Trump, il populismo e la misura del consenso da: ilmanifesto.info

di Paolo Favilli

Pane e pace, il populismo socialista. Con The Donald la riflessione di oggi, come ai tempi della I Internazionale, dovrebbe ripartire dal controllo del mercato del lavoro

«Ci fu un momento più populista di quello in cui 99 anni fa qualcuno gridò ’pace e pane’»? Si tratta di un’affermazione di Pablo Iglesias, leader di Podemos (Publico.es, 9 novembre). «Trump ha vinto sulla base di due parole d’ordine che fecero il successo dei bolscevichi nel 1917: pace e pane». Così ha scritto su questo giornale (12 novembre) Leonardo Paggi. Mi sembra del tutto evidente che né Iglesias, né Paggi suggeriscano analogie forti tra Trump e Lenin. Entrambi usano l’analogia come iperbole concettuale, in grado di cogliere affinità tra contenuti assai diversi.

Dice ancora Iglesias: «Il populismo non definisce le opzioni politiche, ma i momenti politici». I populismi sono, per eccellenza, parametri di definizione e di svelamento delle crisi, in particolare di quelle di lungo periodo come l’attuale. Il populismo di Trump, e di tante sue varianti europee, ha certamente tratti parafascisti, ovviamente in contesti (e forme) del tutto diversi dal fascismo storico, ma ci mostra con chiarezza che non esistono possibilità di sbocchi della crisi a «sinistra» senza popolo.

È ancora particolarmente attuale la questione che il responsabile esteri del Partito comunista cinese pose a Bertinotti nel dicembre del 2005: «Mi spiegate come mai vista la vostra intelligenza, poi nel vostro Paese, quando andate alle elezioni prendete poco più del 5 per cento?». Ed oggi anche il 5% è un obbiettivo ambizioso. Ebbene, Paggi nel suo articolo è proprio di questo problema che parla.

Se la nostra sinistra da quel 5%, peraltro nemmeno garantito, vuole iniziare con coerenza e rigore il difficile percorso necessario per acquisire una forza reale, può farlo senza entrare in una comunicazione non monodirezionale con il popolo degli sconfitti dall’attuale fase di accumulazione del capitale? Senza partire dalle condizioni materiali di quel popolo e dagli effetti che quelle condizioni materiali hanno sui modi di espressione politica?

Per questo non basta la critica al neoliberismo e/o all’ordoliberismo, ma è necessario che questa critica coniughi gli aspetti generali dell’analisi con un ri-pensamento di alcune categorie interpretative di questo nostro presente. Ri-pensarle alla luce della possibilità di proposte politiche che siano chiaramente riferibili al complesso delle condizioni materiali di quel popolo che vorremmo ancora nostro.

Ed allora categorie come cosmopolitismo, europeismo, unità monetaria dell’Europa, forme di autonomia nazionale, vanno sottoposte al vaglio di una critica realistica, alla pietra di paragone degli effetti di disgregazione che la loro interpretazione dominante ha avuto sulla vita dei subalterni.

Paggi cita assai opportunamente Karl Polanyi a proposito della necessità di difendere umanità e democrazia dalle tendenze strutturalmente distruttive della società di mercato. Vorrei ricordare che Polany chiama «socialismo» tale azione di autodifesa.

Lo stesso fenomeno delle migrazioni deve essere pensato nella coniugazione delle forme del loro governo. È problema difficilissimo che scuote alle fondamenta la nostra ragione e la nostra coscienza. Ma non possiamo più permetterci di affrontarlo soltanto attraverso pur lodevoli petizioni di principio.

Per certi aspetti si ripropone oggi, in condizioni non certo paragonabili, il problema dell’incontro avvenuto nella seconda metà del XIX secolo, tra movimento operaio, socialismo, teorie critiche del capitalismo. Sarebbe il caso di non dimenticare che uno dei momenti iniziali di quel percorso, il momento fondamentale, fu la fondazione della I Internazionale. Alle origini del meeting tra organizzazioni operaie francesi e Trade Unions, confronto preliminare alla fondazione dell’Internazionale, fu la questione del controllo del mercato del lavoro, a partire dalle possibilità per le Unioni di impedire l’esportazione di lavoro francese (allora nella forma del crumiraggio) in Inghilterra.

Possiamo ignorare una questione, il controllo del mercato del lavoro, che è quasi consustanziale alle ragioni fondative dell’organizzazione operaia?

Fonte: il manifesto

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LE RAGIONI DI UN NO. Lettera aperta di alcuni docenti dell’Università di Calabria da: rifondazione comunista

LE RAGIONI DI UN NO

Lettera aperta di alcuni docenti del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Unical

contro la Riforma Costituzionale su cui si voterà nel Referendum del 4 dicembre

PERCHÉ QUESTA LETTERA APERTA. Siamo docenti del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria. Abbiamo deciso di scrivere questa lettera rivolta a tutte e tutti coloro che studiano e lavorano presso la nostra Università per esprimere preoccupazione nei confronti delle modifiche costituzionali che saranno oggetto del Referendum del 4 dicembre prossimo. È una preoccupazione che ci induce a votare e a chiedere di votare convintamente NO al quesito referendario. Vogliamo cercare qui di spiegare da dove nascono le nostre preoccupazioni e la nostra scelta.

Iniziamo col dire che non siamo contrari a ogni cambiamento della Costituzione. Del resto diverse modifiche (più o meno condivisibili) sono state apportate in passato, senza grande scandalo. Questa che ci viene proposta è, però, una modifica significativa, che cambia un terzo degli articoli della Costituzione e tutto l’impianto politico-istituzionale del Paese.

Noi riteniamo che non si debba cambiare tanto per cambiare: se il cambiamento è peggiorativo, meglio rifiutarlo. Non vale l’argomento che è meglio un cambiamento, anche se poco convincente, che il non cambiare nulla, almeno per il momento. La Costituzione non merita di essere cambiata se non si è più che certi di operare una scelta migliore. I cambiamenti sottoposti a Referendum ci sembrano peggiorativi. Non tutti, certo, ma purtroppo bisogna votarli in blocco: accettarli o respingerli tutti. E dunque voteremo NO. E vi spieghiamo i motivi della nostra scelta.

LA RIDUZIONE DEI COSTI DELLA POLITICA È PIÙ APPARENTE CHE REALE. La modifica più importante che si vuole apportare riguarda il Senato, il suo funzionamento, i suoi costi. Si dice che si vuol risparmiare sui costi della politica, perché i Senatori saranno ridotti a 95 (più 5 di nomina presidenziale) e non saranno pagati perché designati dai Consigli Regionali e scelti tra i loro membri (in numero di 74) e tra i Sindaci (in numero di 21). La Camera resta composta di 630 membri, con una sproporzione rilevante tra i due rami del Parlamento.  In questo modo l’obiettivo del risparmio viene raggiunto solo in minima parte (meno di un euro annuo per ogni cittadino italiano!), poiché il costo del Senato è dato soprattutto non dalle indennità dei parlamentari, ma dal costo dei palazzi, dei servizi, del personale, che resteranno tali e quali. Anche il “nuovo” Senatore, inoltre, comporterà un costo per la sua trasferta e la sua permanenza a Roma, nonché per l’esercizio delle sue funzioni (segreteria, assistenti, consulenti, ecc.).

LA RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI. La domanda sorge spontanea: non sarebbe stato molto meglio, allora, ridurre il numero sia dei Senatori che dei Deputati (rispettivamente 200 e 400, ad esempio, o anche meno, invece dei 730 parlamentari che permarranno se vincerà il “sì”), facendoli eleggere dai cittadini e non facendoli designare  dai Consigli Regionali, ovvero dai partiti? I Consigli Regionali, infatti, e non i cittadini, decideranno chi saranno i Senatori, scelti su base partitica. È vero che il governo ha promesso una legge che, non si sa in che modo, dia diritto ai cittadini di indicare i Consiglieri Regionali/Senatori. Ma perché non si è indicato questo meccanismo (comunque complesso) nel momento in cui si è ideato il nuovo Senato? In materie così delicate, di promesse generiche non ci si può fidare: ne va della democrazia.

PRIVILEGI E LIMITI DEI NUOVI SENATORI. La maggior parte dei Senatori avrà quindi almeno due lavori. Il primo sarà quello di Sindaco o di Consigliere Regionale, il secondo quello di Senatore. Inoltre i Sindaci delle città principali dovranno svolgere anche l’incarico di Sindaci della città metropolitana: tre lavori! Quanta disponibilità di tempo, quanta competenza avranno i nuovi Senatori per esercitare questo ruolo? Già oberati dal loro primo lavoro, il Senato sarà per molti solo occasione per una gita a Roma. Che però garantirà loro un privilegio importante: le prerogative di cui godono i parlamentari di fronte alla legge (limiti in materie di arresti, perquisizioni, intercettazioni). Poiché il ceto politico regionale non ha brillato per probità e onestà, non si può che guardare a ciò con preoccupazione.

SI SEMPLIFICHERÀ L’APPROVAZIONE DELLE LEGGI? È lecito dubitarne. Molte e importanti leggi dovranno essere approvate dal Senato (leggi costituzionali, di attuazione costituzionale, elettorali, che coinvolgono le autonomie territoriali, ordinamento comunitario, minoranze linguistiche e…trattati internazionali: perché questi ultimi siano prerogativa di Sindaci e Consiglieri Regionali è incomprensibile!). E basterà la richiesta di un terzo dei Senatori per richiedere la discussione di tutte le leggi. Se il “parere” del Senato su una legge sarà contrario a quello della Camera, la legge dovrà essere approvata da quest’ultima con maggioranza assoluta. Il passaggio di proposte di legge tra Camera e Senato non scompare del tutto.  In questo modo le opposizioni potranno bloccare o ritardare l’iter legislativo in misura maggiore di quanto accada oggi: si crea la possibilità di un nuovo tipo di ostruzionismo.

Moltissimi dei guasti attuali dunque restano. Anzi possono ampliarsi, poiché la Riforma Costituzionale è scritta così male, è così complicata (vi sono 12 diverse procedure possibili di approvazione di una legge!) che i ricorsi alla Corte Costituzionale si moltiplicheranno. Un gigantesco intasamento rischia di bloccare la macchina legislativa e della Corte.

UN RISCHIO PER LA DEMOCRAZIA? La somma di questa Riforma Costituzionale e della recente legge elettorale per la Camera (Italicum) ci fa temere di sì. Persino il Presidente Emerito Giorgio Napolitano, sostenitore della presente Riforma Costituzionale, ha chiesto di cambiare l’Italicum per rendere votabile la Riforma stessa. Perché l’Italicum prevede una rilevante premio di maggioranza al primo partito (col 25% dei voti si possono ottenere il 54% dei seggi della Camera) e di fatto la designazione di molti Deputati da parte dei “capi di partito” (con il voto bloccato sui capilista si avrebbe una Camera dei Deputati composta da molti “nominati” dai “capi di partito”). Se a costoro si sommano i Senatori nominati dai Consigli Regionali, ovvero dagli stessi partiti, ovvero dai “capi di partito”, si potrebbe avere una situazione in cui una sola persona – il Segretario del partito di maggioranza e Presidente del Consiglio –, controllerebbe  un numero rilevante di parlamentari (Deputati e Senatori) tale che essi, riuniti in seduta comune, potrebbero eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, mettere sotto accusa e far dimettere un Presidente della Repubblica in carica, eleggere un Consiglio Superiore della Magistrature e (per la Camera) una Corte Costituzionale graditi al Governo. Verrebbe meno il sistema dei contrappesi al potere dell’Esecutivo proprio di ogni democrazia.

Oggi il Governo promette una nuova legge elettorale. Ma sono promesse. Un domani, approvata la Riforma Costituzionale, una maggioranza governativa (non necessariamente l’attuale: al peggio non vi è fine) potrebbe approvare una legge elettorale a proprio uso e consumo. Per questo devono rimanere le attuali salvaguardie previste dalla Costituzione e va respinta la proposta di Riforma su cui siamo chiamati a votare. Le salvaguardie per la democrazia devono essere comprese nella Costituzione, non in leggi molto più facili da cambiare come le leggi elettorali.

L’ESAUTORAMENTO DEGLI ENTI LOCALI. Con la Riforma Costituzionale, solo lo Stato potrà decidere su materie quali, ad esempio, energia e infrastrutture strategiche. Ciò significa che per materie inerenti acqua, energia nucleare, infrastrutture come TAV e Ponte sullo Stretto, Regioni e Comuni – le istituzioni elettive più vicine ai cittadini – non avranno più potere.

LA SOVRANITÀ APPARTIENE AL POPOLO? In definitiva, questa Riforma della Costituzione ci sembra mal fatta e potenzialmente pericolosa. La riduzione dei Senatori, la loro designazione da parte dei partiti, unitamente al controllo della Camera dei Deputati da parte del “capo del partito”, permetteranno una concentrazione di potere senza precedenti, potenzialmente pericolosa se cadesse nelle mani sbagliate. Senza contare – fatto importante – che con la non elezione dei Senatori (il Senato continuerà a esistere, ma i Senatori saranno nominati e non eletti dai cittadini) la sovranità non apparterrà più al popolo, come richiede l’art. 1 della nostra Costituzione.

Per tutti questi motivi noi invitiamo a votare NO al referendum del 4 dicembre. Se vince il No non vi saranno conseguenze catastrofiche: si potranno cambiare alcune parti della Costituzione senza far correre rischi alla democrazia e si dovrà necessariamente varare una nuova legge elettorale, al posto del criticatissimo Italicum. Non si correggono limiti e insufficienze della Costituzione peggiorandola.

Il potere che la Riforma dà a un “capo di partito” potrebbe mettere quest’ultimo in grado di manomettere le garanzie democratiche e imboccare una strada senza ritorno. Per questo l’unica scelta possibile per noi è votare NO.

 

Michele BORRELLI, Francesco BOSSIO, Romeo BUFALO, Fortunato M. CACCIATORE, Alessandro CANADÈ, Giuseppe CANTARANO, Giovanna CAPITELLI, Donata CHIRICÒ, Benedetto CLAUSI, Pio COLONNELLO, Fabrizio COSTANTINI, Ines CRISPINI, Anna DE MARCO, Rocco DISTILO, Daniele DOTTORINI, Silvano FACIONI, Emanuele FADDA, Margherita GANERI, Emanuela JOSSA, Monica LANZILLOTTA , Guido LIGUORI, Giuseppe LO  CASTRO, Giorgio LO FEUDO, Luca LUPO, Bruna MANCINI, Marco MAZZEO, Rossella MORRONE, Fabrizio PALOMBI, Luca PARISOLI, Yuri PERFETTI, Marta PETRUSEWICZ, Egidio POZZI, Salvatore PROIETTI, Emilio SERGIO, Claudia STANCATI, Ciro TARANTINO, Attilio VACCARO, Antonella VALENTI, Gisele VANHESE.

Palermo 16 Novembre 2016 ANPI, CGIL e Istituto di Storia Patria

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15,30 deposizione di una corona al Palazzo delle Aquile presenti il presidente ANPI Nazionale Carlo Smuraglia, il sindaco Orlando, gli assessori, il segretario generale della Sicilia Pagliaro,il coordinatore ANPI regionale Terranova , il presidente ANPI Palermo Ficarra, delegazione ANPI Siciliane e tantissime associazioni fra cui il coro dei bambini.
Ore 16,30 presso Istituto Storia Patria Convegno Le ragioni del NO
Armando Sorrentino, Carlo Smuraglia, Michele Pagliaro , Nino Di Matteo