Etiopia al bivio da: www.resistenze.org

 

Capitolo 1 – L’Impero di Sélassié
Mohamed Hassan, Gregory Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare29/09/2016

Da oltre un anno i manifestanti sfidano il governo etiope sotto il fuoco della polizia, senza che la cronaca susciti l’interesse dei governi occidentali, sempre pronti a promuovere la democrazia in tutto il mondo. “L’Etiopia sta bruciando”, avverte Mohamed Hassan. Per il nostro esperto del Corno d’Africa, ex diplomatico etiope, i giorni del governo sono contati. La caduta del regime è, nel bene e nel male, un’opportunità per vedere gli etiopi costruire un vero stato democratico. Ma il paese potrebbe anche implodere in scontri inter-etnici. L’Etiopia è a un bivio. Dopo aver attraversato il Medio Oriente e l’Africa Orientale in Stratégie du chaos e Jihad made in USA, Mohamed Hassan ci porta nel suo paese, l’Etiopia. Questa prima parte si occupa dell’Impero di Hailé Sélassié. Quale realtà nascondeva il mito del “re dei re”? Come ha fatto l’unico paese africano non colonizzato a diventare la caricatura di una neo-colonia? Perché Mohamed Hassan ha voluto cambiare nome quando era bambino? Torniamo su di un impero che ha alimentato molte fantasie…

Prima parte

Seconda parte

Il sostegno degli europei era comunque debole. Nel 1896, l’Italia tenta di conquistare l’Etiopia, ma subisce una severa sconfitta ad Adua. Come spiegare le pretese italiane e la vittoria di Ménélik II?

In Africa, Francia e Gran Bretagna si erano ritagliate le fette più grandi della torta coloniale. Questa situazione alimenterà la frustrazione di tedeschi e italiani che culminerà nelle due guerre mondiali.

Arrivata tardi nella corsa al continente nero, l’Italia dovette accontentarsi delle briciole. Parigi aveva conquistato Gibuti. Con l’appoggio dei britannici, che desideravano contenere le pretese francesi sul Corno d’Africa, l’Italia si era accaparrata la Somalia. Roma tentò in seguito di estendere la sua influenza all’Etiopia, siglando un trattato ambiguo con Menelik II, appena incoronato re dei re. L’imperatore cercava il riconoscimento italiano della sua autorità. In cambio, Roma avrebbe dovuto ottenere l’Eritrea, questo vasto lembo di terra a est dell’Impero, lungo il Mar Rosso.

Ma secondo la versione italiana del trattato stipulato tra le due parti, l’Etiopia sarebbe diventata un protettorato italiano, cosa non accennata nella versione Amhara del documento. Scoppiò così un conflitto tra Roma e Menelik II, e gli italiani tentarono di forzare le cose. Pensando di avere facilmente la meglio sull’imperatore Menelik II, sbarcò in Etiopia, sotto il comando del generale Baratieri, un corpo di spedizione di 20.000 soldati ben equipaggiati. Questo mentre Menelik II lanciava un accorato appello: “I nemici sono ormai arrivati da noi, per rovinare il paese e cambiare la nostra religione […]. Con l’aiuto di Dio, non gli consegnerò il mio paese. Oggi, tu che sei forte, dammi la tua forza, e tu che sei debole, aiutami con le tue preghiere”. Migliaia di contadini portarono come armi ciò che avevano per rimpolpare le truppe di Ménélik. L’imperatore riuscì così ad aumentare l’esercito di 100.000 uomini, potendo contare su armi da fuoco moderne che gli avevano consegnato precedentemente gli europei, in particolare gli italiani! La battaglia scoppiò ad Adua, nelle prime ore del 1° marzo 1896. L’esercito etiope fece un sol boccone degli invasori. Pochi giorni dopo, Roma chiedeva ufficialmente la pace, rinunciando ai suoi piani di conquista. La battaglia di Adua ebbe un’enorme ripercussione. Un esercito europeo era stato nettamente fermato da un impero africano indipendente!

L’impero di Menelik II era potente fino a questo punto?

Il suo appello per formare un grande esercito aveva incontrato un successo inaspettato. Ménélik II disponeva inoltre di armi da fuoco europee. Per di più, l’Italia aveva in gran parte sottovalutato le forze etiopi. Ma l’impero restava debole, in quanto il processo di centralizzazione perseguito da Menelik II aveva i suoi limiti. Non era riuscito a costruire un vero e proprio Stato-nazione come in Europa. Tale Stato può svilupparsi solo sotto il capitalismo. Francia, Italia e Germania, ad esempio, si sono sviluppati sotto l’impulso di borghesie capitaliste che erano penalizzate dal frazionamento territoriale dei diversi regni feudali. L’unificazione in uno Stato nazionale ha permesso loro di togliere frontiere e dazi doganali assurdi. I borghesi si sono così aperti mercati più grandi, hanno potuto accumulare capitali, le economie si sono sviluppate e i paesi si sono modernizzati.

Perché questo non ha funzionato nell’Etiopia di Ménélik II?

L’Etiopia era ferma allo stadio feudale. L’aristocrazia, l’esercito e il clero approfittavano del lavoro dei contadini. Non ci sono stati processi di unificazione come nei paesi europei. L’imperatore ha conquistato le province attorno ad Addis-Abeba con la forza. In questo Stato predominato dallo sciovinismo Amhara, la maggior parte degli etiopi non aveva alcun diritto. Stabilire un’amministrazione centrale che potesse funzionare efficacemente anche in province remote della capitale era dunque estremamente difficile.

Gli Amhara e i Tigré d’Abissinia furono inviati nel resto del paese per potenziare quest’amministrazione. Erano, in un certo qual modo, coloni cristiani in terre musulmane. Li chiamavano i neftegna. E, come rileva lo storico John Markakis, questo sistema doveva inevitabilmente comportare dei problemi in seguito: “Il particolarismo dell’identità abissina è stato accentuato da un monopolio del potere politico, del privilegio economico e dello status sociale superiore. Tutti gli Abissini stabiliti si nelle regioni montuose della periferia sono diventati proprietari terrieri su terre espropriate e hanno sfruttato il lavoro dei contadini indigeni. Il rapporto che li legava era quello di padrone e schiavo, di proprietario e locatario , di esattore di imposte e contribuente. Questa congiuntura ha condotto ad un esito potenzialmente esplosivo che ci m ise so lo alcuni decenni per giungere alla piena maturità”. (4)

Questo impero feudale ha tuttavia attirato l’interesse degli Stati Uniti, che nel 1903 hanno stabilito in Etiopia il loro primo consolato d’Africa. Fino al 1970, all’Etiopia andrà il 60% degli aiuti USA a tutto il continente. Come spiegare questo interesse di Washington?

All’inizio del XX secolo, mentre tutta l’Africa era dominata dall’Europa, il console generale degli Stati Uniti a Marsiglia, Robert Peet Skinner, osservava le navi provenienti dal continente nero attraccare piene zeppe di una ampia varietà di prodotti. Queste imbarcazioni davano al diplomatico un’idea degli interessi vantaggioso che attiravano l’Europa verso il continente africano. Skinner si impegnò parecchio affinché la Casa Bianca prestasse un po’ più d’attenzione a quest’Africa che gli Stati Uniti avevano finora trascurato. Per il console, l’Etiopia era la porta d’ingresso. Era il solo paese a non essere stato colonizzato e il suo imperatore era propenso a commerciare con le potenze straniere.

E’ a quel tempo che gli Stati Uniti cominciano a mutare atteggiamento. Prima di essere assassinato, il presidente William McKinley aveva dichiarato che “l’isolazionismo non è più possibile, né auspicabile”. Dopo lunghi sforzi per essere autorizzati a entrare in contatto con l’Etiopia, “un paese destinato a giocare un ruolo importante nel futuro dell’Africa”, Skinner ottenne dal presidente Roosevelt l’incarico di guidare una delegazione presso Ménélik II. Prima di stabilire delle vere relazioni diplomatiche, gli Stati Uniti e l’Etiopia conclusero un trattato commerciale. Skinner sottolineò il fatto che la sua missione in Etiopia era in amicizia, senza pretese territoriali. Menelik II ne apprezzò l’approccio. Per l’Imperatore, le altre nazioni venivano in Africa come il figlio va dal padre chiedendo: “Padre, vuoi fare testamento e lasciarmi qualcosa?”. [5]

Il primo contatto di Skinner doveva servire agli Stati Uniti come linea guida negli anni successivi. Mentre il Vecchio continente si disfava durante la Prima guerra mondiale, il presidente Woodrow Wilson cercò di trarre vantaggio dalla situazione per guadagnare terreno nella riserva di caccia degli Europei. La strategia USA consisteva nell’indebolire quegli imperi coloniali che avevano permesso all’Europa di superare tutti i suoi concorrenti. Come Skinner in Etiopia, la Casa Bianca affermava che gli Stati Uniti volessero un impero coloniale e non avessero nessuna intenzione di conquistare l’Africa. Anzi, cominciarono a promuovere il diritto all’autodeterminazione e incoraggiarono la decolonizzazione del continente nero.

Sul modello dei grandi rivoluzionari africani, gli Stati Uniti sostenevano dunque le aspirazioni dei popoli oppressi dal colonialismo?

Non realmente. Wilson voleva semplicemente indebolire i suoi concorrenti europei mentre gli Stati Uniti, giovane potenza in ascesa, non avevano ancora avuto l’opportunità di costruirsi un vasto impero coloniale. Per promuovere la decolonizzazione, Washington faceva dei bei discorsi sulla condizione degli africani. Era parecchio ipocrita, poiché negli Stati Uniti, i neri non avevano alcun diritto e lavoravano in condizioni molto difficili.

Un aneddoto che riflette bene questa ipocrisia [6]: il primo articolo del trattato concluso nel 1903 tra gli Stati Uniti e l’Etiopia prevedeva che i cittadini di entrambe le potenze contrattuali avrebbero potuto viaggiare e fare affari in entrambi i paesi. Cinque anni più tardi, i commercianti etiopi sbarcarono a Wall Street, ma dovettero immediatamente confrontarsi con la segregazione quando tentarono di radunarsi in chiesa. Quale fu la loro sorpresa quando gli venne detto che dovevano sedersi sui banchi riservati ai neri, in fondo all’edificio! Vedete, il diritto all’autodeterminazione, secondo Woodrow Wilson, era il diritto degli Stati Uniti di venire in Africa a fare affari. L’uguaglianza dei popoli lo interessava molto poco. Ma in termini di affari, gli Stati Uniti avrebbero trovato l’uomo ideale in Etiopia, la loro porta d’accesso all’Africa. Dopo la morte di Menelik e un breve periodo di transizione, un certo Tafarì Maconnèn succedeva all’imperatore. Era un giovane arrivista, pieno di sé, circondato da consulenti stranieri e incapace di sviluppare una visione per il suo paese… Il cliente ideale per l’imperialismo statunitense.

Come divenne imperatore Tafarì Maconnèn?

Alla morte di Menelik II, gli succedette suo nipote Iasù. Ma la nobiltà etiope rimproverava al nuovo imperatore le sue affinità con i musulmani. Aveva inoltre il difetto di essere troppo poco conciliante con gli europei. Iasù fu quindi allontanato in favore di Zauditù, una figlia di Menelik II. Il nipote dell’imperatrice, Tafarì Maconnèn, fu nominato reggente e approfittò della sua posizione per sfruttare a proprio vantaggio il dibattito che, nell’ambito dell’elite etiope, opponeva i conservatori ai modernisti. Maconnèn indebolisce i primi e guadagna i favori dei secondi, in particolare grazie alla pubblicazione della rivista Luce e Pace. Questa pubblicazione doveva presentare il reggente nei panni di un modernista innamorato del progresso. Da qui Maconnèn attaccava la nobiltà, criticava l’Etiopia feudale e perorava un sistema d’istruzione all’europea. Luce e Pace è stata un’arma formidabile che ha permesso al reggente di rendere stabile la sua popolarità. Allo stesso modo, Maconnèn aveva ottenuto l’ammissione dell’Etiopia alla Società delle Nazioni, precorritrice dell’ONU. E’ stata una grande vittoria diplomatica da attribuire al reggente. Questa ammissione doveva consacrare il particolarismo etiope, mentre tutta l’Africa era stata colonizzata.

Questi vari episodi di grande risonanza hanno condotto Tafarì Maconnèn fino al trono imperiale nel 1930. Ha poi adottato il nome di Hailé Sélassié. Ma molto rapidamente, le idee moderniste che erano servite alla propaganda del giovane reggente sono state cancellate dall’autoritarismo del nuovo imperatore. Si è bene assistito ad alcune riforme, ma erano soprattutto di facciata. Ad esempio, per il primo anniversario della sua incoronazione, Sélassié fece adottare una costituzione che instaurava il bicameralismo. Ma le due camere parlamentari non erano formate con elezioni dirette e detenevano pochissimo potere. Nei fatti, tutte le decisioni erano concentrate nelle mani dell’imperatore.

Ma Sélassié aveva un governo, con dei ministri…

Erano dei semplici valletti che avevano un ruolo fantoccio. Ponendosi al di sopra della mischia, Sélassié si prendeva la paternità delle buone notizie e imputava i fallimenti al governo, che rimaneggiava regolarmente secondo le circostanze. Anche la costruzione di un esercito moderno era un’illusione. L’imperatore vi era giunto con l’aiuto degli europei, poi degli Stati Uniti. Doveva essere un grande passo per l’Etiopia. In realtà, l’incontro delle differenti milizie sotto gli auspici di un esercito nazionale, aveva permesso soprattutto a Sélassié di mettere in difficoltà i vecchi re che avrebbero potuto contestare il potere centrale. Alcuni di loro furono comprati e convertiti in governatori del nuovo impero. Altri vennero ridotti allo stato di impotenza.

Questo nuovo esercito, moderno e nazionale, sarà notevolmente meno efficace dei combattenti riuniti da Ménélik II. Dopo la disfatta di Adua, gli italiani tornarono alla carica nel 1935 e riuscirono a conquistare l’Etiopia. Perché questo secondo tentativo? E come hanno sconfitto Sélassié?

Gli italiani non hanno più commesso lo stesso errore. All’epoca, era al potere Mussolini. Aveva sviluppato tutta la sua propaganda fascista sull’odio dei neri e la sua ambizione di restaurare il potere dell’Impero romano. Per fare ciò, l’Italia non poteva accontentarsi delle sue posizioni in Somalia, in Eritrea o in Libia. Le occorreva conquistare l’Etiopia, vendicare l’insulto di Adua e salvare l’onore dell’uomo bianco. Contrariamente ai suoi predecessori, Mussolini non ha sottovalutato le forze dell’avversario. Per l’assalto all’Etiopia, Roma non ha lesinato sui mezzi e ha fatto prevalere la sua superiorità negli armamenti moderni. L’aviazione ha giocato così un ruolo determinante, bombardando un esercito etiope incapace di rispondere. L’Italia è anche ricorsa massicciamente ai gas asfissianti vietati dalle convenzioni internazionali in vigore all’epoca.

L’Etiopia aveva fatto il suo ingresso nella Società delle Nazioni. Il suo status non avrebbe dovuto proteggerla da un’invasione coloniale?

Potendo constatare solamente la disfatta delle sue truppe, Sélassié andò in esilio a Londra. Tentò di difendere la sua causa sulla scena internazionale, ma senza successo. Alcuni gli serberanno rancore per questa fuga, particolarmente i signori della guerra che non hanno mai abbassato le armi fino alla liberazione del paese. Quale differenza coi predecessori di Sélassié! Ménélik II aveva preso parte alla battaglia e aveva battuto gli italiani. Prima di lui, Tewodoros aveva preferito mettere fine ai suoi giorni rintanato nel suo castello che un corpo di spedizione britannico aveva preso d’assalto con successo. Sélassié ha lasciato il suo paese. Alla tribuna della Società delle Nazioni, ha denunciato l’aggressione italiana e la violazione del diritto internazionale. Invano. Perché all’epoca, Francia e Gran Bretagna temevano di vedere l’Italia allearsi con la Germania. Così, a Mussolini venne lasciata strada libera e tutto fu poi convalidato dalla Società delle Nazioni che, il 15 luglio 1936, aumentava le sanzioni contro l’Italia. Questo semaforo verde all’invasione fu approvato da quarantanove voti contro uno, quello dell’Etiopia. Sud Africa, Cile, Panama e Venezuela si erano astenuti.

Errore di calcolo della Francia e della Gran Bretagna. Mussolini finì per unirsi a Hitler…

Esatto. Ma è stata una grande notizia per Sélassié. Umiliato e messo in disparte, l’imperatore improvvisamente assumeva un interesse particolare per i britannici che dovevano riprendere l’Etiopia agli italiani. “Sulla scena diplomatica in generale e più particolarmente allo sguardo degli Stati Uniti, era essenziale presentare la disfatta degli italiani in Etiopia come una liberazione del territorio dall’ascesa fascista e non unicamente come un’espansione coloniale britannica, cosa che donava un ruolo indispensabile all’imperatore” [7], fa notare lo storico Christophe Clapham.

Mussolini sconfitto, i britannici rimisero dunque Sélassié sul suo trono. Senza guadagnarsi la riconoscenza dell’imperatore. Difatti, la Seconda guerra mondiale ha visto l’equilibrio delle forze spostarsi a favore degli Stati Uniti. L’Europa era stata devastata dal conflitto. Intervenuto tardivamente, lo Zio Sam aveva potuto togliere le castagne dal fuoco approfittando dell’indebolimento dei suoi rivali e del cedimento degli imperi coloniali. Sélassié aveva annusato il vento girare e si era avvicinato agli Stati Uniti, a scapito di Londra che tuttavia lo aveva rimesso in sella.

Torniamo all’invasione italiana. Tuo padre era un resistente somalo, oppositore di Selassié. Ma quando Mussolini ha attaccato l’Etiopia, si è unito alle truppe dell’imperatore. Perché ha combattuto al fianco del suo nemico? Perché non ha approfittato di questa situazione propizia alla caduta di Sélassié?

Bisogna sapere che la Somalia storicamente è stata divisa come una torta dalle potenze coloniali. In qualche modo, la Somalia sta al Corno dell’Africa come il Kurdistan sta al Medio Oriente, perché oggi in diversi paesi della regione le comunità somale aspirano ad essere unite in uno solo e unico Stato.

La Gran Bretagna aveva offerto una parte della torta a Sélassié. Ecco perché si trova ancora oggi un’importante concentrazione somala nel sud dell’Etiopia. All’epoca, questo territorio era una base militare. Le risorse venivano saccheggiate dall’occupante e la popolazione non aveva nessun diritto. Mio padre si opponeva a tutto ciò. Ciò gli è valso un passaggio nelle carceri etiopi. Mio padre se è così trovato in grossa contraddizione con Sélassié e in generale con questo impero fantoccio che aveva colonizzato nel sangue popoli interi per imporre la sua autorità e la sua cultura.

Tuttavia, quando gli italiani hanno attaccato, mio padre ha raggiunto le truppe del resistente somalo Omar Samatar. Hanno combattuto questo esercito coloniale che voleva la caduta del loro nemico, Sélassié. Infatti, puntare per opportunismo sull’invasione italiana per sbarazzarsi dell’imperatore etiope sarebbe stato un errore di calcolo. Mio padre sapeva che non c’era niente da aspettarsi da Sélassié e che ci sarebbe stato bisogno di battersi per strappare i propri diritti. Ma questa contraddizione riguardava i popoli del Corno dell’Africa e non avrebbe potuto essere risolta da soli. In più, per quanto formale fosse, l’indipendenza dell’Etiopia era acquisita e riconosciuta ufficialmente. Di conseguenza, l’invasione italiana, anche se avrebbe dovuto condurre alla caduta di Sélassié, avrebbe segnato un ritorno al passato e avrebbe di fatto solo peggiorato la situazione. Mio padre ha riassunto le cose a suo modo: “Il nemico che viene da lontano è più pericoloso del mio idiota di vicino “.

Dopo la Seconda guerra mondiale, Sélassié guarda dunque agli Stati Uniti. Quali sono le loro relazioni?

In Africa, l’Etiopia ha prefigurato il sistema delle neo-colonie volute da Washington. Gli Stati Uniti hanno fatto jackpot con la Seconda guerra mondiale. Hanno approfittato dell’indebolimento dei loro rivali europei per assumere la leadership. Ma non potevano essere il seguito logico delle vecchie metropoli imponendosi come nuova potenza coloniale. Perché Washington aveva perorato la causa dei movimenti di liberazione e il colonialismo appariva molto chiaramente come un sistema in agonia.

Gli Stati Uniti erano pronti a fare una croce sopra le materie prime del terzo mondo dunque?

Certo che no. Hanno puntato sui dirigenti locali che erano ufficialmente a capo di Stati indipendenti, ma le cui economie erano spalancate alle multinazionali. In altre parole, il saccheggio delle risorse è continuato, ma sotto un’altra forma. Il panafricanista del Ghana, Kwame Nkrhumah, analizzerà molto bene questa evoluzione nel suo libro Il neocolonialismo, ultimo stadio dell’imperialismo: “L’essenza del neocolonialismo è che lo S tato che vi è sottoposto è teoricamente indipendente, possiede tutte le caratteristiche della sovranità sul piano internazionale. Ma in realtà la sua economia e di conseguenza le sue politiche, sono manipolate dall’esterno” [8]. L’Etiopia era pertanto un modello di questo tipo, indipendente sulla carta, ma sottomessa sul piano economico e politico.

I popoli dell’Africa che avevano conosciuto il colonialismo, non dovevano essere felici di passare da un sistema di saccheggio a un altro. Come garantire l’efficacia del neocolonialismo?

Bisognava mantenere queste marionette che permettevano alle multinazionali di saccheggiare le risorse dell’Africa e che si arricchivano personalmente. L’Occidente ha fornito così un sostegno fondamentale a tutta una serie di dittatori corrotti, eliminando peraltro quelli che resistevano al neocolonialismo. Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Amilcar Cabral, Mehdi Ben Barka…Tutti hanno fatto le spese dell’appetito omicida dell’imperialismo.

Sélassié si schierò dalla parte dei clienti buoni. Gli Stati Uniti l’hanno sostenuto particolarmente, favorendo l’insediamento della sede dell’Organizzazione dell’Unità Africana ad Addis-Abeba. Hanno contribuito a costruire un mito intorno all’imperatore etiope. Sélassié pretendeva di essere il discendente della regina di Saba e del re Salomone. Il suo paese aveva molto della monarchia assoluta. Il potere, totalmente concentrato nelle sue mani, trovava legittimità in un’ispirazione quasi divina. Il volto dell’imperatore appariva ovunque, dalle monete ai ritratti appesi ai muri dell’amministrazione, passando dai libri di testo scolastici. Sélassié ha fatto costruire molte scuole, è vero. Ma al posto di formare degli spiriti illuminati ci lavava i cervelli e formava le future élite dell’amministrazione, totalmente devote all’imperatore.

Il re Tafarì Maconnèn, il Ras Tafari, è stato anche oggetto di culto religioso. Da dove viene il movimento dei rastafariani?

Il rastafarianesimo è nato in Giamaica, influenzato da differenti forme di religioni africane e dalle chiese battiste degli Stati Uniti. Si ritrovano nella Bibbia parecchi passaggi che menzionano l’Africa e più particolarmente l’Etiopia. Questo paese sarà quindi per i rastafariani come una terra promessa.

Questa convinzione è stata ulteriormente accentuata da un discorso “profetico” del leader pan-africanista Marcus Garvey. Di origine giamaicana, Garvey era a capo della Universal Negro Improvement Association, che contava parecchi milioni di membri negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Le sue tesi hanno avuto molto successo. Esaltavano la superiorità dei neri sui bianchi ed esortavano i discendenti degli schiavi a tornare in Africa. Garvey faceva spesso riferimento all’Etiopia. E nel 1921, ha fatto questa dichiarazione che avrà considerevole effetto sui rastafariani: “Guardate verso l’Africa, dove un re nero sarà incoronato e condurrà il popolo nero alla liberazione”. Nove anni più tardi, Tafarì Maconnèn, saliva sul trono imperiale d’Etiopia e diventava Hailé Selassié, Re dei re, leone di Giuda, difensore della fede cristiana, potenza della Trinità, eletto del Signore. Garvey prese allora l’aspetto del profeta agli occhi dei rastafariani e Sélassié divenne una specie di messia.

(continua)

Note

4. John Markakis, Ethiopia. The Last Two Frontiers, James Currey, 2011
5. Getachew Metaferia, Ethiopia and the United States: History, Diplomacy and Analysis, Algora Publishing, 2009
6. Voir Getachew Metaferia, ibid.
7. Gérard Prunier, L’Éthiopie contemporaine, CFEE-Karthala, 2007. p119
8. Kwame Nkrumah, Le néocolonialisme, dernier stade de l’impérialisme, Ed. Présence Africaine, 2009

 

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: