Tudeh: 75 anni di lotta per la classe operaia iraniana da: www.resistenze.org

 

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Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/10/2016

Intervista a Mohammad Omidvar, portavoce ufficiale del Partito Tudeh dell’Iran *

Il 2 ottobre scorso, il Tudeh ha celebrato il 75° anniversario dalla sua costituzione. In questo periodo di tempo, qual è stato l’obiettivo di lotta del Partito che indicheresti come principale relativamente all’Iran?

Domenica scorsa, 2 ottobre 2016, abbiamo celebrato il 75° anniversario del Partito della classe operaia iraniana, che fu fondato da prigionieri politici comunisti liberati dalle carceri dello scià Reza e da altre personalità democratiche del paese. La nascita del nostro Partito è avvenuta in un frangente in cui l’Iran era alle prese con il sottosviluppo sociale, l’ampia ingerenza delle potenze coloniali e un regime di reazione interna. L’emergere del nostro Partito sulla scena politica iraniana è stato un grande evento, che ha portato sviluppi sociali, politici e culturali significativi nel nostro paese. In breve tempo, il Partito divenne di massa, organizzando decine di migliaia di lavoratori, fondando sindacati e organizzazioni democratiche delle donne, coordinando la gioventù e gli studenti, così come un movimento per la pace di massa in tutto il paese. Chiaramente ciò ha rappresentato una minaccia significativa per l’imperialismo e la reazione interna. Temevano e temono ancora, le basi ideologiche e politiche del Partito, la sua capacità di organizzare i lavoratori e il popolo oppresso, sebbene nel corso dei 75 anni di esistenza del nostro Partito, esso abbia goduto di uno status legale solo per brevi periodi di tempo.

Il nostro Partito vede sé stesso come il partito della classe operaia iraniana, che da 75 anni lotta contro l’intervento imperialista in Iran, per i diritti democratici e la libertà del nostro popolo e per il Socialismo. Anche i nostri critici ammettono che idee come la “legislazione sul lavoro”, i diritti dei lavoratori di organizzarsi in sindacati, la parità dei diritti per le donne, il diritto delle donne al voto e a partecipare alla vita socio-economica e politica del paese, così come come le idee di una sanità e istruzione gratuite e di una riforma agraria in favore dei contadini sono state introdotte in Iran dal Tudeh e hanno trasformato la nostra società.

Non è un caso che il nostro Partito, lungo tutti i suoi 75 anni di storia, sia stato sottoposto a numerosi tentativi di reprimerlo e distruggerlo, nei quali sono stati esiliati, imprigionati e uccisi migliaia di nostri membri. Nel corso del massacro dei prigionieri politici in Iran del 1988 (all’epoca ampiamente coperto da Morning Star) la stragrande maggioranza dell’Ufficio politico, del Comitato centrale e centinaia di quadri, membri e sostenitori del partito furono perseguitati dal regime di Khomeini.

Qual è il giudizio del Partito sul governo del presidente Rouhani, che è ampiamente considerato come l’architetto del successo dei negoziati, detti dei 5 + 1, volti a risolvere la controversia nucleare e portare alla fine delle sanzioni? Il popolo iraniano ha visto dei miglioramenti?

In primo luogo, è importante notare che, nel corso degli ultimi venti anni, la politica estera del regime teocratico iraniano sotto la direzione e la leadership di Ali Khamenei è stata disastrosa, e ha causato tensioni pericolose nella regione e l’imposizione di sanzioni economiche devastanti da parte dell’imperialismo, che hanno spezzato la schiena all’economia del paese e reso la vita insopportabilmente difficile a milioni di iraniani. Mentre il governo Rouhani può rivendicare la chiusura positiva di queste trattative, la realtà è che il regime iraniano aveva avviato trattative segrete con gli Stati Uniti più di due anni prima che Rouhani fosse eletto come presidente, al tempo del governo Ahmadinejad.

Nonostante le schermaglie politiche quasi quotidiane esternate al mondo dei media per rafforzare la squadra negoziale, la dura realtà, come recentemente dichiarato dal capo negoziatore, è che l’accordo con l’Occidente era stato orchestrato e diretto da vicino dal leader iraniano e fu firmato con la sua piena approvazione. Il nostro Partito ha accolto i negoziati come l’unico modo per risolvere le controversie con gli Stati Uniti e l’Europa riguardo la politica nucleare iraniana e per raggiungere un accordo globale che protegga gli interessi nazionali dell’Iran. Ma abbiamo anche messo in guardia contro gli altri aspetti dei negoziati che mirano a integrare l’Iran nei piani USA per un “Nuovo Medio Oriente”.

Nonostante la fine delle sanzioni, la situazione economica del paese non è migliorata. Ciò è dovuto alle politiche neoliberali del regime. Anche secondo le statistiche ufficiali l’economia è stagnante, l’industria nazionale iraniana è in rapido declino, milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà fissata dal regime, oltre 3 milioni di persone sono senza lavoro (in alcune province rappresentano oltre il 60% della popolazione), la corruzione è dilagante e l’inflazione è in crescita.

A giugno, Moring Star riportava il caso dello sciopero della fame del sindacalista Ja’far Azimzadeh. Qual è la situazione dei diritti umani in Iran, in particolare per quanto riguarda le attività politiche e sindacali?

La vittoriosa campagna mondiale per salvare la vita di Azimazadeh, nella quale Moring Star, il movimento operaio in Gran Bretagna e in Europa, in particolare quello sindacale, hanno svolto un ruolo di primo piano, ha ancora una volta evidenziato la difficile situazione in cui versa la classe operaia iraniana. Soppressione selvaggia dei diritti sindacali, che negli ultimi sei mesi ha incluso la flagellazione pubblica dei lavoratori che protestavano, nonché l’arresto e la tortura di attivisti sindacali, è parte integrante della risposta del regime a un movimento di protesta in crescita.

La possibilità di costituire sindacati, di avere giusti stipendi, aumenti salariali adeguati al tasso di inflazione, pagamenti puntuali (ci sono casi in cui i lavoratori non ricevono lo stipendio da un anno) e la protezione contro i contratti a zero ore sono tra richieste immediate dei lavoratori. Nelle ultime settimane, il governo ha annunciato l’intenzione di “riformare” il diritto del lavoro per “aiutare” le imprese e lo sviluppo economico. Naturalmente l’obiettivo delle cosiddette riforme è l’eliminazione delle tutele fondamentali dei diritti dei lavoratori ottenute in seguito alla rivoluzione del 1979. Il nostro Partito ritiene che per il movimento operaio questo diverrà un enorme campo di battaglia e che solo attraverso la lotta organizzata e coordinata sarà possibile sconfiggere i piani del regime.

Come descriveresti l’attuale struttura di potere all’interno della Repubblica islamica dell’Iran? I media mainstream occidentali hanno dipinto le recenti elezioni parlamentari di febbraio 2016, come una importante e storica vittoria delle forze riformiste alleate con Rouhani. Possono i riformisti cambiare la natura della struttura di potere del regime?

Abbiamo un regime teocratico, che è conosciuto come il “regime del Velayat Fagieh” (regime della Guida suprema religiosa). Si tratta di una dittatura religiosa al servizio degli interessi della grande borghesia mercantile e burocratica iraniana. Mentre la struttura di potere include un “governo” guidato dal presidente, un parlamento e una magistratura, in realtà tutti questi organi sono controllati direttamente o indirettamente dalla Guida suprema religiosa, essendo responsabili solo verso di lui. In realtà, il capo della magistratura, che costituisce una parte importante dell’apparato di sicurezza e repressivo in Iran, è nominato direttamente da Khamenei.

Inoltre, è importante notare che nel corso degli ultimi due decenni abbiamo assistito ad un aumento significativo del profilo e del potere delle “guardie rivoluzionarie”, il “Basij”, e di altre strutture paramilitari e di sicurezza. Non è esagerato affermare che una parte significativa dell’economia del nostro paese è ora controllata dalla leadership delle “guardie rivoluzionarie” che fa riferimento ad Ali Khamenei e che è da lui nominata. Di rilievo è il fatto che i dirigenti della guardia rivoluzionaria sono apertamente coinvolti nella determinazione delle politiche strategiche del regime.

Tutto, dai rapporti con vari paesi, all’organizzazione massiccia di brogli nelle elezioni, fino alla repressione selvaggia della protesta popolare (ad esempio, a seguito delle elezioni presidenziali del 2009 in cui milioni di voti furono truccati per nominare Ahmadinejad presidente per la seconda volta) fa parte del ruolo crescente e molto pericoloso della guardia rivoluzionaria e della sua leadership. Secondo diversi documenti pubblicati nel corso degli ultimi due anni, mentre la gente comune soffriva tremendamente, i capi delle guardie rivoluzionarie hanno beneficiato di miliardi di dollari grazie alle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.

Gli sviluppi politici in Iran sono strettamente correlati e riflettono gli eventi del Medio Oriente. Qual è la giudizio del Tudeh sugli sviluppi in Siria e l’attuale impasse nel tentativo di raggiungere una soluzione negoziata al conflitto?

E’ chiaro come i responsabili politici delle principali istituzioni capitaliste globali abbiano cercato di spostare il peso della crisi sistemica del capitalismo sulle spalle dei lavoratori e dei poveri. Le politiche neoliberali dominano l’Europa e il Nord America. La disuguaglianza nei paesi capitalisti è diventata più istituzionalizzata. Gli stati dittatoriali stanno impiegando ogni tattica per schiacciare la resistenza popolare. Il Medio Oriente è al centro dei tentativi attentamente orchestrati dall’imperialismo mondiale guidato dagli USA di consolidare la propria egemonia e garantire il controllo senza uguali sui flussi petroliferi, la possibilità di saccheggiare liberamente le risorse della regione e di sfruttare i suoi mercati.

La destra e le forze reazionarie in Medio Oriente, sostenute da USA/UE, stanno lavorando per garantire che nulla possa concretamente sconvolgere il “Piano per un Nuovo Medio Oriente” degli Stati Uniti. Essi sono stati in grado di dettare il corso degli eventi nella regione progettando crisi, guerre e conflitti. Siria, Iraq e Yemen stanno bruciando. La Libia è stata ridotta a un luogo dove le tribù si contendono il potere e regna il terrorismo islamico. La realtà è che la nascita e la crescita del “terrorismo islamico” sono dovute principalmente alle disastrose politiche degli Stati Uniti, dei loro alleati europei e complici regionali come l’Arabia Saudita, al loro sostegno finanziario e militare alle diverse forze estremiste, tra cui figurano i mercenari di Al-Qaeda e dell’ISIS.

Ovviamente, la continuazione delle politiche egemoniche e guerrafondaie degli stati imperialisti in Medio Oriente e Nord Africa nel corso degli ultimi tre decenni – in particolare l’invasione brutale di Afghanistan e Iraq e l’incendio della guerra civile in Siria – ha causato spargimento di sangue e devastazioni che affliggono milioni di persone comuni in questi paesi, con la creazione di una crisi di rifugiati, in particolare in Europa, che non si conosceva dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La situazione in Siria è quella di una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili, che seguita principalmente per la volontà delle potenze occidentali di destituire il governo Assad. Le forze attualmente sostenute da Stati Uniti-Regno Unito e Unione Europea sono dello stesso stampo fondamentalista e terroristico dell’ISIS, il cui obiettivo è la creazione di una dittatura religiosa medievale in Siria. Il fatto che i media e i governi occidentali presentino queste forze come “combattenti per la libertà”, proprio come fecero con Al-Qaeda e Osama Bil-laden negli anni ’80, e la guerra per procura in Afghanistan dimostrano le politiche distruttive perseguite dall’Occidente nella regione. A nostro avviso dovrebbe essere il popolo siriano a determinare il suo futuro governo e non forze esterne. La fine immediata di questa guerra distruttiva deve essere il primo passo affinchè le vere forze politiche nazionali possano negoziare sul modo migliore di attuare un piano duraturo di pace e avviare la ricostruzione del paese.

Il Partito è stato vietato nel 1983 e costretto a operare in clandestinità. Come può il Tudeh in queste condizioni influenzare i cambiamenti nel paese?

Nell’attacco del 1983 al nostro Partito, il capo procuratore del regime dichiarava di aver arrestato più di 10.000 nostri iscritti e sostenitori. L’obiettivo era quello di distruggere il Partito in Iran una volta per tutte. Oggi, 33 anni dopo, dopo l’esecuzione di quasi tutti i dirigenti del nostro Partito e anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti dell’Europa orientale negli anni ’90, abbiamo ricostruito con successo il Partito e svolgiamo un ruolo importante nella lotta politica in Iran contro il regime dispotico. E’ interessante il fatto che nel corso degli ultimi dodici mesi, il regime abbia avviato una significativa campagna di propaganda contro il Partito. “Fars News Agency”, che appartiene alle “guardie rivoluzionarie”, ha pubblicato in 6 parti una serie di interviste e articoli sull’attacco del regime al Partito e su come i leader del Partito abbiano “confessato” di essere spie sovietiche che miravano a rovesciare il regime. Dopo questa serie di articoli, l’11 luglio 2015, la Guida suprema Ali Khamenei esprimeva seria preoccupazione per la crescita del marxismo, continuando ad attaccare il nostro Partito e chiedendo ai media iraniani di ritrasmettere in TV le “Confessioni” dei nostri ex dirigenti di Partito, la maggior parte dei quali giustiziati dal regime.

Oggi i nostri membri e sostenitori sono parte integrante dei movimenti operaio, delle donne, dei giovani e degli studenti nel paese. Lavoriamo a stretto contatto con il movimento riformista in Iran e crediamo ci sia un consenso crescente intorno al fatto che tutte le forze democratiche e amanti della libertà debbano lavorare insieme se vorranno essere in grado di costringere il regime dittatoriale a ritirarsi. Siamo consapevoli del fatto che la migliore copertura per un partito che è vietato e che lavora nelle condizioni più difficili, l’adesione al quale è un reato e porta a pesanti condanne, è quella di essere parte del movimento di massa e in grado di influenzare la direzione della lotta. In breve, alcune delle nostre parole d’ordine chiave e punti di vista si riflettono negli slogan del movimento popolare per la fine della dittatura in Iran. Questa è la forza del lavoro svolto dai nostri compagni e sostenitori in tutto il mondo e spiega perché la leadership iraniana sia seriamente preoccupata per l’influenza del Partito.

Gli ultimi trent’anni di ricostruzione del Partito sono stati un successo grazie al lavoro instancabile dei nostri membri e sostenitori in tutto il mondo, in particolare in Iran, e al sostegno e solidarietà che abbiamo ricevuto dalla classe operaia e dal movimento comunista di tutto il mondo.

* Intervista eseguita da Navid Shomali, della Segretaria internazionale del CC del Partito Tudeh dell’Iran, e pubblicata su Morning Star dell’8 ottobre 2016

 

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