Naufragio al largo di Lampedusa, i morti sono 239 da: larepubblica.it

Il bilancio è stato possibile grazie ai racconti dei sopravvisuti arrivati sull’isola. Almeno un centinaio i dispersi. Due feriti gravi trasferiti in elicottero a Palermo. La sindaca Nicolini: “E’ un genocidio, subito i corridoi umanitari”

di GIORGIO RUTA

I sopravvissuti confermano le preoccupazioni: potrebbero essere 239 le vittime del naufragio di ieri, a 25 miglia a Nord della costa libica. I 29 superstiti sono arrivati nella notte a Lampedusa e ai soccorritori hanno raccontato che sull’imbarcazione, partita dalle vicinanze di Tripoli, ci sarebbero state circa 300 persone. Al momento le salme recuperate sono 12. Tra i sopravvissuti, in prevalenza provenienti dalla Guinea, anche una persona con gravi ustioni. I 239 migranti morti in due nuovi naufragi al largo delle coste della Libia sono stati confermati da Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, agenzia dell’Onu per i rifugiati, citando due sopravvissuti arrivati sull’isola di Lampedusa. I dispersi sarebbero almeno un centinaio. Il gommone su cui viaggiavano i migranti si sarebbe capovolto, a causa del mare forza quattro. Sul posto, ieri, sono intervenute 5 navi, tra cui una di Save the Children, coordinate dalla centrale operativa della Guardia costiera di Roma.

Sono stati trasferiti con l’elisoccorso a Palermo due dei 29 sopravvissuti al naufragio di ieri davanti alle coste libiche, giunti in nottata a Lampedusa. Uno dei feriti ha gravi ustioni, un altro ha avuto attacchi epilettici ed è stato intubato prima del trasferimento. “stanotte – dice il dottor Pietro Bartòlo, responsabile del poliambulatorio dell’isola, c’era una donna che mostrava la foto di un bimbo che viaggiava con lei e che è tra i dispersi. Una scena straziante”. “Non è più possibile assistere a queste tragedie senza pensare di cambiare metodo e strategia sul fenomeno dei migranti. Sappiamo che per quanto efficiente possa essere la macchina dei soccorsi, la gente continua a morire con una frequenza insopportabile”.

“Basta con queste stragi, rischiamo un genocidio vero e proprio. Bisogna subito avviare i corridoi umanitari, altrimenti non finiremo mai di contare morti”. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, reduce dall’incontro alla Casa Bianca dove è andata con il premier Matteo Renzi, è appena tornata dall’hotspot di Lampedusa e dalla Guardia medica, dove sono ricoverati alcuni dei 29 superstiti dell’ultima strage in mare. I migranti si trovavano su due gommoni, su uno c’erano 138 persone e sul secondo 140, i morti sono complessivamente, secondo il racconto dei superstiti almeno 249. Tra loro un bambino di due anni.

“E’ una strage continua – dice Nicolini – Ho incontrato alcuni superstiti che sono ancora sconvolti da quanto accaduto.

Delle donne hanno anche subito delle violenze fisiche”. “Servono strumenti legislativi adeguati – dice Giusi Nicolini – E poi pensiamo a queste persone che arrivano a Goro e vengono rifiutati. Incredibile”.

Migranti, ‘pestaggi negli hotspot ed espulsioni illegali’. Questa è l’accoglienza dell’Italia da: ilfattoquotidiano.it

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Portavoce di Amnesty International Italia
“Mi hanno dato scosse con il manganello elettrico, diverse volte sulla gamba sinistra, poi sulla gamba destra, sul torace e sulla pancia. Ero troppo debole, non riuscivo a fare resistenza e a un certo punto mi hanno preso entrambe le mani e le hanno messe nella macchina [per registrare le impronte digitali]”. Questa è la testimonianza di un ragazzo di 16 anni originario della regione sudanese del Darfur.Quella che segue invece, è di un uomo di 27 anni: a Catania gli agenti di polizia l’hanno picchiato e sottoposto a scariche elettriche, poi lo hanno fatto spogliare e lo hanno colpito con una pinza dotata di tre estremità: “Ero su una sedia di alluminio, con un’apertura sulla seduta. Mi hanno bloccato spalle e gambe, poi mi hanno preso i testicoli con la pinza e hanno tirato per due volte. Non riesco a dire quanto è stato doloroso”.

Sulla base di questa e di altre 170 testimonianze di migranti e rifugiati raccolte nel corso di quattro distinte ricerche condotte quest’anno nel nostro paese, Amnesty International oggi ha pubblicato un rapporto nel quale denuncia come le pressioni dell’Unione europea affinché l’Italia usi la “mano dura” nei confronti dei rifugiati e dei migranti abbiano dato luogo a espulsioni illegali e a maltrattamenti che, in alcuni casi, possono equivalere a vere e proprie torture.

Il cosiddetto “approccio hotspot”, introdotto nel 2015 su raccomandazione della Commissione europea, prevede che l’Italia prenda le impronte digitali a tutti i nuovi arrivati. Per soddisfare la richiesta della Commissione, l’Italia ha adottato misure coercitive, soprattutto nei confronti di chi volendo chiedere asilo in altri paesi – magari perché lì ha già legami familiari – cerca di non prendere le impronte digitali dalle autorità italiane, per non rischiare di essere rimandato in Italia ai sensi del cosiddetto sistema di Dublino.

Amnesty International ha ricevuto denunce di arresti arbitrari, intimidazioni e uso eccessivo della forza fisica per costringere uomini, donne e anche bambini appena arrivati a farsi prendere le impronte digitali. Su 24 testimonianze di maltrattamenti raccolte da Amnesty International, in 16 si parla di pestaggi.

Una donna di 25 anni proveniente dall’Eritrea ha riferito che un agente di polizia l’ha ripetutamente schiaffeggiata sul volto fino a quando non ha accettato di farsi prendere le impronte digitali. In alcuni casi, migranti e rifugiati hanno denunciato di essere stati colpiti con bastoni elettrici.

Intendiamoci: nella maggior parte dei casi il comportamento degli agenti di polizia è e resta professionale e la vasta maggioranza delle impronte digitali è stata presa senza incidenti. Ma la necessità di un riesame indipendente e complessivo delle prassi attualmente utilizzate, alla luce di queste ultime denunce, rimane intatta. Queste prassi, tra l’altro, affidano alle forze di polizia un ruolo che va oltre l’aspetto dell’ordine pubblico.

I nuovi arrivati in Italia devono essere esaminati tempestivamente al fine di separare i richiedenti asilo da coloro che sono considerati migranti irregolari. Ciò significa, peraltro, che persone spesso esauste e traumatizzate dal viaggio e senza accesso a informazioni adeguate o a consigli sulle procedure d’asilo, sono costrette a rispondere a domande che possono avere profonde implicazioni per il loro futuro.

Sulla base di interviste estremamente brevi, agenti di polizia che non hanno ricevuto una formazione adeguata sono chiamati a prendere a tutti gli effetti una decisione sui bisogni di protezione delle persone che hanno di fronte: anziché limitarsi a domandare se intendono chiedere asilo, devono chiedere ai nuovi arrivati di spiegare perché sono arrivati in Italia. E poiché lo status di rifugiato non è determinato dal motivo per cui una persona è arrivata in un paese ma dalla situazione cui andrebbe incontro in caso di rimpatrio, questo approccio è fondamentalmente difettoso.

Coloro che sono giudicati privi di un motivo per chiedere asilo ricevono un ordine di espulsione, incluso il rimpatrio forzato nel paese di origine, che può esporli a gravi violazioni dei diritti umani.

Sempre più incalzata dall’Unione europea, l’Italia sta cercando di aumentare il numero dei migranti rinviati nei paesi di origine, anche negoziando accordi di riammissione con paesi in cui vengono commesse sistematiche violazioni dei diritti umani. Uno di questi accordi è stato firmato nell’agosto 2016 tra le polizia di Italia e Sudan. Consente procedure d’identificazione sommarie che, in determinate circostanze, possono essere espletate persino in Sudan a espulsione avvenuta. Anche quando l’identificazione avviene in Italia, si tratta di una procedura talmente superficiale e così fortemente delegata alle autorità sudanesi da non poter determinare caso per caso se una persona sarà o meno a rischio di subire violazioni dei diritti umani al suo rientro in Sudan.

Il 24 agosto 2016, come denunciato all’epoca da ilfattoquotidiano.it, 40 cittadini sudanesi – tra cui persone provenienti dal Darfur – sono stati rinviati in aereo dall’Italia in Sudan. Da tempo Amnesty International chiede chiarimenti al ministro dell’Interno Angelino Alfano sulla gestione dell’approccio hotspot e sulle espulsioni ma finora non ha mai ricevuto risposta.

Migrazione come rivolta contro il capitale da: www.resistenze.org

 

Prabhat Patnaik | peoplesdemocracy.in
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

09/10/2016

Il fatto che un gran numero di rifugiati, soprattutto da paesi che negli ultimi tempi hanno subito le devastazioni dell’aggressione e delle guerre imperialiste, stiano disperatamente tentando di entrare in Europa, è visto quasi esclusivamente in termini umanitari. Sebbene questa percezione sia indubbiamente valida, c’è un altro aspetto del problema che è sfuggito all’attenzione generale, vale a dire che per la prima volta nella storia moderna la questione delle migrazioni stia uscendo dal controllo esclusivo del capitale metropolitano. Fino ad oggi, i flussi migratori sono stati dettati esclusivamente dalle esigenze del capitale metropolitano. Ora, per la prima volta, le persone stanno violando i dettami del capitale metropolitano, tentando di dare seguito alle proprie preferenze rispetto a dove ci si desidera stabilire. Miseri e infelici, inconsapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, questi rifugiati sfortunati sfidano l’egemonia del capitale metropolitano, che immancabilmente parte dal presupposto che le persone si sottomettano alle sue regole, anche rispetto alla questione di dove vivere.

Le tre grandi ondate migratorie

L’idea che il capitale metropolitano abbia fino ad ora determinato chi sarebbe dovuto rimanere, in quale luogo del mondo e in quali condizioni di vita materiale, può a prima vista apparire inverosimile. Ma è la verità. Nei tempi moderni si possono distinguere tre grandi ondate migratorie, ciascuna dettata dalle esigenze del capitale. La prima di queste è stata il trasferimento dall’Africa alle Americhe di milioni di persone per lavorare come schiavi nelle miniere e nelle piantagioni alla produzione di materie prime, poi esportate per soddisfare le esigenze del capitalismo metropolitano. Dal momento che i fatti riguardanti la tratta degli schiavi sono ragionevolmente ben noti, non tratterò ulteriormente questa particolare ondata migratoria.

Una volta finito il periodo di massimo splendore del commercio degli schiavi, iniziò un nuovo tipo di migrazione. Per tutto il XIX e l’inizio del XX secolo, il capitale metropolitano aveva imposto al terzo mondo un processo di “deindustrializzazione”, non solo alle colonie tropicali come l’India, ma anche alle semi-colonie e ai paesi dipendenti come la Cina. Allo stesso tempo, aveva “prosciugato” una parte del surplus economico di queste società attraverso una infinità di modi, che vanno dalla pura e semplice appropriazione senza alcuna contropartita di beni utilizzando le entrate fiscali delle colonie amministrate direttamente, all’imposizione di scambi ineguali sui prodotti del terzo mondo, all’estrazione di profitti di monopolio nel commercio. Le popolazioni delle economie del terzo mondo, che erano state impoverite attraverso questi meccanismi, furono comunque costrette a rimanere dov’erano, intrappolate nei propri universi.

Ecco quindi fare la loro comparsa i due flussi migratori del XIX secolo sviluppatisi per volere del capitale metropolitano. Uno è quello che va dalle regioni tropicali del mondo ad altre regioni tropicali, mentre l’altro va dalle regioni temperate del mondo ad altre regioni temperate, in particolare dall’Europa alle regioni temperate di insediamento bianco come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Ai migranti provenienti dalle regioni tropicali non è stato permesso di entrare liberamente nelle regioni temperate (anzi non lo è ancora). Sono stati strappati dai loro habitat nei paesi tropicali e sub-tropicali come l’India e la Cina e trasportati come coolie o lavoratori vincolati dove li voleva il capitale metropolitano, a lavorare nelle miniere e nelle piantagioni in altre terre tropicali. Le loro destinazioni includevano le Indie Occidentali, Fiji, Ceylon, America Latina e California (dove i lavoratori cinesi furono impiegati nell’estrazione dell’oro).

La migrazione da-temperato-a-temperato è stata parte del processo di diffusione del capitalismo industriale dalle metropoli europee a queste nuove terre. E’ stata una migrazione ad alto reddito, nel senso che i migranti provenivano da regioni relativamente ad alto reddito e si sono trasferiti in regioni che godevano di redditi elevati. La migrazione da-tropici-a-tropici, al contrario, non aveva niente a che fare con una qualche diffusione del capitalismo industriale. E’ stata una migrazione a basso reddito.

La ragione di questa differenza, il fatto che la migrazione temperata fosse ad alto reddito e quella tropicale a basso, è stata spesso attribuita alla maggiore produttività del lavoro dei migranti europei rispetto ai migranti indiani e cinesi. Ma è erroneo. I redditi dei lavoratori sotto il capitalismo non sono quasi mai determinati dal livello di produttività del lavoro in sé. Al contrario, ciò che conta è la dimensione relativa dell’esercito industriale di riserva: anche con un rapido aumento della produttività, i salari reali possono ristagnare al livello di sussistenza se l’esercito di riserva è abbastanza grande.

Inoltre, la produttività del lavoro da esaminare nel contesto di questo argomento non è quella dei lavoratori impiegati nell’industria capitalistica, ma quella di coloro che ne sono fuori, dal momento che sono quelli suscettibili di migrazione, e non c’è ragione di credere che la produttività di questi ultimi fosse più alta rispetto a quella dei loro omologhi nei tropici, se ignoriamo l’impatto del “prosciugamento” e della “deindustrializzazione” inflitti alle terre tropicali.

La vera ragione della differenza di reddito fra i due flussi migratori sta altrove, ossia nel fatto che nelle regioni temperate in cui giunsero i migranti europei, essi poterono semplicemente spostare gli abitanti locali (come gli amerindi) e prendere in consegna la loro terra per la coltivazione. Questo non solo ha dato a questi migranti redditi alti, ma anche mantenuto alti i salari nei paesi d’origine, aumentando ciò che gli economisti chiamano il “salario di riserva” [livello salariale minimo al di sotto del quale l’individuo non accetta di lavorare, ndt]. Nessuno naturalmente in Europa avrebbe lavorato per un tozzo di pane, se si poteva emigrare verso le regioni di insediamento temperate e guadagnare un reddito molto più alto sulla terra rilevata agli amerindi; È in tale prospettiva che si manteneva il salario reale in Europa.

La migrazione da-tropici-a-tropici, per contro, era una migrazione a basso salario, in quanto i migranti provenivano da popolazioni che già erano state impoverite da “prosciugamento” e “deindustrializzazione” e non avevano possibilità di diventare contadini sulle terre strappate agli abitanti originali.

Arthur Lewis, il noto economista di origine indiana occidentale, stima che ciascuno di questi flussi migratori nel XIX secolo fu dell’ordine di 50 milioni di persone. Ma non importa se si accetti o meno questa particolare stima, i numeri furono senza dubbio grandi. Utsa Patnaik [economista marxista indiano, ndt] stima che quasi la metà del numero rappresentante l’incremento annuale della popolazione in Inghilterra tra il 1815 e il 1910 emigrò nel “nuovo mondo” verso cui il capitalismo industriale si stava diffondendo dall’Europa.

Il terzo grande flusso migratorio è stato nel periodo successivo al secondo dopoguerra. Questo periodo, che va dai primi anni Cinquanta ai primi anni Settanta, è stato chiamato da alcuni “Età d’oro del capitalismo”, dal momento che ha conosciuto tassi elevati di crescita del prodotto interno lordo delle economie metropolitane, in particolare europee, a causa del boom della ricostruzione successivo alla guerra e dell’istituzione dell’intervento dello Stato nella “gestione della domanda”. Sebbene il tasso di crescita della produttività del lavoro fosse alto, non lo era più di quello del PIL, il che si traduceva in un aumento della domanda di lavoro.

Nella maggior parte dei paesi europei, tuttavia, le popolazioni crescevano moderatamente e l’aumento della domanda di lavoro, pertanto, fu soddisfatta importando lavoratori dalle regioni tropicali. Non c’era ancora una libera migrazione del lavoro dai tropici alle metropoli, ma una migrazione di un numero specifico di persone cui era permesso di soddisfare la crescente domanda di lavoro. I migranti, turchi in Germania, algerini e altri provenienti dalle ex colonie francesi in Francia, asiatici del sud e delle Indie Occidentali nel Regno Unito, subentrarono nei lavori a bassa retribuzione, liberando i lavoratori locali che erano stati impiegati in tali mansioni in precedenza, e che ora potevano risalire nella gerarchia lavorativa. Il capitalismo del dopoguerra in breve assistette alla potente crescita di un sottoproletariato composto di lavoratori immigrati nella metropoli.

Ma non appena crollato il boom del dopoguerra, o la cosiddetta “Età d’oro”, i lavoratori migranti e i loro discendenti sono caduti in massa nelle file dei disoccupati e sottoccupati. Con l’inizio della crisi del capitalismo, nel secolo corrente, la loro posizione è diventata ancora più precaria. Le conseguenze sociali di questo fenomeno sono state molto discusse e non c’è l’esigenza di soffermarcisi ora.

Espropriazione dei popoli

Il punto però è questo: a parte le guerre e le aggressioni che il capitalismo metropolitano scatena ovunque, anche il suo “normale” modus operandi comporta l’espropriazione e l’impoverimento delle persone in altre parti del mondo. L’obiettivo è tenerle intrappolate all’interno dei propri universi come manodopera di riserva a distanza, da cui attingere di volta in volta, consentendo una migrazione attentamente controllata verso regioni dove vi sia necessità di lavoro. L’ipotesi di questo ragionamento è che tali persone restino intrappolate nei loro universi senza fiatare, a prescindere dalle condizioni in cui si trovino. Ed è naturalmente sulla base di questo presupposto che il capitalismo scatena le guerre imperialiste sulle popolazioni del terzo mondo. Il modus operandi del capitalismo metropolitano esige il rispetto di questa ipotesi.

Ciò che sta dimostrando la cosiddetta “crisi dei rifugiati” in Europa è che questa ipotesi non può più essere soddisfatta. Ancora più indicativo è il fatto che il capitalismo metropolitano non abbia alcuna risposta a questo problema dei “profughi alla porta”. Non li può fare entrare e non riesce a trovare soluzioni ai loro problemi nei paesi d’origine. Entrambe sarebbero delle scelte umane, ma il capitalismo non ha nulla a che fare con l’umanità. E questo nodo sta venendo al pettine.

 

Karl Marx, il filosofo più “mondano” da: www.resistenze.org

 

Zoltan Zigedy | mltoday.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

15/10/2016

Karl Marx salta fuori nei posti più improbabili. Due decadi e mezza dopo che molti tra i noti intellettuali europei e statunitensi avevano gioiosamente annunciato che d’ora in avanti le idee di Marx sarebbero state irrilevanti, il Wall Street Journal ci offre un dibattito sorprendentemente misurato sul suo pensiero sotto il titolo “Il filosofo più mondano” (The Most Worldly Philosopher, 10.12.2016). L’autore, Jonathan Steinberg, rampollo emerito di Cambridge e professore all’Università di Pennsylvania, conclude così: “Marx ha lasciato un’eredità di idee potenti che non possono essere abbandonate come una obsoleta fantasia di un clima intellettuale scomparso” e ciò ha stimolato “… la crescita dei partiti Marxisti e di milioni di persone che hanno accettato quell’ideologia per tutto il corso del XX secolo. Quella era la filosofia certamente più in voga.”

Mi piacerebbe credere che gli editori del WSJ, che hanno stampato il seguente occhiello sull’articolo a tutta pagina, stessero godendosi un buffo intermezzo nell’odierna patetica stagione elettorale: “Agli oppressi è concesso una volta ogni pochi anni di decidere quali particolari rappresentanti della classe dominante possano rappresentarli e reprimerli” La felice citazione, attribuita a Marx da Lenin (più probabilmente una parafrasi di Engels) non ha mai cittadinanza nei discorsi degli amici dei due mali meno peggiori i quali sbraitano ogni quattro anni che sono le elezioni a cambiare tutto.

Il professor Steinberg sfrutta l’opportunità di una recensione di un libro attuale su Karl Marx di Gareth Stedman Jones per condividere alcuni dei suoi punti di vista  su Marx. E, a giudicare da alcune delle sue attribuzioni al libro di Jones, ciò è buona cosa. Stedman Jones, come molti dei suoi contemporanei d’accademia, un tempo si riteneva una sorta di marxista, ma solo finché Marx rimase di moda. Con il cambiare dei tempi, le identità si sgretolano, una riflessione spiacevole a farsi sull’integrità delle discipline umanistiche nell’accademia. Non c’è da meravigliarsi che solo pochi studenti si battano per avere curriculum pieni di discipline umanistiche.

Sebbene per niente seguace delle idee di Marx, Sternberg ne mostra un sano rispetto e una volontà di differenziarsi in modo intellettualmente onesto; non c’è nessuna conta da libro nero del comunismo delle vittime delle idee di Marx, nessuna denigrazione delle persone e della moralità dei marxisti; e nessun inno di lode alla gloria del capitalismo che ci si potrebbe aspettare dal Wall Street Journal.

Idee a confronto

Steinberg offre una collezione di sfide al Marxismo che, sebbene né nuove né originali, sono state il cuore di molte critiche da parte degli intellettuali.

Il cosiddetto “problema della trasformazione”. Sternberg scrive che “Eugen von Böhm-Bawerk, una delle principali figure della scuola economica austriaca, ha dichiarato che [il Capitale di Marx] ha fallito nel fornire una teoria soddisfacente delle relazioni tra il valore ed il prezzo…” Il periodo dopo la morte di Marx, dopo la pubblicazione del terzo volume del Capitale, ha coinciso con il declino dell’economia politica classica e con il sorgere dell’economia basata sulle ricostruzioni formali e matematiche delle relazioni economiche immediate e con la crescita dei rapporti di mercato in relazioni alle disposizioni psicologiche ed alle scelte individuali.

Molti marxisti (incluso Engels), forse eccessivamente impressionati dal rigore professato dai nuovi economisti, accettarono la sfida, costruendo “prove” della relazione quantitativa tra il calcolo del valore di Marx ed il mondo reale dei prezzi. Questo dibattito tra “prove” e “controprove” continua ad ossessionare gli accademici marxisti fino ad oggi, in particolare quelli cresciuti nelle economie borghesi.

Marx cercò solamente di dimostrare una relazione quantitativa approssimativamente ragionevole tra il valore delle merci e il prezzo delle merci. Prezzi e valori sono come il contrasto tra i valori morali condivisi e il sistema legale comune (la giurisprudenza del mondo reale); non è necessario dimostrare una derivazione formale od una rigida correlazione tra un valore morale e il suo corrispettivo legale per sapere se uno è fondato sull’altro. Per certo, sarebbe assurdo sostenere che i sistemi legali non sono definitivamente conformati sui codici morali sottostanti, ma piuttosto che possiedono una notevole esistenza indipendente, unicamente basata sul capriccio del giudice o sulla scelta individuale. Ragionare in questo modo è un’eredità di un positivismo screditato.

La ricerca di una rigorosa dimostrazione che i prezzi possono essere derivati dai valori è un esercizio scolastico che impegna gli accademici, ma è di scarsa rilevanza per il progetto Marxista. Che i valori stiano sotto i prezzi è così certo come la convinzione che la prescrizione morale contro le uccisioni arbitrarie sia la base per tutte le leggi contro l’assassinio. Immaginate, sullo stesso filone, se lo status scientifico della psicologia fosse incatenato ad una dimostrazione formale della relazione tra le disposizioni psicologiche e il comportamento fisico esterno. La psicologia come disciplina scientifica sparirebbe.  E se Böhm-Bawerk e la sua balordaggine fossero ascoltate, il Marxismo come scienza dovrebbe altrettanto sparire!!

La cosiddetta “tesi dell’impoverimento”. Steinberg scrive: “Nel 1899 anche Eduard Bernstein, uno dei colleghi più vicini ad Engels, attaccò la cosiddetta teoria dell’impoverimento, la quale affermava che la classe operaia fosse destinata a diventare sempre più povera e la concentrazione dell’industra sempre più grande.

Il professor Steinberg, come Bernstein ed altri, interpreta Marx in modo errato su questo punto. Nel Capitale, nelle teorie del plusvalore, del lavoro retribuito e del Capitale, Marx è inequivoco: “Un aumento discreto nella quantità pagata in salario presuppone un rapido aumento del capitale produttivo… Quindi, sebbene le comodità per i lavoratori sono aumentate, la soddisfazione sociale che permettono sono diminuite a paragone delle aumentate comodità dei capitalisti, le quali sono irraggiungibili per i lavoratori, e a paragone con la scala dello sviluppo generale che la società ha raggiunto… Dal momento che la loro natura è sociale, è di conseguenza relativa”

Marx vide chiaramente la miseria dei lavoratori in relazione ai miglioramenti degli standards di vita dei più alti livelli sociali.  Quando la produttività aumenta, le condizioni di vita della classe lavoratrice possono altrettanto aumentare, sebbene diminuiscano, con riferimento ai guadagni della classe capitalista. Il periodo immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale fu uno di quei periodi in cui l’aumento della produttività portò un generale, ma diseguale, aumento degli standards di vita. Liberali e socialdemocratici celebrano questa era come l’età d’oro del capitalismo dal volto umano, ignorando per convenienza il relativo impoverimento della classe operaia, l’aumento dello sfruttamento dei lavoratori.

Comunque, per gran parte degli ultimi quattro decenni, l’impoverimento della classe operaia è stato sia relativo che assoluto, con gli standards di vita dei lavoratori in stagnazione od in declino. Pertanto, noi stiamo vivendo in un periodo anche molto più tragico e più miserabile delle previsioni di Marx.

Il motore per l’impoverimento relativo della classe operaia è la crescita di ciò che Marx chiamò “esercito industriale di riserva dei disoccupati” (disoccupazione), un processo che riduce il potere contrattuale del lavoro a causa di una forza lavoro disperata e pronta all’impiego.  Questa pressione sugli standards di vita della classe operaia è radicalmente mutata nella nostra epoca coll’incarcerazione di massa di potenziali lavoratori (grandemente rappresentati dalle minoranze) nel corso degli ultimi decenni. Mentre l’incarcerazione di massa di oltre due milioni di persone riduce sensibilmente la disoccupazione potenziale (“esercito di riserva”) e la concomitante pressione sui salari e sulle comodità, rappresenta il riconoscimento da parte della classe dominante delle esplosive ed anche rivoluzionarie possibilità di molti giovani individui ribelli senza speranza d’impiego nell’economia deindustrializzata del tardo ventesimo secolo. Pertanto, questi vengono messi fuori dall’esercito industriale di riserva attraverso l’incarcerazione.

Materialismo storico. Il prof. Steinberg è perplesso dalla visione di Marx secondo cui le condizioni socio-economiche all’interno delle quali i popoli sono immersi determinano in gran parte i parametri del loro comportamento. O come Marx più semplicemente ed in modo più eloquente la mette nel Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi…” Steinberg cita la più criptica, ma concordante con lo stesso effetto, affermazione nella prefazione del Capitale.

Ma, Steinberg riflette: “Quando, se mai, il lavoratori conoscerebbero ciò che sta loro accadendo? Se la prefazione a “Das Kapital” è nel giusto – che gli umani si comportano secondo le leggi economiche senza consapevolezza né intenzione – come potrebbe mai cambiare il sistema?”

Il professore confonde la ricognizione dei processi storici con la resa al fatalismo.

Come la citazione dal Diciotto Brumaio afferma, i lavoratori cambieranno il sistema quando le condizioni socio economiche che si sono storicamente evolute saranno mature, e non prima. I luddisti inglesi del diciannovesimo secolo combatterono ferventemente ma vanamente contro la devastazione capitalista delle loro condizioni di vita. Ma il nascente capitalismo industriale emerse con vitalità per schiacciare un sincero movimento associato col vecchio ordine. Il capitalismo del ventunesimo secolo, come l’ordine a cui erano aggrappati i luddisti, è il vecchio ordine, un sistema decadente ed insostenibile, che porta con se una lotta riuscita ma destinata al fallimento contro la sua dismissione. Marx sostenne che una volta che il sistema avesse esaurito le proprie possibilità, le condizioni socio-economiche sufficienti ai lavoratori per rovesciarlo si sarebbero altrettanto manifestate.

E’ precisamente quando le condizioni per un cambiamento rivoluzionario sono apparenti che i lavoratori possono “conoscere ciò che sta accadendo loro” Per assicurare che i lavoratori comprendano e possano afferrare il momento rivoluzionario, Marx – e specialmente Lenin – sottolinearono il bisogno di un partito rivoluzionario, un partito di Comunisti. Quel partito porterà avanti le idee per un nuovo ordine.

Umanesimo Marxista. Il Prof. Steinberg allude alla “vasta letteratura” su quello che sarebbe stato chiamato come “Umanesimo Marxista”. Prendendo spunto dalla pubblicazione e dalla divulgazione dei primi inediti quaderni di Marx (i Manoscritti Economici e Filosofici del 1844) , molti a sinistra fabbricarono ed idealizzarono un Marx quale personificazione dei valori liberali. All’apice della guerra fredda, gli anticomunisti di sinistra abbracciarono il pensiero provvisorio di un giovanissimo Marx – un Marx a tre anni dal conseguimento della sua laurea, pregno di socialriformismo, ancora nuovo al movimento operaio e solo da poco seriamente dedito allo studio della politica economica – e lo presentarono come il vero Marx.

Centrale per la svolta “umanista” fu il concetto chiave di “alienazione”, un termine che Marx prese a prestito da Feuerbach. Per il giovane Marx, il termine serviva come provvisorio marcatore delle distanze sociali che si frappongono agli individui nella realizzazione della loro “natura”. Da acerbo strumento filosofico qual’era, il concetto chiamava a gran voce l’elaborazione e la raffinazione realizzata dal Marx maturo. Il materialismo storico ha rimpiazzato la velata teologia delle “specie viventi”. Concetti come “classe” e “sfruttamento” rimpiazzarono la vaghezza e l’approssimazione del termine “alienazione”. Come spiega Dirk Struik: “Quando studiamo l’esposizione di Marx [nei manoscritti] nel dettaglio, troviamo l’inizio della sua analisi matura della società capitalista…” [il corsivo è mio]. Solo l’inizio!

Ma molti scrittori, come Erich Fromm ed Herbert Marcuse, si aggrapparono all’opportunità di profilare “l’alienazione” in un concetto aclassista utile come espressione di ogni forma di divisione sociale – dalla violazione più banale alle crudeltà più orribili.  I liberali annunciarono il nuovo marxismo finché elevava il tedio di una borghesia viziata al livello delle più grandi ingiustizie di classe e di razza. In accordo con tale visione, il nesso con lo sfruttamento capitalistico fu smarrito in un mare di alienazioni sociali. La politica dell’individuo e del personale di oggi deve molto a questo abuso contorto e senza briglie del concetto di alienazione.

Il Marxismo di “quei milioni che accettarono questa ideologia per tutto il corso del XX secolo” come il Prof. Steinberg felicemente lo descrive, non fu il marxismo di una dissoluta gioventù o di una relazione fallita, ma il Marxismo dei bassi salari, delle brutali condizioni di lavoro e delle guerre insanguinate. Ispirato dal maturo Marx, la lotta contro queste condizioni per un nuovo ordine sociale è stato il vero “Umanesimo Marxista”.

Zoltan Zigedy – zzs-blg.blogspot.it

 

Nel 60° anniversario degli eventi controrivoluzionari in Ungheria del 1956 da: www.resistenze.org

 

Partito Comunista di Grecia (KKE) | kke.gr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

26/10/2016

Nel seguito estratti della pubblicazione del CC della KNE “La verità e le menzogne sul Socialismo” (Synchroni Epohi 2012) in relazione agli eventi controrivoluzionari che hanno avuto luogo in Ungheria nel 1956.

“5. Gli eventi controrivoluzionari nei paesi dell’Europa orientale

“Nell’autunno 1956 l’Ungheria annunciò il suo ritiro dal Patto di Varsavia, ma le truppe sovietiche invasero il paese e soppressero la rivolta”.

“Nel 1968 il tentativo cecoslovacco di prendere le distanze da Mosca venne contrastato dall’invasione del paese da parte degli Stati membri del Patto di Varsavia”.

(Manuale di storia di 3° superiore)

L’esperienza storica dell’edificazione del socialismo in Unione Sovietica e nelle democrazie popolari d’Europa ha confermato che la lotta di classe continua durante la costruzione del socialismo, il che significa che una controrivoluzione è possibile. I tentativi di rovesciare il potere operaio in un certo numero di paesi europei (il tentato colpo di stato controrivoluzionario nella DDR nel 1953, i tentativi controrivoluzionari in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968 e in Polonia nel 1980-81) non sono stati altro che tentativi delle classi borghesi sconfitte di questi paesi di riprendere il potere. Questi sforzi, come vedremo in seguito, sono stati fortemente sostenuti dall’imperialismo internazionale in vari modi.

Naturalmente, un ruolo catalizzatore in relazione alla comparsa delle azioni controrivoluzionarie di cui sopra, venne svolto dalle forze opportuniste predominanti negli organismi di Partito e di Stato. Queste leadership non solo indebolirono la vigilanza verso l’attività dell’imperialismo e sottovalutarono l’acuirsi della lotta di classe, ma nel processo i partiti stessi divennero veicoli controrivoluzionari, perfino guidando forze popolari alla controrivoluzione e sostenendo azioni controrivoluzionarie (ad esempio Nagy in Ungheria, Dubcek in Cecoslovacchia).

Tutte queste azioni controrivoluzionarie vengono presentate dalla propaganda imperialista come rivolte per la “democrazia” e contro la “repressione”, mentre il comportamento dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti è stigmatizzato come una “invasione”.

Ciò che è scritto nei libri di testo scolastici è emblematico e trova corrispondenza nella stampa borghese in occasione degli “anniversari” degli eventi. L’interpretazione che viene data dalla propaganda imperialista agli eventi è accettata anche dall’opportunismo.

Ma che cosa è realmente accaduto? Occorre esaminare come si sono sviluppati e sono stati organizzati gli eventi controrivoluzionari in Ungheria e Cecoslovacchia.

I controrivoluzionari hanno organizzato una caccia all’uomo su larga scala diretta principalmente contro i membri e i quadri del Partito dei lavoratori ungherese. Il 30 ottobre 1956 ad esempio, secondo la Associated Press, 130 funzionari di Partito sono stati sequestrati e sono stati impiccati a testa in giù o picchiati a morte.

Il tentativo controrivoluzionario in Ungheria

Tra il 13 e il 16 giugno 1953, la direzione del partito guidato da Mathias Rakosi, Segretario Generale del CC e Primo ministro, rese visita all’URSS su invito della leadership sovietica. Dopo questa visita, l’Ufficio Politico del Partito decise di includere tra i quadri del partito, Imre Nagy. Il 2 luglio, Nagy, che sosteneva il sistema multipartitico borghese, venne nominato Primo ministro.

Questi sviluppi acuirono la lotta interna del Partito. Nel 1955, Nagy venne rimosso dagli incarichi di Partito e di Stato e successivamente espulso dal Partito. Nel dicembre del ’55 venne fondato il circolo di scrittori anticomunisti “Petofi”. M. Rakosi, Segretario generale del CC del Partito popolare dei lavoratori ungherese, nella sessione plenaria del CC del maggio 1956 stigmatizzava come “sbagliata e dannosa” la posizione di Stalin relativa all’intensificazione della lotta di classe sotto il potere dei lavoratori. Due mesi dopo, Rakosi fu sollevato dalle sue funzioni. Il 13 ottobre 1956, Nagy venne reintegrato nei ranghi del Partito. Se ne deduce chiaramente che nella direzione del Partito era in atto un’aspra lotta, con la conseguente confusione e incertezza sulla linea rivoluzionaria. Sembra vi fossero diverse tensioni opportuniste all’interno del Partito, la più aperta quella guidata da Nagy e la centrista da Rakosi. Il Partito non solo rivelò debolezza nel trattare la controrivoluzione, ma questo processo venne assistito dall’emergere dell’opportunismo nei suoi ranghi.

Gli eventi controrivoluzionari iniziarono il 23 ottobre 1956, con l’organizzazione di una grande manifestazione controrivoluzionaria animata da slogan fuorvianti come il “socialismo con i colori ungheresi”, chiedendo la promozione di Nagy alla guida del governo.

Allo stesso tempo, venne scatenata una grande ondata di terrorismo e omicidi contro i comunisti, in particolare a Budapest. La direzione del Partito di fronte alla situazione dichiarando lo stato di emergenza nel paese, chiese l’aiuto delle truppe sovietiche e convenne che Nagy assumesse la presidenza del governo.

Quando Nagy entrò in carica, apri i confini con l’Austria e permise l’infiltrazione nel paese di migliaia di controrivoluzionari e elementi fascisti e reazionari che avevano lasciato il paese. L’equipaggiamento dei controrivoluzionari fu effettuata con ponti aerei Vienna-Budapest, principalmente a opera di velivoli statunitensi.

L’attacco contro il potere dei lavoratori si intensifica

La mattina del 25 ottobre, gli organi incaricati dell’ordine pubblico, con l’assistenza di forze militari della provincia che non erano state corrose dalla controrivoluzione, dichiararono uno stretto coprifuoco a Budapest per facilitare la soppressione dei gruppi controrivoluzionari armati. Questa misura venne sospesa da Nagy che procedeva con i negoziati con i controrivoluzionari. Allo stesso tempo, minacciava il Ministero della Difesa che, se avessero attaccato la “Korvin” Arcade, dove erano raccolte le più importanti forze controrivoluzionarie, si sarebbe dimesso.

Allo stesso tempo, il governo Nagy che aveva promesso armi alle guardie rivoluzionarie dei lavoratori stabilite in diverse fabbriche e negli uffici del Partito, le consegnò ai controrivoluzionari. Nagy non poteva porsi apertamente come nemico del socialismo. Come si evince da documenti dei Servizi di Informazione Nazionale Ungherese: “… Imre Nagy nel suo annuncio radiofonico del 25 ottobre osservava che l’intervento delle truppe sovietiche nel combattimento era richiesto dagli interessi vitali del nostro regime socialista. (…) Anche Imre Nagy non poteva presentarsi in questo frangente come diverso da un incrollabile sostenitore del potere popolare socialista, come un amico dell’Unione Sovietica, come un nemico inconciliabile degli oppositori controrivoluzionari. (…) Se Imre Nagy, il 23 ottobre avesse assunto una posizione aperta contro il Patto di Varsavia e in favore della neutralità secondo il modello d’Austria, non ci sarebbe stata alcuna discussione sulla sua nomina alla Presidenza del Consiglio dei Ministri”. 71

L’attività sovversiva dell’imperialismo

La declassificazione di documenti segreti dagli archivi delle potenze imperialiste ci permette di avere una “immagine” dell’attività sovversiva che i servizi segreti dell’imperialismo internazionale svolsero in vari modi. Indicative di questa attività sono le seguenti indicazioni fornite nella relazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale: “La politica degli Stati Uniti nei confronti dei ‘satelliti’ sovietici in Europa orientale, approvata dal Presidente degli Stati Uniti D. Eisenhower, nel luglio del ’56”: “Al fine di promuovere la costituzione di governi eletti liberamente nei paesi ‘satelliti’ come mezzo di disorganizzazione, e non come fine in sé, occorre tenersi pronti per ogni evenienza, di nascosto e sotto la guida adeguata, per aiutare i nazionalisti in ogni modo in cui sia possibile l’indipendenza dalla dominazione sovietica e dove la consistenza degli Stati Uniti e del ‘mondo libero’ non sia messa in pericolo da tale dominazione”. (Vedi: National Security Council Report NSC 5608/1,”US Policy towards the Soviet Satellites in Eastern Europe”, July 18, 1956).

Il 30 ottobre le truppe sovietiche si ritirarono dal paese, su richiesta di Nagy. Quindi le forze controrivoluzionarie continuarono l’offensiva ancora più selvaggiamente. “Il terrorismo controrivoluzionario dilagava per le strade di Budapest: i comunisti e i progressisti venivano uccisi. Migliaia di militanti del partito, presidenti di associazioni di agricoltori, presidenti dei consigli, i sostenitori del socialismo venivano imprigionati in tutto il paese e preparato il macello. Nell’arena politica ricomparvero capitalisti, proprietari terrieri, banchieri, principi e conti. Fecero la loro apparizione in Parlamento e in soli due giorni fondarono 28 partiti controrivoluzionari” 72.

I fascisti e i sostenitori dei nazisti erano apertamente coinvolti negli eventi controrivoluzionari. Il corrispondente del quotidiano Veli Autsontag della Germania dell’Est, scrisse su uno dei controrivoluzionari: “La prima cosa che notai era la medaglia tedesca della Croce di Ferro” 73, mentre il quotidiano francese France-Soir scriveva che “gli elementi più reazionari e fascisti” hanno avuto un ruolo di primo piano negli eventi, 74.

L’annuncio del governo Nagy del ritiro dal Patto di Varsavia e della “neutralità” del paese dal 1° novembre diede un tale slancio ai controrivoluzionari che indusse il corrispondente della Reuters a scrivere: “Da ieri c’è una caccia all’uomo nelle strade di Budapest”, le persone “vengono cacciate e macellate come animali, appese ai pali della luce e ai balconi. In tutto il paese ci sono scene che ci ricordano il ritorno dei ‘bianchi’ in Ungheria nel 1919.” 75.

Il ruolo dell’imperialismo internazionale

Il coinvolgimento delle potenze imperialiste nella “rivolta ungherese” è dimostrata da ciò che un ufficiale britannico dichiarò 40 anni più tardi, senza rivelare la sua identità: “Nel 1954, reclutavamo agenti ai confini ungheresi, che conducevamo nella zona dell’Austria sotto il controllo britannico. Li portavamo in montagna e gli davamo addestramento militare… Poi, li formavamo all’uso di esplosivi e armi, quindi li portavamo indietro… li addestravamo per la rivolta”. 76

La Pravda aveva scritto in un articolo: “I giornali borghesi occidentali scrivono con sufficiente sincerità che la reazione sta preparando gli eventi ungheresi da tempo e con zelo, sia internamente che dall’estero; fin dall’inizio si poteva vedere in tutto ciò la mano esperta dei cospiratori. Il capo delle spie americane, Allen Dulles, ha dichiarato apertamente di ‘sapere’ ciò che sarebbe accaduto in Ungheria”. 77

Gli imperialisti per tutta la durata della controrivoluzione attraverso la stazione radio Free Europe, finanziata e guidata dal governo degli Stati Uniti, invitavano gli ungheresi a “ribellarsi”. Con le loro trasmissioni, chiamavano il sabotaggio, chiedevano di sostenere i controrivoluzionari con cibo e rifornimenti, appoggiare le loro azioni. Trasmettevano che gli Stati Uniti avrebbero inviato aiuti militari. La stazione radio, secondo quanto scrisse Henry Kissinger, fece appello agli ungheresi a “rimanere impegnati nella loro rivoluzione e di non accettare alcun compromesso (…) Combattenti per la libertà, non appendete le armi al chiodo!” 78

I piani degli Stati Uniti vengono rivelati anche dalla raccomandazione di J. Dulles in occasione della riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, il 31 ottobre 1956 inerente alla politica degli Stati Uniti in Ungheria e Polonia, mentre era in corso la controrivoluzione. Disse dell’Ungheria: “(…) 22. Aiuti umanitari immediati per il popolo ungherese (…) 23. Se un governo almeno indipendente arriva al potere, così come in Polonia: a) Essere pronti a fornire (…) l’assistenza economica e tecnica in quantità ragionevole, sufficiente per dare agli ungheresi una soluzione alternativa alla totale dipendenza da Mosca. (…) d) Prendere misure appropriate per riorientare il commercio ungherese verso l’Occidente”. 79

La sconfitta della controrivoluzione grazie alla classe operaia ungherese e all’Armata Rossa

Come è stato detto, i comunisti coerenti, gli operai e i contadini avevano formato guardie rivoluzionarie e cercarono di affrontare i gruppi controrivoluzionari. Ma, solo in alcune zone riuscirono ad armarsi e sconfiggere il terrore. Infine, il 3 novembre, venne formato da quadri del Partito nella città di Szolnok un governo rivoluzionario degli operai e dei contadini che invitò l’Unione Sovietica a contribuire a sopprimere la controrivoluzione. L’URSS rispose alla richiesta, svolgendo il proprio dovere internazionalista, e il 4 novembre, i comunisti ungheresi e le avanguardie operaie, con l’aiuto dell’Armata Rossa, prevalsero sulle forze controrivoluzionarie”.

 

Fonte: agenzia direAutore: redazione Il 4 novembre si fermano il lavoratori delle poste contro privatizzazione e disservizi

Si avvicina il giorno dello sciopero nazionale di giovedi’ 4 novembre (non succedeva da 20 anni) e sale la rabbia di lavoratori e sindacati delle Poste: la consegna della corrispondenza a giorni alterni, “non puo’ funzionare senza gli investimenti previsti e condanna i cittadini dei paesi piu’ piccoli e gli anziani ad attendere per giorni la posta o a fare i salti mortali per ricevere la pensione e pagare un bollettino”, segnala la Slc-Cgil ricordando i vari uffici “chiusi negli ultimi anni in nome di una razionalizzazione che non tiene conto del ruolo di servizio essenziale svolto da Poste”.

Ma soprattutto ora, “i lavoratori vengono sottoposti a vessazioni per tentare di dimostrare che anche con questa scellerata organizzazione le cose possono funzionare, con un aumento dei disagi per tutti, dipendenti e clienti”. La realta’, dice ancora la sigla della Cgil, e’ fatta di “giacenze di corrispondenza negli uffici postali che si contano a centinaia di chili e tutto questo in ogni territorio della regione, compreso Modena, che rimane uno dei territori piu’ penalizzati anche dal calo degli addetti”. L’altro motivo dello sciopero e’ la privatizzazione: “Non si puo’ svendere un servizio pubblico, come quello di Poste”. In Emilia-Romagna i  lavoratori di Poste avevano gia’ scioperato il 27 giugno “e non si fermeranno fino a quando non sara’ scongiurata la vendita a
privati di Poste, e non sara’ ripristinato un vero diritto alla consegna della corrispondenza”, promettono dalla Cgil.

anpinews.n. 221

Su questo numero di ANPInews (in allegato):anpinews-n-221

 

RINVIATA AL 19 E 20 NOVEMBRE LA “STAFFETTA DI 24 ORE” DELL’ANPI PER RISPETTO E SOLIDARIETA’ NEI CONFRONTI DELLE POPOLAZIONI COLPITE DAL TERREMOTO

 

 

APPUNTAMENTI

 

Dal 3 all’8 novembre il Presidente nazionale ANPI in 3 iniziative sul NO alla Riforma costituzionale

 

 

–    CARLO SMURAGLIA INTERVISTATO DA  REPUBBLICA.IT SULLA SCOMPARSA DI TINA ANSELMI

 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Il disastro dei terremoti

 

Una notizia interessante sul “caso Regeni”

 

Per un doveroso e sentito rispetto per la tragedia del terremoto e per le vittime (non solo i morti, ma anche i vivi, privati della casa e spesso di tutto), preferisco chiudere qui, rimandando al prossimo numero un pezzo già pronto su temi referendari. Anche questa, nel suo piccolo, vuole essere una manifestazione di umana solidarietà