vantaggioso perché il 50% dell’assicurazione e il 50% degli interessi sono a carico dello Stato. Si potrà chiedere anche solo per pochi mesi ed estinguere prematuramente senza costi.

SEGUI SUL MANIFESTO

Fonte: il manifestoAutore: Fabrizio Tonello USA. La fine dell’illusione democratica

In un raro momento di sincerità durante la campagna elettorale Hillary Clinton ha detto: «I am not a born politician, like my husband and president Obama», non sono un politico nato, come mio marito e Obama. In effetti è vero: sia Bill Clinton che Barack Obama sono due leader che entrano immediatamente in sintonia con le folle, piccole o grandi, che lo ascoltano: di cosa siano capaci lo abbiamo visto infinite volte.Hillary Clinton non ha questo talento ma è una che ci prova, che non molla mai, che lavora 16 ore al giorno e che, presentandosi come il candidato della continuità in un anno in cui il 53% degli americani voleva il cambiamento, ha comunque preso più voti del suo avversario. Solo l’antidemocratico sistema elettorale, non la volontà della maggioranza degli elettori, ha consegnato la presidenza a Trump sottraendola a lei. Checché ne dicano molti commentatori, il problema non era il candidato ma il partito.

E il partito, oggi, non ha leader, non ha programma, non ha una visione del mondo su cui riconquistare la maggioranza degli americani. Il solo fatto che nei pettegolezzi post-elezioni si parli di Michelle Obama come possibile candidato alla presidenza nel 2020 è il sintomo di una crisi ideale profonda. Erano i paesi del terzo mondo quelli dove governavano le dinastie politiche: in Argentina la moglie di Nestor Kirchner dopo la sua morte, in Pakistan il marito di Benazir Bhutto dopo il suo assassinio, in India Sonia Gandhi come leader del partito dopo la scomparsa del marito Rajiv (a sua volta figlio di Indira Gandhi e quindi nipote di Nehru). Oggi il partito democratico negli Stati Uniti sono le due dinastie politiche Clinton e Obama, dietro di loro non si vedono leader alternativi.

Quindi le colpe della dinastia Clinton, e sono molte, non possono assolvere l’attuale presidente: le elezioni di martedi scorso sono state un referendum sui suoi otto anni di governo assai più che su Hillary. E il bilancio che Obama lascia agli americani non è entusiasmante. Come questo giornale ha scritto infinite volte, i suoi molti meriti non possono nascondere i problemi che lascia al successore. Sostanzialmente, l’immenso capitale politico del 2008 è stato investito interamente su una riforma sanitaria a base privatistica, che ha razionalizzato ma non intaccato, anzi aumentato, il potere delle assicurazioni private e delle lobby farmaceutiche.

Molte sono le cose che Obama non ha potuto fare per l’ostruzionismo repubblicano, dalle infrastrutture bisognose di intervento alla transizione a un’economia più verde, molte sono state fatte usando dei poteri della presidenza, dalla parziale chiusura di Guantanamo agli accordi con Iran e Cuba, ma per l’Americano delle aree rurali che ha votato Trump il bilancio è modesto, se non negativo.

La perdita di consensi in Ohio, in Michigan e in Wisconsin non è dovuta solo alla propaganda dei repubblicani o alla xenofobia e al razzismo dei bianchi senza educazione universitaria: è il frutto del sentimento di abbandono di larghe fasce di popolazione che non hanno beneficiato della globalizzazione che ha portato ad aprire un ristorante di sushi in ogni isolato a San Francisco o a New York. Chi vive a Youngstown, un tempo città operaia e bastione del partito democratico, in realtà trae vantaggio dai bassi prezzi dei supermercati Wal-mart, zeppi di prodotti cinesi, ma questo è molto meno politicamente comprensibile di quanto non sia la perdita di posti di lavoro creata dalla globalizzazione.

La crisi del partito, quindi, è una crisi che viene da lontano, dalla perdita di parte delle sue basi sociali, inevitabile corollario dell’accettazione delle politiche neoliberiste che hanno avvantaggiato alcuni e svantaggiato altri, in una frattura che è prima di tutto geografica tra città e campagne, tra America costiera e praterie. Obama, con il suo carisma,la sua intelligenza, la sua retorica, ha mascherato una crisi dei democratici che viene da lontano, dalle scelte di subalternità alle politiche di Wall Street e del Fondo Monetario. Obama ha fatto credere al mondo, e a metà degli americani, che il partito democratico fosse il partito della pace e del benessere ma non era così e queste elezioni sono semplicemente state la ratifica della fine di un’illusione.

SEGUI SUL MANIFESTO