Karl Marx, il filosofo più “mondano” da: www.resistenze.org

 

Zoltan Zigedy | mltoday.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

15/10/2016

Karl Marx salta fuori nei posti più improbabili. Due decadi e mezza dopo che molti tra i noti intellettuali europei e statunitensi avevano gioiosamente annunciato che d’ora in avanti le idee di Marx sarebbero state irrilevanti, il Wall Street Journal ci offre un dibattito sorprendentemente misurato sul suo pensiero sotto il titolo “Il filosofo più mondano” (The Most Worldly Philosopher, 10.12.2016). L’autore, Jonathan Steinberg, rampollo emerito di Cambridge e professore all’Università di Pennsylvania, conclude così: “Marx ha lasciato un’eredità di idee potenti che non possono essere abbandonate come una obsoleta fantasia di un clima intellettuale scomparso” e ciò ha stimolato “… la crescita dei partiti Marxisti e di milioni di persone che hanno accettato quell’ideologia per tutto il corso del XX secolo. Quella era la filosofia certamente più in voga.”

Mi piacerebbe credere che gli editori del WSJ, che hanno stampato il seguente occhiello sull’articolo a tutta pagina, stessero godendosi un buffo intermezzo nell’odierna patetica stagione elettorale: “Agli oppressi è concesso una volta ogni pochi anni di decidere quali particolari rappresentanti della classe dominante possano rappresentarli e reprimerli” La felice citazione, attribuita a Marx da Lenin (più probabilmente una parafrasi di Engels) non ha mai cittadinanza nei discorsi degli amici dei due mali meno peggiori i quali sbraitano ogni quattro anni che sono le elezioni a cambiare tutto.

Il professor Steinberg sfrutta l’opportunità di una recensione di un libro attuale su Karl Marx di Gareth Stedman Jones per condividere alcuni dei suoi punti di vista  su Marx. E, a giudicare da alcune delle sue attribuzioni al libro di Jones, ciò è buona cosa. Stedman Jones, come molti dei suoi contemporanei d’accademia, un tempo si riteneva una sorta di marxista, ma solo finché Marx rimase di moda. Con il cambiare dei tempi, le identità si sgretolano, una riflessione spiacevole a farsi sull’integrità delle discipline umanistiche nell’accademia. Non c’è da meravigliarsi che solo pochi studenti si battano per avere curriculum pieni di discipline umanistiche.

Sebbene per niente seguace delle idee di Marx, Sternberg ne mostra un sano rispetto e una volontà di differenziarsi in modo intellettualmente onesto; non c’è nessuna conta da libro nero del comunismo delle vittime delle idee di Marx, nessuna denigrazione delle persone e della moralità dei marxisti; e nessun inno di lode alla gloria del capitalismo che ci si potrebbe aspettare dal Wall Street Journal.

Idee a confronto

Steinberg offre una collezione di sfide al Marxismo che, sebbene né nuove né originali, sono state il cuore di molte critiche da parte degli intellettuali.

Il cosiddetto “problema della trasformazione”. Sternberg scrive che “Eugen von Böhm-Bawerk, una delle principali figure della scuola economica austriaca, ha dichiarato che [il Capitale di Marx] ha fallito nel fornire una teoria soddisfacente delle relazioni tra il valore ed il prezzo…” Il periodo dopo la morte di Marx, dopo la pubblicazione del terzo volume del Capitale, ha coinciso con il declino dell’economia politica classica e con il sorgere dell’economia basata sulle ricostruzioni formali e matematiche delle relazioni economiche immediate e con la crescita dei rapporti di mercato in relazioni alle disposizioni psicologiche ed alle scelte individuali.

Molti marxisti (incluso Engels), forse eccessivamente impressionati dal rigore professato dai nuovi economisti, accettarono la sfida, costruendo “prove” della relazione quantitativa tra il calcolo del valore di Marx ed il mondo reale dei prezzi. Questo dibattito tra “prove” e “controprove” continua ad ossessionare gli accademici marxisti fino ad oggi, in particolare quelli cresciuti nelle economie borghesi.

Marx cercò solamente di dimostrare una relazione quantitativa approssimativamente ragionevole tra il valore delle merci e il prezzo delle merci. Prezzi e valori sono come il contrasto tra i valori morali condivisi e il sistema legale comune (la giurisprudenza del mondo reale); non è necessario dimostrare una derivazione formale od una rigida correlazione tra un valore morale e il suo corrispettivo legale per sapere se uno è fondato sull’altro. Per certo, sarebbe assurdo sostenere che i sistemi legali non sono definitivamente conformati sui codici morali sottostanti, ma piuttosto che possiedono una notevole esistenza indipendente, unicamente basata sul capriccio del giudice o sulla scelta individuale. Ragionare in questo modo è un’eredità di un positivismo screditato.

La ricerca di una rigorosa dimostrazione che i prezzi possono essere derivati dai valori è un esercizio scolastico che impegna gli accademici, ma è di scarsa rilevanza per il progetto Marxista. Che i valori stiano sotto i prezzi è così certo come la convinzione che la prescrizione morale contro le uccisioni arbitrarie sia la base per tutte le leggi contro l’assassinio. Immaginate, sullo stesso filone, se lo status scientifico della psicologia fosse incatenato ad una dimostrazione formale della relazione tra le disposizioni psicologiche e il comportamento fisico esterno. La psicologia come disciplina scientifica sparirebbe.  E se Böhm-Bawerk e la sua balordaggine fossero ascoltate, il Marxismo come scienza dovrebbe altrettanto sparire!!

La cosiddetta “tesi dell’impoverimento”. Steinberg scrive: “Nel 1899 anche Eduard Bernstein, uno dei colleghi più vicini ad Engels, attaccò la cosiddetta teoria dell’impoverimento, la quale affermava che la classe operaia fosse destinata a diventare sempre più povera e la concentrazione dell’industra sempre più grande.

Il professor Steinberg, come Bernstein ed altri, interpreta Marx in modo errato su questo punto. Nel Capitale, nelle teorie del plusvalore, del lavoro retribuito e del Capitale, Marx è inequivoco: “Un aumento discreto nella quantità pagata in salario presuppone un rapido aumento del capitale produttivo… Quindi, sebbene le comodità per i lavoratori sono aumentate, la soddisfazione sociale che permettono sono diminuite a paragone delle aumentate comodità dei capitalisti, le quali sono irraggiungibili per i lavoratori, e a paragone con la scala dello sviluppo generale che la società ha raggiunto… Dal momento che la loro natura è sociale, è di conseguenza relativa”

Marx vide chiaramente la miseria dei lavoratori in relazione ai miglioramenti degli standards di vita dei più alti livelli sociali.  Quando la produttività aumenta, le condizioni di vita della classe lavoratrice possono altrettanto aumentare, sebbene diminuiscano, con riferimento ai guadagni della classe capitalista. Il periodo immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale fu uno di quei periodi in cui l’aumento della produttività portò un generale, ma diseguale, aumento degli standards di vita. Liberali e socialdemocratici celebrano questa era come l’età d’oro del capitalismo dal volto umano, ignorando per convenienza il relativo impoverimento della classe operaia, l’aumento dello sfruttamento dei lavoratori.

Comunque, per gran parte degli ultimi quattro decenni, l’impoverimento della classe operaia è stato sia relativo che assoluto, con gli standards di vita dei lavoratori in stagnazione od in declino. Pertanto, noi stiamo vivendo in un periodo anche molto più tragico e più miserabile delle previsioni di Marx.

Il motore per l’impoverimento relativo della classe operaia è la crescita di ciò che Marx chiamò “esercito industriale di riserva dei disoccupati” (disoccupazione), un processo che riduce il potere contrattuale del lavoro a causa di una forza lavoro disperata e pronta all’impiego.  Questa pressione sugli standards di vita della classe operaia è radicalmente mutata nella nostra epoca coll’incarcerazione di massa di potenziali lavoratori (grandemente rappresentati dalle minoranze) nel corso degli ultimi decenni. Mentre l’incarcerazione di massa di oltre due milioni di persone riduce sensibilmente la disoccupazione potenziale (“esercito di riserva”) e la concomitante pressione sui salari e sulle comodità, rappresenta il riconoscimento da parte della classe dominante delle esplosive ed anche rivoluzionarie possibilità di molti giovani individui ribelli senza speranza d’impiego nell’economia deindustrializzata del tardo ventesimo secolo. Pertanto, questi vengono messi fuori dall’esercito industriale di riserva attraverso l’incarcerazione.

Materialismo storico. Il prof. Steinberg è perplesso dalla visione di Marx secondo cui le condizioni socio-economiche all’interno delle quali i popoli sono immersi determinano in gran parte i parametri del loro comportamento. O come Marx più semplicemente ed in modo più eloquente la mette nel Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi…” Steinberg cita la più criptica, ma concordante con lo stesso effetto, affermazione nella prefazione del Capitale.

Ma, Steinberg riflette: “Quando, se mai, il lavoratori conoscerebbero ciò che sta loro accadendo? Se la prefazione a “Das Kapital” è nel giusto – che gli umani si comportano secondo le leggi economiche senza consapevolezza né intenzione – come potrebbe mai cambiare il sistema?”

Il professore confonde la ricognizione dei processi storici con la resa al fatalismo.

Come la citazione dal Diciotto Brumaio afferma, i lavoratori cambieranno il sistema quando le condizioni socio economiche che si sono storicamente evolute saranno mature, e non prima. I luddisti inglesi del diciannovesimo secolo combatterono ferventemente ma vanamente contro la devastazione capitalista delle loro condizioni di vita. Ma il nascente capitalismo industriale emerse con vitalità per schiacciare un sincero movimento associato col vecchio ordine. Il capitalismo del ventunesimo secolo, come l’ordine a cui erano aggrappati i luddisti, è il vecchio ordine, un sistema decadente ed insostenibile, che porta con se una lotta riuscita ma destinata al fallimento contro la sua dismissione. Marx sostenne che una volta che il sistema avesse esaurito le proprie possibilità, le condizioni socio-economiche sufficienti ai lavoratori per rovesciarlo si sarebbero altrettanto manifestate.

E’ precisamente quando le condizioni per un cambiamento rivoluzionario sono apparenti che i lavoratori possono “conoscere ciò che sta accadendo loro” Per assicurare che i lavoratori comprendano e possano afferrare il momento rivoluzionario, Marx – e specialmente Lenin – sottolinearono il bisogno di un partito rivoluzionario, un partito di Comunisti. Quel partito porterà avanti le idee per un nuovo ordine.

Umanesimo Marxista. Il Prof. Steinberg allude alla “vasta letteratura” su quello che sarebbe stato chiamato come “Umanesimo Marxista”. Prendendo spunto dalla pubblicazione e dalla divulgazione dei primi inediti quaderni di Marx (i Manoscritti Economici e Filosofici del 1844) , molti a sinistra fabbricarono ed idealizzarono un Marx quale personificazione dei valori liberali. All’apice della guerra fredda, gli anticomunisti di sinistra abbracciarono il pensiero provvisorio di un giovanissimo Marx – un Marx a tre anni dal conseguimento della sua laurea, pregno di socialriformismo, ancora nuovo al movimento operaio e solo da poco seriamente dedito allo studio della politica economica – e lo presentarono come il vero Marx.

Centrale per la svolta “umanista” fu il concetto chiave di “alienazione”, un termine che Marx prese a prestito da Feuerbach. Per il giovane Marx, il termine serviva come provvisorio marcatore delle distanze sociali che si frappongono agli individui nella realizzazione della loro “natura”. Da acerbo strumento filosofico qual’era, il concetto chiamava a gran voce l’elaborazione e la raffinazione realizzata dal Marx maturo. Il materialismo storico ha rimpiazzato la velata teologia delle “specie viventi”. Concetti come “classe” e “sfruttamento” rimpiazzarono la vaghezza e l’approssimazione del termine “alienazione”. Come spiega Dirk Struik: “Quando studiamo l’esposizione di Marx [nei manoscritti] nel dettaglio, troviamo l’inizio della sua analisi matura della società capitalista…” [il corsivo è mio]. Solo l’inizio!

Ma molti scrittori, come Erich Fromm ed Herbert Marcuse, si aggrapparono all’opportunità di profilare “l’alienazione” in un concetto aclassista utile come espressione di ogni forma di divisione sociale – dalla violazione più banale alle crudeltà più orribili.  I liberali annunciarono il nuovo marxismo finché elevava il tedio di una borghesia viziata al livello delle più grandi ingiustizie di classe e di razza. In accordo con tale visione, il nesso con lo sfruttamento capitalistico fu smarrito in un mare di alienazioni sociali. La politica dell’individuo e del personale di oggi deve molto a questo abuso contorto e senza briglie del concetto di alienazione.

Il Marxismo di “quei milioni che accettarono questa ideologia per tutto il corso del XX secolo” come il Prof. Steinberg felicemente lo descrive, non fu il marxismo di una dissoluta gioventù o di una relazione fallita, ma il Marxismo dei bassi salari, delle brutali condizioni di lavoro e delle guerre insanguinate. Ispirato dal maturo Marx, la lotta contro queste condizioni per un nuovo ordine sociale è stato il vero “Umanesimo Marxista”.

Zoltan Zigedy – zzs-blg.blogspot.it

 

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