Referendum, a 92 anni partigiana in prima linea per il No «C’ero per la Costituzione e non fu disegno di una parte» da: meridionews.it

Flavia Musumeci 11 Novembre 2016

Politica – Lidia Menapace è pacifista e femminista. Ospite a Catania per un incontro sulla riforma costituzionale, spiega a Meridio perché, secondo lei, questa campagna debba avere una connotazione di genere. La sconfitta di Clinton? «Si è comportata come un uomo. E non basta per sconfiggere il patriarcato»

Per parlare di donne e referendum costituzionale è arrivata ieri a Catania Lidia Menapace. Partigiana classe 1924, tra le voci più importanti del femminismo italiano. Ha un passato da giovane staffetta della Resistenza per il Comitato Nazionale di Liberazione di Novara, e la Costituzione italiana l’ha vista scrivere. Ha rifiutato il grado di sottotenente che hanno tentato di attribuirle dopo la guerra di liberazione, ed è stata attivamente pacifista, proponendo nel 2001 la Convenzione permanente di donne contro tutte le guerre. Eletta al Senato nel 2006 nelle liste di Rifondazione Comunista, oggi si definisce «una vecchia professoressa in pensione», la prima a mettere l’accento sull’importanza del linguaggio «sessuato» come strumento fondamentale contro il sessismo. All’incontro, promosso dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale di Catania, è tra le portavoce di Partigiane per il No.

Perché la necessità di un fronte femminile per il No al referendum costituzionale? La battaglia sulla riforma è una scelta politica che può avere una connotazione di genere?
«Una compagine femminile all’interno del fronte per il No è necessaria. Questa revisione della Costituzione (non parlerei di riforma), offre un impianto centralistico del potere, attraverso la redistribuzione delle competenze tra Stato e regioni. Per le donne, invece, è importante che il potere politico sia diffuso e capillare perché solo così può essere accessibile a tutti. Una donna vede ridotte le sue possibilità di accesso alla politica se è lontana dal centro del potere».

L’incontro di questa sera è, nelle intenzioni degli organizzatori, un’occasione per dare una risposta al recente intervento della ministra Maria Elena Boschi che non ha riconosciuto l’esistenza di Donne per il No. Cosa risponde alla ministra Boschi?
«Ho già dato una risposta alla ministra Boschi. Sono una vecchia prof in pensione e le ho detto: ragazza, studia un po’ di storia che non ti farà male».

L’obiettivo del confronto è anche quello di contestualizzare l’evento referendario nell’attuale momento storico nazionale e internazionale, fuori dalle specifiche questioni giuridiche.
«A livello nazionale posso ribadire che questa non è una buona riforma. Io c’ero quando la Costituzione è stata scritta e a quel tempo il dibattito fu molto diffuso. In questo caso invece, il processo di riforma non è condiviso, è frettoloso ed è il disegno di una sola parte politica».

A proposito di donne e potere, probabilmente Hillary Clinton non ha perso la corsa alla presidenza degli Stati Uniti perché donna. Ma la vittoria del suo avversario ha tradito un sogno di emancipazione che da personale è diventato globale. Non siamo pronti ad attribuire un ruolo così importante a una donna?
«Essere donna, per quanto emancipata, non basta. Quello che è importante è avere piena coscienza di sé come donne, non imitare gli uomini. Hillary Clinton si è comportata come un uomo, solo con più garbo e con più eleganza. Ma questo non basta per sconfiggere il patriarcato. Serve un femminismo trasparente, deciso e consapevole, non imitazioni».

Il fatto che sia prevalso un uomo che con il suo linguaggio ha dimostrato di avere bassa considerazione e rispetto del mondo femminile ci dice che la questione di genere soccombe di fronte ai temi del lavoro e della povertà?
«L’elezione di Trump è un’involuzione della politica internazionale. Per Trump hanno votato anche gli operai di sinistra, ma un operaio che non ha coscienza di classe è solo un dipendente. In Europa ci sono invece movimenti di lotta da parte dei lavoratori e la nostra coscienza di classe non è stata sepolta come negli Stati Uniti».

La Corte Costituzionale ha recentemente stabilito che i figli potranno portare il cognome della madre. Che cambiamento comporterà dal punto di vista sociale?
«È sicuramente una cosa positiva per chi vuole farlo, ma non è una rivoluzione. C’è ancora molto da fare».

È diffuso il tentativo di scrittrici e giornalisti di sessuare le parole e renderle al femminile anche quando nella lingua italiana non è previsto. Perché è una battaglia così cara alle femministe? Una rivoluzione semantica può diventare uno strumento utile contro il sessismo?
«È una lotta fondamentale. Il linguaggio deve essere inclusivo. Chi non è nominato non esiste, le parole sono simboli. Chi se ne importa se nella lingua italiana medica, avvocata e sindaca non esistono? Se non ci sono le inventiamo. La nostra è una lingua viva, è alle lingue morte che non si può aggiungere più nulla. Inventiamo tutti i femminili possibili, in modo che le donne non debbano tenere su la maschera da uomini».

Cosa resta ancora da fare?
«Oggi del movimento femminista resta poco. Le donne devono recuperare una piena coscienza di sé e del femminismo. È questa la priorità, tutto il resto verrà di conseguenza».

Prepariamoci all’impeachment da: huffngtonpost.it

1. Bisogna formare un movimento d’opposizione come non se ne vedevano dagli anni ’60, e bisogna farlo velocemente quanto risolutamente.

Dal canto mio farò il possibile per dare una mano a indirizzarlo, così come certamente tanti altri (Bernie, Elizabeth Warren, MoveOn, la comunità dell’hip-hop, la DFA, etc.). Lo zoccolo duro di questa forza d’opposizione sarà formato da tutti quei giovani che, com’è stato dimostrato da Occupy Wall Street e Black Lives Matter, non tollerano le “st…”, e sono implacabili nel resistere all’autorità. Cioè coloro che non hanno alcuna intenzione di scendere a compromessi con razzisti e misogini.

2. Prepararsi all’impeachment di Trump.

Così come i repubblicani si stavano preparando a fare dal primo giorno di presidenza di Hillary, dovremo organizzare un apparato in grado di raccogliere i capi d’accusa nei suoi confronti non appena violerà il suo giuramento e infrangerà la legge – dopodiché dovremo revocargli il mandato.

3. Impegnarsi tassativamente fin d’ora a una lotta vigorosa (che includerà, ove necessario, la disobbedienza civile) sbarrando la strada a qualsiasi candidato di Donald Trump alla Corte Suprema che non incontri il nostro consenso.

Dai democratici in Senato pretendiamo un’aggressiva opera d’ostruzionismo nei confronti di qualsiasi candidato che sostenga Citizens United o che sia contrario ai diritti delle donne, degli immigrati e dei poveri. Questo punto non è negoziabile.

4. Pretendere che il Comitato Nazionale Democratico porga a Bernie Sanders le proprie scuse…

…per aver cercato di truccare le primarie a scapito suo, per aver spinto la stampa a ignorare la sua campagna elettorale di portata storica, per aver fornito alla Clinton un’anteprima delle domande che sarebbero state poste durante il dibattito di Flint, per quella sua latente discriminazione nei confronti dell’età e per l’antisemitismo dimostrati dal tentativo di convincere gli elettori a votargli contro in nome dell’anzianità o delle convinzioni religiose, nonché per quel suo sistema antidemocratico dei “superdelegati”, che non vengono eletti da nessuno.

Adesso lo sappiamo tutti che, se gliene fosse stata onestamente data la possibilità, con tutta probabilità il candidato sarebbe stato Bernie, e lui — il vero outsider e candidato del “cambiamento” — sarebbe riuscito a ispirare e accendere gli animi della base, infliggendo una sonora sconfitta a Donald Trump. Laddove il DNC non si profondesse in mille scuse, andrebbe bene comunque — quando conquisteremo il Partito Democratico (vedi la lista di ieri al punto numero uno), saremmo noi a porgergliele di persona, le nostre scuse.

5. Pretendere che il presidente Obama istituisca un procuratore speciale…

…per indagare su chi e cosa c’era dietro alle interferenze illegali esercitate dal direttore dell’FBI James Comey nelle elezioni presidenziali a soli undici voti dalla consultazione.

6. Intraprendere un’opera di pressione a livello nazionale, fin tanto che la ferita è ancora aperta, per una riforma costituzionale che sani il nostro sistema elettorale guasto.

1. Eliminare il collegio elettorale — solo voto popolare.

2. Solo urne con voti cartacei — niente voto elettronico.

3. Il giorno delle elezioni dovrà essere festivo per tutti — oppure dovrà esser fissato durante i fine settimana, per permettere a un numero maggiore di persone d’esprimere il proprio voto.

4. Tutti i cittadini, indipendentemente dai loro trascorsi col sistema “giudiziario” penale, dovranno avere il diritto di votare. (Negli swing state come Florida e Virginia la legge proibisce il voto al 30-40 percento di tutti gli uomini di colore).

7. Convincere il presidente Obama a fare immediatamente ciò che avrebbe già dovuto fare un anno fa.

Inviare il genio militare a Flint per rimuovere e sostituire le tubature tossiche. Non è cambiato niente; a Flint l’acqua è ancora inutilizzabile.

Proverò a metterle in atto prima del tramonto. Domani altre commissioni…
Questo blog è stato pubblicato su www.huffingtonpost.com e tradotto da Stefano Pitrelli.

Autore: fabrizio salvatori Filippine, i vescovi contestano la decisione di seppellire il dittatore Marcos nel cimitero degli eroi da: controlacrisi.org

I vescovi filippini contestano oggi la decisione della Corte suprema che consentira’ di seppellire il feretro del dittatore Marcos nel “cimitero degli eroi” di Manila (Libingan ng Mga Bayani), nonostante le numerose petizioni popolari contro la decisione del governo.
“La sepoltura e’ un insulto e una presa in giro alla nostra lotta per riportare la democrazia nel Paese- ha affermato l’arcivescovo Socrates Villegas, presidente della Conferenza episcopale delle Filippine- Siamo perplessi, feriti e molto addolorati”. Secondo il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte questa decisione portera’ “guarigione” tra i filippini ma i vescovi ritengono invece che non contribuira’ alla pace e all’unita’ nel Paese. “La giustizia- ha precisato monsignor Villegas- richiede il riconoscimento del male fatto alle persone e la restituzione alle vittime”.
Dalla sua morte nel 1989 c’e’ stata sempre una forte opposizione alla sepoltura di Marcos nel “cimitero degli eroi”, a causa degli abusi e delle violazioni dei diritti umani commesse durante gli anni della legge marziale. I vescovi ricordano che il dittatore ha torturato e ucciso molte persone: “Ha tolto a molti poveri anche l’essenziale, mentre la famiglia e i compari si arricchivano- ha precisato il vescovo- Noi non dimentichiamo” e “non permetteremo che questo accada nelle future generazioni, perche’ non si ripeta piu’ la mano dura dell’oppressione”. Questa decisione, ha ribadito, “e’ un altro passo per costruire la cultura dell’impunita’ nel Paese. Marcos non e’ un eroe! E non dovrebbe essere presentato come tale”.
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Autore: fabrizio salvatori Le ragioni del No. Assemblea-convegno con Cremaschi e Vasapollo all’Isfol in Corso d’Italia da: controlacrisi.org

 

Dopo il successo delle giornate di sciopero mobilitazione del 21 e 22 ottobre contro la riforma costituzionale e le politiche renziane, prosegue l’ impegno dell’USB per il NO al referendum costituzionale.
Numerosi comitati per il No che si sono costituiti in tanti luoghi di lavoro, fra cui non potevano mancare quelli degli Enti Pubblici di Ricerca, sorti per iniziativa dell’ANPI provinciale di Roma e dell’USB Ricerca: nell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), nell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), nell’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori (ISFOL) e nel Consiglio per la Ricerca in Agricoltura (CREA).Il comitato per il NO dell’ISFOL/CREA organizza l’assemblea-convegno “LE RAGIONI DELL’OPPOSIZIONE ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE”, che si terrà il 23 novembre prossimo dalle ore 10.00 presso l’auditorium dell’ISFOL, in Corso d’Italia 33 a Roma.
Interverranno:
Tina Costa – staffetta partigiana
Giorgio Cremaschi – Forum Diritti/Lavoro
Carlo Guglielmi – Forum Diritti/Lavoro
Laura Ronchetti – costituzionalista
Viviana Ruggeri – Coordinamento nazionale USB P.I. Ricerca
Luciano Vasapollo – docente Analisi dati economia applicata, Università La Sapienza“Nel rilanciare l’opposizione sociale e sindacale allo stravolgimento della Costituzione, al Governo Renzi, all’Unione Europea e alle politiche di austerità e di rapina dei grandi gruppi economici e finanziari – si legge in una nota del sindacato – anche il settore della Ricerca pubblica offre il suo contributo, opponendosi in ogni modo a questo Governo che tenta di ‘addomesticarla’ alle proprie esigenze per svuotarne il valore di bene comune”.

“Durante l’assemblea–convegno – spiega Viviana Ruggeri, del coordinamento nazionale USB P.I. Ricerca – si sosterranno le ragioni del No da diverse prospettive, a partire dalla partigiana Tina Costa, che ha speso la sua vita a difesa della Costituzione, le cui radici poggiano nella lotta e nella Resistenza antifascista, sino alle testimonianze di esponenti del mondo sindacale conflittuale, del diritto e dell’economia, ritenendo che la nostra Repubblica debba ancora fondarsi sul lavoro e sui diritti sociali e non diventare il sistema dei voucher e del Jobs act”.

“La scelta della sede non è casuale – evidenzia la sindacalista – perché la Riforma costituzionale impatterà in maniera rilevante anche sul futuro dell’ISFOL, i cui dipendenti, a seguito dell’eventuale accentramento delle competenze in materia di politiche di lavoro, saranno trasferiti in modo coattivo alla nuova Agenzia per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), perdendo dunque l’unico ente di ricerca pubblico in grado di smascherare i reali effetti del Jobs act”, conclude Ruggeri.

Se viene l’uomo nero. L’elezione di Trump e il costituzionalismo da: rifondazione comunista

di Domenico Gallo

L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti ha squarciato la tela della narrazione di quelli che – accecati dal pensiero unico – ci dicono che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Noam Chomsky ci aveva avvertito: se Trump sarà eletto sarà un disastro per il genere umano.
Speriamo di no, perché, dopo l’Isis, è difficile immaginare un panorama internazionale ancora peggiore di quello che stiamo vivendo. Tuttavia la storia ci insegna che, quando un istrione bugiardo, razzista e megalomane si impadronisce della guida di un paese potente sul piano economico e militare, si crea una situazione molto pericolosa.
E’ facile prevedere che per gli Stati Uniti si annuncia un periodo nero perché i poteri del nuovo Presidente non troveranno argini né nel Congresso, nel quale la maggioranza appartiene allo stesso partito del Presidente che – per Costituzione – è capo del potere esecutivo, né nella Corte Suprema, nella quale Trump potrà inserire un Presidente di suo gradimento. Negli Stati Uniti non c’è distinzione fra lo Stato ed il Governo, gli impiegati pubblici sono al servizio del Governo, non dello Stato. Ogni volta che viene eletto un nuovo Presidente, cambiano gli ambasciatori in tutto il mondo perché essi non sono i rappresentanti dello Stato americano, sono i rappresentanti del Governo.
E’ facile prevedere che le timide riforme sociali introdotte da Obama saranno cancellate e che da domani la polizia sarà ancora più libera di sparare ed uccidere gli afro-americani, come accade già adesso, senza che nessuno si prenderà la briga di processare quegli agenti che aprono il fuoco ingiustificatamente, dal momento che l’azione penale non è obbligatoria e i prosecutors dipendono dalla politica. E’ facile prevedere che cresceranno le discriminazioni e le violenze nei confronti di immigrati, musulmani ed emarginati perché, come avveniva in Germania negli anni ’30 del secolo scorso, la politica ha bisogno di un capro espiatorio verso il quale orientare il malessere popolare e non ci sono garanzie che tengano.
Tuttavia, se l’America piange, l’Italia non ride, la crisi non perdona. Oggi la sfiducia verso le istituzioni politiche ed i partiti che le governano è massima. Al punto che persino quelli che governano ricorrono al populismo ed all’antipolitica per mantenere il consenso.
Non possiamo escludere che, in un futuro non molto lontano, anche in Italia venga fuori dalle urne un uomo nero: anzi ce ne sono già molti in lista d’attesa.
In realtà qualunque nazione nel suo percorso storico può attraversare periodi oscuri. Le Costituzioni sono state scritte proprio per prevenire i danni che possono derivare dall’avvento di forze politiche cariche di valori negativi.
Le Costituzioni sono scritte per i demoni, non per gli angeli, devono porre dei freni e dei limiti all’esercizio dei poteri pubblici per tutelare la libertà ed i diritti fondamentali dei cittadini. Da questo punto di vista la Costituzione italiana è di una chiarezza esemplare, ogni potere è soggetto ad un sistema di pesi e contrappesi e tutti coloro che esercitano i poteri sono soggetti al controllo di legalità effettuato da una magistratura indipendente. Questa impostazione antitotalitaria, frutto della lezione della Resistenza e dell’antifascismo, in questo momento è sotto attacco e viene fortemente pregiudicata dalle riforme istituzionali in corso. Attraverso la riforma costituzionale, la riforma elettorale, la riforma della Rai e della Pubblica Amministrazione, viene fuori un sistema in cui tutti i principali poteri sono concentrati nella mani di un capo politico che ha in pugno il potere legislativo e quello esecutivo, controlla la televisione pubblica ed ha in mano le carriere di tutti i dirigenti dello Stato. Quando dalle urne dovesse uscire anche in Italia un uomo nero, non ci saranno più pesi e contrappesi che possano arginare le sue pulsioni autoritarie.
Per fortuna i Padri Costituenti nella loro immensa saggezza ci hanno consegnato uno strumento per mettere in sicurezza la Costituzione di fronte alle bizzarrie della politica: il referendum.
L’avvento dell’era Trump è un campanello d’allarme per metterci in guardia contro i pericoli di una deriva autoritaria. Un motivo in più per bocciare una riforma che vuole dare più potere a chi esercita il potere.

Comunicato Stampa de presidente Carlo Smuraglia: L’ANPI non ha cacciato, non caccia e non caccerà nessuno che dissenta dalla linea approvata in materia referendaria (favorevole al NO).

Il documento del Comitato Nazionale del 24 maggio u.s. dice chiaramente che il dissenso è libero, che nessuno sarà punito per il fatto di avere un’opinione diversa da quella espressa dall’Associazione; peraltro si raccomanda vivamente di non compiere atti palesemente contrari alla linea. Una raccomandazione, dunque, che dovrebbe essere intesa sulla base della correttezza e della ragionevolezza. Tant’è che la campagna referendaria è in corso da mesi e nulla è accaduto da nessuna parte.

 

A prescindere dalle concrete modalità con cui si è svolta la vicenda “Puppato” (forse si farebbe bene a cercare un chiarimento con gli organismi competenti, anziché sollevare subito un caso sulla stampa), sta di fatto che un parlamentare è pacificamente libero di fare campagna per il SÌ, anche se iscritto all’ANPI. Deve solo evitare di esibirlo ed agire e fare la sua propaganda come parlamentare e come – eventualmente – membro del PD.

 

Non credo sia chiedere troppo; e per risolvere ogni problema dovrebbe bastare il senso di appartenenza e di fratellanza che unisce tutti gli aderenti alla nostra Associazione. In ogni caso, finiamola una buona volta con questa storia dei cacciati, esclusi, espulsi, ecc, che semplicemente non esiste se non a livello di provocazione.

 

L’ANPI sta rigorosamente aderendo al documento del 24 maggio, che qui si riporta nel punto essenziale più volte richiamato: “Abbiamo sempre affermato che la nostra è un’Associazione pluralista, per cui è normale anche avere opinioni diverse. Altra cosa, però, sono i comportamenti. Ovviamente, non sarà “punito” nessuno per aver disobbedito, ma è lecito chiedere, pretendere, comportamenti che non danneggino l’ANPI e che cerchino di conciliare il dovere di rispettare le decisioni, con la libertà di opinione”.

 

Carlo Smuraglia

Presidente Nazionale ANPI

 

Milano, 11 novembre 2016