Confindustria-Confederali: il ritorno della concertazione. Ovvero come fare ciò che vogliono le imprese col consenso dei sindacati. da: www.resistenze.org

 

Clash City Workers | clashcityworkers.org

25/10/2016

Confindustria e Governo sono di nuovo pronte a trattare (alle loro condizioni) coi sindacati (confederali, ovviamente).

Il Corriere della Sera lo chiama “il ritorno della concertazione” ed ammonisce che va sì bene purché non si mettano in discussione i motivi che quella concertazione l’avevano messa da parte, cioè il fatto che le imprese decidono ed i sindacati ratificano gli accordi.

Non è un caso che si metta in rilievo come primo passo della rinnovata concertazione la faticosa conclusione del rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, dove la concertazione è stata possibile solo al prezzo per cui la FIOM ha accettato di firmare proprio quell’accordo che negli anni precedenti aveva rifiutato sdoganando la stagione degli accordi separati. Insomma, se il modello della “nuova concertazione” è quello dei metalmeccanici stiamo freschi…

Ma perché questa nuova disponibilità a riconoscere il ruolo del sindacato, seppur fortemente depotenziato, da parte di Governo e padroni? Secondo il Corriere il motivo sarebbe l’incertezza sulla ripresa della nostra economia che le ultime stime di Confindustria danno intorno ad un “ragguardevole” +0,5%. A fronte di una ripresa economica incerta e con un consenso fortemente intaccato sia dalle spinte interne (minoranza del PD) che da quelle esterne (il malcelato fastidio con cui l’UE ha accolto le richieste di flessibilità), e con la questione referendaria che potrebbe dare un’ulteriore mazzata al governo, Renzi si è reso conto che forse la stampella dei confederali gli può ancora essere utile.

Confindustria invece ha da sempre tenuto un canale aperto con la triplice proprio perché in fondo il suo ruolo, quello di sindacato dei padroni, è legato a doppio filo a quello dei confederali: che senso avrebbe una Confindustria se non si firmassero più contratti collettivi, se restassero solo più gli accordi aziendali e le grandi imprese (vedi FCA) uscissero tutte dalla grande famiglia? La necessità di un reciproco riconoscimento viene confermata anche dalla Camusso che commenta così il “Patto per la Fabbrica” lanciato da Confindustria: “Ha ragione Boccia quando dice che non bisogna deligittimarsi l’un l’altro, anche per questo rinnovare i contratti è essenziale”.

Ecco allora che si aprono spiragli per il ritorno alla concertazione. Che sia buona notizia per i lavoratori e serva da argine contro le disuguaglianze, come fa balenare Boccia (Confindustria), è poi tutto da dimostrare visto che la partita si potrà riaprire solo a condizione che il risultato sia già acquisito a priori: le aziende stabiliranno i margini, mentre al sindacato spetterà il compito di far digerire gli accordi ai lavoratori presentandosi come gestore delle briciole che le aziende concederanno. In questo senso il Corriere propone proprio il rinnovo dei metalmeccanici come caso-scuola per altri contratti collettivi e apre ai confederali per una collaborazione su come fregarci con gli investimenti per l’industria 4.0 e le politiche attive: due misure che nel discorso dominante sarebbero utili per i giovani ma che invece abbiamo visto essere tutto il contrario con gli esempi di “Garanzia Giovani” e con la promozione delle mille startup (Foodora et similia) che basano il proprio successo proprio sullo sfruttamento dei giovani (e ormai anche dei meno giovani).

A ben guardare però un aspetto positivo sembra emergere: il governo ed i padroni sanno che il loro consenso è ai minimi termini, che “i nostri” stanno pagando un conto molto salato e non sanno per quanto riusciranno ancora ad imporci queste condizioni senza scatenare una nostra reazione. Per questo si dannano per blindare il loro potere nelle fabbriche (Jobs Act), così come in Parlamento (Riforma Costituzionale). A noi il compito di accelerare questa presa di coscienza, a cominciare da una battaglia referendaria che metta al centro le nostre lotte ed i nostri bisogni, al di là della loro compatibilità coi profitti di Confindustria.

 

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A cinque anni dal barbaro assassinio di Gheddafi Domenico Losurdo | marx21.it


5 anni fa, il 20 ottobre 2011, veniva barbaramente assassinato il leader della Libia anticolonialista Mu’ammar  Gheddafi. Per ricordarlo e a eterna vergogna dei responsabili di questo crimine, da Sarkozy alla signora Clinton, che ora non a caso si appresta a divenire Presidente degli USA, riprendo alcune pagine del mio libro La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma (DL).

L’esultanza della signora Clinton per il crimine

Quante vittime ha provocato una guerra, che peraltro «non ha portato ai libici la “libertà dal tiranno” ma ha creato l’ennesimo Stato fallito, in preda a bande armate» e all’«estremismo islamico» (Panebianco 2013)? Per rispondere a questa domanda diamo la parola a un filosofo di fama internazionale: «Oggi sappiamo che la guerra ha fatto almeno 30.000 morti, contro le 300 vittime della repressione iniziale» perpetrata dal regime che la NATO era decisa a rovesciare (Todorov 2012). Occorre aggiungere che la repressione colpiva una rivolta che certo aveva basi anche endogene ma alla quale erano tutt’altro che estranei i servizi segreti occidentali, a cominciare da quelli inviati dal governo di Londra i quali – ha rivelato la stampa britannica più autorevole – già da un pezzo si proponevano di assassinare Gheddafi, ricorrendo a ogni mezzo (infra, cap. 3, § 7). E, in effetti, la guerra sanguinosa del 2011, scatenata mentre non pochi paesi in particolare dell’Africa e dell’America Latina premevano per una conferenza internazionale e per la ricerca di una soluzione pacifica, si concludeva con il linciaggio di Gheddafi e lo scempio del suo cadavere.

Appresa questa notizia, esultava scompostamente Hillary Clinton. Scimmiottando il celebre «veni, vidi, vici» di Giulio Cesare e aggiungendo un tocco di brutalità all’originale, l’allora segretario di Stato esclamava: «venimmo, vedemmo, egli morì!» (we came, we saw, he died!»). Interrogata da un reporter presente all’esternazione se la sua visita a Tripoli avesse avuto qualcosa a che fare con la fine di Gheddafi, la signora rispondeva orgogliosa: «Sono sicura di sì». Qualche tempo dopo, in occasione di una trasmissione televisiva, un giornalista di «Fox News» chiedeva a Hillary Clinton se per caso rimpiangeva il suo precedente commento imperiale, dato che l’uccisione del leader libico era stata definita un «crimine di guerra» da diversi studiosi di diritto. Il giornalista era costretto a ripetere la domanda, ma l’unica risposta che riusciva a ottenere era: «Non intendo commentare». Il significato della guerra e della sua conclusione era comunque chiaro. Il notiziario di «Fox News» titolava: «Obama brandisce un altro scalpo» (Forte 2012, pp. 130-31).

Sarebbe tuttavia errato perdere di vista il ruolo essenziale svolto dai servizi segreti francesi nel crimine di guerra di cui qui si parla. Diamo la parola al «Corriere della Sera»: «E’ un segreto di Pulcinella che a Parigi volevano eliminare il Colonnello»; l’allora Presidente Nicolas Sarkozy era deciso a evitare in ogni modo che si venisse a sapere dei massicci finanziamenti elettorali a lui versati dal «dittatore» (Cremonesi 2012a). Dunque, colui che è stato forse il campione più zelante della «guerra umanitaria» era in realtà il principale beneficiario dei petrodollari del «dittatore», prima accolto con tutti gli onori all’Eliseo e poi messo a tacere con un regolamento di conti privato e dunque con un assassinio di stampo mafioso. Si poteva pensare o sperare che queste rivelazioni avrebbero provocato un sussulto di indignazione. Nulla di tutto questo è accaduto: evidentemente, il comportamento appena visto viene considerato più o meno normale dalle cancellerie occidentali e dall’opinione pubblica prevalente in Occidente. Il successore di Sarkozy, François Hollande, si è affrettato a sottolineare la continuità della politica estera della Francia. Il presidente “socialista” e i suoi omologhi “democratici” non hanno cambiato idea, nonostante che sia paurosamente aumentato il numero dei profughi provenienti dalla Libia: essi fuggono da un paese “fallito”, o più esattamente costretto dalla NATO al “fallimento”, partendo da «campi» controllati dalle milizie, «dove si stupra sistematicamente, dove si tortura sistematicamente, dove vengono stabilite le tariffe per essere imbarcati verso l’ignoto, dove nessun controllo può essere effettuato da alcuno» (Venturini 2014).

Gheddafi e i leader terzomondisti

[Con l’appoggio di Camusso e Rossanda alla guerra contro la Libia] di nuovo emergeva la devastazione culturale e politica che aveva investito la sinistra. Dileguata era la memoria storica: cento anni prima l’Italia aveva scatenato contro la Libia una guerra coloniale, essa sì non priva di pratiche genocide. E a trattenere le due illustri esponenti della sinistra italiana non servivano neppure le prese di posizione dei leader dei Terzo Mondo che si pronunciavano per una soluzione negoziata o che, per voce del presidente del Nicaragua Daniel Ortega, chiamavano a difendere il «fratello» Gheddafi contro la «feroce campagna», mediatica prima ancora che militare, scatenata contro lui dal neocolonialismo. Sulla stampa italiana e internazionale si poteva leggere tranquillamente delle covert actions messe in atto dai servizi segreti occidentali già diversi anni prima dello scoppio della crisi; vedremo che gli stessi giornali e riviste impegnate ad appoggiare la guerra contro la Libia di Gheddafi tracciavano un quadro tutt’altro che lusinghiero dei ribelli, i quali si abbandonavano a saccheggi contro il loro stesso popolo, passavano per le armi i soldati fatti prigionieri, sfogavano la loro rabbia contro neri e migranti neri, sbrigativamente assimilati a mercenari del regime e trattati di conseguenza. Facendo ricorso a un’informazione appena più sofisticata, si poteva ricavare un quadro più equilibrato dei mutamenti intervenuti in Libia sull’onda della rivoluzione anticoloniale a suo tempo guidata da Gheddafi: la durata media della vita dei libici era passata da 51 a 74 anni, era stata realizzata l’alfabetizzazione di massa anche per le donne, il reddito pro capite era aumentato in misura assai notevole. Sul piano internazionale il regime si era opposto all’installazione di basi militari straniere, si era battuto per lo sviluppo autonomo e per l’unità economica e tendenzialmente politica dell’Africa. Su questa base il leader libico si era attirato sì l’ostilità implacabile dell’Occidente ma si era anche guadagnato, nonostante il carattere personale e autoritario del suo potere, la stima di non pochi leader del Terzo Mondo, compreso Nelson Mandela (Forte 2012, p. 143 e passim). Tutto ciò era ignorato da Rossanda. Ma anche a voler sottoscrivere l’analisi da lei tracciata della Libia del 2011, resterebbe pur sempre da rispondere alla domanda: per una leader storica del movimento di ispirazione marxista e comunista, le promesse non mantenute della rivoluzione anticoloniale sono un motivo sufficiente per schierarsi con la controrivoluzione neocoloniale?

Forse, a spiegare la presa di posizione di Camusso e Rossanda è stata la fretta, la mancanza di informazioni adeguate; ma, se si è realmente verificato, il ripensamento non è stato reso pubblico. Ancora una volta impietosa si rivela l’ironia della storia. A suo tempo, mentre infuriava la carneficina del primo conflitto mondiale, furono i bolscevichi a rivelare, assieme ad altri accordi dello stesso genere, l’accordo Sykes-Picot propriamente detto, e a denunciare la realtà della spartizione delle colonie che si occultava dietro l’ideologia della guerra dell’Intesa, ipocritamente impegnata a difendere la causa della democrazia e della pace nel mondo. Ai giorni nostri, ad avallare di fatto il nuovo Sykes-Picot sono stati il segretario di un grande sindacato che nel corso della sua storia si è distinto anche sul fronte della lotta anticolonialista e antimilitarista, e una figura di spicco di un «quotidiano comunista» che generalmente ha svolto e svolge un ruolo significativo nel contrastare le avventure belliche del potere dominante.

Come al susseguirsi delle guerre neocoloniali così all’aggravarsi del pericolo di guerra su larga scala la risposta della sinistra occidentale è debole o del tutto inesistente; eppure, si vanno estendendo i focolai di un conflitto che potrebbe essere catastrofico e varcare persino la soglia nucleare. Si direbbe che sia dileguata persino la memoria storica di una grande stagione di lotta contro la guerra e i pericoli di guerra!

 

Etiopia al bivio

Capitolo 1 – L’Impero di Sélassié

Mohamed Hassan, Grégoire Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

29/09/2016

Da oltre un anno i manifestanti sfidano il governo etiope sotto il fuoco della polizia, senza che la cronaca susciti l’interesse dei governi occidentali, sempre pronti a promuovere la democrazia in tutto il mondo. “L’Etiopia sta bruciando”, avverte Mohamed Hassan. Per il nostro esperto del Corno d’Africa, ex diplomatico etiope, i giorni del governo sono contati. La caduta del regime è, nel bene e nel male, un’opportunità per vedere gli etiopi costruire un vero stato democratico. Ma il paese potrebbe anche implodere in scontri inter-etnici. L’Etiopia è a un bivio. Dopo aver attraversato il Medio Oriente e l’Africa Orientale in Stratégie du chaos e Jihad made in USA, Mohamed Hassan ci porta nel suo paese, l’Etiopia. Questa prima parte si occupa dell’Impero di Hailé Sélassié. Quale realtà nascondeva il mito del “re dei re”? Come ha fatto l’unico paese africano non colonizzato a diventare la caricatura di una neo-colonia? Perché Mohamed Hassan ha voluto cambiare nome quando era bambino? Torniamo su di un impero che ha alimentato molte fantasie…

Prima parte
Seconda parte

Terza parte

Eppure, Garvey ha totalmente rinnegato Sélassié e la sua fuga dinanzi all’invasione italiana…

Sì, sul modello di alcuni ufficiali etiopi che non avevano capitolato dinanzi all’Italia e che anzi saranno allontanati dopo il ritorno dell’imperatore, Marcu Garvey ha fortemente condannato la fuga di Sélassié: “I fatti storici una volta scritti descriveranno Hailé Sélassié di Abissinia come un codardo che è scappato dal suo paese lasciando milioni di suoi compatrioti a combattere una guerra terribile, in cui sono stati trascinati dalla sua ignoranza politica e dalla sua slealtà razziale. Quale danno è stato che un uomo dal limitato calibro intellettuale e dal debole carattere politico come Hailé Sélassié, sia diventato imperatore di Abissinia in un momento così determinante nella storia politica del mondo. […] Ogni negro che sia fiero della sua razza deve provare vergogna per il modo in cui Hailé Sélassié si è arreso ai lupi bianchi d’Europa. […] Mentre i popoli neri del mondo intero pregavano per la vittoria dell’Abissinia, questo piccolo imperatore stava demolendo la costruzione del proprio regno facendo la figura del salame con gli uomini bianchi, seguendo i loro suggerimenti su ciò che doveva fare, come arrendersi, come annullare le vittorie dei suoi re contro gli italiani. Sì, gli hanno detto come preparare il suo imbarco sull’aereo e, come un bambino sciocco, ha seguito ogni consiglio fino alla partenza dal suo paese per raggiungere l’Inghilterra, lasciando il suo popolo a farsi massacrare dagli italiani”. (9)

Questa severa condanna del loro profeta non ha impedito ai rastafariani di idolatrare Sélassié. Nel contesto della decolonizzazione vedevano l’imperatore etiopico come un liberatore. Sélassié aveva tuttavia proseguito sullo slancio di Ménélik II, costruendo uno Stato centrale attraverso l’amharanizzazione forzata delle varie etnie che popolavano l’Etiopia. Per integrarsi, occorreva sempre adottare la cultura dell’imperatore, la sua religione, il suo alfabeto. E a volte anche cambiare nome. In realtà, per la grande maggioranza degli etiopi, Sélassié non era un liberatore. Ma si serviva di un’immagine ingannevole. Ad esempio, Bob Marley ha scritto una canzone molto bella contro la guerra ispirata da un discorso tenuto da Sélassié alla tribuna delle Nazioni Unite nel 1963. Ponendosi come campione dell’anticolonialismo e dell’antirazzismo, l’imperatore aveva pronunciato parole vibranti sulla pace e l’uguaglianza degli uomini. Nei fatti, Sélassié aveva inviato truppe etiopi a partecipare alle guerre del Congo e di Corea su ordine dei suoi padroni imperialisti. E se dichiarava che il continente africano non avrebbe conosciuto la pace finché nelle nazioni ci fossero stati cittadini di prima e di seconda classe, si comportava esattamente all’opposto in Etiopia dove, a parte la classe dirigente abissina, i cittadini non avevano alcun riconoscimento. I rastafariani dovevano fare la loro esperienza per scoprire il rovescio della medaglia. L’imperatore offrì loro la città di Sciasciamanna perché potessero stabilirsi e realizzare il loro sogno di un ritorno in terra promessa. Ma il sogno è stato trasformato in un incubo. I rastafariani furono accolti molto male. Da parte degli Oromo innanzitutto, che lì vivevano e che si sentivano depredati. Poi dalla Chiesa ortodossa, che non apprezzava molto le pratiche religiose dei rastafariani. Esiste ancora oggi, una piccola comunità, ma la disillusione è forte.

Il processo di amharanizzazione inciampò sulle opposizioni in Etiopia?

Ovviamente. Non si può governare correttamente un impero se consideri il 60% dei suoi abitanti come stranieri. Ma l’amharanizzazione dell’Etiopia provocava reazioni diverse. Alcuni respingevano questo processo e affermavano la loro identità. Altri provavano a integrarsi fondendosi nello stampo. Questo poteva dare luogo a tristi situazioni. All’università di Addis-Abeba ad esempio, laureati originari delle province dell’impero non volevano che la loro famiglia assistesse alla proclamazione dei risultati. Questi studenti provavano con tutti i mezzi a farsi passare per degli amhara. E sapevano che al momento della proclamazioni delle lauree, i loro parenti avrebbero denunciato le loro vere origini con i loro abiti e i loro modi.

Io stesso, quando ero bambino, dopo l’insediarsi della mia famiglia nella capitale, ho vissuto una strana esperienza. I miei compagni di classe e gli amici con cui giocavo a calcio nella zona mi chiamavano “Mohamed il somalo”. Era il mio soprannome. Un giorno, chiesi a mio padre se potessi cambiare nome. “Non ti piace Mohamed?” mi domandò. Gli risposi che “Mohamed” andava bene, ma che non amavo “somalo”. Mio padre allora convocò una riunione familiare, chiamando mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle: “Ascoltate, ascoltate, Mohamed ha qualcosa di molto importante da dirvi”. Esposi la situazione e presentai la mia richiesta. Ma una delle mie sorelle maggiori mi redarguì. “Devi essere fiero delle tue origini” mi disse. Poi mio padre mi ordinò di andare a casa di un generale e affidandomi un compito. Quest’ufficiale dell’esercito era il padre del mio migliore amico. La mia missione era di calcolare quanto tempo gli occorreva per aprire il cancello d’entrata quando suonavo il campanello. Velocemente capii che questo compito era soltanto un pretesto per darmi una buona lezione, che non dimenticai.

La mattina dopo, mi recavo dunque alla casa del generale. Era una bella villa. Ma non avevo avuto il tempo di suonare il campanello che già il cancello si apriva per lasciare uscire la Mercedes del padre del mio amico. Approfittai di ciò, della via libera davanti a me, per scivolare nella proprietà e avanzare fino alla casa. La porta era ancora aperta. Entrando, potei vedere che c’erano molte persone all’interno. In particolare gente di campagna. E ho subito capito che questa gente, che non erano amhara, erano membri della famiglia del generale e del mio migliore amico. Quando il personale della casa mi vide, ci fu una situazione imbarazzante. Spinsero rapidamente spinto i loro ospiti da una parte e chiusero la porta. Imbarazzato, girai sui tacchi senza dire una parola. Arrivato al cancello d’entrata, mi attendeva la Mercedes del generale. “Oggi, hai visto il nostro piccolo segreto Mohamed”, disse il padre del mio amico. Annuii semplicemente, senza dire nulla. “Dimmi Mohamed, hai familiari in campagna? Quando tuo parenti vengono ad Addis, gli fai visitare la città e ve li portate dietro nei negozi?”, mi chiese. Annuii ancora. “E le tue zie e i tuoi cugini, conservano i loro abiti tradizionali?”. Annuivo sempre. “Ed è un problema per te? Non hai vergogna?”. Rispondevo soltanto di no. Il generale allora tirò fuori una banconota che nascose nella mia mano. “Questo pomeriggio andrai con il mio idiota di figlio al cinema. E a lui spiegherai che non occorre avere vergogna delle proprie origini”, concluse il generale. Rientrai a casa, felice all’idea di vedere un film. Al mio ritorno, mio padre mi chiese se volessi sempre cambiare il mio nome. “No, adoro il mio nome!” gli risposi. (Risata)

Questo dà una panoramica sui problemi d’integrazione nell’Etiopia imperiale. Ma immagino che tutto non si risolvesse con due posti al cinema…

No. Occorre immaginare fino a che punto gli etiopi non avevano alcun diritto, al di fuori della classe dirigente amhara. Inoltre, nonostante i bei discorsi dell’imperatore e le sue promesse d’ammodernamento, il paese restava molto povero. Con una grande disuguaglianza. C’era da un lato il centro, con la capitale Addis Abeba e i suoi dintorni. È qui che erano concentrati il potere politico, l’attività economica e la Comunità amhara. Poi venivano tutte le province della periferia. I suoi territori erano stati annessi attraverso il processo di centralizzazione dell’impero etiope, ma le strutture statali non funzionavano realmente. Così, alla fine degli anni ’60, il tasso d’alfabetizzazione era del 7%. La metà delle scuole si trovava nelle due più grandi città del paese, Addis-Abeba e Asmara, la capitale eritrea. Ad Addis-Abeba, si contava un letto d’ospedale ogni 222 abitanti. Nella provincia di Arsi, il rapporto scendeva a 1 ogni 22.260! (10). La speranza di vita era d’altra parte soltanto di 35 anni.

Oppressione e povertà… un cocktail esplosivo!

E l’esplosione finì per arrivare. Nel 1974, ci furono importanti manifestazioni dei musulmani d’Etiopia. Ne facevo parte e la parola d’ordine era: “Non siamo stranieri.”. Protestavo anche nell’ambito del movimento studentesco per chiedere la caduta dell’imperatore. L’università di Addis-Abeba era diventata un centro della contestazione politica. Dagli anni ’60 si discuteva della questione delle nazionalità su un fondo di teorie marxiste e di lotta anti-imperialista. Del resto, nel 1969, la guardia imperiale era penetrata nella città universitaria e aveva ucciso una ventina di studenti che manifestavano. Ma la contestazione non era cessata. Aveva anche preso una tale ampiezza che nel 1974, Selassié decise di chiudere l’università. Una università che portava il suo nome e che doveva illustrare la modernità in Etiopia. Ogni anno, l’imperatore faceva una fotografia con i laureati. La sua chiusura era dunque tutta un simbolo.

Come le teorie marxiste hanno investito la città universitaria?

Gli studenti erano influenzati dai movimenti di liberazione nazionale in Africa, dallo sviluppo della Cina o ancora dalla guerra del Vietnam. Le idee progressiste hanno iniziato a fiorire, era inevitabile. E il potere autoritario dell’imperatore è apparso sotto una luce più piena. L’Etiopia restava una neo colonia, ma vi era stato introdotto il capitalismo, gradualmente. Le basi di un’economia moderna erano state poste, il che comporta l’urbanizzazione e lo sviluppo di un embrione di classe operaia. Le contraddizioni di classe avevano dunque iniziato ad inasprirsi. In questo processo, sono nati sindacati e movimenti studenteschi. Mi ricordo che c’erano molti dibattiti nell’ambito di questi movimenti progressisti. Le discussioni avevano permesso di stilare la lista delle principali sfide che doveva raccogliere l’Etiopia. Con innanzitutto le richieste dei contadini. Il settore agricolo rappresentava la parte più importante dell’economia etiope. Ma la classe contadina era divisa in due. Da un lato, i proprietari terrieri del centro. Dall’altro, i contadini della periferia che erano completamente sfruttati. I movimenti progressisti rivendicavano dunque che la terra appartiene a quelli che la coltivano. L’altra sfida importante era la questione delle nazionalità. L’Etiopia doveva essere riconosciuta come un paese multinazionale dove tutti i cittadini avrebbero beneficiato degli stessi diritti. Infine, c’era la questione Eritrea. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’ex colonia italiana era stata annessa dall’Etiopia. Da allora, gli eritrei conducevano una lotta di liberazione nazionale per ottenere la loro indipendenza. Anche questa lotta ha influenzato i movimenti progressisti dell’Etiopia.

Come fu annessa l’Eritrea?

Questo lembo di terra che delimita il Mar Rosso era stato colonizzato dall’Italia con l’approvazione dei britannici. Dopo la guerra e la sconfitta di Mussolini, nel contesto della decolonizzazione dell’Africa, l’Eritrea reclamava la sua indipendenza. Ma gli Stati Uniti vi avevano installato la loro più grande base di telecomunicazioni. All’epoca non c’era ancora la sorveglianza satellitare. Ma con il materiale di cui disponevano, in un luogo strategicamente posizionato come l’Eritrea, gli Stati Uniti potevano sorvegliare ciò che avveniva in Africa, in Medio Oriente e anche in alcune regioni dell’Unione Sovietica.

Washington dunque impedì l’indipendenza dell’Eritrea e insistette affinché l’ex colonia fosse collegata all’Etiopia. Con Sélassié, gli Stati Uniti erano determinati a mantenere il controllo della loro base di telecomunicazioni. Da parte sua, l’imperatore desiderava mettere mano su questo territorio che avrebbe garantito all’Etiopia un accesso sul Mar Rosso. Figura eminente della politica americana, John Foster Dulles dirigeva all’epoca l’ufficio degli affari esteri. Quando il caso dell’Eritrea arrivò sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, egli impose la sua scelta: “Dal punto di vista della giustizia, le opinioni del popolo eritreo devono essere prese in considerazione. Tuttavia, gli interessi strategici degli Stati Uniti nel bacino del Mar Rosso e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, rendono necessario che questo paese sia ricollegato al nostro alleato, l’Etiopia”.

Questa decisione ha portato a un lungo conflitto che non è del tutto risolto. Perché la coabitazione tra l’Etiopia e l’Eritrea non ha funzionato?

Abbiamo visto come in Etiopia, l’introduzione del capitalismo aveva condotto per contraddizione all’emergenza di movimenti progressisti a partire fin dagli anni ’60. In Eritrea, questo processo si era verificato molto prima, con la colonizzazione italiana negli anni ’30. Così dopo la guerra, il contrasto era molto forte tra l’Etiopia feudale di Sélassié da un lato e l’Eritrea dall’altro, che disponeva di un embrione d’economia moderna, di sindacati e di giornali liberi. Idee moderne e progressiste erano diffuse in tutta l’Eritrea. Minacciavano l’autorità di Sélassié e ridicolizzavano la sua immagine artificiale di dirigente illuminato.

Nel 1960, mentre l’imperatore era in viaggio in Brasile, Germane Neway, un giovane ufficiale, condusse un tentativo di colpo di stato. Fu un fallimento. Al suo ritorno, Sélassié adottò misure drastiche per ripristinare la sua autorità. L’Eritrea che viveva al fianco dell’Etiopia nel quadro di una federazione, fu semplicemente assorbita dall’impero. Sotto costrizione, il Parlamento eritreo votò la sua dissoluzione. Le fabbriche moderne che erano state costruite ad Asmara furono smantellate e delocalizzate ad Addis-Abeba. Letteralmente colonizzati da Selassié, gli eritrei entrarono nella resistenza per condurre la più lunga lotta di liberazione del continente africano. Come ho detto, questa lotta influenzò gli studenti etiopi. La questione eritrea diventò la sfida principale del movimento di protesta nel 1974.

Un altro fattore ha segnato il contesto teso degli anni ’70: la carestia. Particolarmente mortale a quel tempo, ha inizialmente imperversato nella provincia di Wollo prima di estendersi al nord del paese. Questa catastrofe ha scosso la legittimità di Selassié?

La siccità è un fenomeno naturale. Ma la carestia non è un destino. Se siete bene organizzati, potete tentare di superare al meglio i problemi di raccolto. Ma nell’Etiopia feudale di Sélassié, la siccità poteva soltanto condurre al dramma. Mentre l’agricoltura era il settore economico più importante, i contadini erano rispetto a tutte le classi sociali dell’Etiopia in un rapporto di sfruttamento estremamente duro. I contadini erano screditati e soffrivano per le condizioni di lavoro penose. Gli utili dei raccolti venivano accaparrati dalla corona, dalla chiesa, dai capi militari, dagli alti funzionari, ecc. “Al contadino non resta che un minimo di riserve da tenere da un raccolto all’altro”, sottolinea Pascal Bureau. “Un minimo sufficiente quando le piogge erano state buone. Ma, al minimo capriccio della natura, è la fame, l’esilio o l’indebitamento. In particolare quando i contadini devono vendere a niente i loro attrezzi e le loro sementi ai padroni che controllano le riserve di grano e garantire i passaggi da un raccolto all’altro a prezzo elevato. Mentre per recuperare i loro strumenti di lavoro, i contadini devono in seguito pagare due, tre volte il prezzo al quale le avevano inizialmente vendute”. (11)

Immaginate, in queste condizioni, quale impatto la siccità può avere sui contadini. Nel 1973, la carestia toccava la provincia di Wollo. Inizialmente, Sélassié ignorò semplicemente la questione. Ma le notizie che bambini emaciati agonizzavano sul bordo delle strade hanno finito per arrivare fino ad Addis-Abeba. L’opinione pubblica era colpita. Sotto la pressione popolare, Sélassié decise di fare un gesto tanto inutile, quanto ridicolo: esentò i contadini dalle imposte. Ma questi ultimi avevano già perso tutto. Come avrebbero potuto, in ogni modo, pagare una tassa inferiore? Quest’episodio ha scheggiato un po’ di più l’immagine di Sélassié. Anche la carestia del 1973 ha nutrito il movimento di contestazione, che aveva trasformato i contadini in una questione centrale.

Il movimento di contestazione ha le sue radici nella società civile con gli studenti e i sindacati. Ma è l’esercito che ha deposto l’imperatore, il 12 settembre 1974. Perché?

L’esercito era l’istituzione meglio organizzata nell’Etiopia imperiale. Molto meglio organizzata dei sindacati o dei movimenti studenteschi che dovevano combattere contro la repressione. Ma l’esercito era anche attraversato da contraddizioni suscettibili di alimentare uno slancio rivoluzionario. Infatti, i suoi ufficiali superiori venivano dall’aristocrazia e dalla piccola borghesia vicina all’imperatore. Erano per la maggior parte d’origine amhara. Invece, i soldati e i piccoli ufficiali venivano da altre etnie e dalla classe contadina.

I movimenti di protesta hanno fatto risuonare all’interno dell’esercito le questioni sull’uguaglianza delle nazionalità e la condizione dei contadini. In modo che le contraddizioni divennero più forti nell’ambito del corpo militare. Si aggiunsero poi le proteste della seconda divisione di stanza in Eritrea. I soldati erano infelici laggiù. Dicevano di vivere come cani, circondati dal nemico. Si lagnavano di non vedere mai la loro famiglia. Soprattutto, avevano preso coscienza che il confronto militare con la resistenza eritrea sarebbe stato interminabile e che era meglio cercare una soluzione politica.

L’esercito condivideva le rivendicazioni della società civile?

Tutti i soldati chiedevano anche l’uguaglianza delle nazionalità e delle religioni, sì. Ma all’inizio l’esercito non aveva intenzione di rovesciare Sélassié. Nelle varie guarnigioni del paese erano stati organizzati dei comitati. Le rivendicazioni furono raccolte, come tutte le idee di cambiamento. Ogni comitato in seguito avrebbe inviato un rappresentante presso l’imperatore per negoziare.

Per contenere la sommossa che giungeva da ogni parte, Sélassié varò alcune riforme. Fece anche uscire dal suo cilindro un nuovo governo controllato da un giovane Primo ministro che doveva segnare una rottura con la vecchia dirigenza. Dopo alcuni mesi, i dibattiti si erano fatti più aperti che in passato. E la stampa era libera. Ma piuttosto che alleviare le tensioni, questo tentativo disperato non fece che galvanizzare la rabbia del popolo etiope. La caduta di Sélassié era diventata inevitabile.

(continua)

Note:

9. Marcus Garvey, The Marcus Garvey and Universal Negro Improvement Association Papers, Vol. IX, University of California Press, 1995.

10. Jacques Bureau, ibid.

11. Jacques Bureau, ibid.

 

Patti chiari, sudditanza lunga Manlio Dinucci | ilmanifesto.info


L’arte della guerra. Nel quadro della strategia Usa/Nato – documenta la Casa Bianca – l’Italia si distingue quale «saldo e attivo alleato degli Stati uniti». Lo dimostra il fatto che «l’Italia ospita oltre 30 mila militari e funzionari civili del Dipartimento Usa della difesa in installazioni dislocate in tutto il paese»

Dopo aver chiamato gli italiani a votare Sì al referendum, ingerendosi nella nostra politica nazionale col complice silenzio dell’opposizione parlamentare, il presidente Obama ha confermato al «buon amico Matteo» che con l’Italia gli Usa hanno «patti chiari, amicizia lunga». Non c’è dubbio che i patti siano chiari, anzitutto il Patto atlantico che sottomette l’Italia agli Usa. Il comandante supremo alleato in Europa viene sempre nominato dal presidente degli Stati uniti d’America e sono in mano agli Usa tutti gli altri comandi chiave.

Dopo la fine della guerra fredda, in seguito alla disgregazione dell’Urss, Washington affermava la «fondamentale importanza di preservare la Nato quale canale della influenza e partecipazione statunitensi negli affari europei, impedendo la creazione di dispositivi unicamente europei che minerebbero la struttura di comando dell’Alleanza», ossia il comando Usa. Concetto ribadito dal segretario della Nato Stoltenberg nella recente tavola rotonda sulla «grande idea di Europa»: «Dobbiamo assicurare che il rafforzamento della difesa europea non costituisca un duplicato della Nato, non divenga una alternativa alla Nato».

A garanzia di ciò c’è il fatto che 22 dei 28 paesi della Ue (21 su 27 dopo l’uscita della Gran Bretagna) fanno parte della Nato sotto comando Usa, riconosciuta dall’Unione europea quale «fondamento della difesa collettiva». La politica estera e militare della Ue è quindi fondamentalmente subordinata alla strategia statunitense, su cui convergono le potenze europee i cui contrasti d’interesse si ricompattano quando entra in gioco il loro interesse fondamentale: mantenere il predominio dell’Occidente, sempre più vacillante di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali. Basti pensare che l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione, nata dall’accordo strategico cino-russo, dispone di risorse tali da farne la maggiore area economica integrata del mondo. Nel quadro della strategia Usa/Nato – documenta la Casa Bianca – l’Italia si distingue quale «saldo e attivo alleato degli Stati uniti». Lo dimostra il fatto che «l’Italia ospita oltre 30 mila militari e funzionari civili del Dipartimento Usa della difesa in installazioni dislocate in tutto il paese».

Allo stesso tempo l’Italia è «partner degli Usa per la sicurezza globale», fornendo forze militari e finanziamenti per una vasta gamma di «sfide»: in Kossovo, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Baltico e altrove, ossia ovunque è stata e viene impiegata la macchina da guerra Usa/Nato.

Un ultimo fatto conferma quale sia il rapporto Usa-Italia: stanno per arrivare alla base di Amendola in Puglia, probabilmente l’8 novembre, i primi due dei 90 caccia F-35 della statunitense Lockheed Martin, che l’Italia si è impegnata ad acquistare. Il costo della partecipazione dell’Italia al programma F-35, quale partner di secondo livello, è ufficialemente quantificato nella Legge di stabilità 2016: 12 miliardi 356 milioni di euro di denaro pubblico, più altre spese per le continue modifiche al caccia che ancora non è pienamente operativo e necessiterà di continui ammodernamenti. Nonostante ciò – conferma Analisi Difesa – l’Italia avrà una «sovranità limitata» sugli stessi F-35 della propria aeronautica. Una legge statunitense vieta che i «dati di missione» (i software di gestione dei sistemi di combattimento dei caccia) siano comunicati ad altri. Saranno dunque gli Usa a controllare gli F-35 italiani, predisposti per l’uso delle nuove bombe nucleari B61-12 che il Pentagono schiererà contro la Russia, al posto delle attuali B-61, sul nostro territorio «nazionale».