L’Anpi di Catania e il Coordinamento Democrazia Costituzionale di Catania hanno organizzato l’incontro con UMBERTO SANTINO, autore del libro “LA STRAGE RIMOSSA, LA SICILIA E LA RESISTENZA”.

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Hanno discusso  su RESISTENZA E COSTITUZIONE con l’autore
Santina Sconza presidente Anpi Catania
Gabriele Centineo

presso Salone
 in Via Luigi Capuana, 89 Catania
Martedì 29 novembre alle ore 18.00

Durante la presentazione è stata consegnata la tessera ad honorem ANPI ad Umberto Santino autore dell libro

Le motivazioni con le seguenti motivazioni: img_7606 img_7582 img_7583 img_7596 img_7604 non solo perchè abbia scritto il libro ma anche perchè la sua vita politica è stata sempre all’insegna della legalità, democrazia e lotta alla mafia.

Ricordiamo il suo impegno nella ricerca della verità sulla morte di Peppino Impastato, i numerosi libri scritti, i suoi articoli su diverse riviste fra cui Città d’Utopia e l’impegno continuo e costante da storico su vari argomenti ad es:I Fasci Siciliani.

Fonte: il manifestoAutore: Antonio Sciotto Renzi stoppa la nuova «tassa Airbnb”

Mai sia detto che Matteo Renzi possa mettere nuove tasse, soprattutto a tre settimane dal referendum: e così per ordine del premier potrebbe saltare la cosiddetta «norma Airbnb», quella che avrebbe dovuto imporre una cedolare secca del 21% sugli affitti delle abitazioni per pochi giorni. «Nessuna nuova tassa in legge di bilancio, nessuna. Nemmeno Airbnb. Finché sono premier io, le tasse si abbassano e non si alzano #avanti», ha twittato ieri mattina il presidente del consiglio.Polemico Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio, che fa notare che salti o no la presunta tassa – per il momento allo stadio di emendamento approvato in Commissione Finanze della Camera – in ogni caso l’azienda Usa continuerebbe a non pagare quanto dovuto in Italia: «Gli emendamenti ribattezzati “Airbnb” – spiega – non riguardano in realtà la multinazionale americana, che continua indisturbata a evadere il fisco, bensì consentono ai proprietari di casa di poter utilizzare la cedolare secca anche per affitti di breve periodo i cui introiti sono, solitamente, a nero». «La proposta – aggiunge – arriva da più gruppi parlamentari, a partire dal Pd, e ne riparleremo nei prossimi giorni in commissione Bilancio». Come dire, per esigenze propagandistiche, il premier ha silenziato una richiesta proveniente dallo stesso Pd.

«Al momento – conclude ironicamente Boccia – voglio rassicurare il presidente del Consiglio e segretario del mio partito, Renzi: Airbnb continuerà a non pagare le tasse nel nostro Paese nonostante l’incredibile business che fa qui da noi, esattamente come ha sempre fatto fino a oggi. Il tema digital tax continua a essere inspiegabilmente rinviato. E servirebbe affrontarlo una volta per tutte proprio per abbassare le imposte agli italiani che le pagano».

Anche il Movimento 5 Stelle chiede di non mettere in soffitta l’idea di una cedolare secca per gli affitti di pochi giorni, anche se avanza una proposta diversa: «Abbattiamo l’aliquota del 21% al 10% se si paga entro 60 giorni, diamo la possibilità alla piattaforma di fare sostituto di imposta e, senza imporre fantomatici registri, chiediamo che il ministero dell’Interno trasferisca i dati sugli alloggi all’Agenzia delle entrate», illustra il deputato pentastellato Daniele Pesco.

Intanto sono emerse alcune novità sull’Ape: chi accederà al prestito per l’anticipo della pensione non prenderà la tredicesima, così come è già previsto per Ape social e Naspi: il tutto – spiega il governo – per non rendere ancora più oneroso il successivo rimborso. Nel Dpcm che sarà pubblicato a gennaio dopo l’approvazione della legge di Bilancio sarà messo un tetto alla richiesta di Ape: del 95% della pensione certificata mensile nel caso di richiesta di anticipo di un anno, del 90% in caso di anticipo di due anni e dell’85% in caso di anticipo di tre anni.

Ecco la simulazione fornita da Palazzo Chigi: a fronte di una pensione certificata mensile netta di 1.286 euro (16.718 annui dato che le rate di pensione sono 13) si potrà ricevere per un anticipo di tre anni fino a 1.093 euro al mese (l’85% della rata mensile) ma questi saranno erogati per 12 mesi (prestito annuo di 13.116 euro). Su questo prestito si pagherà il 4,7% sulla rata di pensione per ogni anno di anticipo. Di fatto, a fronte di un prestito netto nel triennio di 13.116 euro si restituiscono in 20 anni, con rate di 208 euro per 13 mesi l’anno, 54.080 euro.

Nel caso illustrato la persona che ha preso il prestito per tre anni va in pensione con 1.078 euro netti al mese (invece di 1.286 dato che la rata è di 208 euro) per 13 mesi e quindi con 14.014 euro annui. La rata sconta l’alto premio assicurativo (il 29% del capitale) dovuto all’alto rischio di premorienza. Il prestito che può essere chiesto una volta compiuti i 63 anni, infatti, non ha garanzie reali e non si ripercuote sulla eventuale pensione di reversibilità ma va restituito tra i 66 anni e sette mesi e gli 87 anni e sette mesi, un’età superiore all’aspettativa di vita media. Dal governo ricordano che le mensilità sono 12 «perché si tratta di un prestito e non di una pensione» e che il tasso è vantaggioso perché il 50% dell’assicurazione e il 50% degli interessi sono a carico dello Stato. Si potrà chiedere anche solo per pochi mesi ed estinguere prematuramente senza costi.

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Fonte: il manifestoAutore: Guido Viale Stati Uniti. La rivalsa della supremazia maschilista

Spiegare la vittoria di Trump o l’avanzata delle destre xenofobe solo come una scelta di classi e ceti «dimenticati» urta innanzitutto con il dato, appurato, che a votare per entrambi non sono solo né principalmente i poveri e i declassati; e che anzi, come nella più classica delle analisi sociali, le adesioni ai loro programmi o, meglio, ai loro slogan, cresce col crescere del reddito e della posizione sociale – non con quello dell’istruzione – anche se sono certamente molto ampie tra le persone, qui soprattutto maschi bianchi, che sono vittime della globalizzazione e che rischiano di restare vittime di questa loro forma di ribellione Da alcuni decenni sono tornate a vedersi, prima nelle grandi città arabe e musulmane, poi anche in quelle europee e occidentali, donne velate come prima si potevano incontrare solo negli angoli più emarginati delle zone rurali.

Anche l’estensione della copertura a cui viene sottoposto il loro corpo, dal chador al niqab, al burka, per finire ai guanti, per impedire ogni possibile contatto con mani estranee, è andata crescendo – ben al di là di quanto possa essere ricondotto anche alla più rigida delle tradizioni – come segno della progressione di un riconquistato dominio dell’uomo sul popolo delle donne; un dominio che i contatti con la cultura occidentale, soprattutto dopo l’esplosione del femminismo negli anni ’70, stavano erodendo poco per volta.

Non era difficile riconoscere in questa inversione di tendenza il segno esteriore della rivalsa di una popolazione maschile, di fronte alla constatazione che né la decolonizzazione dei loro paesi, né la strada di un socialismo sui generis, in gran parte di impronta sovietica, né quella del nazionalismo arabo, e nemmeno quella dell’emigrazione in Europa avevano raggiunto i risultati promessi in termini di emancipazione, di diritti, di benessere.

La strada sbarrata dello sviluppo umano in tanti paesi ex coloniali e in tante comunità immigrate e discriminate stava spingendo, una dietro l’altra, le popolazioni che continuavano a subire il predominio della «civiltà» bianca occidentale a compensare questa loro subalternità imponendo alla «loro» altra metà del cielo, e in forme ben più visibili che non in passato, una subalternità altrettanto se non anche più spietata.

L’origine di questo cambio di rotta è di per sé sufficiente a spiegare, anche se non in modo esaustivo, la condivisione o l’accettazione di questa imposizione da parte di molte donne che indossano con orgoglio questi segni della loro subordinazione come manifestazione del rifiuto di tutto ciò che la «civiltà» occidentale ha cercato di imporre anche a loro.
Il fondamentalismo radicale ha poi fatto di questa riconquista dell’uomo sulla donna il centro della propria ideologia, della propria prassi (fino a giustificare lo stupro e la schiavitù delle donne estranee alle proprie comunità) e anche del richiamo nei confronti di giovani maschi alla ricerca di avventure. Per questo è già stato rilevato più volte che l’arma principale che può disgregare questa vera e propria minaccia per l’umanità, sia quando assume le forme e la consistenza di uno Stato, di un esercito, di una comunità chiusa, sia quando si manifesta nel moltiplicarsi delle iniziative stragiste in tutto il resto del mondo, non può che essere la decisione delle donne di queste comunità di riprendere in mano il loro destino; ovviamente nelle forme che loro stesse decidono di adottare, anche in considerazione dei pesanti vincoli a cui sono sottoposte, e che non coincidono necessariamente con quelle che molti di noi desidererebbero.

Certamente l’esempio che viene dalle aree liberate della Siria curda come il Rojava, e che non si limita solo alla partecipazione delle donne alla guerra di liberazione, ma investe tutti gli ambiti della vita associata, è quello che a noi risulta più chiaro ed efficace. Ma non è detto che sia il solo e che altre strade non possano essere percorse, senza pretendere che il primo passo in questa direzione sia quello di «togliersi il velo».

Ma che ne è dalle nostre parti? Quelle dell’uomo bianco occidentale? Tanto è facile – o sembra – fare l’antropologia delle altrui culture quanto è difficile riconoscere nella nostra i segni vistosi di processi analoghi, che pure sono sotto gli occhi di tutti. Così, prima ancora di individuarvi una manifestazione del rancore della popolazione bianca declassata dalla globalizzazione contro le rispettive élite, ci si dovrebbe chiedere se l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, come l’«irresistibile» avanzata di tanti movimenti xenofobi e di destra nei paesi dell’Unione Europea, non siano innanzitutto manifestazioni di una rimonta di maschilismo, non nelle forme bigotte e cupe imposte dal fondamentalismo islamico, ma in quelle volgari, sboccate e persino pornografiche che da tempo covano sotto la coltre del cosiddetto «politicamente corretto».

Spiegare la vittoria di Trump o l’avanzata delle destre xenofobe solo come una scelta di classi e ceti «dimenticati» urta innanzitutto con il dato, appurato, che a votare per entrambi non sono solo né principalmente i poveri e i declassati; e che anzi, come nella più classica delle analisi sociali, le adesioni ai loro programmi o, meglio, ai loro slogan, cresce col crescere del reddito e della posizione sociale – non con quello dell’istruzione – anche se sono certamente molto ampie tra le persone, qui soprattutto maschi bianchi, che sono vittime della globalizzazione e che rischiano di restare vittime di questa loro forma di ribellione.

Che l’adesione alle prospettive xenofobe e razziste di questi schieramenti abbia molto a che fare con un desiderio di rivalsa nei confronti delle «proprie» donne, e delle donne in generale, è evidente vedendo che la candidatura alla Casa Bianca di una donna ha creato molta diffidenza in tutti le componenti dell’elettorato statunitense, anche se Hillary Clinton si è giocata la carta del genere solo nella parte finale della sua campagna elettorale. Ma l’indizio maggiore di questa volontà di rivalsa tra l’elettorato maschile di tutte le classi – e anche tra quello femminile che vede nella liberazione della donna dai vincoli patriarcali una minaccia per la stabilità della propria collocazione familiare – è il fatto che a sostegno di Trump siano scesi in campo, come a suo tempo con Berlusconi, i settori più estremisti del fondamentalismo cristiano: soprattutto protestante negli Usa, o cattolico – quello di Comunione e Liberazione, ma non solo – in Italia.

Ma lo stesso succede in molti altri paesi dell’Europa, soprattutto dell’Est. Non c’è stato un semplice «passar sopra» ai vizi conclamati dei loro leader, bensì il riconoscimento, forse inconsapevole, che l’ostentato maschilismo del leader, e non solo suo, è la conferma della riconquista di un potere maschilista e patriarcale sulle donne, che funziona innanzitutto come risarcimento per la perdita di diritti, di benessere e di potere nella vita «globalizzata». Il senso di questa rimonta del maschilismo è confermata dall’aumento verticale dei femminicidi: il Kukluxklan del maschio che lincia la «propria» donna disobbediente.

Per questo razzismo e maschilismo risultano intrecciati anche nel nostro occidente e l’affermazione di uomini come Trump, o l’avanzata dei suoi omologhi europei recano il segno del ripiegamento verso un fondamentalismo occidentale – dove molta parte del cristianesimo, quella non a caso avversa al magistero ecumenico di papa Francesco, gioca un ruolo identitario fondamentale – nei cui confronti la partita decisiva non si potrà giocare senza una vigorosa ripresa del movimento femminista.

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Fonte: il manifestoAutore: Fabrizio Tonello USA. La fine dell’illusione democratica

In un raro momento di sincerità durante la campagna elettorale Hillary Clinton ha detto: «I am not a born politician, like my husband and president Obama», non sono un politico nato, come mio marito e Obama. In effetti è vero: sia Bill Clinton che Barack Obama sono due leader che entrano immediatamente in sintonia con le folle, piccole o grandi, che lo ascoltano: di cosa siano capaci lo abbiamo visto infinite volte.Hillary Clinton non ha questo talento ma è una che ci prova, che non molla mai, che lavora 16 ore al giorno e che, presentandosi come il candidato della continuità in un anno in cui il 53% degli americani voleva il cambiamento, ha comunque preso più voti del suo avversario. Solo l’antidemocratico sistema elettorale, non la volontà della maggioranza degli elettori, ha consegnato la presidenza a Trump sottraendola a lei. Checché ne dicano molti commentatori, il problema non era il candidato ma il partito.

E il partito, oggi, non ha leader, non ha programma, non ha una visione del mondo su cui riconquistare la maggioranza degli americani. Il solo fatto che nei pettegolezzi post-elezioni si parli di Michelle Obama come possibile candidato alla presidenza nel 2020 è il sintomo di una crisi ideale profonda. Erano i paesi del terzo mondo quelli dove governavano le dinastie politiche: in Argentina la moglie di Nestor Kirchner dopo la sua morte, in Pakistan il marito di Benazir Bhutto dopo il suo assassinio, in India Sonia Gandhi come leader del partito dopo la scomparsa del marito Rajiv (a sua volta figlio di Indira Gandhi e quindi nipote di Nehru). Oggi il partito democratico negli Stati Uniti sono le due dinastie politiche Clinton e Obama, dietro di loro non si vedono leader alternativi.

Quindi le colpe della dinastia Clinton, e sono molte, non possono assolvere l’attuale presidente: le elezioni di martedi scorso sono state un referendum sui suoi otto anni di governo assai più che su Hillary. E il bilancio che Obama lascia agli americani non è entusiasmante. Come questo giornale ha scritto infinite volte, i suoi molti meriti non possono nascondere i problemi che lascia al successore. Sostanzialmente, l’immenso capitale politico del 2008 è stato investito interamente su una riforma sanitaria a base privatistica, che ha razionalizzato ma non intaccato, anzi aumentato, il potere delle assicurazioni private e delle lobby farmaceutiche.

Molte sono le cose che Obama non ha potuto fare per l’ostruzionismo repubblicano, dalle infrastrutture bisognose di intervento alla transizione a un’economia più verde, molte sono state fatte usando dei poteri della presidenza, dalla parziale chiusura di Guantanamo agli accordi con Iran e Cuba, ma per l’Americano delle aree rurali che ha votato Trump il bilancio è modesto, se non negativo.

La perdita di consensi in Ohio, in Michigan e in Wisconsin non è dovuta solo alla propaganda dei repubblicani o alla xenofobia e al razzismo dei bianchi senza educazione universitaria: è il frutto del sentimento di abbandono di larghe fasce di popolazione che non hanno beneficiato della globalizzazione che ha portato ad aprire un ristorante di sushi in ogni isolato a San Francisco o a New York. Chi vive a Youngstown, un tempo città operaia e bastione del partito democratico, in realtà trae vantaggio dai bassi prezzi dei supermercati Wal-mart, zeppi di prodotti cinesi, ma questo è molto meno politicamente comprensibile di quanto non sia la perdita di posti di lavoro creata dalla globalizzazione.

La crisi del partito, quindi, è una crisi che viene da lontano, dalla perdita di parte delle sue basi sociali, inevitabile corollario dell’accettazione delle politiche neoliberiste che hanno avvantaggiato alcuni e svantaggiato altri, in una frattura che è prima di tutto geografica tra città e campagne, tra America costiera e praterie. Obama, con il suo carisma,la sua intelligenza, la sua retorica, ha mascherato una crisi dei democratici che viene da lontano, dalle scelte di subalternità alle politiche di Wall Street e del Fondo Monetario. Obama ha fatto credere al mondo, e a metà degli americani, che il partito democratico fosse il partito della pace e del benessere ma non era così e queste elezioni sono semplicemente state la ratifica della fine di un’illusione.

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Autore: fabrizio salvatori Referendum 4 dicembre, sul voto degli italiani all’estero il “Comitato per il No” pronto alle vie legali da: controlacrisi.org

«Man mano che emergono i particolari e i contorni, la lettera inviata da Renzi agli elettori italiani all’estero pone problemi seri e preoccupanti. Il ricorso alla magistratura in tutte le sedi possibili è a questo punto inevitabile per cercare di ottenere giustizia e il ripristino della parità di condizioni per il sì e per il no in campagna elettorale».

In una lunga nota, il vice presidente del Comitato per il No, Alfiero Grandi, torna a prendere posizione in merito alla lettera inviata dal presidente del Consiglio agli italiani all’estero, annunciando dunque che saranno compiuti passi legali. Emerge, per esempio, «che il Comitato popolari per il No presieduto dall’on Gargani aveva chiesto gli elenchi degli elettori italiani all’estero ricevendo solo i nomi senza indirizzi e/o mail. Per questo il nostro Comitato per il No aveva deciso di non procedere con analoga richiesta. Ora scopriamo che il Presidente del Consiglio attraverso il Comitato per il sì ha ottenuto quello che al fronte del no è stato negato avendo così la possibilità di inviare la sua lettera-spot che fa esplicita propaganda per il sì».

«Qui c’è un problema serio – afferma Grandi – Il Ministro degli Interni dovrà spiegare perché ha usato due pesi e due misure. Inoltre andrà accertato se questo non configura più reati concorrenti tanto più gravi perché avvenuti in campagna elettorale».
Inoltre, prosegue Grandi, «stampare e inviare 4 milioni di lettere all’estero ha un costo rilevante: ci sono state entrate impreviste? O è ntervenuto l’aiuto disinvolto di una qualche struttura pubblica?»
«Il ricorso alla magistratura in tutte le sedi possibili – conclude Grandi – è a questo punto inevitabile per cercare di ottenere giustizia e il ripristino della parità di condizioni per il sì e per il no in campagna elettorale».