Solidarietà da ANPI Catania al giornalista Marco Benanti e a Matteo Iannitti querelati dal sindaco Enzo Bianco

querelati

Bianco querela Matteo Iannitti e il giornalista Marco Benanti

Colpevole l’uno di aver espresso un’opinione politica e l’altro di averla resa pubblica su un giornale. Così evidentemente la pensa il sindaco di Catania Enzo Bianco che ha presentato querela nei condronti di Catania Bene Comune, nella persona del suo leader Matteo Iannitti e della testata on line Iene Sicule diretta da Marco Benanti.

Oggetto della denuncia un comunicato stampa diffuso all’indomani della pubblicazione dell’intercettazione della telefonata tra Enzo Bianco, candidato Sindaco, e Mario Ciancio, in attesa di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, in merito all’approvazione del PUA, progetto di cementificazione del litorale catanese.

Il comunicato, nell’occasione, venne pubblicato sulle Iene.

Denunciati dunque politica e giornalismo.

Il Pubblico Ministero a giugno ha richiesto di archiviare il procedimento ma il Sindaco Bianco ha invece deciso di opporsi all’archiviazione. L’udienza si terrà il 7 dicembre davanti al gup Alessandro Ricciardolo.

“Il tentativo del Sindaco di Catania, Enzo Bianco, di utilizzare la giustizia penale come strumento di intimidazione politica e di censura dell’informazione è gravissimo, inaccettabile, incompatibile con qualsiasi sistema democratico” commenta Catania Bene Comune dal suo sito internet.

Intanto domani sera, venerdi 4 novembre, alle ore 19.30 si terrà un’assemblea pubblica al Gapa, in via Cordai 47 “Per rispondere insieme a questo attacco, per rilanciare la battaglia contro la mafia e per la giustizia sociale in città, per riprenderci gli spazi del confronto democratico.” si legge ancora nella nota del movimento.

Anonimo: Lodato, lascia perdere Mattarella e Di Matteo da: antimafiaduemila.com

mattarella dimatteo email anonimaL’e-mail inviata da ignoti: “non è un avvertimento mafioso”
di Giorgio Bongiovanni e Miriam Cuccu
Una e-mail inviata da un indirizzo anonimo arriva la notte del 19 ottobre sulla casella di posta di Saverio Lodato, giornalista, scrittore ed editorialista di Antimafia Duemila. Se il mittente resta ignoto, però, il riferimento – nonché oggetto del testo – è più che chiaro all’articolo pubblicato solo una settimana prima, Sergio Mattarella a Nino Di Matteo: Vai via da Palermo! Nella e-mail è contenuto un ammonimento: “consiglia di lasciar perdere: non è un avvertimento mafioso”.
L’articolo a firma di Lodato usciva proprio a seguito degli ultimi eventi che alzano ulteriormente lo stato d’allerta nei confronti di Nino Di Matteo. Di fronte ai quali il Consiglio superiore della magistratura aveva ventilato al magistrato l’ipotesi di abbandonare Palermo e varcare la soglia della Procura nazionale antimafia, così da tutelare la propria incolumità. E dimenticando così, di conseguenza, il processo trattativa Stato-mafia, di cui Di Matteo di occupa insieme ai colleghi Teresi, Del Bene e Tartaglia.
Scriveva Lodato: “Nessuno, sinora, ha messo in evidenza che la richiesta a Di Matteo di appendere i guantoni, viene dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, nella sua qualità di presidente del CSM”. Ed è proprio sul Presidente della Repubblica che si concentra di seguito l’e-mail anonima: “Già suo padre Bernardo (che fu Senatore) venne incautamente diffamato come tale ma il tribunale sentenziò che non c’erano prove, anzi, tutt’altro”, aggiungendo che Mattarella ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso…” e “… non è mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui invece apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriera politica”. Quindi conclude: “anche se… sembra quasi…; neppure la stessa mafia, per rispetto all’Uomo, giunge a dichiarare (pubblicamente) tanto… più modestamente progetta di ucciderlo”.
Immediata scatta la denuncia da parte di Lodato alla Procura di Palermo: “Ho chiesto che vengano fatti accertamenti sull’indirizzo elettronico da cui questa e-mail è partita” dichiara, commentando poi che “il passaggio più grave” è quello in cui “consiglia di lasciar perdere”, precisando che non di tratta di “un avvertimento mafioso”. Da chi proviene allora l’ammonimento, se non da ambienti criminali? E per quale motivo?
Certo è che Lodato, tra le più autorevoli firme – libere, soprattutto – in materia di mafia e antimafia, ha da sempre aspramente criticato, in accordo con la linea editoriale di Antimafia Duemila, le scelte del Consiglio superiore della magistratura quando ha sonoramente, e inspiegabilmente, bocciato il curriculum professionale di Di Matteo, nel momento in cui quest’ultimo fece domanda – per ben due volte – per la Procura nazionale antimafia. Ora, invece, per il magistrato giunge la proposta per approdare finalmente a Roma, ma con la carta del trasferimento d’urgenza e non certo per i meriti oggettivi di Di Matteo, maturati in una carriera più che ventennale tra processi e inchieste di mafia e stragi. A questo proposito, Lodato criticava aspramente la posizione del Capo dello Stato: “Con tutto il rispetto per il suo vicepresidente Legnini, non crediamo – scriveva – che potesse impegnarsi con Di Matteo per un eventuale provvedimento di deroga che gli spianerebbe quella stessa strada che tanto pervicacemente lo stesso CSM gli aveva ostruito. Mattarella non può non aver dato il suo via libera. Ma se le cose stanno così, ciò significa che la situazione della sicurezza, nonostante la scorta di tutto rispetto, si è aggravata, ove possibile, ancora di più”. I rischi sempre più alti corsi da Di Matteo, le palesi condanne a morte e il silenzio assordante da parte delle istituzioni sono proprio ciò che Antimafia Duemila intende allertare. A dispetto di qualsiasi “consiglio” di “lasciar perdere” – che andrà verificato e approfondito con ogni mezzo – sia esso mafioso o non.

Cosa sta accadendo in Venezuela? da: www.resistenze.org

 

Resumen Latinoamericano | resumenlatinoamericano.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

24/10/2016

1. La destra ha conquistato la maggioranza dell’Assembleaa Nazionale nel dicembre 2015.

2. Il suo principale obiettivo da quando si è insediata in parlamento è stato quello di rovesciare il Presidente Nicolas Maduro.

3. Per raggiungere tale obiettivo, la destra ha impiegato QUATTRO mesi di dibattito su quale dovrebbe essere il modo di disinsediare il Presidente, considerando alla fine le seguenti opzioni:
– Esigere le sue dimissioni.
– Accusarlo formalmente mediante la Procura.
– Dichiararne il suo stato di incapacità mentale.
– Annullare le elezioni asserendo che  il presidente è di nazionalità colombiana.
– Modifica o riforma della Costituzione per accorciarne il periodo di mandato.
– Formare un’assemblea costituente.
– Esercitare pressioni sociali nelle piazze.
– Indire un referendum revocatorio (1)

4. Solo alla fine di aprile, ha deciso di attivare la procedura per l’indizione del referendum revocatorio della carica.
Attivando il meccanismo in aprile anziché in gennaio, quando era già compiuta la metà del periodo costituzionale di carica del Presidente, la destra non avrà il tempo per indire il referendum revocatorio entro il 2016, a causa dei termini stabiliti nella normativa che regola la sua attivazione e convocazione che prevedono una procedura della durata di almeno 260 giorni.
Tenere questo referendum nel 2017, implica che in caso di successo, chi completerà il periodo di mandato del Presidente revocato, sarà il Vicepresidente Esecutivo, il che implica che sarà uno od una chavista a completare il mandato presidenziale fino al 2019.

5. In questi mesi, l’Assemblea Nazionale ha deciso di non rispettare le sentenze del Tribunale Supremo di Giustizia che aveva annullato i suoi provvedimenti incostituzionali. Per mantenere tale censura, il Tribunale Supremo ha deciso che annullerà tutti gli atti del’Assemblea Nazionale fino a che la medesima non si conformi al diritto e rispetti la Costituzione.

6. Ciononostante, il Presidente Nicolas Maduro ha sempre mantenuto l’invito ad un dialogo nazionale nei confronti dell’opposizione per risolvere i conflitti politicamente e pacificamente.
Per realizzare tali incontri di dialogo ha chiesto la collaborazione dell’UNASUR, con la partecipazione degli ex presidenti Rodriguez, Zapatero, Martin Torrijos e Leonel Fernandez.
La destra ha imposto come condizione che fosse coinvolto anche il Vaticano, richiesta immediatamente accolta dal Presidente Maduro.
Tutti i tentativi di dialogo sono finora falliti a causa delle contraddizioni all’interno dell’opposizione.

7. Per convocare il referendum revocatorio, la destra doveva raccogliere in prima istanza un numero di firme pari all’1% degli iscritti nelle liste elettorali, con l’obiettivo di legittimare le organizzazioni politiche promotrici del referendum. Compiuto questo passo, avrebbe dovuto raccogliere un numero di firme pari al 20% degli iscritti nelle liste elettorali, secondo quanto stabilisce la Costituzione Venezuelana.

8. La destra doveva raccogliere solo 195.000 firme per raggiungere il requisito dell’1%, tuttavia ha consegnato al CNE 1.957.779 firme, tra le quali furono accertate nell’udienza del comitato di controllo dove sia la destra che la Rivoluzione erano rappresentate , non meno di 605.727 firme false o fraudolente, tra cui si annoverano:
– 10.995 persone già decedute al momento della firma
– 53.658 persone che non erano iscritte nelle liste elettorali
– 3.003 minori di diciotto anni
– 1.335 persone interdette dai pubblici uffici per gravi reati (omicidio, traffico di droga, rapina, truffa ed abusi sessuali).
Più di novemila denunce sono state presentate in tutti gli stati per sostituzione di persona.

9. Sebbene il CNE abbia riscontrato queste irregolarità, ammesse dalla Commissione per la revisione delle firme nominata dalla stessa destra, ha comunque proceduto a convocare per i giorni 26, 27 e 28 di ottobre la procedura di raccolta delle firme del 20% degli iscritti nelle liste elettorali, alla condizione che le firme false e fraudolente fossero sottoposte ad una indagine giudiziaria.

10. Giovedì 20 ottobre, sette tribunali di diversi stati del Venezuela, basandosi su denunce di cittadini colpiti o informati sui fatti, hanno  adottato misure cautelari ordinando al CNE di sospendere tutti i procedimenti che si sono instaurati come conseguenza della raccolta dell’1% delle firme, essendosi evidenziate condotte di usurpazione di identità (sostituzione di persona n.d.t.) in massa.
In adempimento di queste ordinanze giudiziali, il CNE ha sospeso la raccolta del 20% delle firme degli iscritti nelle liste.

11. La destra ha reagito accusando il Governo del Presidente Maduro di aver ordito un colpo di stato, glissando però sulla responsabilità dei suoi dirigenti nella fraudolenta raccolta dell’1% delle firme.

12. Domenica 23 ottobre, l’Assemblea Nazionale si è riunita in sessione straordinaria, dichiarandosi apertamente “in ribellione” e concordando sui seguenti punti:

– Dichiarare che il Presidente Nicolas Maduro ha ordito un colpo di stato che ha rotto l’ordine costituzionale.
– Sollecitare tutte le organizzazioni internazionali ad applicare sanzioni al Venezuela.
– Denunciare alla Corte Penale Internazionale sia i componenti del CNE sia i giudici che hanno sospeso il procedimento di revocazione.
– Destituire i membri del CNE ed i magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia.
– Decidere sulla supposta doppia nazionalità del Presidente Maduro al fine di destituirlo.
– Decidere sull’abbandono dell’incarico da parte del Presidente Maduro al fine di destituirlo.

13. Questioni su cui riflettere: 

Chi sta facendo il golpe a chi?

La destra ha commesso frodi nella raccolta dell’1% delle firme e il responsabile sarebbe il Governo?

La destra cerca forse un intervento straniero su grande scala con la scusa della sospensione del referendum revocatorio e di una supposta crisi umanitaria?

Un parlamento che viola le sentenze dei giudici può destituire membri della commissione elettorale o i magistrati del massimo tribunale del Paese solo perché vigilano sul rispetto della Costituzione e proteggono la nazione intera da una frode contro la sovranità popolare?

Non è per caso esso stesso un colpo di stato che il parlamento pretenda di disconoscere tutte le decisioni di tutte le altre autorità e pubblici poteri, cercando nel frattempo di destituirli ed estrometterli per vie incostituzionali?

La cancelleria della Colombia ha inviato una nota ufficiale al Presidente della AN informandolo che in nessuna agenzia del suo governo si riscontrano registrazioni della cittadinanza del Presidente Nicolas Maduro. Non è per caso un atto di colpo di stato pretendere la destituzione di un Presidente con soli tre anni di mandato, accusandolo di essere cittadino di un paese che tale cittadinanza ha ufficialmente smentito?

Mentre la AN è in sessione, il Presidente Maduro è in giro in missione nei paesi OPEC e non OPEC per trattare un accordo al fine di stabilizzare i prezzi internazionali del petrolio, base fondamentale dell’economia venezuelana. Non è per caso un’azione golpista cercare di destituire un presidente per abbandono dell’incarico, quando è cosa pubblica e notoria che egli si trova all’estero nel pieno esercizio delle sue funzioni come Capo dello Stato?

Il popolo difenderà nella strada la sua Costituzione, la sua Rivoluzione e il suo legittimo Presidente.

Note: 

(1) n.d.t.: secondo l’art. 72 della vigente Costituzione Venezuelana, “[1] Tutte le cariche e le magistrature di elezione popolare sono revocabili. [2] Trascorsa la metà del periodo per il quale è stato/a eletto/a il/la funzionario/a, un numero non minore del venti per cento degli elettori iscritti o delle elettrici iscritte nella corrispondente circoscrizione può richiedere la convocazione di un referendum per revocare il suo mandato. [3] Quando un numero uguale o maggiore di elettori/trici che elessero il funzionario o funzionaria abbia votato a favore della revoca, sempre che abbia partecipato al referendum un numero di elettori/trici uguale o superiore al venticinque per cento degli/elle elettori/trici iscritti/e, il mandato si considera revocato e si procederà immediatamente a colmare la mancanza in conformità a quanto disposto da questa Costituzione e dalla legge. [4] La revoca del mandato per i corpi collegiali si attua in conformità con quanto stabilito dalla legge. [5] Durante il periodo per il quale è stato eletto il/la funzionario/a non si può inoltrare più di una richiesta di revoca del suo mandato.”.

 

Un’altra legge anticomunista da Kiev da: www.resistenze.org

 

International Communist Press (ICP) | sol.org.tr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

27/10/2016

Il Partito Comunista Ucraino ha riferito sulla recente legge anticomunista varata dal parlamento ucraino. La legge riguarda la comunicazione di massa inclusa la “propaganda comunista” o la diffusione di un’immagine positiva delle istituzioni sovietiche. Secondo la dichiarazione del CPU, “con l’emendamento di alcune leggi ucraine volte a limitare l’accesso a materiale di stampa straniero di contenuto anti ucraino” si colpiscono prevalentemente i mezzi di comunicazione russi e unilateralmente quelli delle repubbliche indipendenti del Donetsk e Luhansk che contengono “propaganda” comunista o promozione delle istituzioni sovietiche.

Il governo di Kiev aveva preso di recente un provvedimento simile. Un canale TV che aveva trasmesso un discorso del leader del CPU Symonenko è stato sospeso dalle autorità governative.

 

Tudeh: 75 anni di lotta per la classe operaia iraniana da: www.resistenze.org

 

International Communist Press | icp.sol.org.tr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/10/2016

Intervista a Mohammad Omidvar, portavoce ufficiale del Partito Tudeh dell’Iran *

Il 2 ottobre scorso, il Tudeh ha celebrato il 75° anniversario dalla sua costituzione. In questo periodo di tempo, qual è stato l’obiettivo di lotta del Partito che indicheresti come principale relativamente all’Iran?

Domenica scorsa, 2 ottobre 2016, abbiamo celebrato il 75° anniversario del Partito della classe operaia iraniana, che fu fondato da prigionieri politici comunisti liberati dalle carceri dello scià Reza e da altre personalità democratiche del paese. La nascita del nostro Partito è avvenuta in un frangente in cui l’Iran era alle prese con il sottosviluppo sociale, l’ampia ingerenza delle potenze coloniali e un regime di reazione interna. L’emergere del nostro Partito sulla scena politica iraniana è stato un grande evento, che ha portato sviluppi sociali, politici e culturali significativi nel nostro paese. In breve tempo, il Partito divenne di massa, organizzando decine di migliaia di lavoratori, fondando sindacati e organizzazioni democratiche delle donne, coordinando la gioventù e gli studenti, così come un movimento per la pace di massa in tutto il paese. Chiaramente ciò ha rappresentato una minaccia significativa per l’imperialismo e la reazione interna. Temevano e temono ancora, le basi ideologiche e politiche del Partito, la sua capacità di organizzare i lavoratori e il popolo oppresso, sebbene nel corso dei 75 anni di esistenza del nostro Partito, esso abbia goduto di uno status legale solo per brevi periodi di tempo.

Il nostro Partito vede sé stesso come il partito della classe operaia iraniana, che da 75 anni lotta contro l’intervento imperialista in Iran, per i diritti democratici e la libertà del nostro popolo e per il Socialismo. Anche i nostri critici ammettono che idee come la “legislazione sul lavoro”, i diritti dei lavoratori di organizzarsi in sindacati, la parità dei diritti per le donne, il diritto delle donne al voto e a partecipare alla vita socio-economica e politica del paese, così come come le idee di una sanità e istruzione gratuite e di una riforma agraria in favore dei contadini sono state introdotte in Iran dal Tudeh e hanno trasformato la nostra società.

Non è un caso che il nostro Partito, lungo tutti i suoi 75 anni di storia, sia stato sottoposto a numerosi tentativi di reprimerlo e distruggerlo, nei quali sono stati esiliati, imprigionati e uccisi migliaia di nostri membri. Nel corso del massacro dei prigionieri politici in Iran del 1988 (all’epoca ampiamente coperto da Morning Star) la stragrande maggioranza dell’Ufficio politico, del Comitato centrale e centinaia di quadri, membri e sostenitori del partito furono perseguitati dal regime di Khomeini.

Qual è il giudizio del Partito sul governo del presidente Rouhani, che è ampiamente considerato come l’architetto del successo dei negoziati, detti dei 5 + 1, volti a risolvere la controversia nucleare e portare alla fine delle sanzioni? Il popolo iraniano ha visto dei miglioramenti?

In primo luogo, è importante notare che, nel corso degli ultimi venti anni, la politica estera del regime teocratico iraniano sotto la direzione e la leadership di Ali Khamenei è stata disastrosa, e ha causato tensioni pericolose nella regione e l’imposizione di sanzioni economiche devastanti da parte dell’imperialismo, che hanno spezzato la schiena all’economia del paese e reso la vita insopportabilmente difficile a milioni di iraniani. Mentre il governo Rouhani può rivendicare la chiusura positiva di queste trattative, la realtà è che il regime iraniano aveva avviato trattative segrete con gli Stati Uniti più di due anni prima che Rouhani fosse eletto come presidente, al tempo del governo Ahmadinejad.

Nonostante le schermaglie politiche quasi quotidiane esternate al mondo dei media per rafforzare la squadra negoziale, la dura realtà, come recentemente dichiarato dal capo negoziatore, è che l’accordo con l’Occidente era stato orchestrato e diretto da vicino dal leader iraniano e fu firmato con la sua piena approvazione. Il nostro Partito ha accolto i negoziati come l’unico modo per risolvere le controversie con gli Stati Uniti e l’Europa riguardo la politica nucleare iraniana e per raggiungere un accordo globale che protegga gli interessi nazionali dell’Iran. Ma abbiamo anche messo in guardia contro gli altri aspetti dei negoziati che mirano a integrare l’Iran nei piani USA per un “Nuovo Medio Oriente”.

Nonostante la fine delle sanzioni, la situazione economica del paese non è migliorata. Ciò è dovuto alle politiche neoliberali del regime. Anche secondo le statistiche ufficiali l’economia è stagnante, l’industria nazionale iraniana è in rapido declino, milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà fissata dal regime, oltre 3 milioni di persone sono senza lavoro (in alcune province rappresentano oltre il 60% della popolazione), la corruzione è dilagante e l’inflazione è in crescita.

A giugno, Moring Star riportava il caso dello sciopero della fame del sindacalista Ja’far Azimzadeh. Qual è la situazione dei diritti umani in Iran, in particolare per quanto riguarda le attività politiche e sindacali?

La vittoriosa campagna mondiale per salvare la vita di Azimazadeh, nella quale Moring Star, il movimento operaio in Gran Bretagna e in Europa, in particolare quello sindacale, hanno svolto un ruolo di primo piano, ha ancora una volta evidenziato la difficile situazione in cui versa la classe operaia iraniana. Soppressione selvaggia dei diritti sindacali, che negli ultimi sei mesi ha incluso la flagellazione pubblica dei lavoratori che protestavano, nonché l’arresto e la tortura di attivisti sindacali, è parte integrante della risposta del regime a un movimento di protesta in crescita.

La possibilità di costituire sindacati, di avere giusti stipendi, aumenti salariali adeguati al tasso di inflazione, pagamenti puntuali (ci sono casi in cui i lavoratori non ricevono lo stipendio da un anno) e la protezione contro i contratti a zero ore sono tra richieste immediate dei lavoratori. Nelle ultime settimane, il governo ha annunciato l’intenzione di “riformare” il diritto del lavoro per “aiutare” le imprese e lo sviluppo economico. Naturalmente l’obiettivo delle cosiddette riforme è l’eliminazione delle tutele fondamentali dei diritti dei lavoratori ottenute in seguito alla rivoluzione del 1979. Il nostro Partito ritiene che per il movimento operaio questo diverrà un enorme campo di battaglia e che solo attraverso la lotta organizzata e coordinata sarà possibile sconfiggere i piani del regime.

Come descriveresti l’attuale struttura di potere all’interno della Repubblica islamica dell’Iran? I media mainstream occidentali hanno dipinto le recenti elezioni parlamentari di febbraio 2016, come una importante e storica vittoria delle forze riformiste alleate con Rouhani. Possono i riformisti cambiare la natura della struttura di potere del regime?

Abbiamo un regime teocratico, che è conosciuto come il “regime del Velayat Fagieh” (regime della Guida suprema religiosa). Si tratta di una dittatura religiosa al servizio degli interessi della grande borghesia mercantile e burocratica iraniana. Mentre la struttura di potere include un “governo” guidato dal presidente, un parlamento e una magistratura, in realtà tutti questi organi sono controllati direttamente o indirettamente dalla Guida suprema religiosa, essendo responsabili solo verso di lui. In realtà, il capo della magistratura, che costituisce una parte importante dell’apparato di sicurezza e repressivo in Iran, è nominato direttamente da Khamenei.

Inoltre, è importante notare che nel corso degli ultimi due decenni abbiamo assistito ad un aumento significativo del profilo e del potere delle “guardie rivoluzionarie”, il “Basij”, e di altre strutture paramilitari e di sicurezza. Non è esagerato affermare che una parte significativa dell’economia del nostro paese è ora controllata dalla leadership delle “guardie rivoluzionarie” che fa riferimento ad Ali Khamenei e che è da lui nominata. Di rilievo è il fatto che i dirigenti della guardia rivoluzionaria sono apertamente coinvolti nella determinazione delle politiche strategiche del regime.

Tutto, dai rapporti con vari paesi, all’organizzazione massiccia di brogli nelle elezioni, fino alla repressione selvaggia della protesta popolare (ad esempio, a seguito delle elezioni presidenziali del 2009 in cui milioni di voti furono truccati per nominare Ahmadinejad presidente per la seconda volta) fa parte del ruolo crescente e molto pericoloso della guardia rivoluzionaria e della sua leadership. Secondo diversi documenti pubblicati nel corso degli ultimi due anni, mentre la gente comune soffriva tremendamente, i capi delle guardie rivoluzionarie hanno beneficiato di miliardi di dollari grazie alle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.

Gli sviluppi politici in Iran sono strettamente correlati e riflettono gli eventi del Medio Oriente. Qual è la giudizio del Tudeh sugli sviluppi in Siria e l’attuale impasse nel tentativo di raggiungere una soluzione negoziata al conflitto?

E’ chiaro come i responsabili politici delle principali istituzioni capitaliste globali abbiano cercato di spostare il peso della crisi sistemica del capitalismo sulle spalle dei lavoratori e dei poveri. Le politiche neoliberali dominano l’Europa e il Nord America. La disuguaglianza nei paesi capitalisti è diventata più istituzionalizzata. Gli stati dittatoriali stanno impiegando ogni tattica per schiacciare la resistenza popolare. Il Medio Oriente è al centro dei tentativi attentamente orchestrati dall’imperialismo mondiale guidato dagli USA di consolidare la propria egemonia e garantire il controllo senza uguali sui flussi petroliferi, la possibilità di saccheggiare liberamente le risorse della regione e di sfruttare i suoi mercati.

La destra e le forze reazionarie in Medio Oriente, sostenute da USA/UE, stanno lavorando per garantire che nulla possa concretamente sconvolgere il “Piano per un Nuovo Medio Oriente” degli Stati Uniti. Essi sono stati in grado di dettare il corso degli eventi nella regione progettando crisi, guerre e conflitti. Siria, Iraq e Yemen stanno bruciando. La Libia è stata ridotta a un luogo dove le tribù si contendono il potere e regna il terrorismo islamico. La realtà è che la nascita e la crescita del “terrorismo islamico” sono dovute principalmente alle disastrose politiche degli Stati Uniti, dei loro alleati europei e complici regionali come l’Arabia Saudita, al loro sostegno finanziario e militare alle diverse forze estremiste, tra cui figurano i mercenari di Al-Qaeda e dell’ISIS.

Ovviamente, la continuazione delle politiche egemoniche e guerrafondaie degli stati imperialisti in Medio Oriente e Nord Africa nel corso degli ultimi tre decenni – in particolare l’invasione brutale di Afghanistan e Iraq e l’incendio della guerra civile in Siria – ha causato spargimento di sangue e devastazioni che affliggono milioni di persone comuni in questi paesi, con la creazione di una crisi di rifugiati, in particolare in Europa, che non si conosceva dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La situazione in Siria è quella di una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili, che seguita principalmente per la volontà delle potenze occidentali di destituire il governo Assad. Le forze attualmente sostenute da Stati Uniti-Regno Unito e Unione Europea sono dello stesso stampo fondamentalista e terroristico dell’ISIS, il cui obiettivo è la creazione di una dittatura religiosa medievale in Siria. Il fatto che i media e i governi occidentali presentino queste forze come “combattenti per la libertà”, proprio come fecero con Al-Qaeda e Osama Bil-laden negli anni ’80, e la guerra per procura in Afghanistan dimostrano le politiche distruttive perseguite dall’Occidente nella regione. A nostro avviso dovrebbe essere il popolo siriano a determinare il suo futuro governo e non forze esterne. La fine immediata di questa guerra distruttiva deve essere il primo passo affinchè le vere forze politiche nazionali possano negoziare sul modo migliore di attuare un piano duraturo di pace e avviare la ricostruzione del paese.

Il Partito è stato vietato nel 1983 e costretto a operare in clandestinità. Come può il Tudeh in queste condizioni influenzare i cambiamenti nel paese?

Nell’attacco del 1983 al nostro Partito, il capo procuratore del regime dichiarava di aver arrestato più di 10.000 nostri iscritti e sostenitori. L’obiettivo era quello di distruggere il Partito in Iran una volta per tutte. Oggi, 33 anni dopo, dopo l’esecuzione di quasi tutti i dirigenti del nostro Partito e anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti dell’Europa orientale negli anni ’90, abbiamo ricostruito con successo il Partito e svolgiamo un ruolo importante nella lotta politica in Iran contro il regime dispotico. E’ interessante il fatto che nel corso degli ultimi dodici mesi, il regime abbia avviato una significativa campagna di propaganda contro il Partito. “Fars News Agency”, che appartiene alle “guardie rivoluzionarie”, ha pubblicato in 6 parti una serie di interviste e articoli sull’attacco del regime al Partito e su come i leader del Partito abbiano “confessato” di essere spie sovietiche che miravano a rovesciare il regime. Dopo questa serie di articoli, l’11 luglio 2015, la Guida suprema Ali Khamenei esprimeva seria preoccupazione per la crescita del marxismo, continuando ad attaccare il nostro Partito e chiedendo ai media iraniani di ritrasmettere in TV le “Confessioni” dei nostri ex dirigenti di Partito, la maggior parte dei quali giustiziati dal regime.

Oggi i nostri membri e sostenitori sono parte integrante dei movimenti operaio, delle donne, dei giovani e degli studenti nel paese. Lavoriamo a stretto contatto con il movimento riformista in Iran e crediamo ci sia un consenso crescente intorno al fatto che tutte le forze democratiche e amanti della libertà debbano lavorare insieme se vorranno essere in grado di costringere il regime dittatoriale a ritirarsi. Siamo consapevoli del fatto che la migliore copertura per un partito che è vietato e che lavora nelle condizioni più difficili, l’adesione al quale è un reato e porta a pesanti condanne, è quella di essere parte del movimento di massa e in grado di influenzare la direzione della lotta. In breve, alcune delle nostre parole d’ordine chiave e punti di vista si riflettono negli slogan del movimento popolare per la fine della dittatura in Iran. Questa è la forza del lavoro svolto dai nostri compagni e sostenitori in tutto il mondo e spiega perché la leadership iraniana sia seriamente preoccupata per l’influenza del Partito.

Gli ultimi trent’anni di ricostruzione del Partito sono stati un successo grazie al lavoro instancabile dei nostri membri e sostenitori in tutto il mondo, in particolare in Iran, e al sostegno e solidarietà che abbiamo ricevuto dalla classe operaia e dal movimento comunista di tutto il mondo.

* Intervista eseguita da Navid Shomali, della Segretaria internazionale del CC del Partito Tudeh dell’Iran, e pubblicata su Morning Star dell’8 ottobre 2016

 

Etiopia al bivio Capitolo 2 – La dittatura di Mènghistu da: www.resistenze.org

Capitolo 1: L’impero di Sélassié [Prima parteSeconda parteTerza parte]

Mohamed Hassan, Grégoire Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

10/10/2016

Prima parte

Al di là dei miti, l’impero di Hailé Sélassié nascondeva una realtà terribile per la maggior parte degli etiopi. Guidati da un grande movimento popolare, giovani ufficiali dell’esercito rovesciavano l’imperatore nel 1974. Mènghistu diventa il nuovo uomo forte dell’Etiopia, ma si mostra incapace di rispondere alle aspirazioni del popolo. Come ha fatto la rivoluzione a far scivolare il paese nella dittatura militare? Perché gli etiopi furono condannati alla miseria che ebbe il suo apice con la drammatica carestia del 1984? Perché, mentre Michael Jackson e le star del mondo intero raccoglievano fondi per le vittime, Bernard-Henri Lévy e Glucksmann non volevano aiutare l’Etiopia? In questa seconda parte della nostra intervista, Mohamed Hassan esplora le contraddizioni della dittatura militare del Derg. Rivela anche le origini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, ndt), quell’organizzazione politica che ha rimpiazzato Mènghistu e che si aggrappa al potere da oltre venti anni. Domenica 9 ottobre, mentre la rivolta tuona ovunque nel paese, il TPLF ha dichiarato lo Stato di emergenza.

Di fronte alla rivolta crescente, Hailé Sélassié avvia le riforme e nomina un giovane primo ministro. Questi cambiamenti non hanno semplificato le cose. Perché?

Gli etiopi non erano più creduloni. I ministri non potevano più agire da fusibile, questa tecnica era già stata usata. E le ultime riforme avviate dall’imperatore e dal suo giovane primo ministro come polvere negli occhi, non potevano mascherare l’inevitabile realtà: l’Etiopia non si era mai realmente modernizzata. La sua economia non era ancora uscita dal Medioevo, ma si era nella seconda metà del XX secolo… L’aristocrazia viveva sempre sulle spalle dei contadini mentre l’industria impiegava soltanto 60.000 persone circa e forniva soltanto il 15% del PIL. Il 70% degli investimenti veniva dall’estero. Contemporaneamente ci fu un’esplosione della popolazione nelle grandi città. Tra gli anni 50 e 70, il numero di abitanti di Addis-Abeba era passato da 300.000 a 700.000, anche altre città della provincia raddoppiarono di grandezza. Ma l’economia non aveva seguito questa tendenza, tanto che il tasso di disoccupazione urbana poteva raggiungere il 50%. (1)

Quando Sélassié rese la stampa e il dibattito più liberi, non riuscì a fermare il gioco. Al contrario, le tensioni si inasprirono ulteriormente. Gli Etiopi potevano dire tutto il male che pensavano dell’imperatore e del suo regime feudale. In questo contesto emersero due partiti civili, con radici nel movimento studentesco. I più giovani erano raccolti nel Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRP), mentre la vecchia generazione militava nel Movimento Socialista Panetiopico (MEISON). Le due formazioni condividevano le stesse idee sull’uguaglianza delle nazionalità. Erano anche convinte che occorresse guadagnare il sostegno dei contadini con una riforma agraria. Sarebbe allora stato finalmente possibile costituire una base sociale importante per condurre una rivoluzione nazionale democratica.

Se l’EPRP e il MEISON condividevano le stesse idee e lo stesso piano di battaglia, perché non unirono le loro forze?

I due partiti erano in disaccordo sul ruolo dell’esercito. Per i giovani dell’EPRP, soprattutto quelli piccolo-borghesi venuti dalle città, la rivoluzione avrebbe potuto essere condotta soltanto in uno Stato democratico in cui il potere era affidato ai civili. Tuttavia la vecchia guardia del MEISON riteneva che occorresse appoggiarsi all’esercito, sfruttando le contraddizioni di classe che attraversavano quest’istituzione meglio organizzata. Il MEISON voleva così sostenere le rivendicazioni dei piccoli ufficiali per rovesciare il governo. Questo partito aveva di fatto adottato le teorie del dirigente sovietico Nikita Chruščёv. Sosteneva che in Africa l’intellighènzia rivoluzionaria e gli ufficiali rivoluzionari avrebbero potuto costruire uno Stato socialista se avessero unito le loro forze.

Il MEISON aveva fatto una buona scelta? Sono molti gli ufficiali dell’esercito che rovesciaranno l’imperatore.

Purtroppo, non era così semplice. Tanto l’EPRP, che il MEISON si attestavano sulle loro posizioni. Anziché proseguire le discussioni e tentare di sviluppare un nuovo approccio che avrebbe potuto soddisfare tutti sulla base delle numerose convergenze, i membri dei due partiti hanno cominciato a uccidersi. Letteralmente! Fu una lotta atroce. Quasi 1.200 giovani rivoluzionari persero la vita a causa di questo conflitto tra i due partiti, che erano ancora solo dei movimenti guidati da piccolo-borghesi. L’EPRP e il MEISON aspiravano a diventare partiti di massa sviluppando una base sociale fra i contadini e gli operai. Ma fallirono a causa dei loro dissensi.

Gli ufficiali rivoluzionari hanno approfittato di questa situazione per prendere il potere e insediare il Derg, che significa “comitato militare” in riferimento ai comitati di soldati che erano stati inviati presso l’imperatore. Il nuovo uomo forte dell’Etiopia era il tenente colonnello Mènghistu Hailè Mariàm. Inizialmente ha sostenuto la repressione dei membri del MEISON che erano ostili a un’alleanza tra civili e soldati. Ma si è in seguito rivolto anche contro i quadri del EPRP che avevano sostenuto gli ufficiali rivoluzionari. Mènghistu non intendeva condividere il potere. Organizzò così una grande operazione d’alfabetizzazione delle campagne. Gli studenti dovevano essere gli ambasciatori della rivoluzione etiope presso i contadini. Dovevano insegnare loro a leggere e scrivere, ma anche predicare la buona parola rivoluzionaria nelle campagne. In realtà, quest’operazione mirava soprattutto ad allontanare gli studenti dalla capitale affinché non contestassero il nuovo potere. La CELU (Confederazione dei sindacati etiopi, ndt), principale sindacato etiopico, aveva militato al fianco del movimento studentesco per fare cadere Sélassié. Quando Mènghistu volle allontanare questi giovani rivoluzionari, il sindacato protestò convocando uno sciopero generale. Invano. Il tenente colonnello fece immediatamente fermare i principali dirigenti della CELU.

Quali cambiamenti ha portato il Derg in Etiopia?

Gli ufficiali del Derg si rivendicavano marxisti sul modello dei principali movimenti rivoluzionari del paese all’epoca. Arrivato al potere, il Derg ha dunque lanciato una grande ondata di nazionalizzazioni. Le principali industrie cadevano così nelle mani dello Stato. Partenariati con il privato erano consentiti per alcuni settori come la ricerca mineraria e l’edilizia. Infine, alcune parti dell’economia restavano completamente private, come il trasporto e la piccola manifattura.
Ma la sfida principale era sull’agricoltura. Il Derg iniziò un cambiamento radicale applicando lo slogan dei comunisti cinesi che aveva risuonato durante le manifestazioni etiopi: la terra a quelli che la coltivano. Concretamente, Mènghistu lanciava nel 1975 una grande riforma agraria. Le terre erano dichiarate di proprietà dello Stato senza alcun compenso ai proprietari terrieri. Cooperative di contadini furono organizzate e le terre distribuite a quelli che non ne avevano, con un limite di dimensione per lo sfruttamento. La vendita e l’affitto di terreni furono vietati. La riforma agraria ebbe un grande impatto soprattutto nel sud del paese dove lo sfruttamento dei contadini era molto più duro. Espropriando i grandi proprietari terrieri, la riforma agraria permise anche di minare le fondamenta del vecchio regime, quindi di consolidare il potere del Derg.

Queste riforme hanno permesso di migliorare le condizioni di vita degli etiopi?

Non proprio. L’analisi del Derg non era del tutto errata e rispondeva in parte alle aspirazioni popolari. Ma la mancanza di abilità del governo, il suo autoritarismo, la sua ignoranza in fatto di particolarità etiopi e la mancanza di dialogo, hanno reso l’applicazione delle riforme, sterile. Prendiamo l’esempio della riforma agraria. Era assolutamente necessaria e l’idea di attribuire le terre ai contadini era eccellente. Ma poco tempo dopo la sua entrata in vigore, il Derg rivedeva il sistema di tassazione, con spese per l’utilizzo dei terreni agricoli e una tassa sui redditi. Inizialmente molto bassi, i tassi andavano gradualmente ad aumentare. I contadini erano inoltre obbligati a vendere la loro produzione a un’agenzia pubblica, con prezzi fissati dallo Stato.

Dopo l’aristocrazia del vecchio regime e i suoi ricchi proprietari terrieri, i contadini caddero sotto una nuova forma di sfruttamento?

In realtà, mentre l’agricoltura rappresentava il principale settore economico, il Derg desiderava aumentare i redditi agricoli per generare un surplus che avrebbero permesso allo Stato di acquistare ciò che gli mancava. Avrebbe potuto così investire nello sviluppo di altri settori economici e modernizzare il paese. Ma le tasse, così come furono applicate, hanno avuto un effetto controproducente. I contadini producevano meno e consumavano maggiormente i frutti della loro fatica, poiché non avevano alcuna motivazione a rimettere allo Stato la grande parte del loro lavoro. Questo sentimento dei contadini era accentuato dai molti funzionari e organismi pubblici che prendevano posto nella catena. Erano percepiti come parassiti. La produzione agricola dunque non decollò come il Derg sperava. E Mènghistu era furioso: “Produrre solo ciò che è necessario per la propria famiglia, rifiutare di mettere le colture sul mercato fino a che i prezzi aumentano, produrre volontariamente meno per fare salire i prezzi, tutto ciò è una manifestazione di atteggiamenti individualisti e antisocialisti.” (2)

I movimenti rivoluzionari affermavano che occorreva guadagnare il sostegno dei contadini per sviluppare un partito di massa. Mènghistu ha fallito?

Sì, è stato un fallimento. I contadini si erano liberati dei parassiti del vecchio regime, ma vedevano sbarcare nuovi intermediari. Questa è stata la mia percezione. “Pensate forse che siamo pigri, sintetizzava un coltivatore di caffè. Non lo siamo. Guardate come lavoriamo e siamo pronti a lavorare ancora di più. Ma più produciamo, più l’appetito di quelli che vivono a nostre spese aumenta” (3). Il governo aveva organizzato delle associazioni di contadini controllate da funzionari. In alcune regioni, erano diventate i vertici della contestazione. I contadini vi facevano le loro rivendicazioni. Richiedevano l’eliminazione degli intermediari inutili nella filiera agricola e un migliore controllo della loro produzione. Mènghistu non li ha ascoltati, ha replicato con l’arresto degli agitatori. Con la repressione dei sindacati e degli studenti, quest’episodio mostra bene come il Derg si sia stabilito con la dittatura militare, anziché sostenersi sulle masse.

Lungi dal soddisfare le aspettative del governo sulla produzione, i problemi del settore agricolo sono sfociati nel dramma con la carestia del 1984. Una delle peggiori in Etiopia. Secondo le principali stime, avrebbe causato quasi 500.000 vittime.

Mènghistu non aveva più scuse di Sélassié. La siccità è un fattore naturale, non la carestia. Ero in Belgio all’epoca. Mi ricordo che le persone raccoglievano prodotti alimentari all’uscita di un supermercato per inviarli in Etiopia. Ho parlato con loro e nel loro carrello, avevo trovato prodotti che venivano… dall’Etiopia! Infatti, questo grande paese dispone di molte risorse e ha tutte le capacità per nutrire la sua popolazione. Ma molti ostacoli si sono sempre posti sul cammino della sicurezza alimentare. La topografia del paese innanzitutto. L’Etiopia è attraversata da montagne ripide, alle quali rispondono valli profonde. Numerosi esploratori hanno testimoniato la complessità dei paesaggi etiopi. Le strade e altri mezzi di comunicazione sono dunque difficili da predisporre, cosa che ha un impatto serio sul commercio, l’agricoltura e lo sviluppo dei servizi per la popolazione.

Ma quest’ostacolo non è impossibile da superare. Purtroppo, i regimi che si sono succeduti non sono stati all’altezza di raccogliere la sfida. Era impossibile nell’Etiopia feudale di Sélassié. Non è stato possibile sotto la dittatura militare del Derg. Mènghistu è andato dritto, senza sufficientemente riflettere, né dialogare. Ha voluto applicare teorie marxiste utilizzate altrove, senza tenere conto delle specificità etiopiche. Ma il marxismo non ha le istruzioni per l’uso, che occorre seguire alla lettera per riuscire. È una griglia d’analisi, un attrezzo da adattare al luogo e all’epoca. E come per qualsiasi attrezzo, è più importante il modo di usarlo. Con un martello, posso costruire una casa o rompere il cranio del mio vicino. Il problema non è dunque il martello, ma quello che lo tiene.

(continua)

Note:

1. Gérard Prunier, L’Ethiopie contemporaine, Editions Karthala, 2007

2. John Markakis, Ethiopia. The Last Two Frontiers, James Currey, 2011

 

Enzo Bianco querela Catania Bene Comune per comunicato su PUA e Ciancio. Oggi assemblea al GAPA. da: Catania Bene Comune

 Catania Bene Comune

Enzo Bianco, Sindaco di Catania, ha deciso di denunciare penalmente Catania Bene Comune, uno dei pochi soggetti di opposizione all’amministrazione comunale.

Oggetto della denuncia un comunicato inviato alla stampa nel quale si esprimeva l’opinione politica di un soggetto politico.

Un comunicato diffuso all’indomani della pubblicazione dell’intercettazione della telefonata tra Enzo Bianco, candidato Sindaco, e Mario Ciancio, in attesa di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, in merito all’approvazione del PUA, progetto di cementificazione del litorale catanese.

Insieme a Catania Bene Comune, il Sindaco di Catania, ha denunciato il quotidiano Iene Sicule, copevole di essere una delle testate giornalistiche ad aver riportato le parole di Catania Bene Comune.

La denuncia è stata presentata contro Matteo Iannitti, nella qualità, come riporta la denuncia scritta dal Sindaco, di “leader del movimento Catania Bene Comune” e di Marco Benanti, nella qualità di Direttore del quotidiano Iene Sicule.

Il Pubblico Ministero ha richiesto di archiviare il procedimento ma il Sindaco Bianco ha invece deciso di opporsi all’archiviazione.

Il tentativo del Sindaco di Catania, Enzo Bianco, di utilizzare la giustizia penale come strumento di intimidazione politica e di censura dell’informazione è gravissimo, inaccettabile, incompatibile con qualsiasi sistema democratico.

Chiediamo a tutte e tutti di incontrarci venerdì sera, 4 novembre 2016, al Gapa, in via Cordai 47, alle ore 19,30. Per rispondere insieme a questo attacco, per rilanciare la battaglia contro la mafia e per la giustizia sociale in città, per riprenderci gli spazi del confronto democratico.

Noi non ci lasciamo intimidire e continuiamo a batterci per cambiare Catania.

Catania Bene Comune