Donne e potere/ Se son leader fioriranno da: ndnoidonne

Il dibattito pubblico sulle donne leader si ferma troppo spesso ad aspetti superficiali o formali. Una riflessione sui miglioramenti per la collettività

Giovanna Badalassi

Il dibattito pubblico sulle donne leader si ferma troppo spesso ad aspetti superficiali o formali. Una riflessione sul senso del loro ruolo serve a comprendere se effettivamente stanno apportando dei miglioramenti sostanziali per la collettività. Ma, soprattutto, se hanno la forza per farlo

Dopo tanti anni a parlare di leadership femminile, con la candidata e (forse) futura presidente USA Hillary Clinton, si è arrivati al punto più alto del lungo percorso delle donne verso la conquista delle cariche di potere pubblico. Che questo sia il secolo delle donne l’hanno detto oramai un po’ tutti. Che ci siano sempre più donne leader a capo di paesi, multinazionali ecc, è altrettanto evidente.
Eppure, a parte la soddisfazione di chi ha fatto di questo tema una propria battaglia, non pare di cogliere in generale un riconoscimento dell’effettivo beneficio che queste donne leader stanno apportando alla società.
Che differenza c’è, alla fine, nell’avere un leader uomo o donna?
#foto2dxLa risposta è dirimente rispetto ad un punto sostanziale, e cioè se e quanto le politiche e le risorse pubbliche debbano essere impiegate per sostenere le pari opportunità delle donne nei percorsi di carriera, siano essi di natura politica, imprenditoriale o professionale.
Se infatti le ricadute sulla collettività sono sostanzialmente analoghe nel caso di un leader uomo o donna, allora si rientra nell’ambito della tutela dei diritti individuali, e le pari opportunità rimangono circoscritte all’abbattimento degli ostacoli di natura normativa che discriminano tra donne e uomini. Dopo di che, liberi tutti, libera concorrenza e che vinca il migliore.
Ma se, invece, si ritiene che le donne possano e debbano offrire alla comunità un sistema di valori e di modus operandi diversi, legati alla loro storia e soprattutto alla loro cultura della cura, allora ha senso, eccome, che le politiche intervengano per favorire il riequilibrio di genere nelle cariche di potere.
Una vera leadership al femminile dovrebbe infatti mettere al centro delle scelte il benessere delle persone, la riproduzione sociale, la valorizzazione del capitale umano, traducendo in un linguaggio politico pubblico quel sistema di valori che viene applicato in modo così efficace ed efficiente nel contesto privato e familiare. Questo cambio di prospettiva che le donne dovrebbero apportare, proprio perché indirizzato ad una crescita sociale ed economica che vede nella solidarietà uno strumento per superare le disuguaglianze, giustifica e motiva l’adozione di leggi che applicano discriminazioni positive, quali ad esempio la legge Golfo-Mosca.
Ritornando alla domanda iniziale, quindi, viene comunque da dire che, ad oggi, tutto questo rovesciamento di prospettiva e di valori non si è ancora osservato tanto. C’è stato, certamente, un cambiamento di stile, di presenza, forse anche di modalità con la quale vengono fatte certe scelte. Un cambiamento “concesso” dagli stereotipi sulle donne socialmente riconosciuti e accettati: la capacità di relazione, di negoziazione, di interazione, l’empatia, l’integrità morale. Tutte caratteristiche femminili che riguardano però la forma e il modo con il quale si fanno le cose.
#foto3dxNon si avvertono invece, finora, particolari cambiamenti nella sostanza delle decisioni. Certamente è troppo presto.
Viene da pensare, però, che queste leader siano troppo isolate e che non abbiano ancora abbastanza sostegno dalla collettività o dai loro stakeholders, per poter davvero cambiare la sostanza delle cose ed essere profondamente innovative o, persino, rivoluzionarie.
Finora queste donne, per arrivare, hanno infatti avuto bisogno dell’appoggio dell’aristocrazia maschile già al potere, sposandone le priorità, i valori e gli interessi, garantendo, in qualche modo, affidabilità, spesso “nonostante” il fatto di essere donne. È stato un passaggio inevitabile, altrimenti non sarebbero diventate leader, che adesso rischia però di farne perdere la specificità femminile.
In questo processo manca infatti qualcosa. Un leader è tale in quanto si pone in una posizione di relazione con la collettività che deve guidare. Senza di questa non è a capo di nulla nella sostanza, ma occupa solo una carica formale investita dall’alto.
Ecco, forse, prima di pensare a cosa stanno ottenendo queste nuove leader, si dovrebbe invece riflettere su quale tipo di appoggio da parte della collettività, soprattutto di donne, queste possono contare. Nella società non si avvertono, insomma, particolari tensioni femministe che pretendano dalle loro rappresentanti un cambio di prospettiva nei valori e nelle scelte.
Siamo quindi a metà percorso. Abbiamo sempre più donne leader, ma non abbiamo ancora un movimento abbastanza forte e incisivo di donne che le sostengano. Più che guardare in alto occorre quindi osservare, forse, quello che (non) succede in basso.
Per avere donne veramente leader, c’è infatti bisogno che tutte le altre le sostengano e diano loro un mandato chiaro e consapevole, frutto di un dibattito pubblico sui contenuti e su nuove consapevolezze.
Occorre dunque ridefinire il potere pubblico al femminile davvero e in profondità, stabilendo quali valori e principi le donne vogliano apportare nella collettività e quali donne sono più adatte a rappresentarli. E poi occorre sostenerle fino in fondo perché si affermino.
Ricordandoci, sempre, che il vero valore aggiunto delle donne in politica dovrebbe essere quello di sostenere una maggiore attenzione al benessere di tutti, rimettendo nel giusto ordine di importanza le persone rispetto ai mezzi.

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