Anpinews n. 225

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

Appello all’elettore “indeciso”

 

Claudio Pavone non c’è piùanpinews-n-225

Annunci

Rebibbia femminile. Riflessioni sulla violenza contro le donne di alcune detenute da: ndnoidonne

‘A mano libera’, laboratorio con le detenute di Rebibbia: riprendono gli incontri e si parla di violenza contro le donne

inserito da Redazione

Rebibbia, Roma, 22 novembre 2016. La terza edizione del laboratorio ‘A mano libera’ che teniamo settimanalmente – NOIDONNE e NoidonneTrePuntoZero – nel carcere femminile romano di Rebibbia è iniziata da due settimane. Con le numerose partecipanti, tra le quali molte sono nuove iscritte, le conversazioni intorno ai temi di attualità si avviano vivacemente.
La scadenza del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, è spunto per riflettere sulle ragioni che sono alla base di questa triste realtà che non segna significative flessioni.
Nei discorsi intorno al tavole nella biblioteca dove ci riuniamo, l’esperienza personale si intreccia con le considerazioni di carattere più generale. Lo sconforto per una realtà che sembra immutabile è quanto affiora dalle parole di Laura, che dice “non è cambiato niente, gli uomini continuano ad uccidere e le donne a morire e i centri antiviolenza vanno a rilento”. D’altro canto, riflette Sonia, “a uccidere le donne sono anche l’indifferenza della società e la stessa legge perché le donne vivono la violenza in solitudine”. Su questo piano interviene anche Annamaria, che osserva: “io sono carcerata e non ho fatto quasi niente e invece ci sono tanti uomini violenti e che non stanno in carcere”. Difficile non darle ragione, anche sulla base della realtà che ci racconta di troppi femminicidi annunciati e che si potevano evitare. L’intervento punitivo da parte della legge arriva quasi sempre tardivamente. “Non c’è prevenzione – osserva Olga – e se una donna denuncia la violenza che subisce non viene presa in considerazione. In Russia mi rispondevano che sarebbero arrivati quando morivo”. La difficoltà ad avere ascolto e giustizia come donna la spiega la drammatica storia di Regina: “Mio marito mi menava e io ho chiamato il 118 ma non sono stata creduta perché tra le forze dell’ordine c’erano suoi colleghi, mi accusavano di essere ubriaca. Lui è uscito di prigione. La legge non ha avuto cura neppure dei bambini e il Tribunale dei minori li ha messi in istituto” . Per Vera le donne che subiscono violenza portano i segni di “ferite che restano aperte per tutta la vita”, anche perché spesso sono condizioni che si vivono per lungo tempo.”Mio marito mi menava perché era ubriaco, ma non va bene neppure quando i figli menano ai genitori e neppure quando i genitori menano figli”, osserva Micuda testimoniando le violenze agite in particolari situazioni di degrado. Sappiamo bene che la violenza contro le donne non conosce limiti geografici o di classe sociale e su questo punto interviene Ausonia, dicendo la sua opinione: “è compito delle famiglie insegnare il rispetto dell’altro sesso”. Anche la scuola e l’intera società, aggiungiamo noi, hanno il dovere di farsi carico di questo problema continuando a lavorare sul piano della prevenzione e della repressione, ma anche nell’accoglienza delle donne che decidono di denunciare e di uscire dal loro incubo quotidiano.

A cura di Tiziana Bartolini e Paola Ortensi

NonUnaDiMeno. Un fiume di donne ha manifestato contro la violenza sessista da: ndnoidonne

La manifestazione del 26 novembre a Roma e il futuro del movimento femminista. Intervista a una delle protagoniste: Rosanna Marcodoppido

inserito da Tiziana Bartolini

Rosanna Marcodoppido, da molti anni militante dell’Udi, fa parte anche della rete Io decido che ha promosso, insieme all’Udi e a DIRE la manifestazione di sabato 26 e i tavoli tematici di domenica 27 novembre. Io decido è composta soprattutto da giovani che si sentono parte dei movimenti femministi internazionali, con i quali sono in collegamento. Molti sono stati gli incontri che hanno preceduto il corteo di sabato, convocato principalmente sul tema della violenza contro le donne. Si è trattato di una tappa importantissima che segna la ripresa con forza di parola pubblica delle donne. NonUnaDiMeno è una presenza politica e un attivismo che costruisce relazioni anche attraverso la rete e che trae forza sia in piccoli gruppi disseminati nelle periferie urbane sia in realtà attive nelle province. (videointervista dal corteo / videointervista dal corteo/ videointervista dal corteo)
Rosanna ha seguito le assemblee preparatorie della grande manifestazione di sabato scorso (photogallery), compresa l’affollatissima assemblea nazionale dell’8 ottobre; domenica 27 novembre all’Università La Sapienza ha partecipato anche a uno dei ‘tavoli tematici’, quello sull’educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità. Le chiediamo le sue impressioni a ‘caldo’, le osservazioni che sente di poter fare guardando questo movimento.

Sulla base della tua militanza nell’Udi, vedi delle differenze nelle pratiche politiche di queste giovani rispetto a quelle che hai vissuto?
Dipende da quale punto di vista. La loro passione politica, l’amore per la libertà e la dignità femminile – basi necessarie di ogni pratica trasformativa delle donne – sono le stesse di quelle che noi dell’Udi abbiamo oggi e che avevamo tanti anni fa, alla loro età, come è la stessa la voglia di lottare contro ogni discriminazione e identico e forte il bisogno di esprimere solidarietà alle donne che subiscono violenze in Italia e nel mondo. Con Io decido ho partecipato in questi anni alla lotta per l’applicazione della 194 andando negli ospedali a manifestare e volantinare come tante volte ho fatto nell’Udi; anche con loro ho condiviso la fatica delle riunioni e del confronto in una pratica di democrazia sostanziale cercando di evitare la logica della contrapposizione e della delegittimazione. Allora dov’è la differenza? Con loro vivo un separatismo segnato dall’autonomia rispetto a partiti e sindacati, ma molte condividono spazi politici con i loro compagni in sedi occupate mentre l’Udi ha ovunque sedi abitate da sole donne. Questa è una prima differenza che però potrebbe essere anche irrilevante. Nell’Udi mi ritrovo tra donne di diverse generazioni mentre in Io decido, tranne me e qualche altra, sono tutte giovani. Nell’Udi sento la Storia, una lunga storia di donne, la tocco con mano, ho contribuito a costruirla e a scriverla, la vedo nei visi e nelle rughe di tante compagne. Le giovani in genere, e quelle di Io decido non fanno eccezione, hanno una memoria del loro genere troppo corta, la scuola le ha private dei saperi e dell’esperienza storica di chi è venuta prima: un patrimonio che devono ancora recuperare per posizionarsi con maggiore agio e signoria in questo loro complicato presente. E sono sicura che lo faranno, sono bravissime e sanno di non sapere tutto e di non poter fare da sole, altrimenti non avrebbero intrapreso questo percorso così impegnativo con Udi e DIRE. Sono, beate loro!, molto capaci di utilizzare le nuove tecnologie comunicative che consentono velocità nella condivisione, nei processi decisionali e organizzativi. Ma, soprattutto, sono le titolari indiscusse della loro esperienza, che è diversa da quella di tante di noi più avanti negli anni. E’ da questa esperienza che prende corpo e sostanza la loro lotta politica, tanto intrecciata alla nostra, ma più impaziente, più carica di energia fisica che sembra senza limiti. E’ la forza della loro giovane età che si mette in moto per sé stesse e per noi tutte. E’ per quelle della mia generazione la garanzia di un futuro ancora femminista.

Questo movimento guarda avanti e dichiara di essere in un cammino lungo il quale la manifestazione di sabato è stata una tappa. Quali prospettive vedi e quali problemi?
Penso alla giornata di ieri (domenica 27 novembre, ndr), agli otto tavoli di approfondimento e confronto sui tanti modi della violenza maschile sulle donne, ad una presenza che ha di gran lunga superato le aspettative: più di mille iscrizioni e l’intera facoltà di Psicologia occupata. Penso al ricco dibattito, alla volontà espressa da tutte di voler continuare il percorso con l’obiettivo di scrivere per la prossima primavera un piano nazionale femminista contro la violenza maschile sulle donne. Penso alla forza, all’entusiasmo espresso infine nell’assemblea plenaria in un crescendo di voci e slogan e abbracci nell’aula magna strapiena dove si sono decisi i prossimi appuntamenti e si è lanciata la proposta di organizzare per l’8 marzo lo sciopero internazionale delle donne: un giorno senza di noi. Vedo con speranza che la frammentazione del movimento delle donne sta tentando una possibile ricomposizione senza egemonie, in una pratica politica plurale e orizzontale per cambiare radicalmente le nostre vite, le vite di tutti. Voglio credere che questa volta possa davvero accadere.

Autore: redazione Prostituzione, colpire il cliente per arginare il fenomeno. In Italia la legge è ferma in Parlamento mentre negli altri paesi i risultati arrivano

Si stima che in Italia ci siano tra le 75.000 e le 100.000 donne vittime della tratta per sfruttamento sessuale, il 65% e’ in strada, il 37% e’ minorenne, arrivano da Nigeria, Romania, Albania, Bulgaria, Moldavia, Ucraina, Cina. I clienti sono 9 milioni con un giro d’affari di circa 90 milioni di euro al mese. I dati sono diffusi dalla Comunita’ Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi nel 1968 che promuove la campagna di sensibilizzazione “Questo e’ il mio corpo” per chiedere al Parlamento di approvare la proposta di legge Bini che vuole punire il cliente dello sfruttamento sessuale.

“Per risolvere il problema della tratta bisogna agire sul fronte della domanda, lo diceva gia’ don Benzi”, ha detto Giorgio
Malaspina, referente nazionale della campagna. La proposta di legge e’ stata depositata alla Camera e su iniziativa della
senatrice Francesca Puglisi anche al Senato dove sono presenti diverse proposte che mirano invece alla legalizzazione. “Noi non
crediamo che sia quella la strada da seguire- ha proseguito Malaspina- Nei Paesi che hanno legalizzato il fenomeno non e’
diminuito. Penso, ad esempio, alla Germania, dove ci sono quasi 400.000 donne in strada, in gran parte straniere, e la
legalizzazione non ha ne’ riempito le casse dello Stato ne’ aumentato la sicurezza sanitaria”. La strada, insomma, e’ colpire
i clienti.

“Nei Paesi che l’hanno fatto, Svezia, Norvegia, Islanda e Francia il fenomeno non e’ scomparso ma si e’
ridimensionato- prosegue- La campagna chiede un impegno al Parlamento su questo fronte, ma mira a un cambiamento culturale e
di mentalita’. Se chiedi alle persone per strada, in tanti ti dicono che la soluzione sono le case chiuse, ma non e’ cosi’.Negli anni Cinquanta, Lina Merlin ha fatto una battaglia per chiuderle a favore delle donne, anche oggi serve una battaglia culturale”.

Fonte: agenzia direAutore: redazione Strage sul lavoro a Messina, Cgil: “Poletti cominci con il dare il buon esempio”

“Oggi piangiamo un numero inaccettabile di persone che hanno perso la vita mentre lavoravano, siamo vicini alle loro famiglie e pretendiamo giustizia e verita’ dalle autorita’ preposte. Il ministro Poletti, che ha invitato ad intensificare l’impegno per la prevenzione, cominci a dare il buon esempio: si puo’ completare la normativa sui porti, si possono intensificare e razionalizzare i controlli, si puo’ intervenire in maniera efficace e tempestiva”. Cosi’ Sebastiano Calleri, responsabile Salute e Sicurezza della Cgil nazionale, in seguito a quanto accaduto questo pomeriggio nel porto di Messina, dove quattro operai hanno perso la vita a bordo di un traghetto.

“Il settore dei porti e della navigazione- spiega Calleri- e’ uno di quelli in cui in Italia si registra un altissimo numero di incidenti di elevata gravita’. Cio’ e’ dovuto alle particolari lavorazioni che si effettuano e alle difficili condizioni in cui queste avvengono. Ma- conclude il dirigente sindacale- e’ inutile cercare di nascondere all’opinione pubblica che questo succede a causa di un insieme di misure volontariamente non applicate dai datori di lavoro e di una normativa per le attivita’ portuali farraginosa che, a ben nove anni dall’approvazione del D.Lgs 81, non risulta ancora attuata completamente”.