La relazione definitiva sarà pronta tra un mese, ma già ora gli ispettori inviati dalla ministra Beatrice Lorenzin hanno una certezza: “Dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento obiezione di coscienza”. Lo mette nero su bianco Francesco Enrichens, coordinatore della task force ministeriale inviata il 21 ottobre all’ospedale Cannizzaro di Catania per far luce sulla morte di Valentina Milluzzo, la 32enne catanese deceduta il 16 ottobre dopo aver abortito spontaneamente i due gemellini, al quinto mese di una gravidanza ottenuta con la procreazione assistita. A puntare il dito erano stati i parenti, che hanno denunciato ritardi nell’assistenza dovuti al rifiuto di uno dei medici del reparto di intervenire tempestivamente, prima della morte del primo feto, perché obiettore di coscienza.

Nelle tre pagine redatte dagli ispettori si parla “di evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza”. Gli ispettori ricostruiscono la cronostoria della tragedia, dal ricovero alla morte. Valentina Milluffo era ricoverata dal 29 settembre (alla 17essima settimana di gravidanza) per minacce d’aborto. “La paziente – si legge – era in trattamento adeguato”. La situazione degenera il 15 ottobre con un picco febbrile a 39 gradi centigradi. Le vengono somministrati antipiretici e antibiotici. Secondo gli ispettori, “le prime valutazioni cliniche e il monitoraggio dei parametri vitali non evidenziano alcun dato anomalo, se non – alle ore 16 circa – un iniziale abbassamento della pressione arteriosa”. Seguono ulteriori esami che evidenziano “un quadro settico e una coagulopatia da consumo, con progressiva anemizzazione e progressivo calo dei valori pressori”. Vengono allertati gli anestesisti e – si legge nella relazione – le condizioni della donna “vengono comunicate ai parenti presenti con tempestività”.

Alle 23,20, in sala parto, Valentina Milluffo espelle il primo feto. Morto. Alle 24 inizia la stimolazione con ossitocina per accelerare l’espulsione del secondo feto, che avviene all’1,40. “Viene coinvolto un secondo anestesista di turno – scrivono gli ispettori – e si sposta la donna in sala operatoria, per le procedure di secondamento chirurgico e di revisione della cavità uterina in anestesia, che si completano alle 2.10”. Ma la donna è gravissima, continua a perdere sangue ed è necessario tamponare l’utero e somministrare farmaci.

“Le condizioni generali – si legge – tendono al peggioramento”. La signora viene intubata e respira artificialmente. E’ trasferita in Rianimazione dove, alle 13.45, “nonostante il massimo livello assistenziale ed un transitorio miglioramento delle condizioni generali”, muore. “I parenti – si legge nella relazione – sono stati sempre informati e sostenuti dall’intera equipe degli ostetrici e degli anestesisti”. Una circostanza rilevata dagli ispettori che però stride con la testimonianza dei parenti che denunciano difetti nella comunicazione.

Del resto, proprio questo aspetto ricorre nelle raccomandazioni finali che gli ispettori fanno all’ospedale. La task force evidenzia la “necessità di una attenta valutazione delle procedure finalizzate al lavoro in équipe multidisciplinare, la ridefinizione delle modalità di comunicazione tra équipe con definizione dei livelli di ‘alert’, la puntuale verifica delle modalità comunicative con gli utenti, l’implementazione di protocolli operativi sintetici e mirati alla pronta individuazione delle situazioni a rischio, la definizione del rapporto tra personale ostetrico e infermieristico, al fine di un ottimale equilibrio tra carichi di lavoro e specificità dell’attività di ostetricia”.

Gli ispettori lasciano trapelare che qualcosa nell’organizzazione non funziona. Tra i provvedimenti suggeriti “la precisa definizione delle modalità di attivazione dei percorsi organizzativo-assistenziali in emergenza urgenza”.

Adesso la parola passa alla procura, che

ha messo sotto inchiesta tutti i 12 medici del reparto e disposto per domani l’autopsia sulla mamma e i piccoli corpi dei bambini. La procura vuole accendere i riflettori soprattutto sui giorni antecedenti alla morte, per capire se ci sono state negligenze che hanno avuto in cura la donna nelle due settimane del ricovero.