Donna incinta muore con i gemellini, indagati 12 medici a Catania da: lastampa.it

Catania, esposto in Procura del legale della famiglia contro il dottore: “Non ha estratto il feto dicendo che finché era vivo non interveniva”. Aperta un’inchiesta, il ministro manda gli ispettori

Una donna di 32 anni e i suoi due gemellini che portava in grembo sono morti nel giro di poche ore. I familiari puntano il dito contro un medico obiettore del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Cannizzaro di Catania che si sarebbe rifiutato di intervenire tempestivamente.

La procura ha aperto un’inchiesta sulla base della denuncia dei familiari della donna, Valentina Milluzzo, impiegata di banca, alla sua prima gravidanza grazie alla procreazione assistita in un’altra struttura sanitaria. Un’ispezione è stata disposta dal ministero della Salute. La donna è morta domenica 16 ottobre, dopo diciassette giorni di ricovero, per via di complicazioni alla diciannovesima settimana di gestazione. I suoi bimbi il giorno prima.

L’inchiesta è stata aperta come atto dovuto; il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, ha disposto il sequestro della cartella clinica e il rientro della salma all’obitorio del Cannizzaro da Palagonia, il paese di origine della donna, dove stavano per essere celebrati i funerali. La procura sottolinea che al momento si tratta della versione dei familiari. Dai primi esami sulla cartella clinica non risulta, infatti, che il medico dell’ospedale si sia dichiarato obiettore di coscienza. Dodici medici del reparto sono stati indagati. Non è indagato il primario Paolo Scollo, non presente il giorno del morte della donna. Contestato il reato di omicidio plurimo colposo. «Un atto dovuto per compiere atti irripetibili come l’autopsia», sottolineano dalla Procura .

Donna morta dopo parto: primario difende l’operato dei medici

Stando alla ricostruzione dei fatti, così come descritti nella denuncia presentata dal marito della donna, Francesco Castro, 30 anni, un medico si sarebbe rifiutato di estrarre i due feti, entrati in crisi respiratoria, fin quando il cuore non avesse cessato di battere; questo perché obiettore di coscienza. Secondo l’avvocato della famiglia, Salvatore Catania Milluzzo, «la signora al quinto mese di gravidanza era stata ricoverata il 29 settembre per una dilatazione dell’utero anticipata. Per 15 giorni va tutto bene. Dal 15 ottobre mattina la situazione precipita. Ha la febbre alta che è curata con un antipiretico. Ha collassi e dolori lancinanti, la temperatura corporea a 34 gradi e la pressione arteriosa bassa».

 

«Dai controlli – racconta ancora il legale – emerge che uno dei feti respira male e che bisognerebbe intervenire, ma il medico di turno, mi dicono i familiari presenti, si sarebbe rifiutato perché obiettore di coscienza: “Fino a che è vivo io non intervengo”, avrebbe detto. Quando il cuore cessa di battere viene estratto il feto e mostrato morto ai familiari. Due di loro possono avvicinare la donna che urla dal dolore e grida continuamente aiuto. Viene eseguita una seconda ecografia e anche il secondo feto mostra difficoltà respiratorie. Pure in quel caso il medico avrebbe ribadito che lo avrebbe fatto espellere soltanto dopo che il cuore avesse cessato di battere perché lui era obiettore di coscienza». Nella denuncia è scritto che il secondo feto non è stato mostrato ai familiari, ai quali un medico ha detto che «le condizioni della donna sono gravissime perché la sepsi si è estesa, con una setticemia diffusa». Valentina finisce in rianimazione: «I familiari riferiscono di averla vista con dei cerotti sulle palpebre che le chiudevano gli occhi». L’indomani mattina è morta.

Aumenta l’emigrazione all’estero: +49,3% in dieci anni da: lariscossa.com


La Riscossa | lariscossa.com

La più grande città italiana è all’estero. Sono 5 milioni i cittadini italiani che risiedono per ragioni di lavoro o studio fuori dall’Italia. Nel 2015 si è registrato un incremento netto di 153.532 trasferimenti (+3,3% su base annua), ma si tratta di un trend che va avanti da quasi un decennio, con lo scoppio della crisi. In questo periodo l’emigrazione italiana verso l’estero è cresciuta complessivamente del 49,3% passando da poco più di 3 milioni a oltre 4 milioni e mezzo di residenti italiani all’estero. Il dato, fornito dal rapporto annuale della Fondazione Migrantes, fa riflettere, specialmente se paragonato alla polarizzazione del dibattito sull’immigrazione verso l’Italia, e che dimostra quanto detto in varie occasioni circa la presenza di fenomeni complessi che hanno stretti rapporti con le condizioni economiche e la crisi capitalistica che stiamo attraversando.

La fotografia che emerge dal rapporto della fondazione conferma una prevalenza dei trasferimenti dal Sud Italia, ma un incremento relativo dalle regioni del nord, Lombardia e Veneto in testa. Più della metà dei nuovi emigranti sono giovani al di sotto dei 35 anni, che vanno all’estero in cerca di condizioni di lavoro migliori, per sfuggire alla disoccupazione, ai bassi livelli salariali e alla precarietà. Non è un caso che proprio in questi giorni il governo sia stato oggetto di una polemica riguardo una campagna pubblicitaria, tanto veritiera quanto sfacciata, che invitava le imprese straniere ad investire nel nostro paese, perché i lavoratori italiani costano di meno.

Ad emigrare sono varie fasce di lavoratori: si va dalle categorie senza elevati titoli di studio che vanno all’estero per sfuggire alla disoccupazione, a settori di lavoratori qualificati che emigrano per migliori condizioni salariali e prospettive, a ampie fasce di neo-laureati in cerca di lavoro. Non solo quindi “una perdita” per il Paese come detto da Mattarella a commento di questi dati, ma anche e soprattutto la base per una riflessione sul sistema produttivo italiano e l’incapacità di assumere i lavoratori che forma. Su questo giornale abbiamo più volte analizzato la natura della crisi del nostro paese, il problema della competizione internazionale nei mercati globali, la ricerca dell’incremento della produttività e della compressione salariale come soluzione temporanea per la ripresa. E’ un dato che in un’economia che imposta la propria prospettiva di ripresa sulla svalutazione del lavoro e sulla compressione salariale, che investe nella ricerca in funzione di automazione dei processi produttivi per ridurre il numero di lavoratori, e non altrettanto in ricerca applicata al miglioramento del prodotto finale, l’intero sistema di raccordo istruzione-lavoro non possa funzionare linearmente. Un’economia che decide di competere al ribasso non ha bisogno di un’istruzione elevata di massa, perché non è strutturalmente in grado di assorbire forza lavoro qualificata, per lo più intellettuale, sebbene il nostro Paese sia agli ultimi posti nelle classifiche del numero di laureati. Da qui la necessità strutturale di flussi migratori verso l’Italia per importare quel tipo di forza lavoro, dal nuovo bracciantato nei campi, agli assistenti domestici per anziani, lavoratori salariati spesso anche qualificati, e spesso anche professionisti tecnici qualificati e laureati che accettino condizioni salariali più basse, rientrando quindi nell’ottica complessiva della riduzione del costo del lavoro. E all’opposto la necessità di molti italiani di emigrare all’estero, per l’incapacità strutturale di essere inseriti nel tessuto produttivo del proprio Paese.

Il maggior livello di istruzione e le competenze in particolare indirizza l’emigrazione italiana – ma anche quella di altri paesi europei, e in parte di medio-oriente e nord africa – verso quei paesi nei quali la struttura economica, le caratteristiche produttive sono in grado di assorbire questa forza lavoro. L’immigrazione diventa quindi la forma della libera circolazione di persone nel sistema dei mercati globali, al pari della circolazione di capitali e merci e servizi (la forza lavoro d’altronde è una merce). E i flussi migratori polarizzano il lavoro sulla base della stessa concentrazione, forza e caratteristica strutturale del capitale che oggi riesce a competere in modo più dinamico alla crisi e al nuovo contesto globale in paesi come Germania e Regno Unito che sono ai primi posti anche nelle mete degli emigranti italiani.

Sempre nell’inchiesta è interessante vedere la percezione dei giovani che emigrano rispetto alle motivazioni e alla percezione del carattere transitorio o meno della loro scelta.

Solo il 15,6% lo fa per studio, e solo il 6,8% lo fa su richiesta di un’azienda nella quale lavorava in Italia. Complessivamente oltre il 60% lo fa per mancanza di opportunità in Italia o offerte di lavoro all’estero. E tra di loro solo l’11,1% ritiene molto probabile di rientrare entro 5 anni in Italia Se consideriamo che il 15,6% è all’estero per studio, e che nessun corso di studi dura più di 5 anni persino buona parte degli studenti all’estero si immagina il proprio futuro lontano dall’Italia. Nel complesso il 60% risponde che ritiene molto improbabile o impossibile il suo ritorno, e il restante 28% poco probabile. Diventa quindi difficile assumere come vere le considerazioni svolte dall’istituto della Cei che, nella presentazione del rapporto, parla di un passaggio storico da una connotazione di “migrante bisognoso a quella di migrante desiderante”. Parlare di desiderio rispetto ad esigenze che sembrano strutturali è voler indorare la pillola, abbandonandosi a sofismi e ragionamenti moraleggianti, che richiamano sempre quel carattere “romantico” connesso con una certa visione dell’immigrazione. Quello a cui assistiamo è un fenomeno, che, se certamente non speculare a casi di maggiore drammaticità del passato e che oggi rivediamo in migliaia di persone che sbarcano sulle nostre coste, non può essere derubricato a semplice condizione di “desiderio”.

La gioventù italiana è ormai convinta che nella stragrande maggioranza dei settori le possibilità di lavoro siano maggiori all’estero che in Italia. Un’intera generazione è sacrificata nel limbo di un’inversione delle prospettive strategiche del paese e di un cambiamento radicale del concetto stesso di futuro. La risposta del capitale e del governo è stata chiara. Risolvere il problema a monte limitando il numero di laureati per il futuro e legando il sistema d’istruzione superiore agli interessi diretti delle imprese: dequalificare l’istruzione per ottenere un lavoro dequalificato, abbassare tutto per abbassare i costi del lavoro e rilanciare la competitività internazionale delle nostre imprese e di tutta l’economia nazionale. Una prospettiva strategica che non risolleverà occupazione, condizioni di vita e economia in generale, ma garantirà solo boccate d’ossigeno per i grandi capitalisti. Questo è il futuro dei giovani domani. Per i giovani che hanno avuto l’ulteriore sfortuna di vivere questo presente l’alternativa è emigrare o accettare un salario da fame, magari in un settore del tutto differente da quello per cui hanno studiato per anni.

 

Sciopero generale 21 ottobre e manifestazione nazionale 22 ottobre da: USB – Unicobas – USI | usb.it


Comunicato stampa

USB, Unicobas e USI contro il governo Renzi e per il NO al Referendum

L’USB, l’Unicobas e l’USI hanno indetto lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per l’intera giornata del 21 Ottobre.

Lo Sciopero Generale e sociale è stato indetto:
– per l’occupazione, il lavoro e lo stato sociale e contro le politiche economiche e sociali del governo Renzi dettate dall’Unione Europea;
– per la difesa e l’attuazione della Costituzione e il NO alle modifiche proposte dal governo;
– per la scuola e la sanità pubblica e il diritto all’abitare;
– contro l’attuale sistema previdenziale e la controriforma Fornero, la riforma Madia, il jobs act, l’abolizione dell’art.18, il contratto a “tutele crescenti”, la precarietà sul lavoro, l’attacco al potere d’acquisto dei salari e al Contratto nazionale;
– per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, per l’aumento di salari e pensioni, per il reddito per tutti, per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per la piena ed efficace tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e nei territori;
– contro le privatizzazioni, la deindustrializzazione del paese, le delocalizzazioni e per la nazionalizzazione di aziende in crisi e strategiche per il paese, contro la cosiddetta ‘Buona Scuola’;
– contro la Bossi-Fini e il nesso permesso di soggiorno – contratto di lavoro per garantire pari diritti a tutti, indipendentemente dalla nazionalità, per i diritti sociali e di cittadinanza, contro la guerra e le imprese militari;
– per un fisco giusto senza condoni agli evasori;
– per la democrazia sui posti di lavoro ed una legge sulla rappresentanza che annulli l’accordo del 10 gennaio 2014 e preveda il riconoscimento di diritti sindacali in tutti i luoghi di lavoro del pubblico e del privato per i sindacati legalmente costituiti.

Il 21 Ottobre si svolgeranno iniziative, presidi e manifestazioni in tantissime città e dal pomeriggio dello stesso giorno a Roma l’USB, l’Unicobas e l’USI, insieme a molte altre organizzazioni sociali e politiche si ritroveranno a Piazza San Giovanni che per l’occasione sarà rinominata Piazza Abd Elsalam, il lavoratore ucciso a Piacenza il 14 settembre scorso mentre svolgeva attività sindacale, per attendere la partenza della manifestazione nazionale del giorno seguente, 22 ottobre, per difendere lavoro e stato sociale, a sostegno del NO al Referendum e contro le politiche del governo Renzi.

USB – Unicobas – USI

 

Etiopia al bivio da: www.resistenze.org

 

Capitolo 1 – L’Impero di Sélassié
Mohamed Hassan, Gregory Lalieu | investigaction.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare29/09/2016

Da oltre un anno i manifestanti sfidano il governo etiope sotto il fuoco della polizia, senza che la cronaca susciti l’interesse dei governi occidentali, sempre pronti a promuovere la democrazia in tutto il mondo. “L’Etiopia sta bruciando”, avverte Mohamed Hassan. Per il nostro esperto del Corno d’Africa, ex diplomatico etiope, i giorni del governo sono contati. La caduta del regime è, nel bene e nel male, un’opportunità per vedere gli etiopi costruire un vero stato democratico. Ma il paese potrebbe anche implodere in scontri inter-etnici. L’Etiopia è a un bivio. Dopo aver attraversato il Medio Oriente e l’Africa Orientale in Stratégie du chaos e Jihad made in USA, Mohamed Hassan ci porta nel suo paese, l’Etiopia. Questa prima parte si occupa dell’Impero di Hailé Sélassié. Quale realtà nascondeva il mito del “re dei re”? Come ha fatto l’unico paese africano non colonizzato a diventare la caricatura di una neo-colonia? Perché Mohamed Hassan ha voluto cambiare nome quando era bambino? Torniamo su di un impero che ha alimentato molte fantasie…

Prima parte

Seconda parte

Il sostegno degli europei era comunque debole. Nel 1896, l’Italia tenta di conquistare l’Etiopia, ma subisce una severa sconfitta ad Adua. Come spiegare le pretese italiane e la vittoria di Ménélik II?

In Africa, Francia e Gran Bretagna si erano ritagliate le fette più grandi della torta coloniale. Questa situazione alimenterà la frustrazione di tedeschi e italiani che culminerà nelle due guerre mondiali.

Arrivata tardi nella corsa al continente nero, l’Italia dovette accontentarsi delle briciole. Parigi aveva conquistato Gibuti. Con l’appoggio dei britannici, che desideravano contenere le pretese francesi sul Corno d’Africa, l’Italia si era accaparrata la Somalia. Roma tentò in seguito di estendere la sua influenza all’Etiopia, siglando un trattato ambiguo con Menelik II, appena incoronato re dei re. L’imperatore cercava il riconoscimento italiano della sua autorità. In cambio, Roma avrebbe dovuto ottenere l’Eritrea, questo vasto lembo di terra a est dell’Impero, lungo il Mar Rosso.

Ma secondo la versione italiana del trattato stipulato tra le due parti, l’Etiopia sarebbe diventata un protettorato italiano, cosa non accennata nella versione Amhara del documento. Scoppiò così un conflitto tra Roma e Menelik II, e gli italiani tentarono di forzare le cose. Pensando di avere facilmente la meglio sull’imperatore Menelik II, sbarcò in Etiopia, sotto il comando del generale Baratieri, un corpo di spedizione di 20.000 soldati ben equipaggiati. Questo mentre Menelik II lanciava un accorato appello: “I nemici sono ormai arrivati da noi, per rovinare il paese e cambiare la nostra religione […]. Con l’aiuto di Dio, non gli consegnerò il mio paese. Oggi, tu che sei forte, dammi la tua forza, e tu che sei debole, aiutami con le tue preghiere”. Migliaia di contadini portarono come armi ciò che avevano per rimpolpare le truppe di Ménélik. L’imperatore riuscì così ad aumentare l’esercito di 100.000 uomini, potendo contare su armi da fuoco moderne che gli avevano consegnato precedentemente gli europei, in particolare gli italiani! La battaglia scoppiò ad Adua, nelle prime ore del 1° marzo 1896. L’esercito etiope fece un sol boccone degli invasori. Pochi giorni dopo, Roma chiedeva ufficialmente la pace, rinunciando ai suoi piani di conquista. La battaglia di Adua ebbe un’enorme ripercussione. Un esercito europeo era stato nettamente fermato da un impero africano indipendente!

L’impero di Menelik II era potente fino a questo punto?

Il suo appello per formare un grande esercito aveva incontrato un successo inaspettato. Ménélik II disponeva inoltre di armi da fuoco europee. Per di più, l’Italia aveva in gran parte sottovalutato le forze etiopi. Ma l’impero restava debole, in quanto il processo di centralizzazione perseguito da Menelik II aveva i suoi limiti. Non era riuscito a costruire un vero e proprio Stato-nazione come in Europa. Tale Stato può svilupparsi solo sotto il capitalismo. Francia, Italia e Germania, ad esempio, si sono sviluppati sotto l’impulso di borghesie capitaliste che erano penalizzate dal frazionamento territoriale dei diversi regni feudali. L’unificazione in uno Stato nazionale ha permesso loro di togliere frontiere e dazi doganali assurdi. I borghesi si sono così aperti mercati più grandi, hanno potuto accumulare capitali, le economie si sono sviluppate e i paesi si sono modernizzati.

Perché questo non ha funzionato nell’Etiopia di Ménélik II?

L’Etiopia era ferma allo stadio feudale. L’aristocrazia, l’esercito e il clero approfittavano del lavoro dei contadini. Non ci sono stati processi di unificazione come nei paesi europei. L’imperatore ha conquistato le province attorno ad Addis-Abeba con la forza. In questo Stato predominato dallo sciovinismo Amhara, la maggior parte degli etiopi non aveva alcun diritto. Stabilire un’amministrazione centrale che potesse funzionare efficacemente anche in province remote della capitale era dunque estremamente difficile.

Gli Amhara e i Tigré d’Abissinia furono inviati nel resto del paese per potenziare quest’amministrazione. Erano, in un certo qual modo, coloni cristiani in terre musulmane. Li chiamavano i neftegna. E, come rileva lo storico John Markakis, questo sistema doveva inevitabilmente comportare dei problemi in seguito: “Il particolarismo dell’identità abissina è stato accentuato da un monopolio del potere politico, del privilegio economico e dello status sociale superiore. Tutti gli Abissini stabiliti si nelle regioni montuose della periferia sono diventati proprietari terrieri su terre espropriate e hanno sfruttato il lavoro dei contadini indigeni. Il rapporto che li legava era quello di padrone e schiavo, di proprietario e locatario , di esattore di imposte e contribuente. Questa congiuntura ha condotto ad un esito potenzialmente esplosivo che ci m ise so lo alcuni decenni per giungere alla piena maturità”. (4)

Questo impero feudale ha tuttavia attirato l’interesse degli Stati Uniti, che nel 1903 hanno stabilito in Etiopia il loro primo consolato d’Africa. Fino al 1970, all’Etiopia andrà il 60% degli aiuti USA a tutto il continente. Come spiegare questo interesse di Washington?

All’inizio del XX secolo, mentre tutta l’Africa era dominata dall’Europa, il console generale degli Stati Uniti a Marsiglia, Robert Peet Skinner, osservava le navi provenienti dal continente nero attraccare piene zeppe di una ampia varietà di prodotti. Queste imbarcazioni davano al diplomatico un’idea degli interessi vantaggioso che attiravano l’Europa verso il continente africano. Skinner si impegnò parecchio affinché la Casa Bianca prestasse un po’ più d’attenzione a quest’Africa che gli Stati Uniti avevano finora trascurato. Per il console, l’Etiopia era la porta d’ingresso. Era il solo paese a non essere stato colonizzato e il suo imperatore era propenso a commerciare con le potenze straniere.

E’ a quel tempo che gli Stati Uniti cominciano a mutare atteggiamento. Prima di essere assassinato, il presidente William McKinley aveva dichiarato che “l’isolazionismo non è più possibile, né auspicabile”. Dopo lunghi sforzi per essere autorizzati a entrare in contatto con l’Etiopia, “un paese destinato a giocare un ruolo importante nel futuro dell’Africa”, Skinner ottenne dal presidente Roosevelt l’incarico di guidare una delegazione presso Ménélik II. Prima di stabilire delle vere relazioni diplomatiche, gli Stati Uniti e l’Etiopia conclusero un trattato commerciale. Skinner sottolineò il fatto che la sua missione in Etiopia era in amicizia, senza pretese territoriali. Menelik II ne apprezzò l’approccio. Per l’Imperatore, le altre nazioni venivano in Africa come il figlio va dal padre chiedendo: “Padre, vuoi fare testamento e lasciarmi qualcosa?”. [5]

Il primo contatto di Skinner doveva servire agli Stati Uniti come linea guida negli anni successivi. Mentre il Vecchio continente si disfava durante la Prima guerra mondiale, il presidente Woodrow Wilson cercò di trarre vantaggio dalla situazione per guadagnare terreno nella riserva di caccia degli Europei. La strategia USA consisteva nell’indebolire quegli imperi coloniali che avevano permesso all’Europa di superare tutti i suoi concorrenti. Come Skinner in Etiopia, la Casa Bianca affermava che gli Stati Uniti volessero un impero coloniale e non avessero nessuna intenzione di conquistare l’Africa. Anzi, cominciarono a promuovere il diritto all’autodeterminazione e incoraggiarono la decolonizzazione del continente nero.

Sul modello dei grandi rivoluzionari africani, gli Stati Uniti sostenevano dunque le aspirazioni dei popoli oppressi dal colonialismo?

Non realmente. Wilson voleva semplicemente indebolire i suoi concorrenti europei mentre gli Stati Uniti, giovane potenza in ascesa, non avevano ancora avuto l’opportunità di costruirsi un vasto impero coloniale. Per promuovere la decolonizzazione, Washington faceva dei bei discorsi sulla condizione degli africani. Era parecchio ipocrita, poiché negli Stati Uniti, i neri non avevano alcun diritto e lavoravano in condizioni molto difficili.

Un aneddoto che riflette bene questa ipocrisia [6]: il primo articolo del trattato concluso nel 1903 tra gli Stati Uniti e l’Etiopia prevedeva che i cittadini di entrambe le potenze contrattuali avrebbero potuto viaggiare e fare affari in entrambi i paesi. Cinque anni più tardi, i commercianti etiopi sbarcarono a Wall Street, ma dovettero immediatamente confrontarsi con la segregazione quando tentarono di radunarsi in chiesa. Quale fu la loro sorpresa quando gli venne detto che dovevano sedersi sui banchi riservati ai neri, in fondo all’edificio! Vedete, il diritto all’autodeterminazione, secondo Woodrow Wilson, era il diritto degli Stati Uniti di venire in Africa a fare affari. L’uguaglianza dei popoli lo interessava molto poco. Ma in termini di affari, gli Stati Uniti avrebbero trovato l’uomo ideale in Etiopia, la loro porta d’accesso all’Africa. Dopo la morte di Menelik e un breve periodo di transizione, un certo Tafarì Maconnèn succedeva all’imperatore. Era un giovane arrivista, pieno di sé, circondato da consulenti stranieri e incapace di sviluppare una visione per il suo paese… Il cliente ideale per l’imperialismo statunitense.

Come divenne imperatore Tafarì Maconnèn?

Alla morte di Menelik II, gli succedette suo nipote Iasù. Ma la nobiltà etiope rimproverava al nuovo imperatore le sue affinità con i musulmani. Aveva inoltre il difetto di essere troppo poco conciliante con gli europei. Iasù fu quindi allontanato in favore di Zauditù, una figlia di Menelik II. Il nipote dell’imperatrice, Tafarì Maconnèn, fu nominato reggente e approfittò della sua posizione per sfruttare a proprio vantaggio il dibattito che, nell’ambito dell’elite etiope, opponeva i conservatori ai modernisti. Maconnèn indebolisce i primi e guadagna i favori dei secondi, in particolare grazie alla pubblicazione della rivista Luce e Pace. Questa pubblicazione doveva presentare il reggente nei panni di un modernista innamorato del progresso. Da qui Maconnèn attaccava la nobiltà, criticava l’Etiopia feudale e perorava un sistema d’istruzione all’europea. Luce e Pace è stata un’arma formidabile che ha permesso al reggente di rendere stabile la sua popolarità. Allo stesso modo, Maconnèn aveva ottenuto l’ammissione dell’Etiopia alla Società delle Nazioni, precorritrice dell’ONU. E’ stata una grande vittoria diplomatica da attribuire al reggente. Questa ammissione doveva consacrare il particolarismo etiope, mentre tutta l’Africa era stata colonizzata.

Questi vari episodi di grande risonanza hanno condotto Tafarì Maconnèn fino al trono imperiale nel 1930. Ha poi adottato il nome di Hailé Sélassié. Ma molto rapidamente, le idee moderniste che erano servite alla propaganda del giovane reggente sono state cancellate dall’autoritarismo del nuovo imperatore. Si è bene assistito ad alcune riforme, ma erano soprattutto di facciata. Ad esempio, per il primo anniversario della sua incoronazione, Sélassié fece adottare una costituzione che instaurava il bicameralismo. Ma le due camere parlamentari non erano formate con elezioni dirette e detenevano pochissimo potere. Nei fatti, tutte le decisioni erano concentrate nelle mani dell’imperatore.

Ma Sélassié aveva un governo, con dei ministri…

Erano dei semplici valletti che avevano un ruolo fantoccio. Ponendosi al di sopra della mischia, Sélassié si prendeva la paternità delle buone notizie e imputava i fallimenti al governo, che rimaneggiava regolarmente secondo le circostanze. Anche la costruzione di un esercito moderno era un’illusione. L’imperatore vi era giunto con l’aiuto degli europei, poi degli Stati Uniti. Doveva essere un grande passo per l’Etiopia. In realtà, l’incontro delle differenti milizie sotto gli auspici di un esercito nazionale, aveva permesso soprattutto a Sélassié di mettere in difficoltà i vecchi re che avrebbero potuto contestare il potere centrale. Alcuni di loro furono comprati e convertiti in governatori del nuovo impero. Altri vennero ridotti allo stato di impotenza.

Questo nuovo esercito, moderno e nazionale, sarà notevolmente meno efficace dei combattenti riuniti da Ménélik II. Dopo la disfatta di Adua, gli italiani tornarono alla carica nel 1935 e riuscirono a conquistare l’Etiopia. Perché questo secondo tentativo? E come hanno sconfitto Sélassié?

Gli italiani non hanno più commesso lo stesso errore. All’epoca, era al potere Mussolini. Aveva sviluppato tutta la sua propaganda fascista sull’odio dei neri e la sua ambizione di restaurare il potere dell’Impero romano. Per fare ciò, l’Italia non poteva accontentarsi delle sue posizioni in Somalia, in Eritrea o in Libia. Le occorreva conquistare l’Etiopia, vendicare l’insulto di Adua e salvare l’onore dell’uomo bianco. Contrariamente ai suoi predecessori, Mussolini non ha sottovalutato le forze dell’avversario. Per l’assalto all’Etiopia, Roma non ha lesinato sui mezzi e ha fatto prevalere la sua superiorità negli armamenti moderni. L’aviazione ha giocato così un ruolo determinante, bombardando un esercito etiope incapace di rispondere. L’Italia è anche ricorsa massicciamente ai gas asfissianti vietati dalle convenzioni internazionali in vigore all’epoca.

L’Etiopia aveva fatto il suo ingresso nella Società delle Nazioni. Il suo status non avrebbe dovuto proteggerla da un’invasione coloniale?

Potendo constatare solamente la disfatta delle sue truppe, Sélassié andò in esilio a Londra. Tentò di difendere la sua causa sulla scena internazionale, ma senza successo. Alcuni gli serberanno rancore per questa fuga, particolarmente i signori della guerra che non hanno mai abbassato le armi fino alla liberazione del paese. Quale differenza coi predecessori di Sélassié! Ménélik II aveva preso parte alla battaglia e aveva battuto gli italiani. Prima di lui, Tewodoros aveva preferito mettere fine ai suoi giorni rintanato nel suo castello che un corpo di spedizione britannico aveva preso d’assalto con successo. Sélassié ha lasciato il suo paese. Alla tribuna della Società delle Nazioni, ha denunciato l’aggressione italiana e la violazione del diritto internazionale. Invano. Perché all’epoca, Francia e Gran Bretagna temevano di vedere l’Italia allearsi con la Germania. Così, a Mussolini venne lasciata strada libera e tutto fu poi convalidato dalla Società delle Nazioni che, il 15 luglio 1936, aumentava le sanzioni contro l’Italia. Questo semaforo verde all’invasione fu approvato da quarantanove voti contro uno, quello dell’Etiopia. Sud Africa, Cile, Panama e Venezuela si erano astenuti.

Errore di calcolo della Francia e della Gran Bretagna. Mussolini finì per unirsi a Hitler…

Esatto. Ma è stata una grande notizia per Sélassié. Umiliato e messo in disparte, l’imperatore improvvisamente assumeva un interesse particolare per i britannici che dovevano riprendere l’Etiopia agli italiani. “Sulla scena diplomatica in generale e più particolarmente allo sguardo degli Stati Uniti, era essenziale presentare la disfatta degli italiani in Etiopia come una liberazione del territorio dall’ascesa fascista e non unicamente come un’espansione coloniale britannica, cosa che donava un ruolo indispensabile all’imperatore” [7], fa notare lo storico Christophe Clapham.

Mussolini sconfitto, i britannici rimisero dunque Sélassié sul suo trono. Senza guadagnarsi la riconoscenza dell’imperatore. Difatti, la Seconda guerra mondiale ha visto l’equilibrio delle forze spostarsi a favore degli Stati Uniti. L’Europa era stata devastata dal conflitto. Intervenuto tardivamente, lo Zio Sam aveva potuto togliere le castagne dal fuoco approfittando dell’indebolimento dei suoi rivali e del cedimento degli imperi coloniali. Sélassié aveva annusato il vento girare e si era avvicinato agli Stati Uniti, a scapito di Londra che tuttavia lo aveva rimesso in sella.

Torniamo all’invasione italiana. Tuo padre era un resistente somalo, oppositore di Selassié. Ma quando Mussolini ha attaccato l’Etiopia, si è unito alle truppe dell’imperatore. Perché ha combattuto al fianco del suo nemico? Perché non ha approfittato di questa situazione propizia alla caduta di Sélassié?

Bisogna sapere che la Somalia storicamente è stata divisa come una torta dalle potenze coloniali. In qualche modo, la Somalia sta al Corno dell’Africa come il Kurdistan sta al Medio Oriente, perché oggi in diversi paesi della regione le comunità somale aspirano ad essere unite in uno solo e unico Stato.

La Gran Bretagna aveva offerto una parte della torta a Sélassié. Ecco perché si trova ancora oggi un’importante concentrazione somala nel sud dell’Etiopia. All’epoca, questo territorio era una base militare. Le risorse venivano saccheggiate dall’occupante e la popolazione non aveva nessun diritto. Mio padre si opponeva a tutto ciò. Ciò gli è valso un passaggio nelle carceri etiopi. Mio padre se è così trovato in grossa contraddizione con Sélassié e in generale con questo impero fantoccio che aveva colonizzato nel sangue popoli interi per imporre la sua autorità e la sua cultura.

Tuttavia, quando gli italiani hanno attaccato, mio padre ha raggiunto le truppe del resistente somalo Omar Samatar. Hanno combattuto questo esercito coloniale che voleva la caduta del loro nemico, Sélassié. Infatti, puntare per opportunismo sull’invasione italiana per sbarazzarsi dell’imperatore etiope sarebbe stato un errore di calcolo. Mio padre sapeva che non c’era niente da aspettarsi da Sélassié e che ci sarebbe stato bisogno di battersi per strappare i propri diritti. Ma questa contraddizione riguardava i popoli del Corno dell’Africa e non avrebbe potuto essere risolta da soli. In più, per quanto formale fosse, l’indipendenza dell’Etiopia era acquisita e riconosciuta ufficialmente. Di conseguenza, l’invasione italiana, anche se avrebbe dovuto condurre alla caduta di Sélassié, avrebbe segnato un ritorno al passato e avrebbe di fatto solo peggiorato la situazione. Mio padre ha riassunto le cose a suo modo: “Il nemico che viene da lontano è più pericoloso del mio idiota di vicino “.

Dopo la Seconda guerra mondiale, Sélassié guarda dunque agli Stati Uniti. Quali sono le loro relazioni?

In Africa, l’Etiopia ha prefigurato il sistema delle neo-colonie volute da Washington. Gli Stati Uniti hanno fatto jackpot con la Seconda guerra mondiale. Hanno approfittato dell’indebolimento dei loro rivali europei per assumere la leadership. Ma non potevano essere il seguito logico delle vecchie metropoli imponendosi come nuova potenza coloniale. Perché Washington aveva perorato la causa dei movimenti di liberazione e il colonialismo appariva molto chiaramente come un sistema in agonia.

Gli Stati Uniti erano pronti a fare una croce sopra le materie prime del terzo mondo dunque?

Certo che no. Hanno puntato sui dirigenti locali che erano ufficialmente a capo di Stati indipendenti, ma le cui economie erano spalancate alle multinazionali. In altre parole, il saccheggio delle risorse è continuato, ma sotto un’altra forma. Il panafricanista del Ghana, Kwame Nkrhumah, analizzerà molto bene questa evoluzione nel suo libro Il neocolonialismo, ultimo stadio dell’imperialismo: “L’essenza del neocolonialismo è che lo S tato che vi è sottoposto è teoricamente indipendente, possiede tutte le caratteristiche della sovranità sul piano internazionale. Ma in realtà la sua economia e di conseguenza le sue politiche, sono manipolate dall’esterno” [8]. L’Etiopia era pertanto un modello di questo tipo, indipendente sulla carta, ma sottomessa sul piano economico e politico.

I popoli dell’Africa che avevano conosciuto il colonialismo, non dovevano essere felici di passare da un sistema di saccheggio a un altro. Come garantire l’efficacia del neocolonialismo?

Bisognava mantenere queste marionette che permettevano alle multinazionali di saccheggiare le risorse dell’Africa e che si arricchivano personalmente. L’Occidente ha fornito così un sostegno fondamentale a tutta una serie di dittatori corrotti, eliminando peraltro quelli che resistevano al neocolonialismo. Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Amilcar Cabral, Mehdi Ben Barka…Tutti hanno fatto le spese dell’appetito omicida dell’imperialismo.

Sélassié si schierò dalla parte dei clienti buoni. Gli Stati Uniti l’hanno sostenuto particolarmente, favorendo l’insediamento della sede dell’Organizzazione dell’Unità Africana ad Addis-Abeba. Hanno contribuito a costruire un mito intorno all’imperatore etiope. Sélassié pretendeva di essere il discendente della regina di Saba e del re Salomone. Il suo paese aveva molto della monarchia assoluta. Il potere, totalmente concentrato nelle sue mani, trovava legittimità in un’ispirazione quasi divina. Il volto dell’imperatore appariva ovunque, dalle monete ai ritratti appesi ai muri dell’amministrazione, passando dai libri di testo scolastici. Sélassié ha fatto costruire molte scuole, è vero. Ma al posto di formare degli spiriti illuminati ci lavava i cervelli e formava le future élite dell’amministrazione, totalmente devote all’imperatore.

Il re Tafarì Maconnèn, il Ras Tafari, è stato anche oggetto di culto religioso. Da dove viene il movimento dei rastafariani?

Il rastafarianesimo è nato in Giamaica, influenzato da differenti forme di religioni africane e dalle chiese battiste degli Stati Uniti. Si ritrovano nella Bibbia parecchi passaggi che menzionano l’Africa e più particolarmente l’Etiopia. Questo paese sarà quindi per i rastafariani come una terra promessa.

Questa convinzione è stata ulteriormente accentuata da un discorso “profetico” del leader pan-africanista Marcus Garvey. Di origine giamaicana, Garvey era a capo della Universal Negro Improvement Association, che contava parecchi milioni di membri negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Le sue tesi hanno avuto molto successo. Esaltavano la superiorità dei neri sui bianchi ed esortavano i discendenti degli schiavi a tornare in Africa. Garvey faceva spesso riferimento all’Etiopia. E nel 1921, ha fatto questa dichiarazione che avrà considerevole effetto sui rastafariani: “Guardate verso l’Africa, dove un re nero sarà incoronato e condurrà il popolo nero alla liberazione”. Nove anni più tardi, Tafarì Maconnèn, saliva sul trono imperiale d’Etiopia e diventava Hailé Selassié, Re dei re, leone di Giuda, difensore della fede cristiana, potenza della Trinità, eletto del Signore. Garvey prese allora l’aspetto del profeta agli occhi dei rastafariani e Sélassié divenne una specie di messia.

(continua)

Note

4. John Markakis, Ethiopia. The Last Two Frontiers, James Currey, 2011
5. Getachew Metaferia, Ethiopia and the United States: History, Diplomacy and Analysis, Algora Publishing, 2009
6. Voir Getachew Metaferia, ibid.
7. Gérard Prunier, L’Éthiopie contemporaine, CFEE-Karthala, 2007. p119
8. Kwame Nkrumah, Le néocolonialisme, dernier stade de l’impérialisme, Ed. Présence Africaine, 2009

 

Giudiziaria: devastazione della plaia Catania Mercoledi 26 c.m.ore 9 in via Crispi,

Mercoledi 26 c.m.ore 9  in  via Crispi,  aula Santoro ex Pretura , si terrà la prima udienza su  un solo imputato fra i tanti responsabili ancora   da imputare  per la  devastazione  della Plaia  avvenuta con una “darsena” abusiva al servizio di trasportatori non esclusi quelli sotto indagini e sequestri della DIA.

E’ importante assistere a tale  udienza  in attesa di nuove  inchieste sui  tanti  altri responsabili di simili   favori   alla mafia , di simili  danni  all’ambiente ed all’unica fonte di rinascita rimastaci che è lo sviluppo del turismo marittimo. Uno sviluppo  gestito dai cittadini per mezzo del Comune oggi “metropolitano” e non dall’ ente autonomo di scopo mercantile primo corresponsabile di tale costosa devastazione