Il capitale italiano in Libia

 

Nel caos libico il ruolo italiano diventa sempre più significativo ed evidente. L’impegno militare si interseca con gli investimenti economici creando una rete di intervento che collega indissolubilmente il futuro della Libia al consolidamento dei rapporti con l’Italia

Francesca La Bella | nena-news.it

15/10/2016

Analizzando la storia recente della Libia è molto facile imbattersi in riferimenti alla politica ed all’economia italiana. Se per molto tempo, l’industria italiana ha avuto un ruolo centrale nell’economia locale e l’Italia è stato uno dei maggiori partner dell’economia libica, con l’intervento di altri attori internazionali questo rapporto sembrava essersi indebolito.

Le relazioni tra i due Paesi, invece, sembrano aver resistito sia alla caduta del Colonnello Gheddafi sia alla successiva guerra civile nel Paese. Nel ribilanciamento delle alleanze e degli investimenti, infatti, l’Italia è riuscita a mantenere un legame preferenziale funzionale sia agli interessi dell’imprenditoria italiana sia al controllo dei flussi migranti.

Nonostante la guerra civile abbia portato molti a lasciare il Paese una significativa presenza italiana in Libia continua a persistere e alcune aziende, come la Contratti Internazionali Costruzioni, ditta dei due italiani rapiti lo scorso mese, hanno continuato ad operare. Secondo quanto riportato da Middle East Eye, Bruno Cacace, Danilo Calonego e il collega canadese identificato solo come Frank, dipendenti della ditta italiana, dopo il sequestro a Ghat, cittadina sul confine con l’Algeria, sarebbero nelle mani di un gruppo guidato da Abdellah Belakahal, algerino membro di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim), che al momento starebbe agendo indipendentemente dall’organizzazione maggiore.

In base alle fonti della testata, sarebbe stato richiesto un riscatto di 4 milioni di euro per non consegnare gli ostaggi ad Aqim e la trattativa verrebbe portata avanti, grazie all’intervento del governo algerino con la mediazione di Tuareg e Tebu, i due gruppi etnici che hanno un significativo controllo territoriale nell’area del Fezzan.

L’impegno nell’area del Fezzan non è, però, solo di carattere economico. Dal 3 al 5 ottobre si sono riuniti a Roma i rappresentanti delle tribù Awlad Suleiman e Tebu per sottoscrivere, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, una dichiarazione congiunta in cui si afferma la volontà di collaborare per il bene comune e favorire il dialogo per la risoluzione di tutte le divergenze nella città di Sebha. Il ruolo della Comunità nella stabilizzazione del Fezzan aveva già portato nel giugno 2015 alla firma di un accordo umanitario tra tutte le componenti della regione meridionale libica e a novembre 2015 ad un accordo per la pacificazione della città di Ubari.

I legami di lungo corso tra le amministrazioni dell’area e l’Italia potrebbero, dunque, essere la chiave di volta di una stabilizzazione della questione. L’area adiacente al confine occidentale tra Libia e Algeria è, infatti, da molto tempo zona di interesse italiano. Se nel sud, nell’area di Murzuq, l’Elephant Field (El Feel Field), il più grande bacino petrolifero libico, di proprietà Eni è bloccato dal 2015 dopo che le Guardie Petrolifere ne levarono il controllo alle tribù Tebu, nel nord, il terminal di Mellitah è il porto di partenza del gasdotto Green Stream che collega Libia e Italia.

Significativo, in questo senso, notare come l’ente petrolifero libico (Noc), immediatamente dopo il sequestro e in concomitanza con la ripresa delle esportazioni dai porti libici dopo la conquista da parte dell’esercito di Khalifa Haftar, abbia rilasciato pesanti dichiarazioni contro le Guardie Petrolifere, chiedendo l’immediato sblocco dell’Elephant Field. Il mantenimento dei rapporti con il capitale italiano sembra, dunque, essere una priorità per l’ente nazionale libico.

Da questo punto di vista l’interesse libico per l’Italia appare ancor più evidente guardando alle dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera da  Ali Mahmoud Hassan Mohamed. Il presidente del Fondo Sovrano Libico (Lia) sarebbe, infatti, in Italia per incontrare i reponsabili dei maggiori gruppi imprenditoriali italiani e dare nuova linfa alle relazioni economiche tra Italia e Libia. Con gli incontri con Claudio Descalzi (Eni), Mauro Moretti (Leonardo-Finmeccanica), Claudio Costamagna (Cassa Depositi), Marco Alverà (Snam), Jean Pierre Mustier (Unicredit), la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Economia, la Lia vorrebbe nuovamente presentarsi con partner credibile per l’investimento italiano.

Da un lato, dunque, presentare le opportunità per le aziende italiane nella ricostruzione libica e, dall’altra, valutare la possibilità di una presenza della Lia nei Consigli di Amministrazione grazie all’investimento dii fondi interni libici e, in futuro, allo sblocco dei fondi congelati dopo il 2011.

La tutela dell’interscambio economico sembra, dunque, essere una priorità sia da parte libica sia da parte italiana, ma parallelamente esiste un’altra questione che lega strettamente i due Paesi: la tutela dei confini europei. Se il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola, in visita privata in Libia ad inizio settimana, ha incontrato Abdul-Salam Kajman, membro del Consiglio di Presidenza di Tripoli, per discutere delle relazioni tra i due Paesi e del problema dell’immigrazione clandestina, il Ministro Pinotti – rispondendo in Senato in merito ai contingenti italiani in Libia – ha dipinto il quadro di insieme: la presenza italiana in Libia avrebbe l’obiettivo di consolidare il governo, favorire il dialogo con Tobruk e supportare la Libia nel contenimento dell’immigrazione clandestina. A partire dal 24 ottobre dovrebbe, infatti, iniziare l’addestramento da parte di funzionari italiani della guardia costiera e della Marina libica per un più efficace controllo delle rotte migratorie.

Ciò che maggiormente colpisce nell’analizzare la grande mole di notizie relative al rapporto tra Italia e Libia è che le relazioni tra le due parti appaiono come totalmente dipendenti dalla necessità dell’Italia di tutelare sé stessa. In una logica neo-coloniale, il capitale italiano, supportato dalla politica, lavora al consolidamento di uno Stato centrale sufficientemente forte da garantirne gli interessi, ma abbastanza debole da vivere in uno stato di sudditanza. In questa logica, ciò che non è funzionale agli interessi del Paese europeo diventa una questione di secondo piano, come il tenore di vita della popolazione libica, o un problema a cui porre rimedio, come nel caso dei flussi migratori.

 

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