La Costituzione tradita dalla riforma. Lettera commovente di Aldo Tortorella da: nuovaatlantide.org

di Aldo Tortorella, 24 novembre 2016

Care compagne e cari compagni, un malanno invernale, complice l’età, mi impedisce di essere oggi con voi come avrei desiderato per dirvi innanzitutto tutta la mia indignazione per il modo con cui si viene svolgendo questa campagna referendaria da parte di coloro che oggi hanno il governo del Paese.

Trovo scandaloso che i pubblici poteri siano impegnati ad alimentare con ogni mezzo compresi quelli meno leciti una campagna di disinformazione e di falsità. La televisione in ogni ora del giorno e della notte è occupata da questo presidente del consiglio il quale con tutti i problemi che ci sono non ha altro da fare che saltare da un programma all’altro o da un palco all’altro palco a far la sua propaganda e a propagandare se stesso. Più che un uomo di governo abbiamo un attore televisivo, oltre che uno studente bocciato dal suo professore di diritto costituzionale.

Dire che il maggiore problema della repubblica è la presunta lentezza legislativa dovuta al bicameralismo è una favola. In Italia si fanno anche troppe leggi e il guaio è che spesso sono leggi sbagliate. E molte leggi sbagliate sono state e vengono approvate anche troppo rapidamente come è accaduto e accade alle leggi governative definite decreti d’urgenza. Il primato spetta alla sciagurata legge Fornero sulle pensioni approvata in 16 giorni. Tutti i decreti-legge di questo governo sono passati in meno di 44 giorni. Il presidente del consiglio dunque mente sapendo di mentire quando dice che vuole questo stravolgimento della Costituzione per fare presto. Ha fatto anche troppo presto con molte misure dannose per i lavoratori e per il paese.

Sono le leggi di iniziativa parlamentare ad andare lentamente ma il motivo sta non nel bicameralismo ma nelle liti interne alle maggioranze. Un esempio: la legge anticorruzione d’iniziativa parlamentare ha impiegato 798 giorni per essere approvata e cioè due anni e due mesi e si capisce perché: non andava mai abbastanza bene a questo o a quel gruppo di maggioranza. Due anni e due mesi per annacquarla e sciacquarla fino a renderla la più innocua possibile.

La verità è che si vuole una Camera che conti eletta con sistema ultramaggioritario per dare più potere al governo di imporre la propria volontà sopra e contro la rappresentanza popolare. Questa contro riforma della Costituzione stabilisce che il governo ha la priorità su tutte le leggi del suo programma e non più solo sui decreti d’urgenza e ha il potere di fissare il tempo massimo di discussione, 70 giorni. Con questo sistema inaudito in qualsiasi regime liberal-democratico il governo diventerebbe il padrone della rappresentanza parlamentare a sua volta truccata. Già oggi la Camera è eletta con un sistema maggioritario, quello del porcellum, che ha dato la maggioranza assoluta alla coalizione di centro sinistra arrivata di poco avanti alla destra. E la nuova legge elettorale già in vigore è ancora peggio, anche se ora si sono accorti che può essere disastrosa.

Dopo avere giurato sulla sua bontà e averla imposta con tre voti di fiducia ora dicono di volerla cambiare, ma senza toccare il maggioritario. Per difendere la loro controriforma , dicono anche il Pci alla costituente era per una sola camera. Certo, ma con il parlamento “specchio del Paese” e cioè con la legge elettorale proporzionale. E poi il Pci accettò il bicameralismo perché intese che era una garanzia in più nel duro periodo che si veniva aprendo con la rottura dell’unità antifascista e con la guerra fredda iniziata proprio nel 1947, mentre si lavorava alla Costituzione. E comunque, secondo il Pci, il Senato doveva essere eletto dal popolo.

Dunque il presidente del consiglio imbroglia sapendo di imbrogliare quando dice che non ha toccato i poteri del presidente del consiglio. Non li ha toccati perché ha toccato e esaltato il potere del governo e dunque del capo partito che lo guiderà. Già oggi lui governa come espressione di una minoranza del 29 per cento dei voti contro le opposizione che rappresentano il doppio. E con la sua controriforma, domani, un capo partito che può essere un qualsiasi seguace nostrano di Trump o di Le Pen o qualche altro avventuriero può ancor più di lui spadroneggiare l’Italia.

Con le mani di un partito formalmente di centro sinistra si prepara la via al peggio, come successe negli anni 20 del ‘900 al Parlamento della Repubblica democratica di Weimar nata dal crollo dell’impero tedesco seguìto alla prima guerra mondiale. Essendoci molti disordini di piazza, il Parlamento democratico tedesco stabilì che in caso di stato d’eccezione le garanzie costituzionali potevano essere sospese. La coalizione nazista vinse le elezioni, decretò lo stato d’eccezione e iniziò la propria criminale avventura. Diceva un proverbio antico che Dio fa impazzire coloro che vuol perdere. In questo caso, però, la colpa non è di Dio, ma di chi dà ascolto a questi scriteriati saltimbanchi del potere per il potere o a quelli che usano i soldi per il potere e il potere per i soldi.

E non è meno scandaloso dire che si sopprime il Senato, quando non lo si sopprime affatto ma lo si ridicolizza trasformandolo in una Camera di consiglieri regionali e sindaci a tempo perso, in più gravandolo di compiti cosi confusi che i costituzionalisti prevedono forieri di guai. Si dice che così si vuole dar voce ai territori: ma nello stesso tempo si stabilisce che lo stato di guerra adesso sarà deciso dall’unica Camera , cioè da un partito minoritario e dal suo capo. Si vede che in caso di guerra i territori non devono aver niente da dire.

Si sparano cifre assurde di risparmi inesistenti, smentiti dalla ragioneria generale dello stato. Si conduce una campagna qualunquista contro quelli che non vogliono perdere le poltrone, ma io che vi scrivo adesso non ho alcuna poltrona da perdere o da conquistare. Ho solo avuto da conquistare qualche malanno aggirandomi per l’Italia a testimoniare contro questa bruttura, perché penso a chi la Costituzione l’ha conquistata e ci ha lasciato la vita o a chi ha speso tutta l’esistenza a difenderla e ora non può più farlo.

I guai dell’Italia non dipendono dalla Costituzione. Con questa Costituzione abbiamo ricostruito l’Italia garantendone, nel bene e nel male, lo sviluppo, abbiamo conquistato diritti sociali e civili. I guai dell’Italia dipendono piuttosto dal fatto che il programma costituzionale è stato sempre combattuto e in larga misura è rimasto inapplicato. Per cinquant’anni l’Italia è stata una democrazia dimezzata dalla convenzione imposta dall’estero per escludere il più forte partito d’opposizione dal governo, anche quando nessun governo si poteva fare senza i suoi voti. Ma l’obiettivo vero era un altro, era proprio quella Costituzione che fonda la Repubblica sul lavoro e va oltre la eguaglianza formale, pur indispensabile, impegnando lo Stato a rimuovere “gli ostacoli economici e sociali” che limitano di fatto libertà ed eguaglianza, e così statuendo il principio dell’uguaglianza sostanziale.

Di qui viene l’affermazione del lavoro non più come una merce, ma come un diritto da garantire, viene il criterio della retribuzione da adeguare in ogni caso ad una vita libera e dignitosa, viene la indicazione del compito sociale, cioè non egoistico, della stessa proprietà privata. Ecco lo scandalo: questa Costituzione esalta il lavoro e non il capitale. E ciò avvenne perché i costituenti, pur divisi da differenti visioni politiche, venivano in grande maggioranza dalla lotta antifascista e sapevano che il fascismo era stato una creatura incoraggiata, promossa e sostenuta innanzitutto dal capitale finanziario, industriale e agrario.

Fin dai primi anni questa Costituzione fu definita “una trappola” da parte delle forze più conservatrici. E la storia dei primi cinquant’anni di vita repubblicana è segnata, come in nessun altro paese occidentale, da una ininterrotta scia di eversione e di sangue per spiantare questa possibile nuova democrazia: dallo stragismo nero al terrorismo detto rosso che con l’assassinio di Moro compì il capolavoro di portare a compimento il proposito della destra con le mani di supposti rivoluzionari di sinistra. Con quel delitto cadeva il tentativo estremo di Berlinguer e di Moro di dare compiutezza alla democrazia italiana e iniziava il declino.

Ci raccontarono un quarto di secolo fa che il sistema elettorale maggioritario avrebbe dato stabilità, risolto problemi annosi, eliminato i piccoli partiti. Ma i fatti sono stati un ventennio di berlusconismo e l’aggravamento di tutti i problemi, dal debito alla disoccupazione. E mai ci sono stati tanti partiti in Parlamento e così pochi militanti fuori, mai c’è stato un tale trasformismo tra deputati e senatori. Ora c’è l’attacco finale alla Costituzione perché, dicono, offre troppe garanzie. E dicono che si smantella la seconda parte della costituzione ma si salvano i principi della prima parte. Ma questo è un discorso per allocchi.

La seconda parte della Costituzione è l’applicazione della prima. La sovranità popolare si restringe ancora di più con l’accentramento del potere, i principi sociali già calpestati diventano sempre più carta straccia. Ma ci dicono che anche la destra dice di votare no. Certo. E noi facemmo la lotta di liberazione antinazista e antifascista anche con i monarchici. La Costituzione è di tutti, non proprietà di partito. E si dovrebbe essere lieti che proprio quelli della destra che hanno sempre attaccato la Costituzione oggi sono costretti a difenderla perché ne riconoscono finalmente il valore anche per loro, ora che si sentono in minoranza. E c’è piuttosto da temere che dicano di votare no, ma pensino e facciano il contrario, seguendo i Verdini e gli Alfano.

All’origine della stretta autoritaria, voluta non solo in Italia dai ceti più retrivi, sta il fatto che non si riesce a uscire dalla crisi: dalla lunga crisi iniziata dopo gli anni settanta e da quella che rischiava di essere catastrofica iniziata nel 2007. La vittoria globale del capitalismo non ha portato a spegnere i suoi problemi, ma a complicarli.

La globalizzazione crea nuovi squilibri e nuovamente torna la tendenza, come dopo la crisi del 29, alle chiusure nazionaliste, allo sciovinismo, alle guerre. Allora fu la Germania a imboccare la via della razza eletta, adesso il razzismo, per ora a fini interni, ha vinto negli Usa. Alle porte dell’Italia, oltre il mare, c’è la guerra generata dalla ripresa di velleità egemoniche dei paesi nostri alleati nelle terre del petrolio. Centinaia di migliaia di morti, milioni di disperati e di profughi. Ecco il motivo della stretta istituzionale, ecco il pericolo.

Il mio cammino personale è al termine, e dunque non ho nulla da temere ma temo per questi giovani di oggi. Altro che lavoro come diritto, salario dignitoso, istruzione elevata. E il rischio, in tanta frustrazione, è la possibilità che vengano cacciati in nuove avventure. Ho negli occhi le manifestazioni giovanili per la guerra in Germania e in Italia nel 39 e nel 40, pagate poi con la catastrofe loro e di tutti. Le organizzavano i fascisti, ma trascinavano i molti. E non credo eccessivo l’allarme quando al fanatismo della setta dell’ISIS si risponde con il fanatismo antimusulmano nelle manifestazioni con Trump. O con il fanatismo antiimmigrati di certi ceffi nostrani o di quel paesino di una terra che fu rossa.

Sono solo i sintomi piccoli e grandi di una malattia che si aggrava. Mai come oggi è necessario il massimo di garanzie. Salvare la Costituzione è indispensabile, anche se non basta. Si dice che chi difende la Costituzione è un passatista. E lo dicono questi nuovisti che hanno combinato solo guai. L’attacco alla Costituzione è in realtà una volontà di ritorno al passato, quando chi comandava era sicuro di non essere disturbato. Oggi dire di no è il migliore modo di dire di sì all’avvenire, è l’unico modo di tenere aperta le porte alla speranza.”

Autore: fabio sebastiani “Questa piazza è del Popolo”. De Magistris sul palco dell’iniziativa “C’è chi dice No” a Roma. Intervista (audio) al sindaco di Napoli da: controlacrisi.org

“Sono felice che i comitati abbiano voluto anche la mia testimonianza. In questa piazza la sovranita’ appartiene al popolo veramente. Tutti questi ragazzi sono venuti da nord a sud del Paese spontaneamente, qui si parla di bene comune, centralita’ della persona, di valori che portano la giustizia e l’uguaglianza sociale”.
Così il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, a margine del suo intervento sul palco allestito a piazza del Popolo a Roma per il
concerto del popolo del No al referendum del 4 dicembre. Le sue frasi hanno il pregio di “fotografare” in tutti i suoi aspetti la manifestazione che ha attraversato il centro di Roma da piazza della Repubblica fino a piazza del Popolo facendo un inconsueto quanto irrazionale giro lungo il Muro torto. Qui audio intervista a Luigi De Magistris.Una vera e propria maratona che non ha fiaccato però i trentamila partecipanti (cinquantamila secondo gli organizzatori).
Una bella manifestazione con un vero grande obiettivo, quello di mandar via il Governo Renzi anche attraverso il voto del 4 dicembre. Il senso del “No sociale”, come è stato più volte scandito da migranti, occupanti di casa, precari, studenti, giovani dei centri sociali, è non solo di fermare la falsa riforma della Costituzione, difesa con slogan agguerriti lungo il corteo, ma anche quello di voltare pagina con le politiche neoliberiste di austerità e massacro sociale. Non a caso sul palco, oltre a De Magistris, hanno preso la parola Nicoletta Dosio, No Tav, e Marina Boscaino, in rappresentanza del mondo della scuola.

“Hanno fatto di tutto per metterci i bastoni tra le ruote – dice Marta, portavoce del Comitato “C’è chi dice No”. Dall’imposizione del percorso, da piazza della Repubblica a piazza del Popolo passando per il Muro Torto e non per il centro storico per non farci avvicinare alla sede del Pd, alla richiesta di 6mila euro per le pulizie. Noi abbiamo risposto che alle pulizie ci pensiamo noi, restituiremo piazza del Popolo piu’ pulita di prima”.

“Il loro tentativo tuttavia- ha aggiunto Marta- e’ andato a vuoto. Nonostante il percorso anomalo e la burocrazia, la nostra
manifestazione e’ stata storica. Siamo oltre 30mila e molti di piu’ saremo a piazza del Popolo. Oggi abbiano ribadito forte e
chiaro quale sia la nostra posizione su questa riforma”.

Perché noi giovani voteremo No al Referendum costituzionale

Due studenti di scienze politiche dell’Università di Bologna scrivono a La Voce di New York le ragioni del loro voto

Crediamo che lo slogan “Basta un sì” sia carico di tristezza. È l’immagine della disaffezione, della delega: basta un sì, poi ci pensiamo noi. Anche noi vorremmo che molte cose in Italia cambiassero, ed è per questo che votiamo no a questa riforma che, sfatiamo l’ultimo mito, non tocca nessuno di tutti i problemi impellenti italiani
andrea pesce luca rizzotti

Andrea Pesce e Luca Rizzotti, studenti di scienze politiche a Bologna

di Andrea Pesce e Luca Rizzotti – 18 novembre 2016

Siamo due studenti di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, e qualche settimana fa, dopo aver letto l’ennesimo articolo che argomentava le ragioni del sì, abbiamo deciso di preparare una risposta. Ne è nato questo documento.

La propaganda organizzata dai promotori del sì, è stata caratterizzata dalla contrapposizione tra “l’Italia che dice sì” e che vuole il cambiamento, e i conservatori, “che sanno solo dire no”. A prevalere è la voglia di “vincere” e non di convincere. Bollare il no come conservatore è semplice, approfondirne le ragioni complesso.

Renzi non ha resistito, all’inizio, a dare un valore politico al referendum, annunciando che si sarebbe ritirato dalla scena in caso di sconfitta. Poi ha cambiato strategia e ha cominciato ad accusare molti sostenitori del no di voler semplicemente spodestarlo, senza entrare nel merito della riforma . Ciò detto, il fatto che vi sia una parte di elettori che darà un voto contrario (o favorevole) a un governo, o a un singolo uomo, non implica che votare no sia di fatto sbagliato.

Altro discutibile argomento della campagna del sì è quella del “voi votate come quelli là”. Sì, noi votiamo come Casapound, né più nemmeno di come i Dem votino con Verdini. Tra “come” e “con” c’è però una differenza abissale. Se Salvini dovesse riformare la costituzione scriverebbe qualcosa di diametralmente opposto rispetto a quello che scriveremmo noi, perché diverso è il punto di vista sulla società. Renzi e Verdini invece hanno evidentemente la stessa idea di Stato , cosa che dovrebbe far riflettere. Purtroppo il referendum è qualcosa di necessariamente binario, che in un sistema politico così frazionato, può creare degli apparentamenti aberranti.

Una cosa accomuna, da poche settimane, i sostenitori del sì e i sostenitori del no: la riforma avrebbe potuto essere scritta meglio. Curioso che gli estensori se ne accorgano dopo due anni di discussioni. Verosimilmente, la compagine del sì ha preso atto dei sondaggi e si rivolge al pubblico degli indecisi. In ogni caso il cavallo di battaglia è che “si può migliorare ma intanto facciamo qualcosa dopo anni di immobilismo”. Ma immobilismo rispetto a cosa? Il no potrebbe essere visto, semplicemente e ragionevolmente, come rifiuto a un cattivo progetto. Si inneggia al “cambiamento” sostenendolo con “Meglio di nulla”, “Il meglio è nemico del bene”, “Almeno qualcosa si muove”. Già, si muove, ma verso dove? Siamo dell’idea che una riforma costituzionale non possa e non debba seguire i vari “Meglio di niente” o peggio “Poi non si cambia più”.

I cambiamenti non sono necessariamente sempre positivi, e devono essere valutati nello specifico. Le Costituzioni sono pensate per durare per generazioni, non sono bonus fiscali, o un ponte, e nemmeno una politica agricola: sono la premessa di ogni azione che abbia carattere politico. Cambiando la costituzione si agisce sulla totalità degli ambiti su cui la politica ha potere, e per questo una sua riforma deve essere ponderata e soprattutto condivisa. È d’obbligo scomodare Calamandrei: “nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria”, e “quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti”. Suggerimento rimasto inascoltato dall’attuale governo, che si è fatto diretto promotore della riforma nel disegno di legge Boschi. Ricordiamo che l’Assemblea Costituente approvò il testo con 453 favorevoli e 62 contrari. Democristiani e comunisti trovarono un compromesso e votarono insieme, in anni in cui la contrapposizione era violenta. Oggi il compromesso è mancato: la riforma è espressione della maggioranza di governo e del gruppo di Verdini, che da mesi funge da stampella all’esecutivo. Il fatto che sia un esecutivo a condurre la riforma della costituzione è inaccettabile, la mancanza di un contraddittorio pure.

Nel merito

Come cambia l’iter legislativo?

Uno dei più importanti obiettivi della riforma è il superamento del bicameralismo paritario, secondo l’assunto: “con questo referendum l’iter legislativo diventerà finalmente rapido e in linea con il resto dell’Europa”. E’ bene ricordare che il “rimpallo” tra una Camera e l’altra tocca solo il 20% delle leggi approvate. Per molte l’intesa viene raggiunta alla terza votazione. (Nella XVI legislatura soltanto il 4% è andato oltre la terza lettura, nella XVII, l’attuale, nemmeno il 3%). I tempi dipendono fortemente dal soggetto promotore dell’iniziativa, lo vedremo più avanti: per approvare le leggi di iniziativa governativa, cioè l’80% delle proposte che divengono legge, servono in media 172 giorni, meno di sei mesi . Un tempo coerente con l’attività legislativa di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Quando invece non è il governo a proporre una legge, i tempi di approvazione si dilatano incredibilmente. Per quelle di iniziativa popolare servono in media 420 giorni, per quelle di iniziativa parlamentare addirittura 504. I “ping pong” sono dovuti principalmente al pluralismo e alla frammentazione partitica italiana e non alla Costituzione.

Dove c’è convergenza e volontà politica, le leggi si approvano senza troppi ostacoli (vedi Lodo Alfano, 20 giorni, Porcellum, 3 mesi, ma anche la Buona Scuola, circa 4 mesi). Ostacoli che peraltro possono insabbiare proposte di legge anche in presenza di una camera soltanto, attraverso i passaggi dall’aula alle commissioni.

La riforma proposta prevede una moltiplicazione dei procedimenti legislativi, cioè le possibili strade per approvare una legge. Per 16 temi resta il bicameralismo perfetto: leggi costituzionali e di revisione costituzionale, leggi ordinarie elettorali, disposizioni riguardanti i referendum e le leggi di iniziativa popolare, la partecipazione dell’Italia all’UE, la ratifica dei trattati internazionali, gli enti locali, e altro ancora. Le leggi spesso però vertono su una pluralità di materie (come i decreti “omnibus” o “milleproroghe”): e allora quale procedura seguire in tali casi? La “nuova” costituzione prevede che saranno i presidenti delle camere di comune accordo. E se non si accordano? L’organo che si riterrà leso farà ricorso alla Corte Costituzionale. Sarebbe questa la semplificazione?

La lentezza del procedimento normativo attuale è quindi una tesi molto debole e la rapidità di quello futuro rimane al massimo un auspicio.

Ricordiamo che comunque i sostenitori del no, per la maggior parte, sono favorevoli al superamento del bicameralismo perfetto, attraverso però soluzioni più efficaci .

Come cambia la composizione del Senato?

Palazzo Madama a Roma, sede del Senato della Repubblica

Con la riforma cambiano sensibilmente sia la natura che la composizione del Senato. Il nuovo Senato della Repubblica non rappresenterà più la Nazione, ma le istituzioni territoriali esercitando “funzioni di raccordo fra lo stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”. Non potrà legiferare su tutto, ma, come abbiamo visto, solo su alcuni temi. I senatori non saranno più 315, ma 100: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori, nominati dal Presidente della Repubblica. Avremo quindi una Camera con 630 deputati e 100 senatori. Una proporzione sbilanciata. Il nuovo Senato rappresenterà prevalentemente le Regioni attraverso i consiglieri regionali, che avranno quindi doppia carica e non saranno eletti direttamente dal popolo ma con metodo proporzionale all’interno delle assemblee regionali, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Le modalità però non sono definite. Lo saranno, come in molti altri casi, con legge futura. Possiamo comunque intuire che, basandosi su criterio proporzionale, a rappresentare la Regione, in Senato, ci saranno la rispettiva maggioranza e le opposizioni. In questo modo è probabile che le due fazioni votino secondo la linea di partito, non rappresentando quindi la Regione e i suoi interessi. Ma il Senato non doveva “esercitare funzioni di raccordo tra Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”?

La rappresentanza dei nuovi senatori non sarà dunque “territoriale”, ma “politica”.

Capitolo sindaci: questi rappresentano le relative entità territoriali, ovvero i comuni. Ma questo porrebbe 21 comuni in una posizione inspiegabilmente privilegiata rispetto agli 8000 totali. Un pasticcio giuridico e logico.

Più o meno come la componente del nuovo Senato nominata dal Presidente della Repubblica. Resteranno in carica 7 anni, senza possibilità di rinnovo. Mentre ora sono 5 su 315, con la riforma sarebbero 5 su 100: un aumento ingiustificato del loro peso, che triplica, portando a configurare questi 5 come un “partitino” del Presidente della Repubblica, visto anche che il loro mandato dura esattamente come quello del Capo dello Stato.

Per chiudere questo tema, c’è da riflettere sul fatto che le amministrazioni locali in Italia sono il cuore del funzionamento – e in alcuni casi malfunzionamento – del Paese. Appesantire ulteriormente i loro dirigenti con qualifiche extra non ci pare complessivamente una buona idea.

Saldi di tutti i tipi

Campeggiano per l’Italia i manifesti secondo i quali votando sì “si riducono i costi della politica”. Vediamo allora come diminuiscono. Con la riforma i risparmi derivano dal fatto che i senatori non sarebbero pagati per le loro funzioni parlamentari.  Riceverebbero comunque il rimborso per le trasferta a Roma, mentre rimarrebbero le spese per il funzionamento dell’organo, come immobili e personale. Il risparmio sarà di 49 milioni di euro , contro poco meno di 500 del costo attuale, perciò del 9%, diminuendo però del 68% il numero dei senatori che ci rappresentano. Pagheremo quindi ancora circa 450 milioni di euro, per un Senato che a detta di Renzi si riunirebbe una volta al mese. Un “prezzo” onesto da pagare per rinunciare all’elezione diretta dei rappresentanti della camera alta del Parlamento?

I costi della politica però includono tutte le 165 mila “poltrone” (province già escluse) in Italia, e la riforma ne elimina 280 in tutto tra Senato e Cnel, quindi circa 0.17%, una percentuale minima.

Ovviamente si devono sommare gli 8,7 milioni di risparmi ottenuti dall’abolizione del Cnel, che sono, in termini relativi, poca cosa. La riforma costituzionale inoltre eliminerebbe formalmente le province, sostanzialmente già soppresse con la legge Delrio, non comportando nessun guadagno per il bilancio.

La riduzione dei costi e delle poltrone non ha quindi un grande valore e, in assoluto, è un non-argomento. Ci pare l’ultimo dei temi interessanti in un dibattito sulla Costituzione.

Cultura, Sanità e Regioni: questi sconosciuti

Non molti lo sanno, ma il referendum del 4 dicembre tocca anche l’ambiente, la cultura e la sanità.

La normativa in vigore prevede, per quanto riguarda la cultura, che allo Stato spetti la tutela del patrimonio culturale italiano e alle regioni la valorizzazione.  Ma l’impossibilità di fissare il confine tra le due, ha generato negli anni un enorme caos che ha influenzato in negativo il governo del nostro patrimonio culturale. Un’altra occasione persa. La riforma in oggetto, infatti, prevede che allo stato torni l’intera legislazione su tutela e valorizzazione del patrimonio culturale. Fin qui tutto bene. Peccato abbiano assegnato alle Regioni la promozione del patrimonio culturale. Finora queste, a causa del loro compito di “valorizzare” hanno istituito diversi uffici in giro per il mondo con il preciso scopo di portare fuori dai confini italiani la nostra cultura. La campagna per il sì urla che questa revisione costituzionale farà chiudere alle regioni questi uffici all’estero generando un risparmio. Ma se si pensa al governo Renzi e a tutto il suo discorso pubblico allora si comprende che promozione ha un significato ben preciso: marketing. Non capiamo dunque come potranno chiudere questi uffici all’estero.

Riscontriamo la stessa approssimazione anche nella nuova disciplina del governo del territorio e dell’ambiente.

L’articolo 117, infatti, riserva senza equivoci allo Stato la legislazione in fatto di «produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia e di infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale». Ci chiediamo come si stabilirà cosa è o non è di interesse nazionale o internazionale: libertà di interpretazione. Insomma: le Regioni vengono volutamente escluse dal tavolo delle trattative su come utilizzare il suolo. Le comunità locali vengono espropriate del diritto di decidere sul proprio futuro ma vengono richiamate quando si tratta di fare marketing sul proprio patrimonio culturale, e il proprio territorio.

Un altro tema presente nella riforma è quello della sanità. Si promette una uguale tutela della salute dei cittadini, con trattamenti omogenei nelle Regioni, sulla base dell’introduzione nel comma 4 dell’articolo 117 delle “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute”. Lo stesso comma dello stesso articolo prevede già la “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

Lo Stato già ora stabilisce i LEP (livelli essenziali di prestazioni) ed i LEA (livelli essenziali di assistenza), ovvero degli standard comuni a tutte le regioni. Dettare disposizioni generali alle Regioni però non garantisce un reale e uguale trattamento sanitario in tutta Italia. Questo perché il vero problema del diritto alla salute sta nel fatto che è un diritto che “costa”, ovvero un diritto che dipende in modo vitale dai fondi stanziati per esso. Si possono anche fissare i livelli essenziali più ambiziosi, ma se le Regioni non hanno finanziamenti sufficienti, le prestazioni non potranno concretamente essere garantite, e sappiamo le enormi differenze tra Regioni per l’indisponibilità economica e quindi anche per l’offerta sanitaria. Sarebbe già presente in Costituzione un rimedio al problema, per sopperire a queste disparità: il Fondo Perequativo, che però non è mai stato attivato compiutamente. Rimane il fatto che i fondi elargiti dallo Stato alle Regioni per la sanità (e non solo) vengono ridotti sempre più. E’ inutile quindi che il nuovo articolo 119 preveda “indicatori di riferimento di costo e fabbisogno”. Tutto dipende dai finanziamenti che lo Stato concede alle Regioni e che queste raccolgono, e non hanno quindi niente a che vedere con la Costituzione. La riforma costituzionale non va quindi ad agire sull’effettiva uguaglianza di prestazioni sanitarie nel paese.

Referendum e leggi di iniziativa popolare

In un periodo storico in cui la disaffezione alla politica è fortissima e la partecipazione dei cittadini è esigua, speravamo che la riforma costituzionale andasse incontro a queste difficoltà. Le aspettative vengono nuovamente disattese. Per i referendum abrogativi è previsto un quorum più basso, ma solo col raggiungimento delle 800 mila firme, una soglia quasi mai raggiunta. Le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare vengono triplicate, da 50 a 150 mila. La riforma introduce i referendum propositivi e d’indirizzo, ma li rimanda come suo solito a future leggi di attuazione. E così anche per l’obbligo di discussione delle leggi di iniziativa popolare, che rimane un ennesimo rinvio.

È normale che in costituzione si rimandi a future leggi di attuazione e ai regolamenti parlamentari, ma non è normale che ci chiedano di barattare future migliorie, che non sapremo se e in che modo verranno rese effettive, con l’immediata, concreta rinuncia a garanzie.

Finalmente stabilità!

Tra i cavalli di battaglia del comitato per il sì, c’è sicuramente la maggiore stabilità che si otterrebbe in caso di vittoria. Questo perché, con la riforma, il governo dovrebbe ricevere la fiducia solo dalla Camera e non dal Senato.
La storia dell’esecutivo in Italia è travagliata, ma essenzialmente a causa di conflitti politici, come il correntismo all’interno dei partiti e le richieste dei partiti minori delle coalizioni. Tutto ciò per ricordare che la stabilità dei governi dipende significativamente dalla situazione partitica e dalle leggi elettorali. Le principali modalità attraverso cui i riformatori pensano di garantire un governo stabile, sono inserite nell’Italicum: premio di maggioranza, ballottaggio, indicazione diretta del Primo Ministro. Proprio i punti che adesso promettono di modificare : un cane che si morde la coda. Nonostante i correttivi puntino a stabilizzare il governo, serve precisare che è sufficiente che la maggioranza si divida al suo interno (la divisione nel PD, tutt’altro che fantasiosa, o in un possibile governo M5S) per far cadere il governo.

Per di più, chi ha scritto la riforma, ha tralasciato uno dei pochissimi dispositivi che può garantire effettivamente più stabilità al governo: la sfiducia costruttiva, meccanismo (utilizzato in Germania) per il quale un Primo Ministro, e il suo governo, possono essere sfiduciati e destituiti soltanto se il Parlamento elegge al contempo un successore. Il Parlamento, insomma, deve avere un piano B prima di provocare il caos. Con questo automatismo si possono evitare le cosiddette “crisi al buio”, i ricatti di partiti della coalizione di maggioranza o correnti della stessa che minacciano di far cadere il governo per vedere tutelati i propri interessi. In sostanza, un’occasione persa.

E la legge elettorale?

Più volte il fronte del sì ha ricordato come il referendum non tocchi la legge elettorale. Noi crediamo che una legge elettorale sia appendice necessaria di una Costituzione, e che sia necessario considerarla nel dibattito. Non si può fingere che la composizione dei rami del Parlamento sia slegata dalla modalità di elezione.

Conclusione

l’Italia è piena di problemi, è vero: l’instabilità di governo, gli eccessivi sprechi delle amministrazioni pubbliche, la corruzione, la disaffezione dei cittadini per la cosa pubblica, l’educazione e la sanità che non hanno fondi sufficienti. E poi l’evasione fiscale, per una cifra che è circa 170 miliardi quindi il 10% del Pil. Le tasse troppo alte, la disoccupazione,  il sistema bancario instabile. Sappiamo anche noi che l’Italia ha tutti questi problemi e molti altri. Li riconosciamo e siamo indignati almeno quanto voi. Vorremmo che le cose cambiassero, ed è per questo che votiamo no a questa riforma che, e finalmente sfatiamo l’ultimo mito, non tocca nessuno di tutti i problemi elencati sopra.

A Siena nel 1309 si decise di scrivere la costituzione in volgare e di attaccarla con delle catene sui palazzi pubblici. Questo per permettere a tutti di leggerla un testo di cui gli autori andavano fieri. Ci auto-definiamo una società all’avanguardia. È tutta questione di punti di vista.

Crediamo che lo slogan “Basta un sì” sia carico di tristezza. È l’immagine della disaffezione, della delega: basta un sì, poi ci pensiamo noi. Si vende come “l’ultima occasione” che giustifica la cambiale in bianco in molti punti di questa riforma. Dateci adesso il vostro sì e non vi scomoderemo più, non sarete più chiamati in ballo. Per citare un’indecente pubblicità di qualche mese fa: “il piacere di non dover più decidere”.

Quanti sì hanno devastato il paese, quanti sì nelle nostre vite non sono state le scelte migliori. Questa volta, la scelta di votare no è quella più carica di futuro, gravida di speranze.

Ma se credete che il vero problema dell’Italia sia un eccesso di democrazia, che l’eccessiva rappresentanza sia la causa della mala politica allora votate sì.


Andrea Pesce, nato a Torino 22 anni fa, cresciuto a Roma. Studia Scienze Politiche all’Università di Bologna ma attualmente vive all’estero dove continuerà gli studi. America? Chi lo sa. E’ appassionato di Politica, America Latina e Istruzione. Spera che nel suo futuro lavorativo ci sia spazio per tutte e tre.
Luca Rizzotti, 21 anni, nato e cresciuto a Verona, studia Scienze Politiche all’Università di Bologna. Ama approfondire tutto ciò che è “società”. Per questo nel suo futuro nessuna certezza se non una: lo studio.

Catania 19 Novembre incontro con Roberto Speranza La voce del NO del Pd sono intervenuti Giacomo Rota, Mariella Maggi, Santina Sconza e tanti altri

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da: livesiciliacatania.it

Roberto Speranza a Catania:
“Pd non sia comitato per il si

di

, Politica

Il leader della minoranza dem all’incontro organizzato da Antonio Di Giovanni, col vicesegretario del Partito democratico Torrisi.

CATANIA –  Anche il Partito democratico, e la sua declinazione siciliana, al centro delle parole di Roberto Speranza.  Uno dei massimi esponenti della minoranza Dem, ieri a Catania per parlare di lavoro, sviluppo e welfare, ma soprattutto di Referendum, insieme a Jacopo Torrisi, vicesegretario provinciale del PD, al professor Antonio Di Giovanni (promotore della manifestazione), e alla deputata regionale Mariella Maggio, ha bacchettato il proprio partito, della sua debolezza sul territorio e della necessità di ripensarlo, in occasione dell’incontro catanese, cui hanno partecipato in tantissimi, nonostante il maltempo.

Presenti amministratori della provincia, prevalentemente ex megafonisti, in sala anche alcuni esponenti della Ggil come il segretario Giacomo Rota, la Presidente dell’Anpi Santina Sconza, e tanti esponenti del mondo dell’associazionismo, degli enti di formazione, delle rappresentanze universitarie, del mondo delle cooperative e delle imprese. Un discorso pacato, quello del leader dell’ala riformista del Pd che non si è astenuto dal lanciare qualche frecciata all’indirizzo del Governo e del Presidente del Consiglio: “Se il Pd diventa il comitato per il sì – ha detto – e più fragile e non riesce più a parlare a tutte le sue realtà”.

CATANIA 19 novenbre presso Orto Botanico l’associazine nazionale Donne Elettrici A.N.D.E. ha organizzato un dibattito sul referendum del 4 dicembre Sono itervenuti il professore G. Ferro, il consigliere comunale Notarbartolo, la presidente ANPI Santina Sconza e tanti altri

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ANPI Nicolosi e Coordinamento per la democrazia

Incontro sulle ragioni del NO al referendum sulla riforma Costituzionale
Introduce: Giacomo Milazzo sez. ANPI Nicolosi
Intervengono: prof. Felice Rappazzo docente Università di Catania
on. prof. Carmelo D’Urso giurista
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Etiopia al bivio Capitolo 2 – La dittatura di Menghistu da: resistenze.org

 

Capitolo 1: L’impero di Sélassié [Prima parteSeconda parteTerza parte]

Mohamed Hassan, Grégoire Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

10/10/2016

Al di là dei miti, l’impero di Hailé Sélassié nascondeva una realtà terribile per la maggior parte degli etiopi. Guidati da un grande movimento popolare, giovani ufficiali dell’esercito rovesciavano l’imperatore nel 1974. Menghistu diventa il nuovo uomo forte dell’Etiopia, ma si mostra incapace di rispondere alle aspirazioni del popolo. Come ha fatto la rivoluzione a far scivolare il paese nella dittatura militare? Perché gli etiopi furono condannati alla miseria che ebbe il suo apice con la drammatica carestia del 1984? Perché, mentre Michael Jackson e le star del mondo intero raccoglievano fondi per le vittime, Bernard-Henri Lévy e Glucksmann non volevano aiutare l’Etiopia? In questa seconda parte della nostra intervista, Mohamed Hassan esplora le contraddizioni della dittatura militare del Derg. Rivela anche le origini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, ndt), quell’organizzazione politica che ha rimpiazzato Menghistu e che si aggrappa al potere da oltre venti anni. Domenica 9 ottobre, mentre la rivolta tuona ovunque nel paese, il TPLF ha dichiarato lo stato di emergenza.

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Gli Eritrei non erano i soli a combattere Menghistu. Come era organizzata l’opposizione in Etiopia?

Il Derg non era riuscito a concretizzare l’uguaglianza delle nazionalità in Etiopia. Così i movimenti di resistenza si erano sviluppati un po’ ovunque nel paese, su basi etniche. C’era il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF), il Fronte di Liberazione Oromo (OLF), … e anche il Fronte di Liberazione Afar… Tutti questi gruppi conducevano una lotta armata contro il potere centrale per ottenere l’indipendenza della loro regione. Ma nessuno era in grado da solo di prendere le redini dell’esercito del Derg. Diversi fattori facevano muovere l’ago della bilancia.

Innanzitutto, Menghistu era diventato completamente dipendente dall’aiuto militare sovietico. Durante gli anni 80, l’URSS era impegnata in Afghanistan e la questione etiope non era prioritaria. L’Unione Sovietica inoltre era anche minata da una serie di problemi interni. Gorbaciov lanciava la Perestroika nel 1985 per tentare di risolvere la situazione. Ma queste riforme non impedivano il collasso del blocco sovietico. Alla fine degli anni 80 dunque, la dittatura militare del Derg vedeva il suo principale sostegno, evaporare. Nel marzo 1989 del resto, soldati dell’esercito etiope tentarono di rovesciare Menghistu. Fra le rivendicazioni, si trovava ancora una volta l’apertura dei negoziati con gli Eritrei. Le diverse offensive lanciate da Menghistu non avevano permesso di sconfiggere la resistenza del FLPE e i soldati etiopi erano esauriti a causa del conflitto. Menghistu riuscì a reprimere il tentativo di colpo di stato, ma ne uscì indebolito. Come Gorbaciov, lanciò riforme per prolungare la vita di un regime ormai senza fiato. Dopo avere nazionalizzato tutto, Menghistu cominciò a liberalizzare tutto.

Quale impatto ebbero le riforme?

Nessuno. Il regime era già condannato quando il Derg lanciò le riforme. Il colpo di grazia venne da una vasta offensiva del TPLF lanciata dal Tigrè nel 1991. In un certo modo, questo movimento ha fatto causa comune con gli Eritrei del FLPE per rovesciare Menghistu. Erano vicini e i quadri delle due organizzazioni condividevano radici comuni. Il Derg non aveva del resto prestato molta attenzione all’insurrezione del TPLF, pensando che non sarebbe sopravvissuto a una sconfitta del FLPE. Ma gli Eritrei hanno sconfitto l’esercito di Menghistu sulla loro terra, aprendo una via maestra al TPLF in Etiopia.

Tuttavia, la relazione tra questi due movimenti di resistenza non è sempre stata rose e fiori. Ciò si spiega con la mentalità molto ristretta dei dirigenti del TPLF. Non sono mai stati capaci di risolvere le loro contraddizioni interne con la discussione, ma funzionavano a colpi di stato all’interno del partito. I quadri fondatori sono stati del resto allontanati da una generazione più giovane che includeva un certo Meles Zenawi. Di tendenza marxista-leninista, il TPLF seguiva allora la linea di Mao. Quando i giovani presero la direzione del movimento, un britannico fece conoscere loro un libro di un gruppo filo-albanese e hanno iniziato così a seguire la linea di Enver Hoxha. In un congresso clamoroso nel 1985, i quadri del TPLF condannarono così Mao. Ai loro occhi, era un revisionista. Zenawi e la sua banda misero nello stesso cesto la Cina, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, tutte potenze imperialiste! Ciò denunciava un’ignoranza profonda della natura dell’imperialismo e la vacuità della loro analisi politica. È stato Lenin che meglio ne ha descritto la natura, mostrando come il capitalismo conduce all’imperialismo e alle grandi potenze capitaliste che cercano di dividersi il mondo per esportare i capitali che le loro economie devono necessariamente accumulare. Anche se l’Unione Sovietica ha potuto commettere errori nella sua politica estera, sostenendo Menghistu in particolare, metterla allo stesso livello degli Stati Uniti è indice di una debolezza teorica.

Quale era la visione del TPLF?

Per loro, lo sciovinismo Amhara aveva generato tale odio tra le varie nazionalità dell’Etiopia e il solo mezzo per il Tigré per accedere alla democrazia, era quello di ottenere l’indipendenza della loro regione. Delegati del Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRP) erano presenti al congresso del 1985. Ricordate, questo movimento aveva partecipato alle manifestazioni per far cadere Sélassié. Ma rifiutava di affidare il potere ai soldati, tanto che il Derg lo aveva duramente represso. Proseguì la lotta armata durante gli anni della dittatura di Menghistu con forze molto limitate. Rappresentato al congresso del TPLF del 1985, l’EPRP si oppose a questo movimento del Tigré, che pretendeva di incarnare l’avanguardia della resistenza a Menghistu. “Siete un’organizzazione etnica e chiedete l’indipendenza della vostra regione, aveva dichiarato in sostanza il delegato dell’EPRP. Come potete di conseguenza essere l’avanguardia della resistenza etiope? Non rappresentiamo un gruppo etnico, ci battiamo per tutti gli etiopi. Spetta a voi aderire alla nostra lotta”.

Ma i giovani quadri del TPLF non ascoltavano. La loro visione ristretta è del resto stata oggetto di discordia con gli Eritrei del FLPE. Avendo vissuto numerosi tentativi d’ingerenza durante la loro lotta per l’indipendenza, gli Eritrei non avevano l’abitudine di interferire negli affari delle altre organizzazioni. Tuttavia fecero un’eccezione nel 1985, dopo il congresso del TPLF, pubblicando un lungo documento sull’indipendenza dell’Eritrea e dei movimenti democratici etiopi. Il testo ritornava sulla creazione dell’Etiopia, analizzava le varie contraddizioni che attraversavano questo paese ed articolava un inventario delle organizzazioni attive nella resistenza. Il FLPE era d’accordo sul fatto che ci fosse un problema serio di nazionalità in Etiopia. Ma riteneva che questa sfida avrebbe potuto essere raccolta attraverso la lotta di classe, in un’Etiopia democratica.

Il TPLF non era d’accordo su questo?

Ancora una volta, non ha voluto ascoltare. Il TPLF aveva anche elaborato un documento, “Le nostre differenze con il FLPE”, nel quale chiedeva come gli Eritrei potessero dire ai Tigré che dovevano fare. Per il TPLF, era un’intrusione inammissibile. In fondo i leader Tigré erano convinti che in Etiopia il problema delle nazionalità prevalesse su quello dell’economia e delle classi sociali. Per loro, le varie etnie non potevano vivere insieme. Sono dunque rimasti aggrappati all’indipendenza della loro regione e hanno preso le distanze dai loro compagni di Eritrea.

Ma è un’offensiva del TPLF sulla capitale Addis-Abeba che ha causato la fuga di Menghistu nel 1991. Perché il Tigré è finalmente uscito dalla loro regione?

Durante gli anni 80, mentre il Derg concentrava i suoi sforzi sulla Eritrea, il TPLF è diventato militarmente più forte. Si è anche costituita una base sociale importante nel Tigré. Ma ha anche capito che l’indipendenza della regione non sarebbe stata possibile senza la caduta di Menghistu. Il tenente colonnello avrebbe immediatamente dichiarato guerra a questa repubblica indipendente dal Tigré. Zenawi e la sua cricca hanno dunque avuto l’idea di prendere Addis-Abeba per poter in seguito organizzare un referendum che avrebbe accordato l’indipendenza alla loro regione.
Tuttavia, per riuscire a prendere la capitale, il TPLF doveva riconciliarsi con gli Eritrei e coordinare la lotta armata. Occorrevano loro anche alleati in Etiopia e il loro sguardo è logicamente andato alla principale etnia del paese, gli Oromo. Il TPLF non aveva buoni rapporti con Fronte di Liberazione Oromo (OLF). Le loro reciproche analisi divergevano troppo. Il Tigré ha dunque creato il suo movimento Oromo. L’Organizzazione Democratica del Popolo Oromo (OPDO), composta da soldati Oromo del Derg che il TPLF aveva fatto prigionieri. Il TPLF poteva anche contare su vecchi membri dell’EPRP che avevano fondato un nuovo partito, il Movimento Democratico del Popolo Etiope (EPDM), vicino al Tigré. Con queste varie organizzazioni, Zenawi andava a fondare una coalizione, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF).

Questo EPRD è la coalizione che ha conquistato il 100% dei seggi in occasione delle elezioni legislative del 2015?

Esattamente. Questa coalizione occupa il potere dalla caduta di Menghistu nel 1991. Ma dietro quest’organizzazione, tira le fila il TPLF. In realtà, mentre la caduta del Derg era imminente, Zenawi si è rivolto verso Addis-Abeba. Ma per prendere la capitale, non poteva presentarsi come un ribelle del Tigré Gli occorreva un abito da sposa. Quest’abito era l’EPRDF. Un dittatore cadeva nuovamente in Etiopia. Ma i problemi del paese erano lungi dall’essere risolti.

(continua)