Referendum, Nino Di Matteo si schiera con il NO: “Rischio dittatura per l’Italia” da:tp24.it

Riportiamo il discorso integrale del pm Nino Di Matteo intervenuto a “Una notte per la Costituzione”, evento organizzato dal Comitato “Liberi cittadini per la Costituzione” a Palermo. Il magistrato dopo aver sottolineato l’importanza di difendere la Costituzione e richiedere la sua reale attuazione invece che modifica è entrato nel vivo della riforma sulla quale ogni cittadino è chiamato a votare nel Referendum del 4 dicembre. Una riforma che, ha chiaramente sottolineato il pm, ha come reale obiettivo, quello voluto dallo stesso Licio Gelli nel Piano di rinascita democratica della P2 e da successivi governi: “favorire il potere esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario” trasformando così la Democrazia in una “sorta di dittatura dolce fondata non sulla sovranità popolare ma sul potere oligarchico che obbedisce solo alle leggi della finanza e della economia internazionale”.

Ecco l’ intervento del pm Nino Di Matteo

Devo dire che sono Stato subito contento di accettare l’invito a partecipare a questa serata, un invito che mi è stato formulato da uno studente di giurisprudenza ad alcune associazioni universitarie. Ho subito considerato bello e importante poter partecipare ad un dibattito sulla Costituzione e quindi anche sul referendum costituzionale del quattro dicembre. Io credo che stasera dovevamo essere di più, non per  i relatori ma per l’importanza dell’argomento. Comunque è importante che ne parliamo. Quella che ci attende non è una consultazione elettorale come le altre, questa più che mai non ci si può permettere che prevalga l’astensionismo o le decisioni improntate all’appartenenza politica o alla simpatia per un partito o per una fazione politica.
Qui è in ballo qualcosa di molto più importante: si decide sulla nostra Carta fondamentale! Si decide su una riforma che ne modifica quarantasette articoli e che incide profondamente sugli assetti fondamentali della nostra Democrazia. Questa è la mia opinione, la mia sensazione e il mio sentimento: se ancora conserviamo l’aspirazione, nonostante tutto, ad essere cittadini e non sudditi, se ancora conserviamo la dignità di essere cittadini e non servi inconsapevoli di un potere che non ci appartiene e non ci rappresenta, non possiamo restare indifferenti. Abbiamo verso noi stessi e verso i nostri giovani, per la nostra dignità personale l’obbligo di reagire alla indifferenza all’apatia alla rassegnazione all’opportunismo, al sistematico nascondiménto dei fatti, alla superficialità che stanno dilagando fino a trasformare il nostro in un Paese senza memoria senza speranza e quindi senza futuro. Per questo sono d’accordo con l’onorevole Sarti con tutti quelli che mi hanno preceduto: dobbiamo informarci ! Dobbiamo riflettere, guardarci indietro nella storia di questo Paese. Dobbiamo abbandonare i facili slogan e saper volare alto e capire che al di là delle singole norme di modifica della Costituzione, il significato complessivo della riforma è importantissimo. Dobbiamo capire le gravi conseguenze che deriverebbero dalla sua approvazione, sul delicato equilibrio di ogni vera democrazia, quell’equilibrio che è fondato sulla separazione e sull’effettivo bilanciamento dei tre fondamentali poteri dello Stato: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Voliamo alto per capire è orientarci in questa scelta in vista della consultazione del quattro dicembre. Io ho sempre pensato e in questi venticinque anni di mia carriera in magistratura ho vissuto sempre più intensamente che l’esigenza fondamentale del Paese è quella di arrivare ad una applicazione effettiva dei principi costituzionali. Sono sempre più convinto che il vero grande necessario cambiamento, la vera grande rivoluzione sarebbe quella di lottare tutti uniti coesi non per cambiare ma per applicare effettivamente la Costituzione.
Ricordiamoci e riflettiamo su quanto nei fatti vengano costantemente violati i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale. Anziché moltiplicare proclami, annunci e slogan leggiamola la Costituzione. Ricordiamoci per esempio del diritto al lavoro che è anche ‘diritto ad una retribuzione che consente ai lavoratori e alle loro famiglie un’esistenza libera e dignitosa’ leggo dall’articolo della Costituzione.
Ricordiamoci prima che scompaia la residua sanità pubblica che la Repubblica, articolo trentadue, ‘tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’. Riflettiamo prima di smontare la scuola pubblica che, articolo trentaquattro la Costituzione, ‘le scuole statali per tutti gli ordini e gradi vengono prima delle scuole private che possono operare liberamente ma senza oneri per lo Stato’. Prima di cambiarla la Costituzione vediamo se è applicata. Ricordiamoci, prima di intraprendere azioni belliche anche se travestiti da operazioni di pace, che l’Italia ripudia la guerra, articolo undici, e che lo stato di guerra può essere deliberato non dal Governo ma dalle Camere. Ricordiamoci che, di fronte al più sfrenato egoismo proprietario, la proprietà privata trova il suo limite nella funzione sociale, articolo quarantadue, che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale.Ricordiamoci, lo hanno ricordato chi è intervenuti prima di me, che la sovranità appartiene al popolo, articolo uno, cioè a tutti noi. Dobbiamo applicarla la Costituzione dobbiamo lottare ciascuno nel proprio ambito.
Per un’attuazione vera concreta sostanziale del principio di eguaglianza sancito dall’articolo tre della Costituzione non possiamo più accettare, per esempio, che la giustizia funzioni a due velocità: sia rigorosa e certe volte spietata con i deboli e sia invece ancora troppo timida e con le armi spuntate nei confronti della criminalità dei potenti. Dobbiamo lottare per l’applicazione dei princìpi della Carta costituzionale! Per l’indipendenza della magistratura, patrimonio e garanzia dei cittadini, soprattutto dei più deboli, non privilegio della casta. Dobbiamo lottare tutti quanti per preservare l’indipendenza della magistratura dai pericoli esterni. Dagli attacchi esterni di quella gran parte della politica che vorrebbe che il potere giudiziario divenisse sostanzialmente servente rispetto al potere politico e al potere esecutivo.
Dobbiamo lottare per preservare indipendenza della magistratura dei pericoli interni. Dobbiamo lottare perché si abbandoni ogni forma di collateralismo da parte della magistratura alla politica e ai potenti.
Dobbiamo lottare perché una volta per tutte si abbandoni, nelle scelte giudiziarie, il criterio della opportunità, che valuta le conseguenze dell’atto giudiziario e ci si abbandoni invece soltanto all’unico criterio che deve ispirare l’azione del magistrato che è quello della doverosità dell’agire. Dobbiamo impegnarci perché un altro principio della nostra Carta costituzionale, l’obbligatorietà dell’azione penale, venga effettivamente rispettato nei confronti di tutti perché la legge sia uguale per tutti e perché i magistrati possano lavorare per applicare il diritto anche quando l’applicazione del diritto comporti delle conseguenze negative per il potere.
Dobbiamo lottare perché, sto parlando accanto a Salvatore Borsellino fratello di uno dei tanti eroi della nostra storia costituzionale, la Carta costituzionale venga applicata nella ricerca continua della verità sulle stragi. Ricerca che non si limiti e non si accontenti dei risultati, pur importanti, che sono arrivati ma che vada oltre e abbia il coraggio di andare oltre, quello che adesso non vuole più nessuno. Vada oltre nella ricerca anche di eventuali responsabilità esterne rispetto alle organizzazioni criminali i cui componenti sono già stati giustamente condannati. Il vero grande problema italiano, a mio parere, è la forbice tra la Costituzione formale, quella scritta dopo la Resistenza al nazifascismo e approvata nel 1948 e la Costituzione materiale, cioé la trasformazione, il travisamento, l’elusione della prima nella pratica politica.
Quella pratica politica che ha spaccato il Paese e che ha avuto la gravissima colpa di contrapporre ad un’Italia che ancora crede nel progetto di attuare gli altissimi principi di uguaglianza solidarietà e libertà contenuti nella Costituzione, un’altra Italia fondata sulla speculazione, sulla ricerca esasperata del potere e della sua conservazione, sul compromesso e sull’accettazione di metodi mafiosi clientelari e poteri criminali.
Altro che cambiare la Costituzione! Oggi chi ancora ha a cuore le sorti del Paese dovrebbe privilegiare ad ogni interesse di parte l’interesse superiore del partito della Costituzione di tutti coloro che a prescindere dal loro specifico orientamento culturale e politico si riconoscono nell’idea e nel progetto di applicare, nelle scelte concrete, la Costituzione senza indugi e a qualunque costo.

Le falsità e le mistificazioni su questa Riforma
Reputo quasi doveroso, anche nella mia veste di magistrato, un giudizio sulla riforma costituzionale sulla quale siamo chiamati a votare con il referendum del quattro dicembre.
Voglio fare due premesse, che sono mie convinzioni che credo orientino tutto il giudizio successivo sul contenuto nella riforma.
La prima premessa è che questa riforma costituzionale è stata adottata da un Parlamento eletto, o meglio di nominati piuttosto che eletti, sulla base di una legge elettorale dichiarata dalla Corte costituzionale illegittima. La sentenza è del quattro dicembre 2013, nove mesi dopo l’elezione del Parlamento oggi in carica, eppure a nessuno, né al Quirinale né ai Governi che si sono succeduti Letta e Renzi se non a pochi nello stesso Parlamento, è venuto in mente che un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, a mio parere, non può avere la legittimazione morale necessaria a modificare profondamente la Costituzione.

Seconda premessa: la riforma è stata ideata e ostinatamente voluta dal Governo della Repubblica con la pressione e l’etero direzione dell’ex Presidente della Repubblica Napolitano. Gli ultimi Governi sono stati presieduti da chi non era stato nemmeno eletto. Allora non dimentichiamo come è nata questa riforma, non dimentichiamo da chi e come è stata approvata. E’ stata scritta dal Governo e questo già a prescindere dal merito costituisce un vizio molto grave perché i Governi sono espressione della maggioranza dunque sono di parte, mentre la scrittura della legge fondamentale dello Stato dovrebbe essere esclusiva competenza del Parlamento che rappresenta il popolo sovrano o di assemblee costituenti elette con sistema proporzionale in modo da essere il più possibile rappresentativa delle varie componenti politiche sociali e culturali presenti nel Paese.
C’è uno scritto di Piero Calamandrei “Come nasce la nuova Costituzione” che è stato pubblicato nel gennaio del 1947, leggo testualmente:  “Nella preparazione della Costituzione il Governo non ha alcuna ingerenza. Nel campo del potere costituente non può avere alcuna iniziativa neanche preparatoria. Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione i banchi del Governo dovranno essere vuoti. Estraneo del pari deve rimanere il Governo alla formulazione del progetto se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’Assemblea sovrana”. 1947, poco prima dell’approvazione della nostra Carta costituzionale.

Altra premessa: non si può scindere in nessun momento valutativo il giudizio sulle modifiche alla Costituzione da quello sulla legge elettorale. Le modifiche alla Costituzione riguardano principalmente le funzioni dei due rami del Parlamento. La legge elettorale riguarda ovviamente la procedura di nomina e quindi la composizione nel Parlamento. La nuova legge elettorale, lo ricordava l’onorevole Sarti, ripropone le stesse caratteristiche, gli stessi vizi di quella dichiarata incostituzionale con la sentenza del dicembre 2013 che lede gravemente il principio di rappresentatività sacrificato sull’altare della stabilità dei Governi. La sentenza della Corte sul cosiddetto “Porcellum” censurava pesantemente, leggo testualmente, “un meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza manifestamente irragionevole” e “una disciplina che priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti”. I due vizi che sono indicati perfettamente in questa sentenza della Corte costituzionale ricompaiono nell’“Italicum”. Basta ricordare che in esito al ballottaggio previsto dall’Italicum è ben possibile che una lista che abbia ottenuto anche semplicemente il 21%  dei voti conquisti il 54% dei seggi.
E basta sottolineare il dato che più del 60% dei deputati sarebbero nominati dai partiti e non scelti dagli elettori. Se si tiene conto del forte astensionismo delle ultime tornate elettorali ci si rende conto che un gruppo politico, che rappresenta una minoranza anche piuttosto esigua di cittadini, con questo sistema elettorale può mettersi in mano il Paese, eleggere il Presidente della Repubblica e i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e i giudici della Corte costituzionale senz’altro sempre attraverso questo meccanismo.
Io credo che ognuno possa avere qualsiasi idea, che è cosa legittima ma non possiamo sopportare le bugie e le mistificazioni continuamente abilmente amanite a sostegno della riforma. Sono costretto a ripetere alcune considerazioni già svolte. La riforma non abolisce il Senato e non abolisce il bicameralismo lo rende solo tremendamente più confuso. Il Senato continua ad esistere sarà composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e cinque senatori che possono essere nominati dal presidente la Repubblica. Il meccanismo che si viene a creare è di confusione istituzionale totale!
Sulla designazione dei senatori, sull’impiego part-time di sindaci e consiglieri regionali che, non si capisce quando fino a quando potrebbero fare i Sindaci o i consiglieri regionali e quando i senatori, sul continuo avvicendamento, nel nostro sistema non tutti i Sindaci con tutti i Consiglieri regionali vengono eletti nello stesso momento o nello stesso anno, avremmo in Senato un continuo avvicendamento di senatori che magari sono stati sindaci fino a quel momento e poi devono cedere lo scranno da senatore all’altro sindaco che nel frattempo viene eletto. Una confusione totale.  L’unica certezza è l’acquisizione per molti sindaci e consiglieri regionali di spazi di immunità penale. Senza ovviamente generalizzare e demonizzare le categorie dobbiamo però vederlo in una situazione come quella italiana, dove c’è una percentuale alta di politici e amministratori, nei Consigli regionali e nelle Amministrazioni comunali, che hanno problemi con la giustizia.

Quando leggiamo che la riforma finalmente abbatte i costi della politica io penso e mi chiedo da semplice cittadino ma perché piuttosto che smantellare un assetto costituzionale assolutamente rodato e consolidato non si riduceva semplicemente proporzionalmente il numero dei deputati e dei senatori senza stravolgere l’assetto costituzionale? Altra mistificazione: nella riforma si parla tanto di semplificazione, mi consentirete di perdere cinque minuti di tempo per dimostrarvi attraverso una semplice lettura quanto la semplificazione sia uno slogan assolutamente falso.  L’iter di formazione delle leggi non è per niente semplificato semmai la riforma lo complica e crea le condizioni per un clima di perenne conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato.
Articolo 70 nella formulazione attuale della Costituzione vigente: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Nella Costituzione vigente nove parola. Nell’articolo 70 del progetto di riforma Renzi-Boschi quelle nuove parole diventano 434.  Scusate ma io penso che lo dobbiamo leggere: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione alle altre leggi costituzionali e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche referendum popolari le altre forme di consultazione di cui all’articolo settantuno per le leggi che determinano l’ordinamento la legislazione elettorale gli organi di governo le funzioni fondamentali dei Comuni delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni per la legge che stabilisce le norme generali e le forme i termini della partecipazione dell’Italia e la formazione all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determini casi di ineleggibilità ed incompatibilità con l’ufficio di senatori di cui all’articolo sessantacinque primo comma e per leggi di cui articolo cinquantasette sesto comma ottanta secondo periodo centoquattordici terzo comma centosedici terzo comma centodiciassette quinto il nono comma, centodiciannove sesto comma centoventi secondo comma centoventidue primo comma centotrentadue secondo comma.
Le stesse leggi ciascuna come oggetto proprio possono essere abrogate o modificate o derogate solo in forma espresse e da leggi approvati a norma del presente comma…”. Scusate ancora non sono nemmeno a metà e comunque la lettura per chi ci riuscirà vi prego di completarla voi perché altrimenti tutto il tempo a mia disposizione va avanti sulla lettura di questo articolo 70. Io credo che da semplice laureato in giurisprudenza si debba dire che non c’è nessuna semplificazione anzi c’è una moltiplicazione dei processi legislativi c’è un clamoroso intricarsi delle procedure e dietro l’angolo c’è la paralisi del Parlamento per favorire la supremazia del Governo e il suo potere.
La nuova normativa che poi riguarda il tema fondamentale della formazione delle leggi dello Stato è prolissa e tortuosa sembra fatta apposta per confondere le idee per tenere i cittadini lontani dalla Costituzione.
Per consegnare la Democrazia, per legarla mani e piedi, in mano agli uscieri del palazzo, ai professionisti del cavillo e ai professionisti della politica nel senso deteriore del termine.

Un attacco iniziato molto prima del Governo Renzi, da Gelli in poi
Ma il giudizio su questa riforma deve anche prescindere dalle singole norme, si deve formulare con una visione di insieme di contesto più alta rispetto alla mera e parcellizzata analisi delle singole modifiche costituzionali. Questo giudizio deve anche tenere conto di una seria analisi storica di quanto accaduto in Italia negli ultimi quarant’anni.
Questa riforma crea uno spostamento grave dell’equilibrio tra i poteri in funzione del rafforzamento dell’esecutivo e dello svilimento del potere legislativo. Ma d’altra parte basta leggere la relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale per capire quali sono gli scopi della riforma costituzionale. Vi si legge, nella relazione che accompagna il disegno di legge, che “la revisione della parte seconda della Costituzione non può più attendere per il necessario processo di adattamento dell’ordinamento interno alle nuove sfide – Segue una lista dei problemi a cui secondo il Governo la riforma rimedierà –
1- L’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio. governance europea ed esigenze di bilancio
2- Le sfide derivanti dalla internazionalizzazione dell’economia dal mutato contesto della competizione globale 
3- L’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo dovuta alle spinte verso una compiuta attuazione della riforma del Titolo quinto della Costituzione 
4- La cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma di governo la lentezza e la farraginosità dei procedimenti legislativi ricorso eccessivo alla decretazione d’urgenza eccetera..”
Cosa di evince dalla relazione che accompagna il disegno di legge?
Che è urgente e rendere più forte il Governo per adeguarsi alla austerità imposta dall’Unione europea e alle regole di mercato dell’economia globale e per imbrigliare regioni comuni con le rinnovate esigenze di un governo unitario.
Io credo che, se questi sono gli scopi e questa è la direttrice di fondo di tutta la riforma, non possiamo dimenticare che nell’iter di formazione di questa riforma, accanto parallelamente al percorso istituzionale se ne svolgeva un altro a mio parere molto più incisivo e decisivo che si è mosso fuori dalle istituzioni della Repubblica ed è iniziato prima della proposta Boschi e probabilmente l’ha ispirata se non determinata.
A cosa mi riferisco? “Dopo le due lettere dall’Europa dalla BCE e dal commissario per l’economia dell’Unione europea del 2011 dopo le dimissioni di Berlusconi e la nascita del Governo Monti, la tappa più significativa è il documento dedicato, (si intitola così) “Alla narrazione su come gestire la crisi” da una grande compagnia di gestione degli investimenti che amministra 1800 miliardi di dollari” JP Morgan.
Per capire da che pulpito viene questa predica dobbiamo ricordarci che nel novembre 2013 JP Morgan pagò al Governo degli Stati Uniti una gigantesca multa di tredici miliardi di dollari dopo avere ammesso di avere venduto a piccoli investitori prodotti finanziari inquinati.
Cosa si legge in quelle documento? Venne pubblicato il 28 maggio 2013, l’ho trovato facilmente in rete, quel documento accusa le costituzioni dei paesi della periferia meridionale approvate dopo la caduta del fascismo di essere “un ostacolo al processo di integrazione economica e anzi causa della crisi in quanto risentono di una forte influenza socialista”. Al tempo stesso però il documento dichiara che “in uno dei Paesi della periferia meridionale, cioé saremmo noi l’Italia, il nuovo Governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche”. Sarà poi il Governo Renzi a condurre disciplinatamente in porto le riforme mettendo mano alla Costituzione su due dei punti essenziali suggeriti da JP Morgan. “Governi deboli rispetto i Parlamenti – di questo si lamentava il grande colosso bancario e finanziario – e Stati centrali deboli rispetto alle Regioni”.
Mi pare che la riforma costituzionale, sarà forse un caso, risponda a queste due indicazioni date nel documento che vi ho letto. Non vorrei che si realizzasse quello che Leonardo Sciascia diceva nel 1978 quando parlava del Parlamento in quel momento in carica. “Il potere  è altrove” scriveva Leonardo Sciascia – deplorando un Parlamento di anime morte che non hanno mai avuto un pensiero proprio. Io credo che la linea fondante della riforma affonda le radici in un’idea di Stato che si avvicina molto ad una sorta di dittatura dolce fondata non su una Democrazia, sulla partecipazione del popolo e sulla sovranità del popolo ma su un potere oligarchico che obbedisce esclusivamente alle leggi e gli interessi dell’economia e della finanza internazionale.
E questa idea di Stato, cerchiamo di volare alto e di guardarci attorno e indietro, per la prima volta nel dopoguerra venne delineata nel Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli.
Ricordava Aaron Pettinari la celebre intervista di Gelli da Maurizio Costanzo il 5 ottobre 1980 pubblicato sul Corriere della Sera “Quando fossi eletto il mio primo atto sarebbe una completa revisione della Costituzione era un ambito perfetto quando fu indossato per la prima volta par la nostra Repubblica ma oggi è un ambito lusso e sfibrato e la Repubblica deve stare molto attenta nei suoi movimenti per non rischiare di romperlo definitivamente. E’ il parto dell’Assemblea Costituente avvenuto in un momento del tutto particolare nella vita della nostra nazione ma che oggi a cose assestate risulta inefficiente e inadeguato”.
Sono passati quasi quarant’anni, questo per dirvi che l’attacco alla Costituzione comincia molto prima del Governo Renzi. Dopo Licio Gelli analoghi progetti sostanzialmente volti a favorire sempre l’esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario via via sono stati portati avanti con fortune alterne mai portati a termine, da Cossiga, dal Governo Craxi  e ultimamente da un Governo Berlusconi con una reazione che in quel caso fece gridare a tutti che dovevamo difendere la Costituzione più bella del mondo, riguardò anche coloro i quali oggi invece sono schierati per stravolgere la nostra Costituzione.
Da Gelli ad oggi ci sono quarant’anni di tentativi per ribaltare gli assetti fondamentali della nostra Carta costituzionale.
La posta in gioco è la realizzazione definitiva di un progetto che viene da molto lontano e che lega quarant’anni di costante assedio alla Costituzione. L’obiettivo di questo referendum non può essere la permanenza o meno di Renzi al Governo ma l’obiettivo è ben altro, è la definitiva decostituzionalizzazione a scapito della partecipazione dello Stato dei cittadini che servono come sudditi impotenti e perciò apatici da governare.
Non possiamo permetterci il nome della parola d’ordine governabilità che il bastone del comando venga attribuito ad un solo uomo al potere più facilmente manovrabile in dispregio del fondamentale principio della separazione dei poteri.

Ho giurato fedeltà alla Costituzione non ai Governi
Mi avvio alla conclusione, non ho avuto nessun dubbio ad accettare la proposta che mi è stata fatta da Simone Cappellani, sono un magistrato ma ci sono dei momenti e degli argomenti in cui è per i quali il magistrato non ha soltanto il diritto ma io ritengo perfino il dovere di intervenire e di esporsi personalmente. Io come magistrato ho giurato fedeltà alla Costituzione non ai Governi! Ho giurato fedeltà alla Costituzione non ad altre Istituzioni politiche né tanto meno alle persone che rivestono incarichi istituzionali. Ho giurato fedeltà alla Costituzione e non riesco a dimenticare che per quella Costituzione, per quei principi che afferma, tante persone, tanti miei colleghi, tanti servitori dello Stato, tanti semplici cittadini hanno offerto la loro vita!
Se dovessi oggi rivolgermi ai miei figli per spiegare lo spirito più autentico della Costituzione non troverei di meglio che citare le parole di Piero Calamandrei, nel famoso discorso ai giovani sulla Costituzione del 26 gennaio 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per rispettare la libertà e la dignità andate lì o giovani col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione e anche per questo che la dobbiamo difendere”.

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Il 28 davanti all’ambasciata Usa. Sit-in internazionalista per sostenere Cuba e l’America Latina da: controlacrisi.org

Le Associazioni La Villetta per Cuba e l’Associazione Nuestra America organizzano il sit-in internazionalista del 28 ottobre (di fropnte all’ambasciata Usa alle 17.30).”La crisi globale del capitalismo rende sempre più difficili le relazioni internazionali che si presentano in maniera aggressiva con guerre di espansione, guerre economiche e conflitti interimperialistici”, si legge in una nota. “Gli esempi di golpe “soavi” e le ingerenze brutali contro i processi di integrazione in America Latina e sempre più violentemente contro la rivoluzione chavista del Venezuela confermano la strategia di attacco all’ autodeterminazione dei popoli da parte dell’impero USA che ha uno dei suoi punti più vergognosamente significativi da oltre 57 anni con l’offensiva terrorista contro Cuba socialista. Nonostante le negoziazioni con le promesse di Obama nessun passo avanti è stato fatto dagli USA per mettere fine all’infame blocco contro Cuba e per restituire il territorio di Guantanamo alla legittima sovranità cubana”.

Le associazioni chiedono la fine immediata del bloqueo e la restituzione di Guantanamo.

Aderiscono :
Capitolo Italiano di Intellettuali e Movimenti Sociali in Difesa dell’Umanità, Rete dei Comunisti, Teleambiente, Radio Città Aperta, Contropiano, Assoc. Italia Cuba Circolo A. Mella- Ostia-Roma; Associazione la Villetta di Bologna, Napoli, Piombino, Brescia; CESTES (Centro Studi USB), Associazione Provincia Havana, Partito Rifondazione Comunista, AGTI-Agenzia giornalistica, Centro Sociale La Strada, Comitato Palestina nel cuore, Collettivo Militant, Tor di Quinto Calcio, l’Artiglio Calcio, Associazione Promo Caraibi, Zona Rossa, Angolo Cubano, Associazione Rosso-Verde, Lato Cubano, CDR Roma, Punto Cubano, Portuali Civitavecchia.

Autore: redazione Migranti, il Consiglio di Stato boccia il Governo: “Togliete la tassa sui permessi di soggiorno” da: controlacrisi.org

Il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso del Governo contro la sentenza del TAR del Lazio che, dando ragione ai migranti, ha disapplicato la norma che istituiva l’ulteriore contributo sui permessi di soggiorno. Cgil nazionale e Inca Cgil, in una nota, esprimono “grande soddisfazione” per il pronunciamento. “In modo articolato ed esaustivo, ha rigettato il ricorso proposto da Presidenza del Consiglio dei Ministri, ministero dell’Interno e ministero dell’Economia e delle Finanze che impugnava la sentenza del TAR del 24 maggio scorso (n. 06095/2016)”. “Sono state respinte punto per punto le argomentazioni sollevate dall’Avvocatura – sottolineano Cgil e Inca – e ripristinate appieno le decisioni del Tribunale Amministrativo sia sul costo del permesso di soggiorno per lungosoggiornanti, sia per i permessi di soggiorno di breve durata: la Pubblica Amministrazione dovrà adeguarsi alla sentenza e l’ulteriore contributo non si pagherà più”. “Inoltre – proseguono – sono state risolte una volta per tutte le questioni di legittimazione delle organizzazioni ricorrenti”. Nella nota si spiega poi che il Consiglio di Stato “suggerisce alle Amministrazioni, secondo loro discrezione e compatibilmente con le normative esistenti, di trovare modo di rimborsare agli interessati le somme versate in eccedenza rispetto al dovuto”. “Siamo partiti da soli – concludono Cgil e Inca – nel disinteresse e nello scetticismo generale, ci abbiamo sempre creduto e abbiamo perseverato in tutti i gradi di giudizio. Questo risultato è frutto della nostra caparbietà nel rivendicare i diritti dei lavoratori, dei migranti e delle loro famiglie”.

La redistribuzione non basta, va affrontato il nodo della produzione della ricchezza da:www.resistenze.org

 

Domenico Moro

19/10/2016

Il capitale non è più fattore di crescita ma di distruzione delle forze produttive della società

Nella presente fase storica di accumulazione capitalistica la questione centrale non è più soltanto quella della redistribuzione “equa” della ricchezza prodotta, classico tema della politica socialdemocratica, e della redistribuzione del lavoro (riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario), storico cavallo di battaglia del movimento operaio. Il perseguimento di questi due importanti temi, così come quello della inclusione dei migranti nella società europea, non può prescindere dall’affrontare il tema della produzione della ricchezza e quindi dei rapporti di produzione e del rapporto sta Stato e economia, che diventano la priorità e il tema centrale della lotta politica per una sinistra che voglia essere di classe e adeguata alle condizioni della realtà.

La crisi, iniziata nel 2007/2008 e ancora in corso, è di natura e profondità diversa rispetto a quelle che si sono verificate ciclicamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di una crisi che è manifestazione di una sovraccumulazione di capitale (cioè di un eccesso di investimenti di capitale sotto forma di mezzi di produzione) assoluta e senza precedenti. Tale crisi è irrisolvibile nell’ambito dell’attuale quadro di rapporti economici e politici se non mediante massicce distruzioni di capacità produttiva e capacità lavorative, che possono arrivare fino alla guerra. Come ho cercato di spiegare più ampiamente nel mio libro “Globalizzazione e decadenza industriale. L’Italia tra delocalizzazioni, crisi secolare e euro”, ciò che caratterizza oggi il modo di produzione capitalistico, nei suoi punti centrali (la cosiddetta Triade: Usa, Europa occidentale e Giappone), è la separazione tra accumulazione (produzione di profitto) e crescita economica (misurata mediante il Pil). In sostanza la crescita del Pil, non è più condizione necessaria alla tenuta del saggio e della massa dei profitti. I profitti sono realizzati mediante investimenti speculativi e in settori di monopolio, esportazioni di capitale all’estero e attraverso la riduzione dei costi a livello internazionale, sia di quelli relativi al personale sia di quelli relativi agli investimenti fissi, i quali, pregiudicando l’innovazione, avranno un impatto negativo sullo sviluppo futuro del nostro Paese.

Infatti, nel corso della fase acuta della crisi il crollo degli investimenti fissi è stato senza precedenti nella Ue e la performance particolarmente negativa dell’Italia, peggiore anche rispetto al resto d’Europa Occidentale, è ricollegabile alla ancora maggiore contrazione degli investimenti. Oggi, si assiste a un apparente paradosso: la diminuzione del fatturato a fronte dell’aumento dei profitti. Le 20 imprese italiane (quasi tutte le più grandi e più internazionalizzate) dell’indice Stoxx600 hanno fatto registrare nel secondo trimestre 2016 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente una crescita aggregata del +6,28% degli utili a fronte di un calo del -11,1% del fatturato[1]. Un risultato, che, come riconosce anche il Sole24ore, è dovuto, oltre che al ribilanciamento verso produzioni a più alto valore aggiunto e ai bassi tassi d’interesse, soprattutto alla riduzione dei costi e dunque alla massiccia contrazione degli investimenti fissi.

Il modo di produzione capitalistico, a differenza di quanto accadde in Europa occidentale e in Giappone nei primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, non è più fattore di sviluppo, per quanto ineguale e squilibrato, delle forze produttive sociali e dell’occupazione. Oggi, il capitalismo, nella maggior parte dei Paesi cosiddetti a “capitalismo avanzato”, è fattore di distruzione delle forze produttive sociali. Nei Paesi dell’Europa occidentale si assiste da decenni ad una tendenza alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione in Paesi periferici delle attività produttive, che, dopo lo scoppio della crisi, si è accentuata. Il nostro Paese, in particolare, rispetto al 2007 ha perso tra il 20 e il 25% della capacità produttiva manifatturiera.

La contrazione della base produttiva ha determinato la contrazione drastica del Pil che, sempre nel nostro Paese, dopo otto anni non ha raggiunto ancora i livelli precedenti allo scoppio della crisi. La contrazione del Pil ha condotto alla riduzione della base imponibile fiscale e all’aumento del debito, che è calcolato in percentuale sul Pil, e soprattutto ha determinato la contrazione assoluta dell’occupazione, determinando al contempo l’allargamento del divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord. Oggi, in quasi tutta L’Europa non si riescono a realizzare posti di lavoro sufficienti a rispondere alla domanda occupazionale dei giovani e, aspetto decisivo, si è ridotto il numero degli occupati assoluti (15-64 anni), contrattisi tra 2008 e 2015 di 726mila unità in Italia e di quasi 4 milioni nella Ue[2]. In altre fasi storiche, anche se i disoccupati aumentavano, gli occupati assoluti tendevano a rimanere pressoché stabili. Un vero decremento assoluto degli occupati comincia a verificarsi, sebbene con una intensità inferiore a quello odierno, negli anni ’90, quando accelerano gli investimenti diretti all’estero e si dà il via alle privatizzazioni ed il livello pre-crisi di occupati del 1991 fu raggiunto e superato solo nel 2001[3]. Quindi, il problema principale che ci si pone è la lotta contro la disoccupazione di massa e i suoi naturali accompagnatori, la sottoccupazione, il precariato e i salari di sussistenza o persino al di sotto della sussistenza.

Non basta redistribuire la ricchezza, bisogna affrontare il nodo della crescita e soprattutto il nodo dei rapporti di produzione

Dunque, non basta la redistribuzione della ricchezza, come poteva essere nel periodo d’oro della crescita capitalistica tra 1945 e 1975, i “trenta gloriosi”. E, del resto, anche allora la redistribuzione finì ad un certo punto per scontrarsi con il vincolo rappresentato dai rapporti di produzione privati. Né possiamo cavarcela semplicemente dicendo che “i soldi ci sono”, perché la semplice redistribuzione, in una situazione di contrazione delle basi produttive, non solo non basta, ma non coglie il problema fondamentale che è la crisi dei rapporti di produzione su cui si basa il capitale. Tanto meno, come fa il Movimento Cinque Stelle, si può ricondurre tutto alla corruzione o ai costi e all’inefficienza della politica o pensare di risolvere il problema della mancanza di reddito con formule come il “salario di cittadinanza”, che, in questa situazione, rappresenterebbe la redistribuzione della povertà tra gli occupati e i disoccupati e un fattore di passivizzazione piuttosto che di partecipazione al lavoro e quindi alla vita e al conflitto sociale.

L’obiettivo decisivo è, invece, la costruzione di nuovi posti di lavoro. Negli ultimi anni la perdita di occupazione nell’industria è stata (solo in parte), sostituita dall’occupazione precaria, part time e a salari a livello (o al disotto) della sussistenza in settori “poveri” sul piano del valore aggiunto prodotto come la ristorazione veloce e il cosiddetto terzo settore. Oggi, invece, c’è bisogno soprattutto di buoni posti di lavoro, a tempo pieno e indeterminato e soprattutto in settori “ricchi” sul piano del valore aggiunto e del contenuto tecnologico, cioè nell’industria, e nel terziario avanzato, la cui crescita è collegata a sua volta a quella dell’industria. Ma, per farlo, vanno ricostruite le basi della produzione e della crescita. Il che richiede, a sua volta, la ripresa degli investimenti fissi. La crescita del Pil e gli investimenti non deve, però, essere confusa con la riedizione del vecchio produttivismo, basato sulla crescita indiscriminata, del resto impraticabile in una fase di decrescita imposta dal capitale. La crescita che ci deve interessare è una crescita che incrementi il valore di scambio della produzione, massimizzando al tempo stesso la sua utilità sociale e minimizzando sprechi, rifiuti e soprattutto riciclando materiali e risparmiando energia. Infatti, la crescita del Pil non deriva necessariamente dalla crescita della quantità fisica delle merci prodotte e dall’aumento di consumi privati superflui, bensì può derivare dalla crescita del valore incorporato nei manufatti e nei servizi e soprattutto dalla crescita del valore della produzione complessiva, dovuto alla crescita dei consumi collettivi, nel quadro di una ripresa dello sviluppo della forza produttiva sociale del lavoro.

In tal senso, la crescita del valore aggiunto prodotto (e quindi del Pil) può derivare proprio dal lavoro di messa in sicurezza del territorio da frane e inondazioni, dal riadeguamento del vecchio patrimonio abitativo a criteri antisismici e da un nuovo programma di edilizia popolare. Inoltre, la crescita può derivare non solo dall’incremento delle infrastrutture stradali, ferroviarie e aeroportuali, ormai inadeguate e spesso in stato di abbandono, ma soprattutto dalla loro manutenzione, riparazione, ammodernamento e riadeguamento alle nuove necessità. Ma, in ogni caso, la crescita non può prescindere dallo sviluppo della manifattura, fondamentale per mantenere in attivo la bilancia commerciale e dei pagamenti e spina dorsale di qualsiasi economia. Sviluppo della manifattura vuol dire sia ammodernamento tecnologico, anche dal punto di vista della sicurezza del lavoro, della prevenzione dell’inquinamento e della gestione dei rifiuti, dei settori maturi (siderurgia, mezzi di trasporto, macchine utensili, agroalimentare, ecc.), che mantengono una loro importanza strategica per il Paese, sia cura dei nuovi settori ad alta tecnologia e ad alto valore aggiunto in cui la presenza dell’Italia va rafforzata (telecomunicazioni, biotecnologie e farmaceutica, nuovi materiali, aeronautica e droni civili, energie alternative, ecc.).

La crescita della produzione richiede, però, un livello tale di investimenti che il privato non è intenzionato a fare perché la caduta del saggio di profitto e i processi di internazionalizzazione lo spingono alla razionalizzazione della base produttiva in Italia e a dirigere gli investimenti all’estero o in attività di carattere monopolistico. Solo lo Stato può fare gli investimenti che sono necessari alla ripresa economica e dell’occupazione. Per fare questo c’è bisogno del ritorno dello Stato (o meglio del pubblico) nell’economia, non solo nelle necessarie vesti di regolatore, controllore e prestatore di ultima istanza, ma soprattutto come soggetto attivo, cioè nella veste di stato imprenditore. Aspetto questo che contempla anche la ripubblicizzazione di imprese e banche di interesse strategico nazionale e la reinternalizzazione di servizi pubblici locali, a fronte del completo fallimento del mercato come dimostra ad esempio la siderurgia, per il settore manifatturiero.

Un riformismo radicale e un nuovo tipo di intervento pubblico contro i rapporti di produzione privati

Tutto ciò, però, richiede una spinta riformista che, a differenza del riformismo socialdemocratico classico e dell’intervento statale odierno (funzionale al capitale globalizzato e indirizzato alla socializzazione delle perdite), ha un contenuto radicale perché implica la rottura nei confronti dei rapporti di produzione vigenti, cioè con i rapporti basati sulla appropriazione privata del prodotto del lavoro. Infatti, non solo presuppone l’inversione della tendenza neoliberista in atto negli ultimi trent’anni, ma, proprio per questo, essendo incompatibile con l’indirizzo e le necessità del capitale, contiene in sé i germi, la prefigurazione della trasformazione dei rapporti di produzione privati in senso socialista. Pensare a un nuovo intervento statale nel contesto attuale è un equazione molto complessa da risolvere, che impone, quindi, l’individuazione di quattro nodi programmatici che bisogna impegnarsi a focalizzare ed esplicitare:

La progressiva riduzione dello spazio del mercato autoregolato mediante l’introduzione di elementi di programmazione della produzione e di controllo sui capitali. A questo scopo va ripresa l’esperienza di interventismo statale post-bellica, soprattutto quella avvenuta negli anni ’60 e ’70, basata sulla Programmazione economica e sulle Partecipazioni statali, in cui gli investimenti pubblici non erano subordinati alla sola redditività ma erano diretti a scopi di sviluppo generale del Paese e di convergenza tra Mezzogiorno e resto del Paese. Oggi, però, tale ripresa va svolta in modo critico, individuando i forti limiti che impedirono la realizzazione di una effettiva programmazione centrale e la sostituirono con la negoziazione degli investimenti tra lobby politiche (e capitalistiche) nazionali e locali, da una parte, e il management di singole imprese statali, dall’altra. L’insufficienza, da parte dello Stato proprietario, del controllo sulla gestione e del coordinamento generale delle attività delle imprese e delle banche di cui era azionista, e l’esclusione del Parlamento dalla supervisione delle attività economiche pubbliche finirono per condurre alla crisi del sistema delle Partecipazioni statali. La crisi del settore pubblico, pur potendo essere risolta e malgrado i notevoli successi economici raggiunti da molte imprese statali fino ai primi anni ’90, fu presa a pretesto per smantellare le Partecipazioni statali e svendere le singole imprese al capitale privato.

La critica all’integrazione economica europea, che, con i suoi vincoli di bilancio, l’autonomia della Banca centrale e l’introduzione di un regime di cambi fissi, accentua la stagnazione interna e la tendenza espansiva dei capitali verso l’estero. Il programma di investimenti ideato da Juncker è del tutto insufficiente mentre i Qe di Draghi, peraltro limitati in confronto a quelli delle banche centrali statunitense, giapponese e britannica, non hanno avuto effetto sulla produzione né sono arrivati alle piccole imprese o alle famiglie, fermandosi alle banche. Investimenti di entità massiccia e ripresa dell’intervento statale diretto in economia non possono neanche essere concepiti senza lo scardinamento dei vincoli di bilancio europeo e il superamento delle normative europee. Ciò, a sua volta, richiede il superamento della integrazione valutaria, chiave della gabbia europea, in modo da rendere di nuovo disponibili gli strumenti di contrasto alla crisi, come il controllo sulla valuta e l’acquisto diretto di titoli di Stato da parte della Banca centrale, ristabilendo condizioni più favorevoli alla conduzione lotta di classe e alla reintroduzione di politiche economiche pubbliche espansive.

Tutto questo pone la questione della natura non neutrale dello Stato, della sua forma (quale rapporto tra masse e istituzioni) e del rapporto che le forze della trasformazione devono avere con esso. Infatti, lo Stato non può più essere inteso come la stanza dei bottoni in cui entrare e da cui poi magicamente modificare la realtà. Lo Stato è una macchina burocratica organizzata per la difesa dei rapporti di produzione capitalistici, che, nel migliore dei casi, può realizzare una temporanea mediazione favorevole alle forze antiliberiste e antagoniste al capitale. Questo è ancora più vero oggi, quando lo Stato, in modo molto più forte di trenta anni fa, si identifica con il capitale, pretendendo persino di condividerne i modelli di organizzazione e funzionamento. Dunque, non è possibile mettere in discussione i rapporti di produzione (ma neanche quelli di redistribuzione) e introdurre programmazione economica e elementi di pianificazione senza tenere conto dell'”attrito” rappresentato dalla macchina burocratica e senza porsi nella prospettiva di trasformare lo Stato stesso.

Siamo, quindi, arrivati alla politica. Il recupero di una prospettiva politica strategica e di ampio respiro è la precondizione anche per l’ottenimento di risultati parziali e tattici, e per la realizzazione di riforme anche limitate, ma che migliorino le condizioni generali dei lavoratori dopo tanti arretramenti. La politica è ricomposizione della grande varietà delle lotte parziali –  economiche e generalmente sociali, grandi o microscopiche che siano – in una dimensione complessiva di critica e di lotta contro il modo di produrre nel suo complesso e contro lo Stato, al fine di costruire rapporti di forza migliori tra capitale, da una parte, e lavoro salariato e classi subalterne, dall’altra. Per questo è fondamentale individuare i punti programmatici generali, potenzialmente ricompositivi di una classe lavoratrice frammentata, unificanti delle lotte parziali e locali e inseriti all’interno di un percorso di lunga durata indirizzato alla trasformazione generale dei rapporti di produzione e sociali in senso socialista. Questi punti programmatici non possono che essere la ripresa dell’intervento pubblico e il superamento dell’integrazione europea, nel quadro della critica ai rapporti di produzione privatistici.

Note:

[1] Maximilian Cellino, <<L’Italia spiazza gli analisti sugli utili>>, ilSole24ore, 14 agosto 2016.

[2] Nostra elaborazione su data base Eurostat.

[3] Istat, database I.Stat, Occupati, serie ricostruite dal 1977. Negli anni ’90, dopo sette anni, gli occupati erano del -2,7% inferiori al picco pre-crisi, oggi la differenza è del -3,2%.

 

Conversazione con George Mavrikos, rieletto Segretario Generale della Federazione Sindacale Mondiale da: www.resistenze.org


Miguel Arróniz | rebelion.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

19/10/2016

La Federazione Sindacale Mondiale (FSM) è una federazione internazionale di sindacati fondata il 3 ottobre 1945 a Parigi. E’ la seconda organizzazione sindacale internazionale più antica e fondatrice dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Segue la linea del movimento sindacale di classe e lotta contro il capitalismo e l’imperialismo, per una società senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Da gennaio 2006 la sede mondiale della FSM si trova ad Atene. In ogni continente conta di un ufficio regionale. In tutti i settori importanti ha Unioni Internazionali Sindacali (UIS).

La FSM ha rappresentanti permanenti negli organismi internazionali come l’ONU, l’UNESCO, la FAO e la OIL. Lotta attraverso questi organismi e evidenzia il monopolio che esiste dentro questi organismi.

George Mavrikos è nato nel 1950 in una delle numerose isole greche del Mar Egeo, in una famiglia dedita all’allevamento bovino. Ha lavorato 16 anni nella metalmeccanica, in una fabbrica di macchine agricole. Ha partecipato alle lotte sindacali del suo paese da quando era studente. E’ stato licenziato per la sua azione politica e sindacale in tre occasioni.

Nel 1975 fu eletto rappresentante sindacale. Per molti anni è stato il direttore dell’Associazione degli Impiegati del Settore Privato di Atene. Dal 1993 al 1997 è stato Segretario Generale della Confederazione Generale del Lavoro di Grecia e tra il 1999 e 2008 è stato alla guida del PAME (Fronte Militante di Tutti i Lavoratori), uno dei principali fronti sindacali in Grecia.

Nel 2000, è stato eletto vicepresidente della Federazione Sindacale Mondiale, dopo la celebrazione del XIV Congresso, che ebbe luogo a Nuova Delhi. Dal 2000 al 2005 è stato coordinatore dell’Ufficio Regionale Europeo della FSM. Nel XI Congresso della FSM, celebrato a L’Avana, è stato eletto Segretario Generale, carica che detiene da allora.

Tra il 4 e l’8 ottobre si è svolto a Durban (Sudafrica) il XVII Congresso della FSM che ha rieletto George Mavrikos come Segretario Generale. Conversiamo con lui nel quadro di questo Congresso.

Un nuovo Congresso della FSM nel quale sei stato rieletto come Segretario Generale. Che bilancio fai di questi ultimi 5 anni?

La situazione mondiale risente della profonda crisi economica del sistema capitalista che causa molte morti tra i lavoratori, incluse quelle di numerosi emigranti. Per questo motivo l’ultimo Congresso è centrato sulla soddisfazione dei bisogni contemporanei della classe lavoratrice; l’emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici; contro la povertà e le guerre generate dalla barbarie capitalista. Dall’altro lato si registra l’aggressività imperialista che mette in una situazione molto difficile la gente comune.

Quale bilancio dello sviluppo della FSM?

La FSM ha già 92 milioni di affiliati, ha aperto 7 nuovi uffici regionali, ha creato la UIS dei Pensionati e in questi giorni congressuali partecipano 1.150 delegati da 111 paesi del mondo.

Che priorità ha la FSM di fronte al futuro?

La difesa della classe lavoratrice contro la barbarie capitalista. Appartengono alla classe lavoratrice gli immigrati e i rifugiati che si trovano in questa situazione per colpa delle guerre imperialiste e dello sfruttamento delle risorse naturali. Dobbiamo smascherare il sindacalismo giallo della CSI che è antidemocratico e collaborazionista, ne constatiamo il ruolo oscurantista in seno alla OIL o di fronte alle guerre. E, infine, smascherare le ONG e dare speranza alla gioventù affinché abbia fiducia nella classe operaia. Valgono la pene le lotte, sono una necessità per la classe operaia.

Che significa esser Segretario Generale della FSM?

Esser Segretario Generale della FSM è un compito molto importante, leader mondiali famosi furono Segretari Generali della FSM come Alexander Zarikov, Ibrahim Zakaria, Enrique Pastorino, Pierre Gensous o Louis Saillant. Ricordiamo il Congresso di Damasco del 1994 nel quale l’unico compito trattato fu la lotta alle proposte riformiste che miravano all’abolizione della FSM, molti di noi erano presenti e ricordiamo il ruolo sviluppato dall’allora presidente. E’ un posto di grande responsabilità, conosco le difficoltà e mi impegnerò con tutte le mie forze.

C’è un nuovo presidente dell’organizzazione…

Il Consiglio di Presidenza ha deciso di appoggiare la candidatura del Sudafrica e nominare come Presidente Mike Makihayiba. Siamo sicuri del suo ruolo e contributo al movimento sindacale di classe. Il lavoro realizzato dall’organizzazione sindacale COSATU è da ringraziare e mostra la potenzialità di questi compagni e compagne.

Viene modificato anche l’organismo dirigente…

Il Consiglio di Presidenza passa da 44 a 47 membri ora che la FSM è in crescita e necessita di quadri che diano il massimo delle energie. Viene modificata la rappresentanza nazionale: l’Africa passa a 12 membri, 14 provengono dall’America Latina, 8 dall’Europa, 11 dall’Asia, 7 dai paesi Arabi. Rinnoviamo 20 membri e ci sono solo tre donne.

Hai comunicato al Congresso che sarà il tuo ultimo mandato come Segretario Generale…

Così è. Sono convinto che nel prossimo Congresso troveremo un Segretario o una Segretaria generale più giovane, più forte. Dobbiamo credere nella nuova generazione.

Quale giudizio hai del XVII Congresso della FSM?

Sono stati tre giorni di discussioni con 100 oratori. Hanno anche assistito amici e simpatizzanti: è il carattere del sindacalismo di classe. Possiamo confermare che è stato un Congresso aperto, democratico, internazionalista, dei lavoratori e delle lavoratrici. Il Congresso è stato monitorato da osservatori sudafricani che ringraziamo per il loro lavoro.

Quali sono i principali compiti per il futuro?

In primo luogo abbiamo doveri organizzativi: rafforzare la FSM, adesso abbiamo rappresentanti in nuovi paesi importanti. Ma dobbiamo rafforzare la FSM in tutto il mondo. Intratteniamo colloqui con sindacati in Nigeria e del mondo arabo che hanno abbandonato la CSI per affiliarsi a noi. Abbiamo fondato l’Ufficio in Russia per l’Eurasia. Tutti dobbiamo avere un obiettivo comune. E non sono solo numeri, si tratta di un compito politico e ideologico. Dobbiamo rafforzare i sindacati di base perché non siano elitari e questi sindacati devono esser delle scuole. Dobbiamo lavorare con le masse, nei centri di lavoro, perché non siamo burocrati.

Dall’altro lato, dobbiamo dibattere su temi più concreti e prestare particolare attenzione all’Africa: è il futuro del movimento sindacale. Infine, dobbiamo rifiutare il ruolo dei sindacati gialli. E in questo stesso forum daremo posto ai segretari generali delle UIS.

Cosa possono aspettarsi le donne, gli emigranti, i giovani della FSM?

Bisogna dar risposta ad ognuno. Se le donne non partecipano non possiamo parlare di sindacalismo di classe ed è una cattiva immagine che ce ne siano solo 3 nel Consiglio di Presidenza. Abbiamo ascoltato grandi discorsi di donne in questo Congresso. Nostra intenzione è creare Comitati della Donna Lavoratrice, della Gioventù, delle intellettuali, giuriste…

E quali sono le priorità?

Tutti siamo d’accordo sui principi ma dobbiamo radicalizzare la lotta in forma più politica, rendere cosciente la classe lavoratrice. Non possiamo vivere sotto un regime di sfruttamento, dobbiamo lottare per l’emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Le armi politiche e ideologiche sono nostri strumenti e dobbiamo unire tutti sotto uno stesso orientamento.

Ci sono difficoltà, in Brasile, in Messico, nella regione Araba, in Africa… ma dobbiamo proteggere la FSM davanti a tutti dopo i suoi 71 anni di storia perché continuiamo ad apprendere dalla nostra storia.

Quali sono le linee ideologiche della FSM?

Il carattere internazionalista è nostro elemento più importante e dobbiamo appoggiare Cuba, Venezuela, tutti i quadri che lottano nel loro paese. E’ necessario rispettare la nostra linea politica, una linea militante: antimperialista, anticapitalista, di unità dei lavoratori come classe.

E quali sono le prospettive?

Le prospettive sono molto ottimiste, perché abbiamo superiorità ideologica e di quadri rispetto ai sindacati gialli ed essi sanno che abbiamo questa superiorità morale.

Quale sarà il ruolo della FSM nei prossimi anni?

La FSM deve introdurre un nuovo elemento nella lotta di classe: attaccare. E a partire da qui, preparare il futuro della classe operaia per il XXI secolo.

 

Papadakis: Cento anni dopo la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il socialismo resta necessario e attuale da: www.resistenze.org

International Communist Press (ICP) | sol.org.tr kke.gr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

17/10/2016

Intervista esclusiva a Kostas Papadakis, membro del CC del KKE e membro del Parlamento europeo

ICP: Dopo il 3° memorandum in Grecia, tutti siamo testimoni delle misure antioperaie e antipopolari varate dal Parlamento. Possiamo affermare che mentre il tenore di vita si è dimezzato, cresce sempre più l’organizzazione e la politicizzazione popolare?

Kostas Papadakis (KP): Il governo SYRIZA-ANEL ha stabilito il suo memorandum, approvato con i voti dei partiti borghesi di “destra” e di “centro” (ND, PASOK, Potami), sulla base dei due precedenti. Questi memorandum non sono solo accordi con le istituzioni imperialiste, ma incarnano il “programma” della classe borghese per recuperare la redditività, ridurre i diritti dei lavoratori e il prezzo della forza lavoro.

Il governo SYRIZA-ANEL, ha adottato misure antioperaie molto aspre, provocando una profonda disillusione tra ampie fasce della popolazione. Tra coloro che credevano che i memorandum potessero essere aboliti tramite il Parlamento e il referendum.

La disillusione cede il passo alla lotta del popolo. Nei primi sei mesi del secondo governo SYRIZA-ANEL ci sono stati quattro scioperi generali di massa, insieme ad altre mobilitazioni di lavoratori dipendenti e autonomi, intellettuali e professionisti. I contadini poveri hanno organizzato oltre 100 posti di blocco in tutta la Grecia per 40 giorni. In questo periodo, si registrano mobilitazioni ogni giorno.

Queste lotte non sono ancora all’altezza della fase offensiva condotta contro il popolo. Tuttavia, non è importante solo il carattere di massa di una lotta ma anche la sua direzione. Negli ultimi anni sono state intraprese lotte di massa, tuttavia le rivendicazioni si limitavano per la maggior parte alla richiesta di un cambio di governo. Alla fine, i governi che si avvicendavano, continuavano la medesima linea politica, seminando disillusione tra ampie sezioni della popolazione.

Oggi, le lotte di massa devono abbracciare l’insieme dei problemi, con l’obiettivo di colpire il percorso di sviluppo capitalistico stesso, il potere dei monopoli, l’Unione europea. Siamo giunti a un punto in cui queste lotte possono avere sufficiente forza, durata, successo e soprattutto prospettiva.

“SYRIZA è stata scelta dalla classe borghese per completare il lavoro sporco…”

ICP: Ritenete prossime una dissoluzione del governo SYRIZA-ANEL ed elezioni anticipate?

KP: SYRIZA è la formazione politica scelta dalla classe borghese per completare il lavoro sporco con il 3° memorandum, perché può farlo meglio di ND [Nuova Democrazia, partito conservatore]. Ci sono altre forze politiche borghesi pronte come “forze di riserva”, nel caso in cui la maggioranza di governo avesse bisogno di sostegno. Nulla è casuale. Il governo usa la tipica fraseologia di “sinistra”, per creare una falsa distinzione rispetto il maggiore partito di opposizione, il partito di “destra” ND. L’accusa di sostenere l’ideologia neoliberista, mira a demarcare una presunta diversità agli occhi del popolo, una presunta sensibilità sociale. E’ una tattica per ingannare il popolo, portata avanti col sostegno degli altri partiti e da una sezione dei media che parlano del governo come se fosse di sinistra. Naturalmente, gli sviluppi seguono le loro dinamiche. Se le cose non andassero come da programma, non escludiamo la possibilità di una “uscita eroica” da parte del governo e la possibilità delle elezioni. Un tale scenario dipenderà dagli sviluppi sia internazionali che europei.

ICP: Al fine di raggiungere “l’obiettivo” di un avanzo di bilancio per il 2017 si prevedono forti tagli delle pensioni e una maggiore tassazione per il prossimo anno. Quale sarà l’asse della lotta del KKE nel prossimo futuro?

KP: I comunisti lottano dentro i sindacati, nelle associazioni dei contadini poveri, dei lavoratori autonomi in modo che le misure antipopolari del governo non abbiano successo e per il ripristino delle perdite subite. Usiamo ogni possibilità. Recentemente, ad esempio, il KKE ha presentato un progetto di legge al Parlamento per l’abolizione delle imposte indirette su gasolio e gas naturale per riscaldamento e uso domestico.

Allo stesso tempo, il nostro partito evidenzia in modo militante che i bisogni delle persone possono essere soddisfatti sulla base del reale potenziale produttivo e della ricchezza prodotta in questo paese, solo se la produzione e l’economia sono liberati dalle catene della proprietà capitalistica.

Il KKE invita le persone a pensare: perché oggi dobbiamo importare latte, alimenti, pesticidi e medicinali, carne, zucchero e altri beni che possono essere prodotti nel nostro paese? Perché l’edilizia ha subito una battuta d’arresto quando ci sono molti lavori urgentemente necessari contro le inondazioni, i terremoti, gli incendi boschivi?

Il partito evidenzia la superiorità della sua proposta relativa alla proprietà statale sociale dei mezzi di produzione e la pianificazione scientifica centrale. Evidenzia la superiorità del socialismo, dimostrando il potenziale di un’economia programmata in base alle esigenze sociali, in opposizione al sistema odierno, sotto il dominio del profitto capitalistico che porta alle crisi e all’austerità.

Il popolo greco, la classe operaia soprattutto, devono organizzare il loro contrattacco e non aspettare soluzioni dall’alto, da parte dell’Unione europea e dei suoi governi. Devono organizzare la loro lotta per cambiare i rapporti di forza all’interno del movimento operaio.

“I PC d’Europa, rafforzando la lotta contro l’imperialismo di UE, NATO e Stati Uniti, rafforzano il ruolo politico indipendente del movimento comunista…”

ICP: La Brexit e le difficoltà finanziarie di Deutsche Bank sono segnali di un approfondimento della crisi dell’imperialismo dell’Unione Europea. In questa prospettiva quali dovrebbero essere i compiti dei partiti comunisti e operai in Europa?

KP: Al fine di comprendere gli sviluppi nell’UE e i compiti del movimento comunista, occorre esaminare la situazione più generale e in particolare le condizioni attuali:

– Nel prossimo decennio nessun centro imperialista potrà funzionare come locomotiva del tasso di crescita capitalistico nel sistema imperialista internazionale.

– La sovraccumulazione di capitale è in continua espansione, vale a dire il capitale che non può essere investito a un tasso soddisfacente di profitto.

– Persiste la tendenza a un cambio dei rapporti di forza, con la progressiva riduzione della quota di USA e dell’Eurozona nel prodotto interno lordo mondiale e l’aumento della quota di Cina e altri paesi.

– Si acuisce la competizione tra i centri imperialisti per il controllo dei mercati, delle risorse energetiche e delle vie di trasporto del gas naturale e del petrolio. La lotta tra USA-NATO e la Russia è emblematica.

– Naturalmente, gli Stati Uniti, che mantengono la posizione dominante nella piramide del sistema imperialista internazionale, propongono il TTIP con l’UE, che coprirà il 50% della produzione globale attuale e il 30% del commercio mondiale.

– Sezioni significative delle classi borghesi francesi e tedesche stanno reagendo, perché capiscono che la proposta degli Stati Uniti è un “cavallo di Troia” che assicura l’egemonia economica statunitense in Europa. Ne consegue la guerra economica tra Stati Uniti e Germania, con l’emergere di scandali e sentenze, vedi i casi Siemens, VW, Deutsche Bank, Apple.

– Gli Stati Uniti giocano anche un ruolo di primo piano nell’estensione delle sanzioni contro la Russia, che non influiscono negativamente solo sulla borghesia russa, ma anche sugli interessi di Germania, Italia e Francia.

Questo quadro definisce in gran parte gli sviluppi nell’UE. L’UE rimane oggi una forma avanzata di alleanza reazionaria tra gli stati capitalistici in Europea. Tuttavia, gli obiettivi comuni dei monopoli, delle classi borghesi che hanno formato questa alleanza non possono confutare lo sviluppo asimmetrico delle economie dei suoi stati membri.

E’ in questo contesto che dobbiamo valutare l’esito del referendum britannico, che riflette l’esistenza di sezioni del capitale che desideravano la Brexit. Il crescente malcontento del popolo è rimasto intrappolato nella corrente dell’euroscetticismo borghese. In particolare si rileva il tentativo da parte delle forze fasciste di estrema destra di utilizzare questa corrente, che si sta sviluppando in molti paesi dell’UE.

In queste condizioni, i governi di Francia, Italia e Grecia chiedono l’allentamento della politica di bilancio dell’UE, l’aumento dei finanziamenti comunitari e statali per le imprese in modo che possano rafforzare i rispettivi gruppi monopolistici nazionali.

Tuttavia, questa rete di contraddizioni intraborghesi non può e non deve nascondere la convergenza strategica dei loro interessi contro quelli della classe operaia e degli strati popolari. Tutti loro, nonostante le varie differenze, mirano a sacrificare sempre le esigenze del popolo, per rafforzare la competitività e la redditività del capitale.

In queste condizioni, il movimento comunista in Europa ha serie responsabilità e deve lottare in modo che i lavoratori non vengano ingannati dalle rinnovate vuote promesse degli A. Tsipras, per esempio su come la linea politica antipopolare possa cambiare grazie a un’alleanza degli stati del sud dell’UE o un’alleanza socialdemocratica. Si rende necessario in Europa lo scontro ideologico e politico contro le forze del “Partito della sinistra europea” (SE) e degli altri partiti socialdemocratici che seminano illusioni simili.

Questo è il motivo per cui la creazione e l’attività dell'”Iniziativa Comunista europea” è di grande importanza. Partecipano all’Iniziativa 29 PC, i quali dichiarano che l’Unione europea è un’unione di stati capitalisti, che non può essere migliorata e umanizzata, come il capitalismo non può essere migliorato e umanizzato.

I PC d’Europa, rafforzando la lotta contro l’imperialismo di UE, NATO e Stati Uniti, devono rafforzare il ruolo politico indipendente del movimento comunista in modo che i popoli non si pongano sotto una “falsa” bandiera, vale a dire non si schierino per gli interessi di specifici settori della classe borghese, per specifici paesi o altri centri imperialisti, facendo propri falsi slogan, come quelli della “sovranità” e dell'”uguaglianza” dei paesi nel quadro del capitalismo e dell’UE. Inoltre, è molto importante che la lotta per il disimpegno dalle unioni imperialiste dell’UE e della NATO sia collegata con la lotta per il potere operaio, che è l’unica garanzia perché tale disimpegno vada a beneficio del popolo.

I PC d’Europa, nella lotta per prevenire le misure ancora peggiori in fase di realizzazione e soddisfare i bisogni dei lavoratori, devono entrare in conflitto con le illusioni borghesi e piccolo-borghesi: non esistono soluzioni indolori per il popolo, soluzioni senza scontri contro il nostro vero avversario, senza conflitto con il potere dei monopoli, del capitale.

Cento anni dopo la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il socialismo resta necessario e opportuno per i popoli, nonostante il fatto che l’equilibrio dei rapporti di forza globale si sia deteriorato. Questa necessità e attualità è evidenziata dalle difficoltà in cui versa il modo di produzione capitalistico, che causa le crisi, le guerre, la povertà, la disoccupazione, la miseria. Possiamo e dobbiamo organizzare il nostro contrattacco, cambiare i rapporti di forza a favore della classe operaia e degli strati popolari, rafforzare i focolai di resistenza, in modo da formare i presupposti perché il potere cambi di mano.