Ex provincia di Catania, condannati 37 consiglieri Tra le spese pazze l’abbonamento a La gazzetta da: meridionews

Luisa Santangelo 12 Ottobre 2016

Politica – Calendari, agende, penne, biglietti d’auguri. Ma anche ingressi a teatro, pullman presi a noleggio, la cena del gruppo consiliare del Partito democratico al Grand hotel Baia verde di Catania. C’è tutto questo, e pure qualche calza della Befana, nella sentenza di condanna in Appello della Corte dei conti siciliana

Una montagna di calendari da tavolo, calendari da muro, calendari con stampa, agende giornaliere, agende in pelle, agende tascabili e agende personalizzate. Ma soprattutto biglietti d’auguri, a migliaia. Sono parte delle spese pazze che 37 ex consiglieri della provincia di Catania si sarebbero fatti rimborsare impropriamente con soldi pubblici. Attribuendo quei costi alle spese per il funzionamento del Consiglio provinciale e dei gruppi consiliari. La Corte d’Appello della Corte dei conti della Regione siciliana adesso chiude una vicenda cominciata nel 2014, che aveva portato sul banco degli imputati della magistratura contabile 42 politici. Di questi, solo cinque sono stati assolti: Giuseppe Ascenzio Galletta, Vincenzo D’Agata, Antonio Danubio, Valerio Marletta e Antonio Tomarchio. Tutti gli altri dovranno rimborsare allo Stato oltre 195mila euro totali, oltre che dividersi le spese legali per un importo che supera i 95mila euro.

Secondo la procura contabile palermitana, nel biennio 2011-2012 37 consiglieri provinciali avrebbero «confuso la funzione di rappresentante dell’organo politico con la posizione di soggetto politico». Usando i soldi destinati agli organismi consiliari per «curare i rapporti con il proprio elettorato». Un’accusa pesante, che si ferma in primo grado: i giudici che analizzano le carte in prima battuta dispongono l’assoluzione per tutti gli accusati. La procura regionale, però, fa ricorso in Appello. La decisione arriva in questi giorni e si presenta come una batosta per le tasche dei politici che all’epoca sedevano alla provincia. Molti dei quali adesso trovano posto nei consigli comunali di Catania e dell’hinterland.

Tra le fatture analizzate dalla magistratura ci sono quelle di ingressi a teatro, targhe e disegni «su carta di papiro», più di 300 copie di libri di autori locali pubblicati da case editrici a pagamento, coppe e migliaia di magliette stampate. Ma anche una «cena lunch» del gruppo consiliare del Pd al Grand hotel Baia verde, una degustazione di vini e l’affitto di audio e luci per una serata in discoteca a Passopisciaro, un catering per 500 persone, la distribuzione di calze della befana alle Ciminiere, l’ospitalità all’Agriresort San Bartolomeo di Caltagirone. Migliaia e migliaia di euro che, per i magistrati dei Conti che formulano l’accusa, «non rivestivano il carattere della necessarietà per il funzionamento degli organismi consiliari, anzi appaiono caratterizzate dall’evidente intento dell’esponente politico di acquisire rilievo presso la comunità di riferimento».

«La spesa deve essere finalizzata direttamente al pubblico interesse», scrivono i giudici nella sentenza d’Appello. Un «orientamento ormai pacifico», continuano. E da quello non si discostano. Neanche nel caso di Carmelo Giuffrida, che nel 2011 ha acquistato 664 euro di calze della Befana. Una festività particolarmente sentita, tanto che il collega Maurizio Tagliaferro, esattamente un anno dopo, paga 1548,52 euro per un catering per 500 persone: «Bambini poveri in occasione dell’epifania», riporta la Corte d’Appello. Una «finalità meritoria» che «però doveva essere imputata ad altro titolo e non prelevando dal capitolo per il funzionamento del gruppo consiliare».

Chissà a cosa serviva, invece, il noleggio da 1300 euro di un pullman da Catania a Caltagirone che il consigliere Carmelo Sgroi ha richiesto nel 2012. Lui adesso siede nell’aula di Palazzo degli elefanti, dove è stato eletto tra le file dell’opposizione. I magistrati ancora si chiedono «la finalità» di quell’autobus affittato per un giorno. E per i magistrati rimane da chiarire un altro mistero legato ai rimborsi richiesti nel Calatino: i 1240 euro di affitto della sala dell’Agriresort San Bartolomeo, più buffet, per i quali il consigliere Sergio Gruttadauria ha presentato fattura. Lui, lasciata la provincia, è stato il consigliere più votato nel corso dell’ultima tornata elettorale a Caltagirone e siede sullo scranno del vicesindaco accanto al primo cittadino Gino Ioppoloche lo ha designato all’indomani delle amministrative 2016.

Il 13 maggio del 2011, invece, secondo i giudici si sarebbe consumata la cena del gruppo del Partito democratico all’hotel Baia Verde del lungomare catanese. A farsela rimborsare, per 450 euro, il consigliere Giuseppe Furnari. Difendendosi, Furnari avrebbe detto che si trattava dell’affitto di una sala per un meeting, ma nelle motivazioni della condanna si parla di quel «lunch che nulla ha a che vedere con l’attività professionale». Senza commenti da parte dei giudici, invece, due dei rimborsi richiesti da Domenico Galvagno: quello, del valore di 325 euro, per un abbonamento annuale a La gazzetta dello sport; e un secondo, perfino più curioso, per l’acquisto di duecento copie del libro La mia vita, il mio dolore, costate alla collettività 1540 euro. Una passione, quella per la letteratura, che condivideva anche il collega Nunzio Parrinello: nel 2011 ha comprato, in totale, 37 copie di Un angolo di paradiso. Prima ne ha acquistate 27, poco dopo altre dieci. In quest’ultima circostanza, però, in fattura c’era anche un vocabolario Zanichelli con cd.

Ecco tutte le posizioni, con le somme che dovranno restituire: 

– Alfia Abbadesa  2.351,43 euro;

– Consolato Aiosa 6.183,70 euro;

– Benedetto Anfuso € 2.292,48 euro;

– Giuseppe Castiglione 9.441,13 euro;

– Aldo  Catania 12.683,88 euro;

– Sebastiano Cutuli 2.140,10 euro;

– Matteo Di Mauro 4.798,70 euro;

– Domenico Galvagno 4.859,55 euro;

– Carmelo Giuffrida 4.830,81 euro;

– Marco Luca 1.140,00 euro;

– Antonino Musumeci 8.177,00 euro;

– Edmondo Pappardo 7.770,01 euro;

– Nunzio Parrinello 6.540,74 euro;

– Salvatore Patanè € 720,00 euro;

– Santo Orazio Primavera 2.500,00 euro;

– Antonio Rizzo 600,00 euro;

– Raffaele Strano 9.240,97 euro;

– Maurizio Gaetano Tagliaferro 2.927,92 euro;

– Salvatore Tomatchio 10.594,58 euro;

– Salvatore Valerio Valenti 1.273,16 euro;

– Giuseppe Zitelli 3.108,91 euro;

– Filippo Gagliano 1.776,00 euro;

– Alfio Barbagallo 6.666,07 euro;

– Francesco Cardillo 6.400,00 euro;

– Giuseppe Furnari 7.064,33 euro;

– Sergio Gruttadautia 1.722,00 euro;

– Carmelo Sgroi 3.800,00 euro;

– Ernesto Calogero 890,00 euro;

– Gianluca Cannavò 735,08 euro;

– Rocco Cristofaro 6.011,00 euro;

– Giuseppe Mistretta 2.121,50 euro;

– Vanessa D’Arrigo 10.180,00 euro;

– Gaetano Distefano 5.900,00 euro;

– Francesco Laudani 6.712,57 euro;

– Giovanni Leonardi 16.562,26 euro;

– Antonino Sinatra 8.025,00 euro;

– Raffaele Vanella 6.826,00 euro.

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L’ANPI di Catania esprime solidarità al pm Nino Di Matteo

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Alastair Crooke: ecco come gli Usa hanno armato il Jihad in Siria da: www.resistenze.org

 

L’Occidente punta il dito contro la Russia per il massacro siriano ma le Forze Speciali Statunitensi sanno che le confusionarie politiche degli USA, tese a sostenere i jihadisti, hanno consentito ad Al Qaeda e all’ISIS di distruggere la Siria, spiega l’ex diplomatico britannico

Alastair Crooke * | Consortium News
Traduzione da nena-news.it

07/10/2016

“Sul campo, nessuno crede in questa missione”, scrive un ex Berretto Verde a proposito dei programmi segreti di addestramento e armamento dei ribelli siriani, “sanno che stiamo addestrando la prossima generazione di jihadisti, quindi la boicottano perché se ne fregano'”. “Non voglio sentirmi responsabile quando dei membri di al Nusra diranno che sono stati addestrati dagli americani” aggiunge il Berretto Verde.

In un rapporto dettagliato dal nome Le Forze Speciali statunitensi sabotano le fallimentari Operazioni sotto copertura in Siria, Jack Murphy, anch’egli ex Berretto Verde, racconta che un ex ufficiale CIA gli avrebbe rivelato che “il programma di operazioni segrete in Siria è una creatura del Direttore della CIA John Brennan… È stato Brennan a dare vita alla Syrian Task Force … John Brennan si era innamorato della folle idea di rovesciare il regime.” In sostanza, Murphy sostiene che le Forze Speciali Statunitensi, che stanno armando i gruppi anti-ISIS, rispondevano a un’autorità Presidenziale, mentre la CIA, ossessionata dal pensiero di destituire il Presidente Assad, rispondeva a un’autorità separata e conduceva un programma distinto e parallelo per armare i ribelli.

Il rapporto di Murphy dice a chiare lettere che alla CIA non interessava combattere l’ISIS (sebbene questo atteggiamento sia cambiato in seguito alla decapitazione del giornalista americano James Foley): “La CIA non voleva essere coinvolta eccessivamente nelle operazioni contro l’ISIS ed era concentrata sul rovesciamento del regime di Assad, quindi ha scaricato il barile sul 5° reparto delle Forze Speciali, stanziato in Giordania e in Turchia. Le operazioni erano considerate “attività militari” e non erano coperte dal famoso Titolo 50 che regola le attività della CIA. Il “non detto”, scrive Murphy, è una storia di abusi, di lotte burocratiche intestine, che ha solo contribuito al perpetuarsi del conflitto siriano.

Tuttavia, non sono le “le contese per il territorio”, gli “abusi e gli sprechi” a occupare la parte centrale del lungo rapporto di Murphy; e neanche la natura contradditoria e controproducente degli obiettivi perseguiti dagli USA. Il rapporto spiega abbastanza chiaramente perché tutti i tentativi di imporre una tregua siano falliti (sebbene questo non sia spiegato esplicitamente nell’analisi) e ci aiuta a capire per quale motivo alcune componenti dell’Amministrazione Statunitense (il Segretario della Difesa Aston e il Direttore della CIA Brenner) abbiano disatteso la volontà del Presidente Obama, emersa dall’accordo diplomatico raggiunto con la Federazione Russa per il recente cessate il fuoco. La storia è più complessa di quella tratteggiata da Murphy nel titolo: è la causa stessa della continua tensione che caratterizza i rapporti tra Stati Uniti e Russia e del fallimento dell’accordo.

“Il Free Syrian Army era, in apparenza, un ottimo alleato della CIA; era contrario al regime e condivideva chiaramente lo stesso obiettivo: la destituzione del Presidente Assad. Ma in pratica, come afferma Murphy senza giri di parole, “Distinguere tra il FSA e al Nusra è impossibile, perché si tratta in sostanza della stessa organizzazione. Già nel 2013, alcuni comandanti del FSA disertavano e si univano alle fila di al Nusra, insieme ad interi reparti. Mantenevano il nome di FSA, solo per essere presentabili e dare una parvenza di laicità, che garantisse loro l’accesso agli armamenti della CIA e dei servizi segreti Sauditi. La verità è che il FSA è sostanzialmente una copertura per il movimento di al Nusra, affiliato ad al-Qaeda”, scrive Murphy.

“Né deve sorprendere il fatto che il FSA potesse trasferire ad al Nusra armamenti prodotti in America, perché il sistema di controllo della CIA sulle milizie siriane è molto blando e si basa solo sulla ricerca di indizi in vecchi database. Per effettuare un controllo serio, bisognerebbe conoscere i veri nomi dei soggetti indagati e presumere che avessero già raggiunto l’età giusta per combattere al momento della raccolta dei dati da parte del CTC [Counterterrorism Centre], avvenuta anni prima”.  E il 5° Reparto delle Forze Speciali che opera in Turchia non ha un sistema di controllo migliore, secondo Murphy: “Si basava sul controllo di un database e su un colloquio orale.” I ribelli sanno benissimo come vendersi agli Americani durante questi colloqui, ma ogni tanto si fanno sfuggire qualcosa. “Non capisco perché alla gente non piaccia al Nusra,” dice un ribelle ai soldati americani. Molti hanno dimostrato aperte simpatie verso gruppi terroristici come al Nusra e ISIS. Altri, semplicemente, non erano portati alla vita militare. “Non vogliono fare i guerrieri, sono codardi, ecco cosa sono i ribelli moderati,” rivela un Berretto Verde a Murphy.

“Armi e camion diretti in Turchia per i gruppi di ribelli sostenuti dagli Stati Uniti sono rimasti in giacenza a raccogliere polvere per disaccordi tra le varie autorità [presidenziali, n.d.r.]; anche le autorizzazioni a procedere con l’addestramento venivano rilasciate e ritirate a più riprese. Un giorno veniva dato l’ordine di procedere, il giorno seguente di smettere, poi di addestrare solo gli alti ufficiali. In alcuni Berretti Verdi, si fa largo la convinzione che l’esitazione derivi dal fatto che la Casa Bianca è al corrente dell’affiliazione di alcuni miliziani ad al Nusra o ad altri gruppi estremisti.

“Mentre continuano questi giochetti, il morale delle truppe in forza in Turchia precipita. Uno dei Berretti Verdi, che indossano l’uniforme turca come copertura, descrive così il suo lavoro: “Ce ne stavamo seduti in una stanza sul retro, a bere tè e a osservare i Turchi che addestravano futuri terroristi”.

“Almeno il 95% dei ribelli addestrati dalle Forze Speciali Statunitense e Turca erano membri o simpatizzanti di organizzazioni terroristiche”, rivela un Berretto Verde, che aggiunge: “La stragrande maggioranza ammetteva di non aver alcun tipo di riserva nei confronti dell’ISIS e che i nemici erano i Curdi e il regime siriano.”

Quasi nascosta nel testo, c’è questa sorprendente conclusione: “Dopo la sconfitta dell’ISIS, inizierà la vera guerra. La componente del FSA sostenuta dalla CIA dichiarerà apertamente la sua appartenenza ad al Nusra; al contrario, quella sostenuta dalle Forze Speciali (come il New Syrian Army) combatterà al fianco del regime di Assad. Le milizie della CIA si scontreranno contro quelle delle Forze Speciali.” È fin troppo chiaro: gli Stati Uniti hanno creato un ‘mostro’ che non riuscirebbero a controllare neanche se volessero (Ashton e Brenner, comunque, non hanno alcun interesse a ‘controllarlo’, perché credono che possa ancora rivelarsi utile).

Il Professor Michael Brenner, che ha partecipato a una conferenza congiunta, organizzata dal Dipartimento della Sicurezza Interna e dall’intelligence, ha così sintetizzato gli obiettivi in Siria:
– Arginare il ruolo della Russia.
– Destituire Assad.
– Marginalizzare e indebolire l’Iran, dividendo la Mezzaluna Sciita.
– Agevolare l’ascesa di un soggetto sunnita ad Anbar e nella Siria Orientale. Come impedire che cada sotto la sfera di influenza di al Qaeda? Bisogna sperare che i Turchi “addomestichino” al Nusra.
– Indebolire e, lentamente, frammentare l’ISIS. Un successo su questo fronte coprirebbe ogni altro fallimento agli occhi dell’opinione pubblica interna.

Jack Murphy spiega sinteticamente perché questo ‘mostro’ non può essere controllato: “Nel dicembre del 2014, al Nusra ha impiegato missili TOW statunitensi per colpire un’altra forza anti regime vicina alla CIA, chiamata Fronte Rivoluzionario Siriano, da diverse basi nella provincia di Idlib. Attualmente, questa zona è di fatto un califfato di al Nusra. Non sorprende che al Nusra sia venuta in possesso di missili TOW dall’ormai defunto Fronte Rivoluzionario Siriano e sorprende ancora meno che le stesse armi fornite al FSA siano finite nelle mani di al Nusra, se si comprendono le dinamiche interne del conflitto siriano, con la lotta tra diverse fazioni statunitensi, che si concretizza nel sabotaggio attivo dei programmi da parte di molti militari, consapevoli del fatto che i presunti ribelli laici che dovrebbero addestrare sono in realtà terroristi di al Nusra.

Com’è possibile, dunque, separare i ‘moderati’ da al Nusra, come previsto dagli accordi per la cessazione delle ostilità, firmati a febbraio e a settembre 2016? Tutto il resoconto di Murphy dimostra che è impossibile operare dei distinguo, perché si tratta “sostanzialmente della stessa organizzazione.” I Russi hanno ragione: la CIA e il Dipartimento della Difesa non hanno mai avuto la chiara intenzione di rispettare l’accordo, perché non potevano farlo. E hanno ragione anche quando sostengono che gli USA non hanno alcuna volontà di sconfiggere al Nusra, come previsto dalla Risoluzione 2268/2016 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Come hanno fatto gli Stati Uniti a infilarsi in questo cul de sac, con il Presidente che autorizza un accordo con la Federazione Russa e il Segretario della Difesa che si rifiuta di rispettarlo? Un passaggio interessante nel rapporto di Murphy suggerisce che le “esitazioni” verso il programma di addestramento delle milizie ribelli nascessero proprio all’interno della Casa Bianca, forse al corrente dell’affiliazione di alcuni miliziani ad al Nusra o ad altri gruppi estremisti.

Sembra di capire che la Casa Bianca avesse solo una vaga idea del “mostro jihadista” che si stava creando in Siria, ben noto, invece, a tutti gli operatori sul campo. È la verità? Obama credeva davvero nell’esistenza dei ‘moderati’? Oppure è stato convinto da qualcuno a portare avanti questa tesi, per prendere tempo e consentire alla CIA di rifornire le forze dei ribelli? Secondo IHS Janes, la CIA ha fatto recapitare 3.000 tonnellate di armi e munizioni durante la tregua del febbraio 2016.

La tesi che vede Obama non completamente a conoscenza dei fatti è sostenuta da Yochi Dreazen e Séan Naylor (esperti redattori di Foreign Policy in materia di servizi e controterrorismo), che, nel maggio 2015, sottolineano come Obama attacchi la CIA e le altre agenzie di intelligence in un’intervista rilasciata a fine 2014, in cui sostiene che la comunità nel suo insieme ha “sottovalutato” il ruolo del caos siriano nell’ascesa dello Stato Islamico.

Naylor descrive la posizione privilegiata della CIA nell’establishment americano citando Hank Crumpton, che ha lavorato a lungo nell’agenzia prima di diventare Coordinatore del controterrorismo per il Dipartimento di Stato. Crumpton dichiara al Foreign Policy che quando “l’allora Direttore Tenet aveva dichiarato “guerra” ad al Qaeda, nel 1998, il Segretario alla Difesa non l’aveva seguito; il direttore dell’FBI o i funzionari dei servizi segreti non avevano questo ruolo predominante.”

Forse il punto è proprio questo: come Obama ebbe a dire, profeticamente, ” la CIA in genere ottiene quello che vuole”.

Forse è davvero così: Putin è stato demonizzato, (e Trump infangato, di conseguenza); il ‘mostro’ sunnita di Al Qaeda, troppo forte per essere sconfitto e troppo debole per trionfare, è usato come albatros da appendere al collo di Russia e Iran; e gli Stati Europei saranno schiacciati dalle numerose ondate di rifugiati.

Povera Siria.

* Ex funzionario ad alto livello della sicurezza dell’Unione Europea in Medio Oriente

 

Afghanistan, occupazione duratura da: resistenze.org

 

Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

11/10/2016

Il quindicesimo anniversario dell’11 settembre ha occupato per giorni le prime pagine. Blackout mediatico, invece, sul quindicesimo anniversario della guerra in Afghanistan, iniziata il 7 ottobre 2001 con l’operazione «Libertà duratura».
Motivazione ufficiale: la caccia a Osama bin Laden, organizzatore degli attacchi dell’11 settembre, nascosto in una caverna afghana sotto protezione dei talebani. In realtà, si saprà in seguito, il piano dell’operazione era già sul tavolo del presidente Bush prima dell’11 settembre.

Quali fossero i suoi obiettivi strategici emergeva chiaramente dal rapporto Quadrennial Defense Review, diffuso dal Pentagono il 30 settembre 2001, una settimana prima dell’inizio della guerra in Afghanistan (qui).

Sul manifesto del 10 ottobre 2001 ne pubblicammo le parti essenziali, che oggi possiamo rileggere alla luce degli avvenimenti successivi: «Gli Stati uniti, che come potenza globale hanno importanti interessi geopolitici in tutto il mondo, devono precludere ad altri il dominio di aree cruciali, particolarmente l’Europa, l’Asia nordorientale, il litorale dell’Asia orientale, il Medio Oriente e l’Asia sudoccidentale. L’Asia, in particolare, sta emergendo come una regione suscettibile di competizione militare su larga scala. Esiste la possibilità che emerga nella regione un rivale militare con una formidabile base di risorse.

Le nostre forze armate devono mantenere la capacità di imporre la volontà degli Stati uniti a qualsiasi avversario, inclusi stati ed entità non-statali, così da cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati». È qui scritto a chiare lettere quali sono le reali ragioni della guerra in Afghanistan.

Nel periodo precedente l’11 settembre 2001, vi sono in Asia forti segnali di riavvicinamento tra Cina e Russia, che si concretizzano quando, il 17 luglio 2001, viene firmato il «Trattato di buon vicinato e amichevole cooperazione», definito «pietra miliare» nelle relazioni tra i due paesi. Washington considera il riavvicinamento tra Cina e Russia una sfida agli interessi statunitensi in Asia, nel momento critico in cui gli Usa cercano di occupare il vuoto che la digregazione dell’Urss ha lasciato in Asia centrale, area di primaria importanza sia per la sua posizione geostrategica rispetto a Russia e Cina, sia per le limitrofe riserve di petrolio e gas naturale del Caspio. Posizione chiave per il controllo di quest’area è quella afghana.

Ciò spiega l’enorme spiegamento di forze Usa/Nato in Afghanistan, per una guerra che – secondo una stima per difetto del Watson Institute (Brown University, Usa) – ha finora provocato oltre 170 mila morti e 180 mila feriti gravi e una spesa ufficiale, solo da parte Usa, di circa 830 miliardi di dollari (oltre 40 volte il pil dell’Afghanistan) più altre enormi spese non registrate.

Comprese le operazioni militari in Iraq, Libia, Siria e altri paesi, la spesa ufficiale Usa, limitatamente alle sole operazioni militari, ammonta nel 2001-2016 a circa 3700 miliardi di dollari e comporta impegni futuri (soprattutto come assistenza ai veterani) che la portano a circa 4800 miliardi. All’operazione Nato sotto comando Usa in Afghanistan, ridenominata «Sostegno Risoluto», continua a partecipare l’Italia con un contingente schierato nelle aree di Kabul ed Herat. Ufficiali italiani sono dislocati a Tampa (Florida) presso il Comando Usa dell’intera operazione e in Bahrein quale personale di collegamento con le forze Usa.

Nel quadro della stessa strategia, l’Italia è impegnata in 27 «missioni» in 19 paesi.

 

Il complesso compito di dirigere da: www.resistenze.org

 

A cura di Unidad y Lucha | unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/10/2016

Estratto da: Álvaro Cunhal, Il Partito con Pareti di Vetro, 1980

Il lavoro di direzione è, per sua natura, sue funzioni e sue competenze, la tipologia di attività di partito di più responsabilità e complessità.

Chi dirige, a qualsiasi livello, che sia centrale, regionale o qualunque altro, deve decidere, orientare, dare direttive e indicazioni, distribuire e attribuire compiti. Deve esaminare le realtà, le situazioni concrete e i problemi e trovare risposta ad essi. Deve pianificare e programmare il lavoro. Deve accompagnare necessariamente il lavoro delle organizzazioni o dei rispettivi settori e intervenire per assicurare il giusto orientamento, per stimolare l’attività, per controllare l’esecuzione, per condurre alla realizzazione dei compiti assegnati.

Il lavoro di direzione include così grandi responsabilità, molteplici competenze e ampi poteri. È essenziale che il suo esercizio sia conforme ai principi organici del Partito e in particolare, al rispetto della democrazia interna e alla concezione del lavoro collettivo.

Dirigere non significa obbligare, né comandare, né dare ordini, né imporre. È, innanzitutto, conoscere, indicare, spiegare, aiutare, convincere, dinamizzare. Sono pessime caratteristiche per un dirigente lo spirito autoritario, il piacere del comando, l’idea della superiorità rispetto ai meno responsabili, l’abitudine a decidere da solo, la sufficienza, la vanità, lo schematismo e la rigidità nell’esigere l’applicazione delle istruzioni.

Una qualità essenziale in un dirigente comunista è la coscienza che si deve sempre imparare, sempre arricchire la propria esperienza, sempre saper ascoltare le organizzazioni e i militanti che dirige.

E quando si parla di ascoltare, non ci si riferisce solo al gesto formale dell’ascoltare, di protocollo e accondiscendente. Non si tratta di ricevere passivamente e registrare per dovere quello che dicono gli altri. Si tratta di conoscere, di sfruttare e apprendere con l’informazione, l’opinione e l’esperienza degli altri. Si tratta eventualmente di modificare o rettificare l’opinione propria in funzione di tale informazione, opinione ed esperienza.

L’esperienza di ogni dirigente individualmente considerato è di gran valore. Ma l’esperienza dei dirigenti deve sapere fondere l’esperienza propria con l’assimilazione dell’esperienza del Partito.

Da ciò se ne deduce che un dirigente dà un contributo più ricco, positivo e creativo, quanto più basa la sua opinione sulla comprensione dell’opinione degli altri e sull’assimilazione dell’esperienza collettiva e quanto più riesce a far si che il suo pensiero traduca, esprima e sintetizzi collettivamente il pensiero elaborato. Non solo del suo organismo, bensì della sua organizzazione e del Partito in generale.

È pericoloso per una direzione e per i dirigenti, a qualunque livello, vivere e pensare come un circuito chiuso e separato.

Quando ciò succede, l’angolo visuale diventa limitato e ristretto. Compare la tendenza ad attribuire alla rispettiva organizzazione, o a tutto il Partito, o alle masse l’opinione di quel circolo ristretto. Diminuisce la capacità di imparare e conoscere il vero sentire e le vere aspirazioni e disposizioni del Partito e delle masse.

È indispensabile, per un corretto lavoro di direzione, lo stretto contatto con l’organizzazione, coi militanti e, sempre che sia possibile, coi lavoratori democratici senza partito.

Bisogna evitare tutto ciò che tende ad allontanare i dirigenti dalla base del Partito. Bisogna stimolare tutto quanto avvicini e leghi in un sforzo congiunto, tutte le organizzazioni e i militanti, inclusi i dirigenti.

I dirigenti hanno un’importante ruolo nell’attività, nello sviluppo e nel successo dei rispettivi partiti. In tal senso, si può dire che i dirigenti fanno i partiti. Nel PCP, anche il Partito fa i dirigenti.

 

Perché il fascismo? da: www.resistenze.org


Annie Lacroix-Riz * | initiative-communiste.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/08/2016

Prima parte

Seconda parte

In un’epoca in cui la “sinistra di governo” pretende di contrastare la spinta dell’estrema destra e grida al lupo mentre maltratta e insulta i salariati, è utile riflettere su quello che è successo in Germania durante la crisi del 1930 e in particolare sulle conseguenze della politica nota come “il male minore”.
Il testo disponibile nella prima parte, completato dai due seguenti documenti d’archivio inediti, è un contributo a questa riflessione.

La scoperta e trascrizione di tali documenti è dovuta a Annie Lacroix-Riz

Rammentiamo l’animosità degli apparati della polizia di Stato verso il comunismo.

1. Sinistra tedesca e trionfo del nazismo: un giudizio della polizia francese

Fonte, RG Sicurezza nazionale SN JC5. A. 4509, Parigi, 18 maggio 1933, F7 (archivio della polizia generale), vol. 13430, Germania, gennaio-giugno 1933, Archivi Nazionali, dattilografato, 7 p., i passaggi sottolineati nel testo sono resi in corsivo.

«Il ruolo e il destino dei comunisti e dei socialisti tedeschi.

La totale eliminazione delle organizzazioni marxiste tedesche davanti il nazismo trionfante è senza precedenti. Non c’è dittatura che non abbia incontrato, almeno al momento della sua costituzione, qualche tentativo di resistenza o reazione. Niente di tutto questo in Germania. Se si verificavano degli scontri, a volte cruenti, generalmente tra razzisti e sinistra rivoluzionaria – quasi sempre comunisti – quando il NSDAP era un partito di opposizione, ora che Hitler ha preso il potere questi scontri si sono drasticamente interrotti.

Eppure, all’epoca, i sostenitori del nuovo cancelliere e dei suoi alleati nazionalisti non rappresentavano più della metà della popolazione del Reich. La partita per le forze rivoluzionarie, anche se era difficile, poteva almeno essere tentata, e bisognava, in ogni caso, salvare l’onore dopo l’appello di fiducia fatto all’estero per “la Germania repubblicana”. Non hanno fatto nulla, nessuna intrapresa. Questa domanda non ha solo un interesse storico. Perché ci si chiede che cosa ne è stato della massa, quella che i partiti socialisti e comunisti pretendevano di condizionare; quali sono i sentimenti di questa massa dopo il fallimento o la perdita dei capi.

Ma bisogna distinguere tra socialisti e comunisti. Si noti innanzitutto che nessun dirigente del partito comunista si è piegato di fronte alla rivoluzione nazionale. Erano tutti in prigione, in fuga o nascosti. Sono principalmente comunisti quelli che sono andati a riempire i campi di concentramento. In questi campi si troverebbero attualmente 50.000 rivoluzionari. Tra i dirigenti imprigionati citiamo:

Ernst Thälmann, dirigente del Partito Comunista.
Torgler Ernst, capo del gruppo comunista al Reichstag;
Willi Kasper, capo del gruppo parlamentare del Landtag prussiano
Ernst Scheller, Anton Jadasch [Fritz] Selbmann, Willi Kunz, etc.

Altri hanno cercato di andare all’estero. Il loro comportamento è stato severamente criticato dalla Terza Internazionale, che li vede come “disertori”. Coloro che sono fuggiti in Russia sono stati invitati a tornare ai loro posti e continuare la lotta in clandestinità. Altri che sono riusciti a varcare i confini occidentali del Reich, sono stati invitati a tornare in Germania.

Coloro che hanno rifiutato sono stati espulsi dal partito. Così, alla fine di aprile, la Arbeiter Zeitung, organo comunista di Saarbrücken, ha pubblicato il seguente avviso: “Il Distretto Baden-Palatinato ci ha chiesto di pubblicare la seguente esclusione: il deputato al Reichstag Bennedom-Kusel, installato da poche settimane nella Saar e avendo ricevuto dalla direzione l’ordine esecutivo di tornare in Germania, non ha ottemperato a tale richiesta. E’ stato espulso quindi dal Partito comunista tedesco per codardia di fronte al nemico di classe”.

Quali compiti si propone ai dirigenti restati ai loro posti? Ecco quelli definiti dal Comitato Esecutivo della Terza Internazionale: a) Sviluppare organizzazioni clandestine; b) Estendere la rete della stampa clandestina del partito; c) Infiltrarsi nelle organizzazioni dei partiti opposti; d) Agire principalmente nelle fabbriche.

Tutto questo, naturalmente, non manca il passo. Ma i risultati non sono quelli che tali disposizioni potrebbero far credere. La necessità per i dirigenti rimasti al loro posto di nascondersi e lavorare clandestinamente riduce molto la loro azione, ed è dubbio che il loro lavoro possa durare a lungo in presenza di un’attività di indagine di polizia così intensa.

Sicuramente la stampa comunista estera ha enfaticamente annunciato che i Servizi hitleriani hanno sequestrato copie di giornali o opuscoli pubblicati clandestinamente, cosa che vorrebbe dare dimostrazione di una abbondante letteratura rivoluzionaria distribuita illegalmente. Ma la maggior parte di questi sequestri risalgono ai primi giorni di aprile, e l’ultimo numero di Bandiera Rossa (giornale del KPD) illegale è del 15 aprile. Se è stato licenziato, è difficile che sia stato largamente diffuso.

Si segnalano anche manifestazioni di fabbrica, ma l’ultima è di marzo. Alcuni “consigli di fabbrica” (Betriebsraete), infine, composti da elementi di sinistra sarebbero stati rieletti all’ultimo rinnovo, ma ciò ha avuto luogo più di un mese fa e nessuna reazione si è verificata davanti alle misure di polizia adottate immediatamente contro il Betriebsraete in questione.

Inoltre, i dirigenti comunisti non possono nascondere completamente che gran parte delle loro truppe abbiano lasciato o siano scoraggiate. Il militante Erich, uno dei dirigenti della Rote Gewerkschaft (organizzazione sindacale rossa) ha scritto nella Rundschau, bollettino pubblicato oggi a Basilea: “La Rote Gewerkschaftsorganisation [RGO] ha sofferto molto il terrore fascista. Questo terrore ha avuto l’effetto che una parte dei nostri compagni hanno lasciato le nostre bandiere e che altri hanno adottato un atteggiamento assolutamente passivo”.

Se i comunisti che, ripetiamo, hanno dimostrato un coraggio innegabile fino allo scorso marzo, sono arrivati a questo punto, si può facilmente immaginare quanto lontano siano andati i socialisti. I comunisti hanno sempre accusato i socialisti di essere motivati da uno spirito piccolo-borghese e, in un certo senso, conservatore. Niente di più vero. Dopo aver raccolto senza danni nel 1918 i frutti di una rivoluzione matura, i socialisti tedeschi hanno saputo solo costruire strutture burocratiche, che potevano illudere l’estero e di cui la Seconda Internazionale non ha mancato di servirsi nella sua propaganda, ma che in realtà, erano senza anima e del tutto incapaci di interrompere il corso di eventi fin troppo prevedibili.

Questi eventi hanno, tuttavia, dimostrato che i dirigenti socialisti, sulle cui dichiarazioni poggiavano le speranze di una larga parte dell’opinione straniera per il futuro della Repubblica tedesca, non avevano fede. Essi hanno saputo solo piegarsi o fuggire come Braun, Grzesinski, Breitscheid, Dittmann, Crisprein, Noske, Bergemann sempre che non apportassero al nuovo regime una adesione più o meno velata come Leipart, Grassmann, Tarnow, Wels , Stampfer, Hilferding.

Ricordiamo la sottomissione sensazionale del dirigente socialista Wels e la dichiarazione del 21 marzo del comitato direttivo della Allgemeiner Deutscher Gewerkschaftsbund (Confederazione generale del lavoro) consentendo alla sua inclusione – respinta con disprezzo – all’organizzazione sindacale del Terzo Reich. La federazione degli impiegati socialisti (Afa Bund) e la Federazione dei funzionari socialisti (Allgemeiner Deutscher Beamter Bund) hanno seguito lo stesso percorso e centinaia di migliaia di membri delle organizzazioni sportive operaie sono state consegnate dai loro capi al regime di Hitler.

Il Reichsbanner, organizzazione costruita per difendere la Repubblica, cade spontaneamente a pezzi. Eppure comprendeva un milione di membri inquadrati. Ma coloro che conoscevano gli affari della Germania erano ben consapevoli che lo spirito combattivo delle truppe, guidate da burocrati, era quasi pari a zero e che era imprudente puntare su di esso. La Reichsbanner aveva ricevuto dai suoi avversari il soprannome di Papenhelm (elmetto di cartone). Per quanto riguarda le sezioni della Gioventù Socialista, esse sono state trasformate in innocenti associazioni turistiche, nonostante l’opposizione meritoria di Erich Schmitt, capo della sezione di Berlino.

La sottomissione totale della socialdemocrazia non ha, tuttavia, impedito del tutto le rappresaglie e le sanzioni. L’ex ministro Sollmann è stato gravemente malmenato a Colonia. I leader sindacali Leipart, Grassmann e Wissel sono stati arrestati, anche se avevano dato la loro adesione alle aziende hitleriane. Il dirigente della Reichsbanner, Holtermann, datosi alla fuga, è ricercato. Eppure sotto la sua amministrazione, precisamente il 6 aprile, il distretto di Berlino-Brandeburgo della Reichsbanner aveva definito l’atteggiamento dell’organizzazione in un modo che doveva, evidentemente, dare soddisfazione ai nazisti. Questo distretto aveva, in effetti, il 6 aprile, rivolto alle sue sezioni una circolare, in cui si diceva in particolare:

“Abbiamo tre possibilità:
– Adottare metodi comunisti violenti. Ma è chiaro a tutti i nostri compagni che questi metodi sono criminali e devono essere ignorati.
– L’astensione.
– La ricerca di una collaborazione nella vita pratica.
Da anni portiamo nei nostri cuori la fede nella Germania e nel suo futuro. Ecco perché noi rivendichiamo il nostro posto nella nuova vita dello stato tedesco e noi faremo per la Germania quello che si spetta: il nostro dovere. Il comitato direttivo sta negoziando con i servizi competenti circa l’attività della nostra associazione. I seguenti punti sono fondamentali: la cultura di amicizia; l’assistenza agli ex-combattenti; l’educazione della gioventù, la preparazione militare; il lavoro volontariato”.

Ecco tutto quello che si è trovato su un’organizzazione di autodifesa socialista, fatta per proteggere il regime repubblicano, quando questo crollava.

Lo stesso atteggiamento da parte dell’organizzazione sportiva operaia. La Zentral Kommission für Arbeitersport und Koerperpflege ha rilasciato la seguente dichiarazione: “La Commissione Centrale Sportiva Operaia afferma che è pronta a lavorare con fedeltà nell’ambito del regime nazionale a beneficio del popolo. Ella è dell’avviso che questa collaborazione deve aver luogo su una base neutra. Le associazioni sportive dei lavoratori sono disposte a confluire senza riserve nell’organizzazione sportiva dello stato e di fare per questo, tutti i sacrifici necessari. Esse fanno appello allo spirito cavalleresco del nuovo governo, senza negare vigliaccamente la loro posizione precedente. Per esse, fare sport era servire il popolo. Sarà così anche in futuro”.

Tanta piaggeria fu inutile. La collaborazione offerta disprezzata, le organizzazioni sciolte, respinti e denigrati i leader. Il nuovo regime ha fatto tutto da solo e costruito sulla sua base. Ma le truppe socialiste? Le truppe potevano contraddire la consegna che veniva dall’alto? Che l’atteggiamento dei capi potesse irritare alcuni attivisti, è possibile. Ma questi sono stati impotenti, in balia dello scoraggiamento e della codardia generale, e nessuna reazione, per quanto minima, si è verificata. Ovviamente il tradimento dei capi ha spezzato tutte le energie disponibili. Le ha annientate anche per il futuro, rivelandosi più dannoso per il repubblicanesimo e il liberalismo tedesco che le battaglie sfortunate che avrebbero potuto essere avanzate».

2. Il super-sfruttamento operaio in Germania, febbraio 1933 – febbraio 1939

Fonte, RG Prefettura di polizia, Informativa, 20 febbraio 1939, BA 2140, Germania, 1928-1947, Archivi della Prefettura di polizia

«I lavoratori tedeschi nelle industrie di guerra sono sottoposti ad una disciplina particolarmente severa.

Gli operai dell’industria chimica sono soggetti alla legge militare [. i] regolamenti delle grandi aziende della IG Farben. Negli impianti di Leuna un vero e proprio esercito di agenti della Gestapo e spie professionali sorvegliano gli operai durante e dopo il lavoro. E’ vietato ai lavoratori entrare in laboratori se non quelli dove lavorano. Alcuni laboratori sono interdetti anche ai capi e agli ingegneri. Ciascun operaio deve assumere l’impegno per iscritto di non rivelare nulla sul suo lavoro in fabbrica. Il regolamento di fabbrica prevede un sistema di sanzioni che comporta perfino la pena di morte.

L’industria chimica ha avuto un’enorme espansione a causa dei preparativi di guerra del fascismo hitleriano. Dal 1935, il numero delle fabbriche chimiche è cresciuto di 2.520 impianti, il numero di lavoratori aumentato di 131.415 unità, cosicché nel 1938 l’industria ha occupato più di 500.000 persone.

Il piano quadriennale ha provocato, in particolare, un aumento della produzione di prodotti sostitutivi, grazie alle sovvenzioni del governo straordinario. Nel 1938, la Germania ha prodotto 165.000 tonnellate di lana vegetale, il Giappone 130.000, l’Italia 100.000; questo significa che le potenze dell’Asse sommano l’81% della produzione mondiale, che ha raggiunto 440.000 tonnellate.

Non è sorprendente che l’industria chimica è stata in grado di registrare negli ultimi anni dei forti profitti nonostante il fatto che i prodotti sostitutivi non siano redditizi. La IG Farben ha registrato un utile netto [dichiarato] di

49,14 milioni nel 1933
50,98 milioni nel 1934
51,44 milioni nel 1935
55,40 milioni nel 1936.

Si arriva, considerando altre fattori, ad una somma di 1.500 milioni di marchi per i primi quattro anni del regime di Hitler.

Nonostante l’aumento della produzione e il maggiore sforzo richiesto agli operai, questi hanno avuto una riduzione dei salari. Le statistiche naziste ammettono che lo stipendio annuale di un operaio dell’industria chimica nel 1930 era in media di 2.543 R.M. contro 2.193 del 1936. Ma questi sono solo i salari lordi. Si devono detrarre le ritenute, cresciute dal 20 al 25%, e le “donazioni volontarie” che vengono imposte ai lavoratori.

Con questi stipendi non si riesce a far quadrare il bilancio. I tribunali hanno constatato che molti operai impiegati nelle fabbriche di esplosivi a Coswig-Anhalt devono lavorare nel tempo libero come garzone o musicista. I padroni rendevano noto nello stesso tribunale che “gli operai giungono al lavoro dopo aver lavorato altrove”, cioè, lavorano oltre 16 ore.

[Il Dr. Ley ha riconosciuto in un discorso a Essen il 30 ottobre:] “Finora abbiamo avuto in ogni azienda un maggiore sforzo di almeno il 30%; in una grande fabbrica di gomma, una delle più grandi, abbiamo avuto un aumento della produzione del 60%. Le persone erano stanche e crollavano… Questa è la fabbrica di Phoenix ad Amburgo”.

Questo aumento dello sfruttamento, questo tasso esagerato e bassi salari, le cattive condizioni di lavoro, la mancanza di cibo provocano un aumento degli infortuni sul lavoro. Il Fronte del Lavoro, sezione chimica, ammette che dal 1933 il numero degli infortuni sul lavoro è cresciuto costantemente. La funesta contabilità ha censito nel 1936, 32.453 incidenti di cui 144 mortali, nel 1937, 40.225 tra cui 188 morti e questi dati sono aumentati di nuovo nel 1938. Si sono infatti superati i 200 decessi. Nonostante questa situazione, si vuole ottenere un aumento del rendimento attraverso nuove misure di razionalizzazione. Questo sfruttamento spudorato si scontra, però, con la resistenza crescente”.

*) Annie Lacroix-Riz, professore emerito di Storia Contemporanea, Università Parigi