La bella mela «costituzionale». Grazie, NO! da: banningpoverty.org

La bella mela «costituzionale». Grazie, NO!

La favola della modernità del XXI° secolo, versione italiana.

Riccardo Petrella

Professore emerito dell’Università Cattolica di Lovanio (B), promotore dell’Università del Bene Comune (I, B)

La favola

C’era una volta una Repubblica italiana. I suoi cittadini erano fieri della loro Costituzione, dichiarata da un anfitrione nazionale – molto amato e stimato dal popolo – «la più bella Costituzione al mondo». Un giorno venne un principe, giovane, bello, soprattutto conquistatore. Pragmatico, spregiudicato. E forse per questo, agli occhi degli Italiani, accattivante, simpatico. Arrivò velocemente al potere politico massimo, senza esservi stato eletto, ma cooptato dai poteri forti. Voleva rottamare, diceva, il vecchio, l’inutile, i fossili. Trovò che una parte importante della Costituzione non era più all’altezza dei compiti assegnati ai decisori, in assonanza con i tempi. A diverse riprese manifestò sintomi d’insofferenza nei riguardi della Costituzione, criticata per non permettere al governo, a suo dire, di agire rapidamente senza tante discussioni ai vari livelli istituzionali e territoriali della rappresentanza eletta. Per riuscire nel suo intento «riformatore» (pardon, rottamatore) ebbe l’idea di sedurre il popolo italiano, offrendogli una bella mela, lucida, dai colori smaglianti, senza incrostazioni o foruncoli sulla buccia, perfettamente rotonda, in stato eccellente di maturazione: la mela del costo della politica. Mordere la mela avrebbe significato ridurre i costi della politica, soprattutto quelli della rappresentanza eletta, dare efficienza e velocità alle decisioni da parte di coloro che sanno e, soprattutto, che «hanno i numeri» (come è solito dire) per decidere (cioé, le chiavi del potere). Gli Italiani avrebbero guadagnato denaro, speso meno. Una manna. Difficile per gli Italiani resistere alla tentazione. Non sappiamo, però, ad oggi, com’é andata. Il futuro, assai prossimo, ce lo dirà.

Il racconto

Il 4 dicembre 2016, fra un mese, più di 30 milioni d’Italiani in età di votare dovranno rispondere SI o NO al seguito seguente:

«approvate……..

  • le disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario
  • la riduzione nel numero del parlamentari
  • il contenimento dei costi del funzionamento delle istituzioni
  • la soppressione del CNEL
  • la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione ?

Da notare che la quinta proposta riguarda 47 articoli relativi ai rapporti tra Stato e Regioni (e collettività locali)

All’origine della favola della mela stanno due visioni della politica in quanto regolazione ed organizzazione del vivere insieme, fortemente impregnate da una cultura utilitarista e mercantile della società:

–         la politica istituzionale è un’attività che comporta costi e benefici, e la sua utilità si dimostra quando i benefici misurabili quantitativamente (specie in termini monetari, per esempio sul piano fiscale) ma anche qualitativamente (certezza e qualità dei beni collettivi usufruibili e dei servizi resi) superano i costi ;

–         lo Stato – in quanto insieme di istituzioni dotate di poteri legislativi, esecutivi e giudiziari – deve essere efficiente, efficace ed economico nell’esercizio delle sue funzioni, soprattutto nei confronti dei pagatori delle tasse (singoli cittadini, soggetti collettivi, imprese….) su cui si fondano le entrate dello Stato.

I cinque «semi» della mela renziana riflettono singolarmente e collettivamente le due visioni. Queste possono essere ricondotte ad una sola visione normativa: minori sono i costi della politica, più efficienti, efficaci, ed economici saranno il vivere insieme e «fare società», dal livello locale a quello mondiale. La politica si definisce e vale in funzione delle tre E (efficienza, efficacia, economicità).

I gruppi sociali dominanti degli Stati Uniti furono i primi a far entrare i costi della politica come tema centrale nell’agenda politica del mondo occidentale, fin dalla fine degli anni ’60, ancor prima del reaganismo e del thathcerismo. Penso, in particolare, al presidente americano Lyndon Johnson e il suo progetto per l’America The Great Society. Centrato, per ragioni di evidente comunicazione politica, su «la guerra alla povertà», la proposta chiave consistette nella riforma privatista di quel poco di Stato del welfare ch’era stato messo in piedi dopo la grande crisi del 1929-33.

Di costi della politica in Italia si cominciò a parlare all’epoca dei governi di centro sinistra, sull’influenza delle tesi sulla terza via di infausta memoria alla Blair, alla Schroeder, alla Clinton, alla Prodi, e di cui uno degli esponenti massimi fu Giulio Amato, oggi membro della Consulta. Negli ultimi venti anni dobbiamo al «grande democratico ed uomo di Stato» che è Silvio Berlusconi (sic !) il fatto che il tema dei costi della politica ha continuato a dominare l’immaginario politico ed il dibattito ideologico e sociale nel nostro Paese.

La matassa ideologica e socio-culturale delle concezioni centrate sui costi della politica è integralmente presente nella mela renziana. Essa è snodata secondo il seguente intreccio.

Tempo 1. I costi della politica sono considerati esorbitanti e inaccettabili, si sostiene che lo Stato spende troppo al di là delle sue capacità e tassa troppo: lo Stato deve ridurre le spese e le tasse. Il governo Renzi è fiero di considerarsi il governo che ha ridotto le tasse in maniera più consistente e rapida dei governi precedenti. A tal fine, sostiene il governo, è necessario ridimensionare le spese di funzionamento delle istituzioni politiche, in particolare le istituzioni parlamentari. Da qui le due prime proposte offerte dalla mela renziana. Perché il governo Renzi dà la priorità alla riduzione dei costi delle istituzioni parlamentari?

Tempo 2. Lo Stato è accusato di essere inefficiente ed inefficace in un’epoca marcata da cambiamenti continui e rapidi, su scala mondiale, i quali domandano al potere politico tempi di decisione compatti, coerenti e rapidi. La democrazia parlamentare, le istituzioni della rappresentanza politica eletta, sono considerati dei fattori limitativi, bloccanti. All’era dell’informatica, della telematica e delle reti mondiali, la democrazia deve essere, si dice, efficace, ha bisogno di poteri esecutivi forti e non sottomessi alle instabilità e volatilità permanenti degli schieramenti partititici, sempre più sbriciolati, e dei giochi delle alleanze politiche ai vari livelli territoriali della rappresentanza eletta. Coerentemente a queste tesi, il governo Renzi ha addirittura tentato di evitare la ratificazione del trattato CETA da parte dei parlamenti nazionali degli Stati membri dell’UE (come previsto dai trattati costitutivi dell’UE) proponendo che fossero solo la Commissione europea ed il Parlamento europeo a farlo. Per il nuovo principe, la democrazia rappresentativa eletta è un sistema del passato che necessita di ammodernamento, di snellimento, in un duplice senso: da un lato, della riduzione dei poteri legislativi e di controllo in mano alle istituzioni parlamentari e, dall’altro, della loro estensione e rafforzamento in mano all’esecutivo centrale (nazionale). Da qui anche le ultime due proposte che mirano a dare sempre maggiori poteri all’esecutivo.

Tempo 3. Il modello attuale di governo dello Stato, però, non è considerato costituire un modello capace di rendere le azioni dell’esecutivo, pur anche rinforzato, più efficienti, efficaci ed economiche. A tal fine , si afferma, occorre sgrassare lo Stato di tutte le attività economiche strategicamente importanti per la crescita dell’economia nazionale e della sua competitività sui mercati internazionali, per affidarle ai soggetti economici privati, quali le imprese, attraverso chiari processi di deregolazione, di liberalizzazione e di privatizzazione. La privatizzazione deve riguardare, in particolare, la gestione del ciclo integrale della preservazione, produzione, distribuzione, uso, trattamento e riciclaggio dell’insieme dei beni e dei servizi comuni essenziali per la vita ed il benessere collettivo, affidata nel passato ad imprese pubbliche (municipalizzate, aziende speciali) e finanziata dal denaro pubblico. Il Il modello pubblico di governo, si afferma, non funziona più, visto che lo Stato ha perso il controllo effettivo della moneta e della finanza, passato oramai in mano, per volontà degli Stati, ai mercati finanziari e alle istituzioni private politicamente indipendenti come la BCE (Banca Centrale Europea). Il governo Renzi considera favorevolmente i mutamenti sopraddetti, per cui stima che sia urgente e necessario mettere in piedi un «nuovo» modello di governo fondato sul principio che lo Stato deve uscire dal governo dell’economia, per affidarla ai soggetti ed ai meccanismi economici considerati « naturali», cioé le imprese e il mercato. In queste condizioni, la mela «costituzionale» del principe propone che il governo politico pubblico dell’economia fondato sulle istituzioni rappresentative elette deve essere trasformato in una «governance economica » fondata sul potere d’iniziativa legislativa, di decisione e di controllo da parte di tutti i portatori d’interesse (gli «stakeholders»). Secondo questa visione, i portatori d’interesse sono soggetti sia pubblici (gli Stati, le regioni, i parlamenti, i comuni…) che privati (le imprese, i sindacati, le fondazioni, le associazioni della società civile). Il luogo principale dell’incontro, dei dibattiti e delle deliberazioni deve essere, anche secondo il governo Renzi, aperto, libero, flessibile, cioé il mercato, da quello locale a quello mondiale. Per questo, dicono, la «governance economica» deve essere considerata il sistema di governo politico più efficiente, efficace ed economico dell’economia e della società. Si passa da una visione pubblica co-responsabile delle regole (il diritto) delle relazioni interindividuali e collettive del vivere insieme, e del «fare società» nell’interesse comune (sicurezza sociale per tutti) e giusto (Stato dei diritti), ad una visione contrattualistica privata di salvaguardia e di promozione degli interessi particolari in un contesto di rapporti di forza inuguali ed asimmetrici. La proposta di soppressione del CNEL è un esempio «minore» esterno ma simbolico di questo mutamento. Le tre prime proposte sono, invece, il segno sostanziale della natura profonda del passaggio dal governo pubblico fondato sulla rappresentanza eletta nel rispetto dei diritti dei cittadini alla « governance economica» fondata sui portatori d’interessi e sull’incontro/scontro tra interessi di forza inuguale. Siamo apertamente di fronte ad una «costituzionalizzazione» della privatizzazione del potere politico pubblico.

Con la buona pace di Eugenio Scalfari e del divertente Benigni, è difficile affermare onestamente che la nuova Costituzione sarà una buona Costituzione nell’interesse degli Italiani (Scalfari) e resterà la più bella Costituzione al mondo (Benigni) perché consacrerebbe il fatto che la democrazia sarebbe stata sempre e principalmente un sistema di oligarchie. Fortunatamente cio’ e falso, altrimenti che cose orribili sarebbero tutte le Costituzioni degli altri Paesi! Cosi, ci dicono,  l’imperiosa necessità del passaggio alla governance economica spîega l’importanza chiave della quinta proposta che restituisce allo Stato centrale, nel contesto del nuovo ruolo attribuito allo Stato dalla globalizzazione economica, la competenza esclusiva su quasi tutte le competenze  considerate dalla Costituzione  in vigore  concorrenti tra Stato e Regioni . Secondo i gruppi dominanti, più lo Stato è snello  ed alleggerito e piu accentra le competenze regolatrici rimastegli, al servizio della « governance economica »,  più esso congribuisce a rendere la governanza efficcae, efficiente ed economica. La stessa osservazione vale riguardo i Comuni che perdono definitivamente quei poteri che avevano costituito nel passato la grandezza e la forza «democratiche» dell’autonomia comunale.

Tempo 4 ed ultimo. È il tempo nel corso del quale i cinque semi della mela fanno agire il veleno «nascosto». È il tempo del non esplicito e del non diretto nell’offerta della mela. È il tempo della bella mela non ancora morsa ,ma i cui effetti potenziali sono stati «geneticamente» introdotti. Il veleno si trova iniettato nell’esaltazione che la mela fa dell’eccellenza, della performance, misurata dall’indice di competitività dell’economia nazionale e « locale », delle imprese, delle università e del sistema educativo, dei trasporti, degli ospedali, delle città, delle persone. L’indice di competitività è visto come l’espressione più potente della forza dell’eccellenza, e quindi la fonte della legittimità del merito. Così la mela promette che più un soggetto è competitivo e porta ricchezza alla crescita ed al benessere dell’economia del Paese, più i diritti ed il potere saranno accessibili. I diritti, dice la mela, si meritano. Mordendola si può ricevere la grazia di accedere ai diritti, in teoria universali, ed alla sovranità in quanto soggetto di storia, in teoria collettiva, condivisa, diffusa.

In futuro, se gli Italiani cedono alla tentazione di mangiare la mela, la Costituzione sarà effettivamente ribaltata: la società della sicurezza sociale generale sarà soppressa e lo Stato dei diritti sarà svuotato di senso. Nell’una come nell’altro la sicurezza e i diritti dovranno essere pagati a un prezzo abbordabile, secondo le « leggi » del mercato.

GRAZIE, NO. PROPONGO DI NON MANGIARE LA MELA !

Bruxelles , 31 ottobre 2016

 

L’immagine è del  sito http://www.retescuole.net

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