Etiopia al bivio

Capitolo 1 – L’Impero di Sélassié

Mohamed Hassan, Grégoire Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

29/09/2016

Da oltre un anno i manifestanti sfidano il governo etiope sotto il fuoco della polizia, senza che la cronaca susciti l’interesse dei governi occidentali, sempre pronti a promuovere la democrazia in tutto il mondo. “L’Etiopia sta bruciando”, avverte Mohamed Hassan. Per il nostro esperto del Corno d’Africa, ex diplomatico etiope, i giorni del governo sono contati. La caduta del regime è, nel bene e nel male, un’opportunità per vedere gli etiopi costruire un vero stato democratico. Ma il paese potrebbe anche implodere in scontri inter-etnici. L’Etiopia è a un bivio. Dopo aver attraversato il Medio Oriente e l’Africa Orientale in Stratégie du chaos e Jihad made in USA, Mohamed Hassan ci porta nel suo paese, l’Etiopia. Questa prima parte si occupa dell’Impero di Hailé Sélassié. Quale realtà nascondeva il mito del “re dei re”? Come ha fatto l’unico paese africano non colonizzato a diventare la caricatura di una neo-colonia? Perché Mohamed Hassan ha voluto cambiare nome quando era bambino? Torniamo su di un impero che ha alimentato molte fantasie…

Prima parte
Seconda parte

Terza parte

Eppure, Garvey ha totalmente rinnegato Sélassié e la sua fuga dinanzi all’invasione italiana…

Sì, sul modello di alcuni ufficiali etiopi che non avevano capitolato dinanzi all’Italia e che anzi saranno allontanati dopo il ritorno dell’imperatore, Marcu Garvey ha fortemente condannato la fuga di Sélassié: “I fatti storici una volta scritti descriveranno Hailé Sélassié di Abissinia come un codardo che è scappato dal suo paese lasciando milioni di suoi compatrioti a combattere una guerra terribile, in cui sono stati trascinati dalla sua ignoranza politica e dalla sua slealtà razziale. Quale danno è stato che un uomo dal limitato calibro intellettuale e dal debole carattere politico come Hailé Sélassié, sia diventato imperatore di Abissinia in un momento così determinante nella storia politica del mondo. […] Ogni negro che sia fiero della sua razza deve provare vergogna per il modo in cui Hailé Sélassié si è arreso ai lupi bianchi d’Europa. […] Mentre i popoli neri del mondo intero pregavano per la vittoria dell’Abissinia, questo piccolo imperatore stava demolendo la costruzione del proprio regno facendo la figura del salame con gli uomini bianchi, seguendo i loro suggerimenti su ciò che doveva fare, come arrendersi, come annullare le vittorie dei suoi re contro gli italiani. Sì, gli hanno detto come preparare il suo imbarco sull’aereo e, come un bambino sciocco, ha seguito ogni consiglio fino alla partenza dal suo paese per raggiungere l’Inghilterra, lasciando il suo popolo a farsi massacrare dagli italiani”. (9)

Questa severa condanna del loro profeta non ha impedito ai rastafariani di idolatrare Sélassié. Nel contesto della decolonizzazione vedevano l’imperatore etiopico come un liberatore. Sélassié aveva tuttavia proseguito sullo slancio di Ménélik II, costruendo uno Stato centrale attraverso l’amharanizzazione forzata delle varie etnie che popolavano l’Etiopia. Per integrarsi, occorreva sempre adottare la cultura dell’imperatore, la sua religione, il suo alfabeto. E a volte anche cambiare nome. In realtà, per la grande maggioranza degli etiopi, Sélassié non era un liberatore. Ma si serviva di un’immagine ingannevole. Ad esempio, Bob Marley ha scritto una canzone molto bella contro la guerra ispirata da un discorso tenuto da Sélassié alla tribuna delle Nazioni Unite nel 1963. Ponendosi come campione dell’anticolonialismo e dell’antirazzismo, l’imperatore aveva pronunciato parole vibranti sulla pace e l’uguaglianza degli uomini. Nei fatti, Sélassié aveva inviato truppe etiopi a partecipare alle guerre del Congo e di Corea su ordine dei suoi padroni imperialisti. E se dichiarava che il continente africano non avrebbe conosciuto la pace finché nelle nazioni ci fossero stati cittadini di prima e di seconda classe, si comportava esattamente all’opposto in Etiopia dove, a parte la classe dirigente abissina, i cittadini non avevano alcun riconoscimento. I rastafariani dovevano fare la loro esperienza per scoprire il rovescio della medaglia. L’imperatore offrì loro la città di Sciasciamanna perché potessero stabilirsi e realizzare il loro sogno di un ritorno in terra promessa. Ma il sogno è stato trasformato in un incubo. I rastafariani furono accolti molto male. Da parte degli Oromo innanzitutto, che lì vivevano e che si sentivano depredati. Poi dalla Chiesa ortodossa, che non apprezzava molto le pratiche religiose dei rastafariani. Esiste ancora oggi, una piccola comunità, ma la disillusione è forte.

Il processo di amharanizzazione inciampò sulle opposizioni in Etiopia?

Ovviamente. Non si può governare correttamente un impero se consideri il 60% dei suoi abitanti come stranieri. Ma l’amharanizzazione dell’Etiopia provocava reazioni diverse. Alcuni respingevano questo processo e affermavano la loro identità. Altri provavano a integrarsi fondendosi nello stampo. Questo poteva dare luogo a tristi situazioni. All’università di Addis-Abeba ad esempio, laureati originari delle province dell’impero non volevano che la loro famiglia assistesse alla proclamazione dei risultati. Questi studenti provavano con tutti i mezzi a farsi passare per degli amhara. E sapevano che al momento della proclamazioni delle lauree, i loro parenti avrebbero denunciato le loro vere origini con i loro abiti e i loro modi.

Io stesso, quando ero bambino, dopo l’insediarsi della mia famiglia nella capitale, ho vissuto una strana esperienza. I miei compagni di classe e gli amici con cui giocavo a calcio nella zona mi chiamavano “Mohamed il somalo”. Era il mio soprannome. Un giorno, chiesi a mio padre se potessi cambiare nome. “Non ti piace Mohamed?” mi domandò. Gli risposi che “Mohamed” andava bene, ma che non amavo “somalo”. Mio padre allora convocò una riunione familiare, chiamando mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle: “Ascoltate, ascoltate, Mohamed ha qualcosa di molto importante da dirvi”. Esposi la situazione e presentai la mia richiesta. Ma una delle mie sorelle maggiori mi redarguì. “Devi essere fiero delle tue origini” mi disse. Poi mio padre mi ordinò di andare a casa di un generale e affidandomi un compito. Quest’ufficiale dell’esercito era il padre del mio migliore amico. La mia missione era di calcolare quanto tempo gli occorreva per aprire il cancello d’entrata quando suonavo il campanello. Velocemente capii che questo compito era soltanto un pretesto per darmi una buona lezione, che non dimenticai.

La mattina dopo, mi recavo dunque alla casa del generale. Era una bella villa. Ma non avevo avuto il tempo di suonare il campanello che già il cancello si apriva per lasciare uscire la Mercedes del padre del mio amico. Approfittai di ciò, della via libera davanti a me, per scivolare nella proprietà e avanzare fino alla casa. La porta era ancora aperta. Entrando, potei vedere che c’erano molte persone all’interno. In particolare gente di campagna. E ho subito capito che questa gente, che non erano amhara, erano membri della famiglia del generale e del mio migliore amico. Quando il personale della casa mi vide, ci fu una situazione imbarazzante. Spinsero rapidamente spinto i loro ospiti da una parte e chiusero la porta. Imbarazzato, girai sui tacchi senza dire una parola. Arrivato al cancello d’entrata, mi attendeva la Mercedes del generale. “Oggi, hai visto il nostro piccolo segreto Mohamed”, disse il padre del mio amico. Annuii semplicemente, senza dire nulla. “Dimmi Mohamed, hai familiari in campagna? Quando tuo parenti vengono ad Addis, gli fai visitare la città e ve li portate dietro nei negozi?”, mi chiese. Annuii ancora. “E le tue zie e i tuoi cugini, conservano i loro abiti tradizionali?”. Annuivo sempre. “Ed è un problema per te? Non hai vergogna?”. Rispondevo soltanto di no. Il generale allora tirò fuori una banconota che nascose nella mia mano. “Questo pomeriggio andrai con il mio idiota di figlio al cinema. E a lui spiegherai che non occorre avere vergogna delle proprie origini”, concluse il generale. Rientrai a casa, felice all’idea di vedere un film. Al mio ritorno, mio padre mi chiese se volessi sempre cambiare il mio nome. “No, adoro il mio nome!” gli risposi. (Risata)

Questo dà una panoramica sui problemi d’integrazione nell’Etiopia imperiale. Ma immagino che tutto non si risolvesse con due posti al cinema…

No. Occorre immaginare fino a che punto gli etiopi non avevano alcun diritto, al di fuori della classe dirigente amhara. Inoltre, nonostante i bei discorsi dell’imperatore e le sue promesse d’ammodernamento, il paese restava molto povero. Con una grande disuguaglianza. C’era da un lato il centro, con la capitale Addis Abeba e i suoi dintorni. È qui che erano concentrati il potere politico, l’attività economica e la Comunità amhara. Poi venivano tutte le province della periferia. I suoi territori erano stati annessi attraverso il processo di centralizzazione dell’impero etiope, ma le strutture statali non funzionavano realmente. Così, alla fine degli anni ’60, il tasso d’alfabetizzazione era del 7%. La metà delle scuole si trovava nelle due più grandi città del paese, Addis-Abeba e Asmara, la capitale eritrea. Ad Addis-Abeba, si contava un letto d’ospedale ogni 222 abitanti. Nella provincia di Arsi, il rapporto scendeva a 1 ogni 22.260! (10). La speranza di vita era d’altra parte soltanto di 35 anni.

Oppressione e povertà… un cocktail esplosivo!

E l’esplosione finì per arrivare. Nel 1974, ci furono importanti manifestazioni dei musulmani d’Etiopia. Ne facevo parte e la parola d’ordine era: “Non siamo stranieri.”. Protestavo anche nell’ambito del movimento studentesco per chiedere la caduta dell’imperatore. L’università di Addis-Abeba era diventata un centro della contestazione politica. Dagli anni ’60 si discuteva della questione delle nazionalità su un fondo di teorie marxiste e di lotta anti-imperialista. Del resto, nel 1969, la guardia imperiale era penetrata nella città universitaria e aveva ucciso una ventina di studenti che manifestavano. Ma la contestazione non era cessata. Aveva anche preso una tale ampiezza che nel 1974, Selassié decise di chiudere l’università. Una università che portava il suo nome e che doveva illustrare la modernità in Etiopia. Ogni anno, l’imperatore faceva una fotografia con i laureati. La sua chiusura era dunque tutta un simbolo.

Come le teorie marxiste hanno investito la città universitaria?

Gli studenti erano influenzati dai movimenti di liberazione nazionale in Africa, dallo sviluppo della Cina o ancora dalla guerra del Vietnam. Le idee progressiste hanno iniziato a fiorire, era inevitabile. E il potere autoritario dell’imperatore è apparso sotto una luce più piena. L’Etiopia restava una neo colonia, ma vi era stato introdotto il capitalismo, gradualmente. Le basi di un’economia moderna erano state poste, il che comporta l’urbanizzazione e lo sviluppo di un embrione di classe operaia. Le contraddizioni di classe avevano dunque iniziato ad inasprirsi. In questo processo, sono nati sindacati e movimenti studenteschi. Mi ricordo che c’erano molti dibattiti nell’ambito di questi movimenti progressisti. Le discussioni avevano permesso di stilare la lista delle principali sfide che doveva raccogliere l’Etiopia. Con innanzitutto le richieste dei contadini. Il settore agricolo rappresentava la parte più importante dell’economia etiope. Ma la classe contadina era divisa in due. Da un lato, i proprietari terrieri del centro. Dall’altro, i contadini della periferia che erano completamente sfruttati. I movimenti progressisti rivendicavano dunque che la terra appartiene a quelli che la coltivano. L’altra sfida importante era la questione delle nazionalità. L’Etiopia doveva essere riconosciuta come un paese multinazionale dove tutti i cittadini avrebbero beneficiato degli stessi diritti. Infine, c’era la questione Eritrea. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’ex colonia italiana era stata annessa dall’Etiopia. Da allora, gli eritrei conducevano una lotta di liberazione nazionale per ottenere la loro indipendenza. Anche questa lotta ha influenzato i movimenti progressisti dell’Etiopia.

Come fu annessa l’Eritrea?

Questo lembo di terra che delimita il Mar Rosso era stato colonizzato dall’Italia con l’approvazione dei britannici. Dopo la guerra e la sconfitta di Mussolini, nel contesto della decolonizzazione dell’Africa, l’Eritrea reclamava la sua indipendenza. Ma gli Stati Uniti vi avevano installato la loro più grande base di telecomunicazioni. All’epoca non c’era ancora la sorveglianza satellitare. Ma con il materiale di cui disponevano, in un luogo strategicamente posizionato come l’Eritrea, gli Stati Uniti potevano sorvegliare ciò che avveniva in Africa, in Medio Oriente e anche in alcune regioni dell’Unione Sovietica.

Washington dunque impedì l’indipendenza dell’Eritrea e insistette affinché l’ex colonia fosse collegata all’Etiopia. Con Sélassié, gli Stati Uniti erano determinati a mantenere il controllo della loro base di telecomunicazioni. Da parte sua, l’imperatore desiderava mettere mano su questo territorio che avrebbe garantito all’Etiopia un accesso sul Mar Rosso. Figura eminente della politica americana, John Foster Dulles dirigeva all’epoca l’ufficio degli affari esteri. Quando il caso dell’Eritrea arrivò sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, egli impose la sua scelta: “Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Tuttavia, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo paese sia ricollegato al nostro alleato, l’Etiopia”.

Questa decisione ha portato a un lungo conflitto che non è del tutto risolto. Perché la coabitazione tra l’Etiopia e l’Eritrea non ha funzionato?

Abbiamo visto come in Etiopia, l’introduzione del capitalismo aveva condotto per contraddizione all’emergenza di movimenti progressisti a partire fin dagli anni ’60. In Eritrea, questo processo si era verificato molto prima, con la colonizzazione italiana negli anni ’30. Così dopo la guerra, il contrasto era molto forte tra l’Etiopia feudale di Sélassié da un lato e l’Eritrea dall’altro, che disponeva di un embrione d’economia moderna, di sindacati e di giornali liberi. Idee moderne e progressiste erano diffuse in tutta l’Eritrea. Minacciavano l’autorità di Sélassié e ridicolizzavano la sua immagine artificiale di dirigente illuminato.

Nel 1960, mentre l’imperatore era in viaggio in Brasile, Germane Neway, un giovane ufficiale, condusse un tentativo di colpo di stato. Fu un fallimento. Al suo ritorno, Sélassié adottò misure drastiche per ripristinare la sua autorità. L’Eritrea che viveva al fianco dell’Etiopia nel quadro di una federazione, fu semplicemente assorbita dall’impero. Sotto costrizione, il Parlamento eritreo votò la sua dissoluzione. Le fabbriche moderne che erano state costruite ad Asmara furono smantellate e delocalizzate ad Addis-Abeba. Letteralmente colonizzati da Selassié, gli eritrei entrarono nella resistenza per condurre la più lunga lotta di liberazione del continente africano. Come ho detto, questa lotta influenzò gli studenti etiopi. La questione eritrea diventò la sfida principale del movimento di protesta nel 1974.

Un altro fattore ha segnato il contesto teso degli anni ’70: la carestia. Particolarmente mortale a quel tempo, ha inizialmente imperversato nella provincia di Wollo prima di estendersi al nord del paese. Questa catastrofe ha scosso la legittimità di Selassié?

La siccità è un fenomeno naturale. Ma la carestia non è un destino. Se siete bene organizzati, potete tentare di superare al meglio i problemi di raccolto. Ma nell’Etiopia feudale di Sélassié, la siccità poteva soltanto condurre al dramma. Mentre l’agricoltura era il settore economico più importante, i contadini erano rispetto a tutte le classi sociali dell’Etiopia in un rapporto di sfruttamento estremamente duro. I contadini erano screditati e soffrivano per le condizioni di lavoro penose. Gli utili dei raccolti venivano accaparrati dalla corona, dalla chiesa, dai capi militari, dagli alti funzionari, ecc. “Al contadino non resta che un minimo di riserve da tenere da un raccolto all’altro”, sottolinea Pascal Bureau. “Un minimo sufficiente quando le piogge erano state buone. Ma, al minimo capriccio della natura, è la fame, l’esilio o l’indebitamento. In particolare quando i contadini devono vendere a niente i loro attrezzi e le loro sementi ai padroni che controllano le riserve di grano e garantire i passaggi da un raccolto all’altro a prezzo elevato. Mentre per recuperare i loro strumenti di lavoro, i contadini devono in seguito pagare due, tre volte il prezzo al quale le avevano inizialmente vendute”. (11)

Immaginate, in queste condizioni, quale impatto la siccità può avere sui contadini. Nel 1973, la carestia toccava la provincia di Wollo. Inizialmente, Sélassié ignorò semplicemente la questione. Ma le notizie che bambini emaciati agonizzavano sul bordo delle strade hanno finito per arrivare fino ad Addis-Abeba. L’opinione pubblica era colpita. Sotto la pressione popolare, Sélassié decise di fare un gesto tanto inutile, quanto ridicolo: esentò i contadini dalle imposte. Ma questi ultimi avevano già perso tutto. Come avrebbero potuto, in ogni modo, pagare una tassa inferiore? Quest’episodio ha scheggiato un po’ di più l’immagine di Sélassié. Anche la carestia del 1973 ha nutrito il movimento di contestazione, che aveva trasformato i contadini in una questione centrale.

Il movimento di contestazione ha le sue radici nella società civile con gli studenti e i sindacati. Ma è l’esercito che ha deposto l’imperatore, il 12 settembre 1974. Perché?

L’esercito era l’istituzione meglio organizzata nell’Etiopia imperiale. Molto meglio organizzata dei sindacati o dei movimenti studenteschi che dovevano combattere contro la repressione. Ma l’esercito era anche attraversato da contraddizioni suscettibili di alimentare uno slancio rivoluzionario. Infatti, i suoi ufficiali superiori venivano dall’aristocrazia e dalla piccola borghesia vicina all’imperatore. Erano per la maggior parte d’origine amhara. Invece, i soldati e i piccoli ufficiali venivano da altre etnie e dalla classe contadina.

I movimenti di protesta hanno fatto risuonare all’interno dell’esercito le questioni sull’uguaglianza delle nazionalità e la condizione dei contadini. In modo che le contraddizioni divennero più forti nell’ambito del corpo militare. Si aggiunsero poi le proteste della seconda divisione di stanza in Eritrea. I soldati erano infelici laggiù. Dicevano di vivere come cani, circondati dal nemico. Si lagnavano di non vedere mai la loro famiglia. Soprattutto, avevano preso coscienza che il confronto militare con la resistenza eritrea sarebbe stato interminabile e che era meglio cercare una soluzione politica.

L’esercito condivideva le rivendicazioni della società civile?

Tutti i soldati chiedevano anche l’uguaglianza delle nazionalità e delle religioni, sì. Ma all’inizio l’esercito non aveva intenzione di rovesciare Sélassié. Nelle varie guarnigioni del paese erano stati organizzati dei comitati. Le rivendicazioni furono raccolte, come tutte le idee di cambiamento. Ogni comitato in seguito avrebbe inviato un rappresentante presso l’imperatore per negoziare.

Per contenere la sommossa che giungeva da ogni parte, Sélassié varò alcune riforme. Fece anche uscire dal suo cilindro un nuovo governo controllato da un giovane Primo ministro che doveva segnare una rottura con la vecchia dirigenza. Dopo alcuni mesi, i dibattiti si erano fatti più aperti che in passato. E la stampa era libera. Ma piuttosto che alleviare le tensioni, questo tentativo disperato non fece che galvanizzare la rabbia del popolo etiope. La caduta di Sélassié era diventata inevitabile.

(continua)

Note:

9. Marcus Garvey, The Marcus Garvey and Universal Negro Improvement Association Papers, Vol. IX, University of California Press, 1995.

10. Jacques Bureau, ibid.

11. Jacques Bureau, ibid.

 

Advertisements
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: