Confindustria-Confederali: il ritorno della concertazione. Ovvero come fare ciò che vogliono le imprese col consenso dei sindacati. da: www.resistenze.org

 

Clash City Workers | clashcityworkers.org

25/10/2016

Confindustria e Governo sono di nuovo pronte a trattare (alle loro condizioni) coi sindacati (confederali, ovviamente).

Il Corriere della Sera lo chiama “il ritorno della concertazione” ed ammonisce che va sì bene purché non si mettano in discussione i motivi che quella concertazione l’avevano messa da parte, cioè il fatto che le imprese decidono ed i sindacati ratificano gli accordi.

Non è un caso che si metta in rilievo come primo passo della rinnovata concertazione la faticosa conclusione del rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, dove la concertazione è stata possibile solo al prezzo per cui la FIOM ha accettato di firmare proprio quell’accordo che negli anni precedenti aveva rifiutato sdoganando la stagione degli accordi separati. Insomma, se il modello della “nuova concertazione” è quello dei metalmeccanici stiamo freschi…

Ma perché questa nuova disponibilità a riconoscere il ruolo del sindacato, seppur fortemente depotenziato, da parte di Governo e padroni? Secondo il Corriere il motivo sarebbe l’incertezza sulla ripresa della nostra economia che le ultime stime di Confindustria danno intorno ad un “ragguardevole” +0,5%. A fronte di una ripresa economica incerta e con un consenso fortemente intaccato sia dalle spinte interne (minoranza del PD) che da quelle esterne (il malcelato fastidio con cui l’UE ha accolto le richieste di flessibilità), e con la questione referendaria che potrebbe dare un’ulteriore mazzata al governo, Renzi si è reso conto che forse la stampella dei confederali gli può ancora essere utile.

Confindustria invece ha da sempre tenuto un canale aperto con la triplice proprio perché in fondo il suo ruolo, quello di sindacato dei padroni, è legato a doppio filo a quello dei confederali: che senso avrebbe una Confindustria se non si firmassero più contratti collettivi, se restassero solo più gli accordi aziendali e le grandi imprese (vedi FCA) uscissero tutte dalla grande famiglia? La necessità di un reciproco riconoscimento viene confermata anche dalla Camusso che commenta così il “Patto per la Fabbrica” lanciato da Confindustria: “Ha ragione Boccia quando dice che non bisogna deligittimarsi l’un l’altro, anche per questo rinnovare i contratti è essenziale”.

Ecco allora che si aprono spiragli per il ritorno alla concertazione. Che sia buona notizia per i lavoratori e serva da argine contro le disuguaglianze, come fa balenare Boccia (Confindustria), è poi tutto da dimostrare visto che la partita si potrà riaprire solo a condizione che il risultato sia già acquisito a priori: le aziende stabiliranno i margini, mentre al sindacato spetterà il compito di far digerire gli accordi ai lavoratori presentandosi come gestore delle briciole che le aziende concederanno. In questo senso il Corriere propone proprio il rinnovo dei metalmeccanici come caso-scuola per altri contratti collettivi e apre ai confederali per una collaborazione su come fregarci con gli investimenti per l’industria 4.0 e le politiche attive: due misure che nel discorso dominante sarebbero utili per i giovani ma che invece abbiamo visto essere tutto il contrario con gli esempi di “Garanzia Giovani” e con la promozione delle mille startup (Foodora et similia) che basano il proprio successo proprio sullo sfruttamento dei giovani (e ormai anche dei meno giovani).

A ben guardare però un aspetto positivo sembra emergere: il governo ed i padroni sanno che il loro consenso è ai minimi termini, che “i nostri” stanno pagando un conto molto salato e non sanno per quanto riusciranno ancora ad imporci queste condizioni senza scatenare una nostra reazione. Per questo si dannano per blindare il loro potere nelle fabbriche (Jobs Act), così come in Parlamento (Riforma Costituzionale). A noi il compito di accelerare questa presa di coscienza, a cominciare da una battaglia referendaria che metta al centro le nostre lotte ed i nostri bisogni, al di là della loro compatibilità coi profitti di Confindustria.

 

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