La vittoria Di Donald Trump presidente degli Usa ci deve far riflettere di Santina Sconza

In quasi tutta l’Europa la destra vince e negli Stati Uniti vince colui che rappresenta l’estrema destra, la divisione del partito democratico, la candidatura di una donna che si presenta con il cognome del marito, ci fa capire che la politica in America non si trasmette più da padre e figlio o da marito e moglie ma che è diventata patrimonio di tutti gli americani.
Hanno sbagliato a votare, hanno votato per Trump ma hanno rotto quel” modus vivendi “che esiste sia nel partito democratico che in quello repubblicano che la politica è elittaria e che si trasmette da famiglia a famiglia.
Chi pagherà la vittoria di Trump non sicuramente i ricchi ma gli ispanici, gli afroamericani, la popolazione che ha bisogno della sanità pubblica cioè i più deboli.
Ciò che è accaduto in America ci deve far riflettere basta litigi all’interno di una sinistra che in Italia non rappresenta più nessuno, quanti partiti ci sono? Rifondazione, PCI, Sinistra Unita, SEL e tante altre sigle e mi chiedo ma quanti votano portano?
Io vi chiedo non credete nei sondaggi che affermano la vittoria del NO al referendum
Sapete cosa faccio? prendo l’elenco telefonico e telefono alle persone per spiegare perchè bisogna votare No, suono alla porta di chi conosco e chiedo se possiamo parlare, poche riunioni ma fatti
Oggi sono distrutta perchè so che cosa significa la vittoria di Trump
Un caro saluto
Santina Sconza

Libro: Scippo di stato da : rifondazione comunista

Scippo di Stato

Maria R. Calderoni

 

Mi dico, forse ho sbagliato libro, sto forse leggendo Dan Brown, che so, o Stephen king, mica sto rileggendo “La scala a chiocciola”? No no, è proprio questo il libro che sto leggendo: autore Daniele Martini, titolo “Scippo di Stato“, sottotitolo “Così ci hanno rubato strade, ferrovie, Poste e servizi essenziali” (PaperFirst, pag.139, €12).

Un libro, appunto, del tutto “realistico”, calato qui giù tra noi, e che tuttavia provoca qualche brivido, appunto da romanzo noir.

Sì, perché a leggerle tutte insieme, queste piccole 120 pagine, vieni preso dall’inquietudine, dall’oscuro senso del pericolo, cone si direbbe in un giallo. Per esempio, a leggere l’elenco che si trova a pagina 33.

Il 29 aprile 2009 sprofonda un’arcata del ponte sul Porta San Rocco al Porto e Piacenza: quattro automobilisti feriti, uno grave. Nello stesso anno si verificano due crolli sui 25 chilomeutri sulla Teramo-mare. Alla fine di maggio cede un pezzo del ponte Geremia II a Butera sulla strada tra Caltanissetta e Gela. Il 2 marzo 2011 a Calciano in Basilicata, sulla Basentana 407, le impalcature del ponte si abbassano all’improvviso di un paio di metri. Una settimana dopo tocca alla Puglia: viene giù il ponte tra Vieste e Peschici sulla statale 89. Di nuovo in Basilicata, e nello stesso periodo, viene chiuso per prudenza il ponte di Baragiano. Il 21 febbraio si apre a metà il ponte Verdura sulla strada che collega Agrigento e Sciacca. L’11 maggio tocca a un ponte sulla ferrovia tra Terni e Rieti all’altezza di Scoppito. Qualche tempo dopo è la volta della statale 626: a Licata, in provincia di Agrigento, le carreggiate di un ponte si piegano di quattro metri per un cedimento sitrutturale fino a toccare il fondo. Nel 2014 viene chiuso il lungo e altissimo viadotto Akragas che presenta lesioni. Per problemi di stabilità viene chiuso anche il viadotto Carabollace nei pressi di Sciacca… Fine del 2014, viene giù lo Scorciavacche, il viadotto nuovo di zecca sulla statale tra Palermo ed Agrigento. Il 3 marzo 2015 viene giù la quinta campata del viadotto Italia sulla Salerno-Reggio Calabria. Un mese dopo cede un altro pilone e crolla il viadotto Himera sull’autostrada A 19 tra Palermo e Catania. (e, tanto per completare,  l’ultimo della serie l’abbiamo visto tutti in un assai recente video “spettacolare”, lo scorso ottobre: quel mastodontico  tir che precipita dal viadotto spezzato in due sulla superstrada 36 che collega Milano a Lecco, un morto e quattro feriti)…

Un tranquillo elenco di paura (si potrebbe continuare a lungo). E non occorre certo invocare il fato o la famosa maledizione divina. Basta l’Anas. Il libro di Martini è infatti un ben ampio contenitore di misfatti, ma anche una documentata inchiesta sui come e i perché. Dei misfatti.

Il libro, ad esempio, si spinge “dentro” l’Anas, per stare al tema, e non é un bel leggere. Capitoli che si chiamano supestrade dello scandalo, scadente manutenzione delle strade statali, asfalto abbandonato, segnaletica maltrattata, lavori avviati e lasciati a metà, <progetti cambiati mille volte in corso d’opera e aggiustati con varianti che imponevano altri aggravanti di costi, contenziosi infiniti>: una inconcludenza costata miliardi e miliardi di euro e, ovviamente, uno strascico infinito di clientele, abusi, sprechi e mazzette strabilianti. E con tutti quei nomi noti, Ciucci, Benetton, Caltagirone, Impregilo-Salini, Astaldi, Pizzarotti, ecc ecc…

Ovviamente, tutto “civicamente”, tutto sulle spalle di noi cittadini, tutto a nostro rischio e pericolo (in senso letterale).

Però, sia detto a suo onore, nel ramo disservizi e scandali, l’Anas non è né la sola né la peggiore. Andate a vedere quello che il libro dice e scrive su Ferrovie, Poste, Ama, Munipalizzate. Le  alte sigle del Nostro Degrado Quotidiano. Cause ed effetti, tutto ben spiegato.

No, questo non si può definire un libro “divertente”. Ma non per colpa di Daniele Martini.

Il ceffone a Orban e i nostri compiti da: rifondazione comunista

di Paolo Ferrero
Viktor Orban viene sconfitto nel Parlamento ungherese sulla proposta di modificare la Costituzione per mettere nella legge fondamentale il no alle quote delle ripartizione dei migranti tra i Paesi dell’Unione Europea. Sullo stesso tema era già stato sconfitto dal mancato raggiungimento del quorum nel referendum popolare. Si tratta di una buona notizia perché ogni ceffone che si prende la destra è una buona cosa ma bisogna aver ben chiaro che non solo la maggioranza del parlamento ungherese è sulle posizioni di Orban ma che la proposta non è passata perchè i nazisti dell’opposizione di destra hanno votato contro. La divisione nella destra ha quindi determinato il fallimento di Orban.
Le divisioni nella destra sono un importante ed utilissimo fattore di contraddizione ma la costruzione di una ipotesi alternativa che sconfigga la guerra tra i poveri attraverso la ripresa di un sano conflitto di classe è tutto da fare, nei paesi dell’est come a casa nostra. Padroneggiare questa situazione contraddittoria, usare il tempo che ci regalano le contraddizioni in campo avversario per costruire l’alternativa da sinistra è il punto decisivo. Vale sui migranti ma anche sui trattati internazionali. Non sfugge a nessuno che il TTIP è stato per ora fermato grazie all’opposizione di sinistra ma anche di destra (Sanders ma anche Trump, la sinistra e i movimenti europei ma anche la Le Pen).
Anche in Italia il referendum può essere vinto con il prevalere dei NO solo grazie alla divisione tra destra tecnocratica e destra populista. Non dobbiamo avere alcun imbarazzo ma usare queste contraddizioni per rafforzare il nostro progetto politico antiliberista di sinistra.
Evitare di leggere in questa contraddittorietà solo la forza delle destre senza vedere il nostro ruolo oppure pensare che la situazione sia già risolta e la strada per l’alternativa già aperta sono i due errori che una sinistra comunista non deve fare in questo frangente. Usare bene il tempo che le contraddizioni dell’avversario ci consegnano è il punto decisivo. Per questo la campagna sul fatto che i soldi ci sono e devono essere presi a chi li ha deve essere fortemente intrecciata con quella al No nel referendum.
Ricostruire il conflitto di classe è la condizione per evitare la guerra tra i poveri!

NO dell’Italia dei sindaci, degli amministratori e dei consiglieri

NO dell’Italia dei sindaci, degli amministratori e dei consiglieri

Con le prime 700 firme, da oltre 500 comuni, lanciato l’appello per il No degli amministratori e delle amministratrici locali.

Lanciato oggi con una conferenza stampa alla Camera dei deputati l’appello in difesa dei territori e delle autonomie locali degli amministratori e delle amministratrici locali per il No promosso da “Le città in comune” che raggruppa le liste unitarie di sinistra delle passate elezioni comunali.

Le prime adesioni 700 vanno molto al di là delle Città in comune e provengono soprattutto da liste civiche di piccoli comuni. Molte anche le adesioni di amministratori a 5stelle.

Si tratta di un allarme lanciato dai territori sulle conseguenze negative di una eventuale approvazione della riforma costituzionale per l’autonomia degli enti locali e per la possibilità delle popolazioni locali di incidere nelle decisioni sull’uso del proprio territorio.

Durante la conferenza stampa sono stati presentati anche tre emendamenti alla legge di bilancio, promossi dalla rete delle Città in comune, che propongono la ricontrattazione degli interessi – spesso superiori al 5% – sui mutui dei comuni con la Cassa Depositi e Prestiti; un piano di investimenti per la difesa del territorio dal rischio sismico e idrogeologico a disposizione dei comuni; la costituzione di un fondo a disposizione dei comuni per gli asili nido con i fondi dei “buoni bebè”, attualmente distribuiti a pioggia.

www.agenziavista.it 

Referendum. Conferenza stampa presentazione appello amministratori per il NO

Appello

Siamo sindaci, amministratori e consiglieri di comuni, municipi, circoscrizioni, province e regioni.
Il prossimo 4 dicembre voteremo NO al Referendum sul cambiamento della Costituzione.
Voteremo NO perché le modifiche previste riducono gli spazi della democrazia anche alle comunità locali e alle loro istituzioni e accentuano un centralismo dall’alto che impoverisce e mortifica il sistema delle autonomie: municipi, comuni, province, regioni.
I cittadini -e le loro istituzioni locali- vengono privati della possibilità di partecipare alla individuazione e alla decisione di scelte su temi rilevantissimi che li riguardano in prima persona: dal sistema sanitario ai servizi sociali, dall’ambiente alle opere pubbliche sul territorio.
Dopo avere usato gli enti locali (e i cittadini) come bancomat per tagliare la spesa pubblica -tagli che hanno avuto pesantissime ripercussioni sull’erogazione di servizi sociali e di pubblica utilità- con la riforma costituzionale proposta si trasformerebbe il sistema delle autonomie locali in semplici diramazioni periferiche di un’architettura costituzionale dove il governo centrale è il perno di tutto.
Attraverso l’invocazione dell’”interesse nazionale”, al sistema delle autonomie locali potrà essere sottratto il potere di decidere su materie che riguardano l’assetto del territorio, la definizione e l’individuazione di opere pubbliche, la salvaguardia del paesaggio. La possibilità per i cittadini di partecipare di incidere sulle scelte locali ne verrebbe fortemente ridimensionata. Un Senato non più eletto, non rappresenta né i cittadini, né i territori. E’ un Senato indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un regionalismo cooperativo, che non decide sulle leggi più rilevanti per il governo locale.
Questa riforma non dà, ma toglie democrazia ai cittadini; non migliora, ma peggiora l’autonomia e la capacità di intervento delle istituzioni locali; non aumenta, ma indebolisce il sistema di garanzie nel rispetto delle tutele dei diritti -sociali, di cittadinanza e di partecipazione politica- sanciti nella prima parte della Costituzione.
E’ per questo motivo che noi – che siamo a contatto diretto ogni giorno con i cittadini, di cui raccogliamo le sofferenze sociali, le richieste, le speranze di un paese migliore- il prossimo 4 dicembre voteremo NO.

Aderisci

Primi firmatari:

Adriano Labbucci – Consigliere Municipio I Roma (RM), Alberto Guercini – Consigliere Comune di Agliana (PT), Alberto Montelaghi – Consigliere Comune di Casalgrande (RE), Alessandro Braga – Consigliere Comune di Inzago – Città Metropolitana Di Milano (MI), Alessandro Fucito – Presidente Consiglio Comunale Comune di Napoli (NA), Amalia Chiovaro – Consigliera Comune di Vinci (FI), Andrea Bosi – Assessore Comune di Modena (MO), Andrea Ornati – Consigliere Comune di Lerici (SP), Andrea Tessitori – Consigliere Comune di Calcinaia (PI), Anna Parodi – Consigliera Comune di Cogoleto (GE), Antonia Romano – Consigliera Comune di Trento (TN), Antonino Leotta – Consigliere Comune di Latina (LT), Antonio Bruno – Consigliere Comune di Genova (GE), Antonio Del Vecchio – Consigliere Comune di Silvi (TE), Barbara Castiglioni – Consigliera Comune di Quattro Castella (RE), Barbara Evola – Assessore Comune di Palermo (PA), Basilio Rizzo – Consigliere Comune di Milano (MI), Beatrice Cioni – Consigliera Comune di Empoli (FI), Betty Leone – Assessore Comune di L’Aquila (AQ), Bruno Talamonti – Consigliere Comune di Grottammare (AP), Carmine Doronzo – Consigliera Comune di Barletta (BA), Caterina Isoldi – Consigliera Comune di Montespertoli (FI), Cinzia Farina – Assessore Comune di Montespertoli (FI), Claudia Zaccaro – Consigliera Comune di Vaglia (FI), Cristiana Bellan – Consigliera Comune di Montespertoli (FI), Cristiana Fiaschi – Assessore Comune di Suvereto (LI), Daniela Alfonzi – Consigliera Comune di Torino (TO), Daniela Sandroni – Consigliera Comune di Pescara (PE), Davide Ghiglione – Consigliere Municipio V Val Polcevera – Genova (GE), Domenico Angelini – Consigliere Comune di Castel di Lama (AP), Domenico Scrivano – Consigliere Comune di Argelato (BO), Donella Verdi – Consigliera Comune di Firenze (FI), Dusca Bartoli – Consigliera Comune di Empoli (FI), Edmondo Bucchioni – Consigliere Comune di La Spezia (SP), Elena Coccia – Consigliera Città Metropolitana Di Napoli (NA), Emanuele Fresco – Consigliere Comune di Lerici (SP), Emily Clancy – Consigliera Comune di Bologna (BO), Enrica Belloni – Consigliera Comune di Montespertoli (FI), Enrico Perilli – Consigliere Comune di L’Aquila (AQ), Enrico Raimondi – Consigliere Comune di Chieti (CH), Erica Rampini – Assessore Comune di Monte San Savino (AR), Fabio D’Achille – Consigliere Comune di Latina (LT), Fabio Pelini – Assessore Comune di L’Aquila (AQ), Fabrizio Callaioli – Consigliere Provincia di Livorno (LI), Federico Martelloni – Consigliere Comune di Bologna (BO), Federico Rossi – Consigliere Comune di Montelupo Fiorentino (FI), Federico Santi – Consigliere Comune di Marsciano (PG), Florian Haeusel – Consigliere Comune di Montespertoli (FI), Francesca Caporale – Consigliera Comune di Lanciano (CH), Francesca Caporale – Assessore Comune di Lanciano (CH), Francesco Auletta – Consigliere Comune di Pisa (PI), Francesco Cinotti – Consigliere Comune di Empoli (FI), Francesco Rubini – Consigliere Comune di Ancona (AN), Gabriella Giugni – Consigliera Comune di Montaione (FI), Gerardo Santini – Consigliere Comune di Camaiore (LU), Giampiero Pastorino – Consigliere Comune di Genova (GE), Gian Luca Panzetti – Consigliere Comune di Nonantola (MO), Gianfranco Bettin – Presidente Comune di Municipio Porto Marghera (VE), Giovanna Seddaiu – Consigliera Municipio Ii Roma (RM), Giovanni Di Iacovo – Assessore Comune di Pescara (PE), Giovanni Lambiase – Consigliere Comune di Salerno (SA), Giovanni Tavassi – Consigliere Comune di Portomaggiore (FE), Giulia Gualterotti – Assessore Comune di Roncofreddo (FC), Giulia Salvadori – Consigliera Comune di Suvereto (LI), Giulia Torresi – Consigliera Comune di Fermo (FM), Giuliano Parodi – Sindaco Comune di Suvereto (LI), Giuseppe Calabrese – Consigliere Comune di Diano Aretino (IM), Giustino Masciocco – Consigliere Comune di L’Aquila (AQ), Giusto Catania – Assessore Comune di Palermo (PA), Ivan Moscardi – Consigliere Comune di Sesto Fiorentino (FI), Ivano Martelli – Consigliere Comune di Pescara (PE), Jacopo Zannini – Consigliere Circoscrizione 12 – Trento (TN), Lavinia Orlando – Vicesindaco Comune di Turi (BA), Leonardo Fiorentini – Consigliere Comune di Ferrara (FE), Lorenzo Rossi – Assessore Comune di Grottammare (AP), Luca Grasselli – Consigliere Comune di Albinea (RE), Luca Maggio – Consigliere Comune di Trofarello (TO), Luca Pulcini – Consigliere Comune di Castorano (AP), Luca Rovai – Consigliere Comune di Montelupo Fiorentino (FI), Lucia Lusenti – Consigliera Comune di Reggio Emilia (RE), Luigi Felaco – Consigliere Comune di Napoli (NA), Manuela Fialdini – Consigliera Consiglio Quartiere 4 – Firenze (FI), Marco Ricci – Consigliere Comune di Pisa (PI), Marco Bruciati – Consigliere Comune di Livorno (LI), Marco Ciriaco – Consigliere Comune di Roccavignale (SV), Marco Magnano – Consigliere Comune di Leini (TO), Marco Ravera – Consigliere Comune di Savona (SV), Marco Ricci – Consigliere Comune di Pisa (PI), Marco Trotta – Consigliere di quartiere Comune di Bologna (BO), Marco Valiani – Consigliere Comune di Livorno (LI), Marianna Bosco – Consigliera Comune di Cascinaia Terme (PI), Marika Maoloni – Consigliera Comune di Castorano (AP), Mario Coppeto – Consigliere Comune di Napoli (NA), Mario Mazzocca – Consigliere Regione Abruzzo (), Mario Pulcini – Assessore Comune di Cupra Marittima (AP), Massimo Mezzetti – Assessore Regione Emilia Romagna (), Massimo Rossi – Consigliere Comune di Fermo (FM), Matia Balestracci – Consigliera Comune di Suvereto (LI), Matteo Palanti – Consigliere Comune di Montelupo Fiorentino – Città Metropolitana Di Firenze (FI), Maurizio Peroni – Consigliere Comune di Offida (AP), Maurizio Spezzano – Consigliere Comune di Labico (RM), Mauro Mucciarelli – Assessore Comune di Montespertoli (FI), Mauro Santoni – Consigliere Consiglio Quartiere 1 – Firenze (FI), Michele Antognoli – Consigliere Comune di San Giuliano Terme (PI), Nando Mainardi – Consigliere Comune di Fiorenzuola D’Arda (PC), Nello Fierro – Consigliere Comune di Cuneo (CN), Nicola Cavazzuti – Consigliera Comune di Massa (MS), Nicolas Zanoni – Consigliere Comune di Reggiolo (RE), Olga Rita Rovai – Assessore Comune di Camaiore (GE), Olivia Canzio – Assessore Comune di Levanto (SP), Paola Borghini – Consigliera Municipio IX Levante – Genova (GE), Paola Cianci – Assessore Comune di Vadro (CH), Paolo Zanetti – Consigliere Comune di Sarzana (SP), Pierluigi Zuccolo – Consigliere Comune di Diano Castello (IM), Pietro Giansoldati – Consigliere Comune di Cadelbosco di sopra (RE), Pietro Manduca – Consigliere Comune di Pinerolo (TO), Raffaella Sutter – Consigliera Comune di Ravenna (RA), Riccardo Rossi – Consigliere Comune di Brindisi (BR), Riziero Zaccagnini – Sindaco Comune di Tocco Da Casauria (PE), Roberta Bianchi – Consigliera Comune di Lucca (LU), Roberto De Angelis – Sindaco Comune di Cossignano (AP), Roberto Del Ciello – Assessore Comune di Monterotondo (RM), Rosalia Billero – Consigliera Provincia Pistoia (), Sabrina Ciolli – Consigliera Comune di Empoli (FI), Samuela Marconcini – Consigliera Comune di Empoli (VT), Sauro Mori – Consigliere Comune di Montespertoli (FI), Simone Capezzoli – Consigliere Comune di Gambassi Terme (FI), Simone Ciabattoni – Consigliere circoscrizionale Comune di Torino (TO), Simone Fratoni – Consigliere Comune di Paciano (PG), Simone Lombardi – Consigliere Comune di Figline e Incisa Valdarno (FI), Sonia Guarneri – Consigliera Comune di Volterra (PI), Stefano Crispiani – Consigliere Comune di Ancona (AN), Stefano Fassina – Consigliere Comune di Roma (RM), Stefano Lugli – Consigliere Comune di Finale Emilia (MO), Stefano Torzuoli – Vicesindaco Comune di Tuoro Sul Trasimeno (PG), Tommaso Fattori – Consigliere Regione Toscana (), Tommaso Grassi – Consigliere Comune di Firenze (FI), Umberto Vacchiano – Consigliere Comune di Empoli (FI), Valentina Armirotti – Consigliera Comune di Capomorone (GE), Vincenzo Montelisciani – Consigliere Comune di Tagliacozzo (AQ), Vito Guerrera – Sindaco Comune di Carlantino (FG)

Promosso da “Le città in comune – La politica in comune”

Guerra di Spagna. Le Brigate Internazionali nella storia e nella memoria da: rifondazione comunista

di Francisco Erice

Facevano parte di una “confraternita senza frontiere”, partecipi di un’unica lotta in cui l’importante era vincere battaglie in qualunque parte del mondo.  Un articolo da Mundo Obrero.

Sono passati esattamente ottant’anni. Nella Madrid fredda e nebbiosa del novembre del 1936, estenuata da un assedio che la stringeva in una morsa e in un certo qual modo abbandonata da un governo che, credendo imminente la caduta della capitale, si ritirava a Valencia, presero parte ai combattimenti i primi brigatisti internazionali. Al di là della loro importanza militare, certamente il loro arrivo – per dirla con le parole di José Sandoval – riscaldò l’atmosfera della città, rafforzando la tempra dei suoi combattenti. Arturo Barea (La forja de un rebelde), che sarebbe arrivato a lamentarsi del fatto che le lodi eccessive ai brigatisti internazionali oscuravano l’eroismo e l’abnegazione dei madrileni, riconosceva anche che la loro irruzione costituì un aiuto inestimabile. Dal canto suo Neruda annotò, in versi stupendi, la sfilata dei brigatisti nella Madrid autunnale di “sangue sparso”, “silenziosi e fieri come campane prima dell’alba”, provenienti “dalle vostre patrie perdute, dai vostri sogni pieni di dolcezza bruciata e di fucili”.

Madrid fu, dunque, il loro battesimo del fuoco, come si coglie dall’Inno delle Brigate (“un Paese lontano ci ha visto nascere…la nostra patria oggi è davanti a Madrid”). Ma il loro passaggio attraverso le campagne della Spagna è legato anche ad altri nomi riecheggianti ed epici della resistenza: Jarama, Guadalajara, Belchite… Per questi luoghi passarono e sotto la loro terra rimasero per sempre molti di quegli oltre 35 mila volontari di 53 nazionalità, inquadrati in battaglioni e brigate che evocavano racconti della tradizione rivoluzionaria nazionale di ogni Paese. Erano principalmente operai, ma vi erano parimenti intellettuali, studenti, sindacalisti…in maggioranza comunisti, ma anche antifascisti di differenti bandiere e legami di partito e ideologici (socialisti, anarchici, genericamente democratici).

La storia delle Brigate Internazionali si colloca in un momento cruciale della storia dell’antifascismo, fenomeno centrale della tradizione democratica e rivoluzionaria del XX secolo. È stato scritto abbastanza sul loro ruolo militare (sempre relativo, anche se non trascurabile in alcuni episodi concreti) o sulle implicazioni politiche della loro presenza; sulla loro permanenza, non esente da conflitto, nel quartier generale di Albacete. Ma il loro ruolo fondamentale, ciò che imprime la loro impronta indelebile nella storia, è l’essere state di diritto l’emblema e la rappresentazione per eccellenza della solidarietà internazionalista con la Repubblica aggredita. Non per niente Miguel Hernández evocava quegli uomini “che hanno un’anima senza frontiere” e Alberti annotava, in maniera simile, del “sangue che canta senza frontiere” di gente venuta da vari Paesi, “con le stesse radici e che ha lo stesso sogno”. Anni dopo, Luis Cernuda si ispirò ad un ex brigatista nordamericano per la sua toccante poesia “Ricordalo e ricordalo agli altri”, un canto alla solidarietà come impegno etico e alla memoria come necessaria risorsa.

Anche la Pasionaria elogio l’esempio morale di questi “del più alto ideale di redenzione umana” e “crociati della libertà”. E lo fece nel congedo oceanico degli ultimi brigatisti che sfilavano attraverso Barcellona davanti a più di 300 mila persone, il 28 ottobre del 1938. Da allora, come Dolores proclamava con particolare forza emotiva, i brigatisti cominciavano a far parte non solo della storia, ma anche della leggenda.

Per la maggioranza, la ritirata non rappresentò che un cambiamento di scenari nella lotta per la stessa causa che li aveva portati nel nostro Paese. Alcuni caddero nella voragine delle purghe staliniste, quando l’essere stati in Spagna diventò un motivo di diffidenza e un’insospettabile aggravante. Uno di loro, Artur London, scrisse quella che è forse la migliore cronaca e il miglior omaggio alle Brigate: il libro Se levantaron antes del alba.

Il tempo trascorse, e come auspicava la Pasionaria, i brigatisti superstiti – alcuni di loro – tornarono quando l’olivo della pace era già fiorito, ma non – purtroppo – “intrecciato con gli allori della vittoria della Repubblica”. Accadde nel 1996, per ricevere vari omaggi, anche se – in un comprensibile atto di coerenza – né i dirigenti della destra conservatrice né il re ritennero opportuno unirsi a queste cerimonie. Fu dato loro in quell’occasione il diritto alla cittadinanza spagnola a condizioni poco generose, che la legge nota come Legge di memoria storica del dicembre 2007 elargì più generosamente. Era un riconoscimento tardivo, ma non per questo meno necessario.

I brigatisti erano rivoluzionari di un’epoca irripetibile. Come quel personaggio de La conversazione della primavera di Alejo Carpentier, erano parte di una “confraternita senza frontiere”, partecipi di un’unica lotta in cui l’importante era vincere battaglie in qualsiasi parte del mondo. Impararono, come gli altri antifascisti di quella congiuntura cruciale, che la democrazia era un valore irrinunciabile che solo il popolo difendeva nei momenti decisivi, a differenza – come diceva la Pasionaria – di “coloro che interpretano i principi democratici guardando le casse piene di ricchezze”. E credevano in un internazionalismo non incompatibile con le patrie, ritenendo, come Machado, che “non è patria il suolo che si calpesta ma quello che si lavora”.

Per tutto questo, per ciò che furono e rappresentarono, occupano un posto insostituibile nella nostra memoria democratica.

articolo originale: Las Brigadas Internacionales en la historia y en el recuerdo

traduzione di Angelica Bufano – brigata traduttori

Brasile: 11 novembre giornata nazionale di sciopero contro governo golpista da: rifondazione comunista

Continua mobilitazione in brasile contro il governo golpista e le misure neoliberiste. Pubblichiamo circolare del Frente Brasil Popular e  del Frente Povo Sem Medo in vista dello sciopero generale

San Paolo, 3 novembre 2016

Circolare 36/2016: 11 novembre: Giornata nazionale di sciopero

 

Il Frente Brasil Popular e il  Frente Povo Sem Medo (Fronte Popolo Senza Paura) già da alcuni mesi dibatte collettivamente la necessità di uno sciopero nazionale per dimostrare l’indignazione e l’ indisponibilità della classe lavoratrice e dei settori popolari ad accettare il tentativo di riprendersi i diritti popolari di cui è protagonista il governo illegittimo di Michel Temer con l’appoggio di una maggioranza parlamentare di uomini, bianchi, ricchi e conservatori.

In parallelo a questo dibattito le centrali sindacali CUT, CTB e INTERSINDICAL, che fanno parte dei Fronti, hanno cercato di costruire un’ unità di azione più ampia con le altre centrali sindacali per rafforzare la resistenza dei lavoratori alle misure in discussione nel Congresso Nazionale, come la PEC 241 ( che adesso segue l’iter in Senato come PEC 55: proposta di emenda costituzionale che blocca per 20 anni le spese sociali ) e quelle già annunziate dal governo illegittimo, come la Riforma della previdenza e la Riforma del Diritto del Lavoro. Così è stato stabilito l’ 11 novembre come Giornata nazionale di sciopero, appoggiata da sette centrali sindacali.

È anche fondamentale mettere in risalto come importante componente della nostra mobilitazione la lotta degli studenti delle scuole secondarie e delle università che occupano ormai oltre 1000 scuole e 100 università in tutto il Brasile con un vero e proprio sciopero studentesco che deve sommarsi alla mobilitazione dell’11 novembre, respingendo la PEC 55, l’autoritaria riforma dell’insegnamento medio e il medioevale progetto di legge del bavaglio, per difendere invece la scuola pubblica, gratuita e di qualità.

I movimenti e i collettivi di donne, a loro volta, in sintonia con le donne argentine e del mondo intero, hanno organizzato importanti mobilitazioni contro la violenza e in difesa dei diritti delle donne con la parola d’ordine “Non una di meno” e dovranno promuovere iniziative in grado di rafforzare la mobilitazione del giorno 11.

Così i Fronti e i movimenti sociali, i collettivi e le entità che ne fanno parte, chiamano alla mobilitazione l’insieme delle organizzazioni e dei combattenti e delle combattenti sociali impegnati nella lotta in difesa dei diritti e per la fine di questo governo illegittimo e del suo programma di arretramento. Diamo un insieme di indicazione per la preparazione, la mobilitazione e l’azione della Giornata nazionale di sciopero.

 

Attività preparatorie e di mobilitazione

I Fronti, in dialogo con le centrali sindacali, devono organizzare riunioni plenarie statali, regionali o municipali, con l’obiettivo di costruire la mobilitazione unitaria dell’insieme dei movimenti per il giorno 11 novembre; consolidare lo schema e definire le strategie per la paralizzazione.

Le centrali sindacali e/o i Fronti devono preparare materiale abbondante per volantinare nei giorni precedenti la paralizzazione, denunciando gli attacchi ai diritti, informando la popolazione  sulla    paralizzazione  e spiegandone i motivi. .

Riaffermiamo le indicazioni delle centrali sindacali ai sindacati affinché vengano realizzati volantinaggi, riunioni, dibattiti, interviste e assemblee nei luoghi di lavoro denunciando l’agenda di arretramento dei diritti, costruendo la Giornata nazionale di sciopero e comunicando la decisione delle categorie per la paralizzazione dell’11 novembre.

È fondamentale la discussione e la costruzione della paralizzazione in tutti i sindacati, ma in particolare presso quelli del ramo dei trasporti, i cui lavoratori/lavoratrici sono responsabili di rendere possibile l’arrivo della maggioranza dei lavoratori/lavoratrici ai loro luoghi di lavoro.

Le centrali sindacali negli Stati e nelle entità federali e confederali devono anche organizzare la mobilitazione nelle proprie aree di azione, arricchendo lo schema con la lotta contro le iniziative di governi statali e di padroni che danneggino i lavoratori e le lavoratrici. Ad esempio con rateizzazioni di salari, riforme previdenziali statali, terziarizzazione, licenziamenti, adeguamenti al di sotto dell’inflazione ecc.

Dopo l’approvazione della PEC 241 alla Camera dei Deputati ( ora PEC 55 nel Senato Federale) bisogna intensificare l’informazione  attraverso materiali, denuncenpubbliche in luoghi come aeroporti, uffici e abitazioni frequentati da senatori/senatrici che si dichiarano favorevoli al congelamento del bilancio per le politiche pubbliche; possono  essere iniziative importanti prima del giorno di paralizzazione.

Gli studenti devono intensificare e ampliare il numero di scuole e università occupate, allargando la resistenza ed esigendo il ritiro di progetti antidemocratici come la riforma dell’insegnamento medio presentata dal governo e la legge del bavaglio in dibatto alla Camera dei Deputati; obiettivo è sconfiggere le iniziative lesive dell’educazione pubblica, come  il congelamento dell’investimento in educazione per i prossimi vent’anni, preteso dalla PEC 55, investimento già attaccato dalla revisione della legge della condivisione delle entrate del pré-sal approvata dal Congresso.

 

Forme di azione

L’obiettivo del giorno 11 novembre  è paralizzare, il più ampiamente possibile, l’attività produttiva e i servizi, mostrando a coloro che vogliono governare contro il popolo che non è possibile fare ciò senza affrontare molta resistenza e indignazione popolare. Con questo indirizzo in mente i movimenti possono agire in diversi modi:

costituendo comandi locali, per città, quartiere o regione i quali coordino l’azione in ogni località, coinvolgendo sindacati e movimenti sociali;

collegandosi al movimento sindacale nell’organizzazione di picchetti e assemblee all’entrata dei luoghi di lavoro invitando i lavoratori/lavoratrici alla paralizzazione;

organizzando manifestazioni con le proprie basi, in punti strategici e simbolici che mettano in evidenza come l’usurpazione di diritti colpirà i lavoratori: ad esempio presso sedi dell’ INSS (Istituto Nazionale della Sicurezza Sociale), agenzie della Cassa Economica Federale e del Banco do Brasil (le due banche pubbliche che assicurano servizi bancari controllati), sedi dell’INCRA (Istituo Nazionale di Colonizzazione e Riforma Agraria), sedi del Ministero dell’Educazione, della Salute e sedi della Petrobrás (la grande impresa petrolifera pubblica del petrolio sotto assalto di privatizzazione);

ampliando, rafforzando e appoggiando l’occupazione di scuole, istituti e università e mettendo in luce in questa data gli attacchi ai diritti dei lavoratori/lavoratrici dell’educazione e l’importanza dell’unità di studenti, professori altri lavoratori dell’educazione nella lotta in difesa dei diritti;

realizzando occupazioni e blocco di strade e viali in difesa delle politiche pubbliche di salario minimo, abitazione, protezione sociale, riforma agraria e agricoltura famigliare, tutte minacciate dall’emenda costituzionale che congela l’investimento sociale per 20 anni;

realizzando denuncie pubbliche,interviste, comizi e altre iniziative in luoghi pubblici simbolici e identificati con i leaders  del colpo di Stato contro il popolo: parlamentari e governatori che si dichiarano a favore dell’usurpazione di diritti, ministri del governo golpista e ovviamente il presidente illegittimo Michel Temer.

L’unità della sinistra, che ha resistito e mostrato al paese e al mondo che qui si realizzava un colpo di Stato contro la democrazia, affrontando il massacro mediatico e la radicalizzazione conservatrice, adesso deve rinnovarsi nella lotta contro il governo illegittimo e il suo programma neoliberista. Sopprimere i diritti e la democrazia e accrescere il trasferimento di risorse pubbliche al profitto dell’iniziativa privata e del capitale finanziario, distruggendo lo Stato brasiliano e la sovranità nazionale è il loro obiettivo. Non devono passare!

 

Nessun diritto in meno!

Contro la PEC  55 e la riforma della previdenza!

Fuori Temer!

(Traduzione di Teresa Isenburg 9 novembre 2016)

Le 7 proposte di Donald Trump che i media hanno censurato e spiegano la sua vittoria FONTE: http://www.lantidiplomatico.it/

di Ignacio Ramonet

Il candidato repubblicano è stato in grado di interpretare quella che potremmo chiamare la ‘ribellione della base’. Meglio di chiunque altro ha percepito la frattura sempre più profonda tra le élite politiche, economiche, intellettuali, e mediatiche da una parte, e la base dell’elettorato conservatore dall’altra.

Il successo di Donald Trump (come la Brexit nel Regno Unito, o la vittoria del ‘no’ in Colombia) significa innanzitutto una nuova clamorosa sconfitta dei grandi  mezzi di comunicazione e degli istituti di sondaggio. Ma significa anche che tutta l’architettura mondiale, stabilita alla fine della Seconda Guerra Mondiale, viene adesso travolta e si sfalda. Le carte della geopolitica sono completamente da rifare. Comincia un’altra partita. entriamo in un’era sconosciuta. Adesso tutto può accadere.

Come è riuscito Trump ha invertire una tendenza che lo vedeva sconfitto e riuscire a imporsi nel finale di campagna? Questo personaggio atipico, con le sue idee grottesche e le sue idee sensazionalistiche, aveva già sovvertito tutti i pronostici. Contro pesi massimi come Jeb Bush, Marco Rubio o Ted Cruz, che potevano anche contare sul sostegno dell’establishment repubblicano, pochissimi lo vedevano imporsi alle primarie del Partito Repubblicano, tuttavia ha carbonizzato i suoi avversari, riducendoli in cenere.

Bisogna capire che dalla crisi finanziaria del 2008 (dalla quale non siamo ancora usciti) nulla è uguale a prima. I cittadini sono profondamente delusi. La democrazia stessa, come modello, ha perso credibilità. I sistemi politici sono stati scossi fin dalle fondamenta. In Europa, per esempio, si sono moltiplicati i terremoti elettorali (tra cui la Brexit). I grandi partiti tradizionali sono in crisi. Ovunque rileviamo una crescita delle formazioni di estrema destra (in Francia, in Austria e nei paesi nordici) o di partiti antisistema e anticorruzione (Italia e Spagna). Il panorama politico è radicalmente trasformato.

Questo fenomeno giunse negli Stati Uniti nel 2010, attraverso un’ondata populista devastatrice, incarnata allora dal Tea Party. L’irruzione del miliardario Donald Trump alla Casa Bianca estende quell’onda e costituisce una rivoluzione elettorale che nessun analista ha saputo prevedere. Anche se sopravvive, in apparenza, la vecchia bicefalia tra democratici e repubblicani, la vittoria di un candidato tanto eterodosso come Trump costituisce un vero e proprio terremoto. Il suo stile diretto, da uomo della strada, il suo messaggio manicheo e riduzionista, che si appella ai più bassi istinti di certi settori della società, molto diverso dal tono abituale dei politici statunitensi, gli ha conferito un carattere di autenticità agli occhi dei settori più delusi dell’elettorato di destra. Per molti elettori irritati dal «politicamente corretto», che credono adesso non sia più possibile dire quello che si pensa senza ricevere accuse di razzismo, la «parole libere» di Trump sui latinos, sugli immigrati e i musulmani, sono state percepite come un vero e proprio sollievo.

A questo proposito, il candidato repubblicano è stato in grado di interpretare quella che potremmo chiamare la ‘ribellione della base’. Meglio di chiunque altro ha percepito la frattura sempre più profonda tra le élite politiche, economiche, intellettuali, e mediatiche da una parte, e la base dell’elettorato conservatore dall’altra. Il suo discorso violentemente anti-Washington e anti-Wall Street ha sedotto, in particolare, gli elettori bianchi, poco colti e impoveriti dagli effetti della globalizzazione economica.

Bisogna precisare che il messaggio di Trump non è similare a quello di un partito neofascista europeo. Non si tratta di un’estrema destra convenzionale. Lui stesso si definisce come un «conservatore dal senso comune» e la sua posizione nella gamma della politica, si colloca esattamente alla destra della destra. Imprenditore miliardario e stella dei reality show, Trump non è un antisistema, né ovviamente un rivoluzionario. Non censura il modello politico in sé, ma i politici che lo stanno guidando. Il suo discorso è spontaneo ed emotivo. Si appella agli istinti, alle viscere, non al cervello o alla ragione. Parla a quella parte del popolo statunitense dove è iniziato diffondersi lo scoraggiamento, l’insoddisfazione. Si rivolge alle persone stanche della vecchia politica, della «casta». Promotore di immettere onestà nel sistema; rinnovare i nomi, i volti e gli atteggiamenti.

I media hanno dato una grande diffusione ad alcune sue dichiarazioni e proposte più odiose o grottesche. Ricordiamo, per esempio, la sua affermazione che tutti gli immigrati clandestini messicani sono «corrotti, criminali e stupratori». O il progetto di espellere gli 11 milioni di immigrati clandestini latini che vuole mettere su degli autobus ed espellere dal paese, mandandoli in Messico. Oppure la sua proposta, ispirata a «Games of Thrones», di costruire un muro frontaliero di 3145 chilometri lungo valli, montagne e deserti, per impedire l’entrata illegale di immigrati latinoamericani il cui investimento di 21 miliardi di dollari sarebbe stato finanziato dal governo messicano.

Anche la sua affermazione che il matrimonio tradizionale, formato da un uomo e una donna, è «la base di una società libera», e la sua critica alla decisione del Tribunale Supremo di considerare il matrimonio tra persone dello stesso sesso un diritto costituzionale. Trump appoggia le cosiddette «leggi di libertà religiosa», promosse dai conservatori nei vari Stati, per negare i servizi alle persone LGTB. Senza dimenticare le sue dichiarazioni «sull’inganno» del cambiamento climatico, un concetto «creato da e per i cinesi, al fine di rendere il settore manifatturiero statunitense meno competitivo».

Questo catalogo di sciocchezze detestabili, è stato ripetuto e diffuso massivamente dai  media dominanti negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

La principale domanda che alta gente si è fatta è stata: come è possibile che un personaggio con queste idee abbia tanto seguito tra gli elettori statunitensi, che ovviamente non possono essere tutti lobotomizzati? Qualcosa non quadrava.

Per rispondere a questa domanda dobbiamo spaccare la muraglia informativa e analizzare più da vicino il programma completo del candidato repubblicano, per scoprire sette punti fondamentali, taciuti dai media mainstream.

1) I giornalisti non gli perdonano, in primo luogo, che attacchi frontalmente il potere mediatico. Gli rimproverano il fatto di incoraggiare il pubblico, costantemente, nei suoi comizi a fischiare i media disonesti. Trump afferma spesso: «Non sono in competizione con Hillary Clinton, ma contro i mezzi di comunicazione corrotti». In un recente tweet, per esempio, ha scritto: «Se i ripugnanti e corrotti media si occuperanno di me in maniera onesta e non inventeranno falsità, vincerò su Hillary con il 20%».

Considerando ingiusta o sleale la copertura mediatica, il candidato repubblicano non ha esitato a ritirare gli accrediti stampa in occasione di suoi eventi a veri media importanti come: The Washington Post, Politico, Huffington Post e BuzzFeed. E si è spinto fino ad attaccare Fox News, la grande catena della destra mondiale.

2) Un’altra ragione per cui i media mainstream hanno attaccato violentemente Trump è perché lui denuncia la globalizzazione economica, convinto che sta facendo scomparire la classe media. Secondo lui, l’economia globalizzata sta colpendo sempre più gente, e ricorda che, negli ultimi quindici anni, negli Stati Uniti, più di 60.000 fabbriche hanno dovuto chiudere e quasi cinque milioni di lavoro ben pagati sono spariti.

3) Si tratta di un fervente protezionista. Propone di aumentare le tasse sui prodotti importati. «Riprenderemo il controllo del paese, renderemo di nuovo gli Stati Uniti un grande paese», afferma spesso riprendendo lo slogan della sua campagna.

Sostenitore della Brexit, Donald Trump ha rivelato che una volta eletto presidente, cercherà di far uscire gli Stati Uniti dal Trattato di Libero Scambio dell’America del Nord (NAFTA). SI è anche espresso contro l’Accordo di Associazione Transpacifico (TPP), ed ha assicurato che ottenuta la Presidenza, farà uscire il paese dallo stesso: «Il TPP sarebbe un colpo mortale per l’industria manifatturiera degli Stati Uniti».

In regioni come il rust belt, il «cinturone dell’ossido» del nordest, dove le delocalizzazioni e la chiusura delle fabbriche manifatturiere hanno causato alti livelli di povertà e di disoccupazione, questo messaggio di Trump ha colpito in profondità.

4) Proprio come il suo rifiuto dei tagli neoliberisti in materia di sicurezza sociale. Molti elettori repubblicani, vittime della crisi economica del 2008 o che hanno più di 65 anni, hanno bisogno della Social Security (pensione) e del Medicare (assicurazione sanitaria) che ha sviluppato il presidente Barack Obama, ma che altri leader repubblicani vogliono eliminare. Trump ha promesso di non toccare questi avanzamenti sociali, di ribassare il prezzo dei farmaci, di contribuire nella risoluzione dei problemi dei «senza tetto», riformare la fiscalità dei piccoli contribuenti ed eliminare l’imposta federale che colpisce 73 milioni di famiglie a basso reddito.

5) Contro l’arroganza di Wall Street, Trump propone di aumentare in modo significativo le tasse sui mediatori di hedge fund che guadagnano fortune, e supporta il ripristino della legge Glass-Steagall. Adottata nel 1933, durante la Grande Depressione, questa legge separava le banche tradizionali dalle banche d’investimento con l’obiettivo di evitare che le prime potessero fare investimenti ad alto rischio. Ovviamente, l’intero settore finanziario è assolutamente contrario al ripristino di questa misura.

6) In politica internazionale Trump vuole stabilire un’alleanza con la Russia per combattere con efficacia l’Organizzazione dello Stato Islamico (ISIS il suo acronimo in inglese). Anche per questo Washington deve riconoscere l’annessione della Crimea da parte di Mosca.

7) Trump crede che con il suo enorme debito pubblico, gli Stati Uniti non abbiano più le risorse necessarie per condurre una politica estera interventista indiscriminata. Non possono imporre la pace a qualsiasi prezzo. In contraddizione con diversi Ras del suo partito, e come conseguenza logica della fine della guerra fredda, vuole cambiare la NATO: «Non ci sarà mai più una garanzia di protezione automatica degli Stati Uniti per i paesi della NATO».

Tutte queste proposte non invalidano le assolutamente inaccettabili, odiose e a volte nauseabonde dichiarazioni del candidato repubblicano riportate con grande enfasi dai media mainstream. Ma spiegano meglio i motivi del suo successo.

Nel 1980, l’inaspettata vittoria di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti fece entrare l’intero pianeta in un ciclo di quarant’anni di neoliberismo e di globalizzazione finanziaria. La vittoria di oggi di Donald Trump può farci entrare in un nuovo ciclo geopolitico la cui pericolosa caratteristica ideologica principale – che vediamo sorgere ovunque, in particolare in Francia con Marine Le Pen – è l’autoritarismo identitario. Un mondo si sgretola e quindi arrivano le vertigini.
(Traduzione dallo spagnolo a cura de l’AntiDiplomatico)