Hillary, la “Lady in red” contro Barbablu da: ndnoidonne

La nomina di una donna alla Presidenza Usa potrebbe creare una nuova politica globale. Insomma speriamo che sia femmina

inserito da Adriana Moltedo

The “Lady in red” contro Barbablu
di Adriana Moltedo esperta di Comunicazione e Media

“Lady in red” passerà alla storia, d’ora in avanti, come il vero nome di Hillary Clinton, la quale, se pur ormai non deve provare a nessuno di essere preparata, e poiché viene spesso accusata di freddezza, per il primo dibattito presidenziale, ha scelto un vestito rosso.

Il rosso chiede e ottiene attenzione, esprime fierezza, sicurezza, denota la volontà di imporsi, la passione.

Se di combattimento si tratta, se le armi non sono pari ma imposte da un patriarcato che inventò per primo le terribili armi, e ci dobbiamo muovere in questo terreno insidioso, crudele, dove una donna è ancor meno tollerata di un uomo, finanche non di razza bianca , tanto vale essere pronte ad ogni evenienza.

Una donna democratica, Hillary Clinton, sfida per la prima volta un candidato repubblicano, Donald Trump e già questo è una follia per il mondo intero, perché stiamo parlando di uno dei paesi più potenti nel mondo.

Lui in cravatta blu elettrico su camicia bianca, giacca blu scuro, tendente all’antracite, un profilo meno aggressivo e più “presidenziale”.

Il blu richiama stabilità, calma, anche forza, ma placida, oltre che un senso di soddisfazione.

Queste in comunicazione sono chiamate scelte tattiche. E in America a riguardo sono super professionisti

Finanche la pettinatura di Trump è apparsa più “conservatrice” e la sua famiglia, le sue donne, si son fatte notare per le mise decisamente low profile, basso profilo, rispetto a noti precedenti: la moglie Melania ha assistito al dibattito vestita con un completo scuro e la figlia Ivanka si è presentata in rosa cipria.

Lui gioca in casa e sa che tipo di armatura è meglio scegliere. Sa come mettere al loro posto le sue donne al momento opportuno.

Ha solo un piccolo problema. Le donne, forse non ancora le sue, votiamo e siamo il 53% dell’elettorato, quindi lui si pone una domanda: può sfoderare la spada e trafiggere il cuore della “Lady in red”? Non è che perderebbe il voto finanche delle sue di donne?

E si deve dare una risposta. Meglio tenere la spada nel fodero, almeno a questo giro,

Così pensa il guerriero.

E’ questo il suo tallone d’Achille, dove, “Lady in red” ha cercato volutamente di colpire, al primo dibattito presidenziale.

In Usa e nella nostra cultura occidentale ormai guai a non rispettare le donne, guai fare loro uno sgarbo pubblicamente, sono guai seri se si entra nel politically incorrect. In questo senso si è avuto uno spostamento notevole.

La conquista del voto, il lavoro fuori delle mura domestiche, lo studio, ha fatto si che oggi non siamo più le “figlie di uomini colti” ma le “figlie di donne colte”. Questo fa la vera differenza.

Ma la presunta “vittoria”, secondo i sondaggi, di “Lady in red”, potrebbe essere un’arma a doppio taglio. E’ vero, ha fatto innervosire l’avversario, “ l’Uomo in bleu”, gli ha fatto perdere il controllo. Ma mai, dico mai, gridare vittoria se il gatto non ce l’hai nel sacco.

Siamo solo al primo dibattito presidenziale, fino al 4 novembre ce ne saranno altri due e la campagna intorno per conquistare l’elettorato, specie gli indecisi, non sarà un pranzo di gala.

Per i guerrieri, perdere una battaglia, pur rispettando l’avversario lì per lì, vuol dire che è solo un avvertimento, e che si devono allenare molto dippiù per vincere la guerra.

Noidonne siamo profondamente contro la guerra per via del materno. Siamo più per dare che per togliere la vita.

Le nostre modalità di lotta sono differenti, oscure per chi è diverso da noi e ci combatte. Sarà meglio usare le nostre tattiche e modalità per vincere e non scendere a patti con nessun Barbableu.

Le/i cittadine/i USA quando voteranno probabilmente non penseranno al genere della futura o futuro Presidente, ma al loro programma. Anche da loro c’è la paura dell’astenzionismo, perché la crisi economica globale è quella che è, ed è difficile oggi seguire la politica per noi gente comune.

Nessuno, donna o uomo che sia, ha ora la bacchetta magica.

Però la battaglia per la donna Presidente USA andrebbe sostenuta da ogni donna di buon senso. Solo per egoismo personale.

Arrivo a dire che andrebbe sostenuta anche se non piacesse la candidata, ripeto, solo per egoismo personale. Per poi finalmente creare una politica dello stare insieme, donne e uomini di buona volontà a partire dalla nomina della Presidente Usa per incominciare a pensare alla prossima Papessa.

Sono certa, tutta la politica sarebbe diversa da come è ora.

Insomma speriamo che sia femmina.

Il riscatto del marziano da: ilmanifesto.info

A parte la figuraccia di un premier che evita il confronto pubblico con un blasonato politologo del No e di un servizio pubblico che lascia al potere politico decidere dove, come e quando regalarci le sue apparizioni, l’episodio del professor Pasquino, prima invitato e poi gentilmente liberato dall’impegno, è segno di un crescente nervosismo del premier. Uno stato d’animo che ieri certo non avrà tratto giovamento dalla notizia dell’assoluzione di Ignazio Marino da ogni accusa. Una bella botta per il presidente-segretario, che fino a sera non aveva commentato il riscatto dell’ex sindaco.

Tra pochi giorni sarà giusto passato un anno dalla defenestrazione dell’ex primo cittadino della Capitale. Da quando, alla fine dell’ottobre 2015, accadde che un partito, il Pd romano, con poche migliaia di iscritti, mandò a casa, raccattando 26 firme da un notaio, un sindaco scelto da seicentomila elettori.

Quel modo di cacciare Marino dal Campidoglio era già un bell’esempio del modus operandi renziano, dell’escalation dirigistica e centralistica che colpisce il paese fin nelle sue fondamenta costituzionali.

Con un vistoso e inedito strappo alle regole basilari della democrazia, Marino fu dimissionato dai due Matteo (Renzi e Orfini) senza neppure l’ombra di una discussione pubblica nell’aula solenne dell’assemblea capitolina. Bersaglio di una durissima campagna dei grandi gruppi editoriali della Capitale, Marino diventò la pecora nera del Pd che ne chiedeva le irrevocabili dimissioni con una sguaiata rincorsa a chi sferrava l’accusa più affilata contro l’impresentabile marziano, seguita da una indecorosa gara a chi applaudiva più forte alla sua cacciata.

Ieri il giudice ha assolto l’ex sindaco dalle gravissime accuse di falso, peculato e truffa perché il fatto (gli scontrini) non sussiste e perché (le consulenze della Onlus) non costituisce reato. Una soddisfazione postuma e un riscatto amaro per il cittadino Ignazio, per gli elettori che lo avevano votato.

Come è andata a finire è cronaca di oggi, con le difficoltà della giunta pentastellata, obiettivo prediletto del Pd (quello stesso Pd di Renzi e Orfini), e dei giornali (quegli stessi giornali dell’attacco a Marino). Una volta abbattuto il marziano adesso il partito del presidente spara cannonate contro la sindaca Raggi. Senza neppure rendersi conto di quanto l’accanimento propagandistico contro i passi falsi della giunta e le difficoltà oggettive che governare Roma comporta, possa rivelarsi un boomerang contro la credibilità di chi lo lancia. Perché Renzi che ieri ha tolto di mezzo Marino e oggi vuol farsi imprenditore della rabbia contro la “casta”, non sembra ottenere grandi risultati visti i consensi assegnati ai 5Stelle dai sondaggi.

Gli italiani sono ancora indecisi sul che fare il 4 dicembre. Se nel paese dovesse prevalere l’idea che Renzi vuole far fuori chi si oppone non per governare ma per comandare, allora la notte dello scrutinio referendario potrebbe riservargli qualche brutta sorpresa.

L’attore De Niro attacca il candidato repubblicano Trump

http://www.lastampa.it/2016/10/08/multimedia/esteri/de-niro-attacca-trump-un-maiale-lo-prenderei-a-pugni-in-faccia-QQLZTJDChD9INR3jgJ4EoN/pagina.html

Salvatore Settis, la buona scuola non è buona. E le “competenze” non servono a niente da: linckiesta

L’archeologo e storico dell’arte contesta l’indirizzo della scuola e dell’università di oggi. E difende gli insegnanti, l’ozio creativo, e la storia come riserva di possibilità per il futuro

Studi sempre più specializzati. L’acquisizione di “competenze” sempre più precise che seguano le esigenze del mercato del lavoro. Studenti che escono dall’università (o anche dalle superiori) in possesso di una professionalità spendibile subito. Sono questi i desideri proibiti di chi frequenta le scuole, oltre che il totem retorico degli addetti alla cultura, dai ministeri ai dirigenti scolastici (con quali risultati poi è un’altra storia, di cui abbiamo cercato di parlare nello speciale di questa settimana su Linkiesta).
Ma c’è un ma: siamo sicuri che sia la strada giusta? Sicuri di essere consegnati alle varie specializzazioni e alle tecnicità sia l’unico modello culturale sensato? «Bisognerebbe ricordarsi più spesso di un aforisma di Goethe, che dice più o meno così: “Le discipline di autodistruggono in due modi, o per l’estensione che assumono, o per l’eccessiva profondità in cui scendono”» racconta a Linkiesta.it Salvatore Settis. Archeologo e storico dell’arte, già direttore della Normale di Pisa, dimessosi qualche anno fa dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali in polemica coi tagli alla Cultura del governo Berlusconi, Settis è ora in prima linea nella difesa di paesaggio e monumenti italiani. «Bisogna trovare un equilibrio tra lo specialismo e la visione generale -spiega-. La tendenza che si sta affermando nei sistemi educativi un po’ in tutto il mondo, ma in particolare in Italia è educare a “competenze” piuttosto che a “conoscenze”»

Fatti non fosti a viver come bruti, ma per seguir virtute et competenza?

Ecco, è un’idea perversa sostituire la parola “conoscenza” con “competenza”, come è stato fatto dai pedagogisti alla nostrana, consultati da Berlinguer e dalla Moratti in poi per le loro pessime riforme scolastiche. Abbiamo bisogno di persone con uno sguardo generale. Non bastano le conoscenze specialistiche, approfondite quanto si vuole. Ci vuole una visione collegata col senso della comunità (come del resto è scritto nella nostra Costituzione, che stiamo via via dimenticando).

Competenza vuol dire possedere oggetti conoscitivi e capacità. Conoscenza vuol dire farsi modificare dalle cose che si incontrano, giusto?

E poi non c’è conoscenza senza sguardo critico, cioè senza il dubbio. La scuola ci insegna delle cose, ma dovrebbe soprattutto insegnarci a dubitare di quello che essa stessa ci insegna.

E invece?

Il modello dell’educazione di oggi è quello di Tempi moderni, di Charlot che fa l’operaio e esegue un solo gesto: prendere la chiave inglese e girare un bullone. L’ideale del nostro bell’ideologo-intellettuale-riformatore dell’educazione è proprio “formare” qualcuno che fa una sola cosa, e la fa senza pensare. Un modo di mortificare la ricchezza della natura umana. E la democrazia viene uccisa.

A proposito di non-specialismi: quanto è stato importante per lei leggere disinteressatamente, senza un fine di studio. Così per piacere, e per avventura?

E’ essenziale per tutti. La curiosità intellettuale è il sale della formazione. Guai se uno dovesse leggere i libri o guardare i film che qualcuno gli ha ordinato di guardare o di leggere. Tutti inseguiamo delle curiosità senza scopo. E lo facciamo anche con gli esseri umani: se a una cena c’è una persona interessante ci parliamo. Così dobbiamo fare anche coi libri o con la formazione.

Cosa ne pensa degli slogan che erano cominciati con Berlusconi (“Inglese, impresa, internet”) e che proseguono con Renzi (“La buona scuola”)?

L’uno e l’altro slogan sono stati usati in modo superficiale e cinico per sostituire la sostanza. L’etichetta del brandy di lusso mentre nella bottiglia c’è quello del discount. Stesso discorso per il nostro presidente del Consiglio che ama la “Narrazione”. Narrare (in altri termini: raccontare balle) per persuadere gli ingenui. Basta parlare con qualche professore per accorgersi che la cosiddetta “buona scuola” non è una scuola buona: sono in condizioni di grave difficoltà da tutti i punti di vista.

Ecco, al di là dei problemi di reclutamento e del trattamento economico. I professori ormai sono perennemente ingolfati di carte: schede di valutazione, moduli da riempire, piani formativi. Sembra quasi un controllo burocratico-contenutistico kafkiano sul loro lavoro. Cosa ne pensa?

Questo è un punto vitale, per tutte le categorie di professori: elementari, medie, superiori. E anche quelli universitari. E qui c’è un paradosso…

Ci dica…

La burocratizzazione del mondo avanza mentre gli stessi governanti continuano a dirci che stanno facendo una lotta dura e senza paura contro la burocrazia. Il fatto di dover riempire mille moduli, dover scrivere mille sciocchezze: è come se non ci si fidasse della responsabilità dell’essere umano. Un professore si giudica dai risultati, da come fa lezione agli allievi. Nel caso di un professore universitario c’è la ricerca. Che poi viene spesso valutata male.

Perché?

L’Amvur valuta gli articoli senza leggerli. Se esce in una cosiddetta rivista di serie A viene valutato bene, se no niente. E’ una sciocchezza: molti ottimi articoli specialistici escono in riviste di serie B o di serie C. Questo è un modo di ragionare che può uccidere la ricerca unversitaria

Si dice che gli insegnanti abbiano troppe vacanze, che ne pensa?

Il lavoro intellettuale non si può quantificare o conteggiare. Tra i famosi “otium” e “negotium” non c’è soluzione di continuità. Un insegnante non deve essere valutato in base alle ore che fa di lezioni frontali. Chi le prepara? E il tempo che uno ci mette a prepararle chi lo conteggia?

Eh, chi lo conteggia?

Nessuno lo può conteggiare, appunto. Ma si rende conto che col sistema assurdo dei crediti formativi all’università si pretende di conteggiare il tempo che ci vuole a imparare un certo libro? Magari un libro di cento pagine io lo posso imparare in due ore e lei in mezz’ora. Abbiamo un sistema di valutazione che mortifica la diversità tra gli esseri umani. Valutare in base alle ore presunte è una solenne sciocchezza. Questa è la vera perversione che sta facendo danni enormi, e ne farà sempre di più.

Va per la maggiore un modello culturale, un paradigma tecnico-scientificizzante, 2.0, 3.0, 4.0 secondo cui il passato è qualcosa di evitabile. E’ inutile. Sono “nevi dell’anno scorso” come diceva Francois Villon. Ecco, professor Settis: a cosa serve il passato?

Il passato delle comunità, cioè la Storia, serve esattamente alla stessa cosa a cui serve il passato dell’individuo. A quelli che dicono che il passato non serve a nulla vorrei proporre di essere sottoposti all’espianto del proprio cervello, in modo che non sappiano più chi sono, chi sono i genitori, cosa hanno fatto prima. Il nostro presente, le parole che usiamo anche per fare conversazione, ora, vengono dal nostro passato. Anzi da un passato che non è solo in nostro: noi due in questo momento stiamo parlando in una forma molto modificata di latino. La realtà è costruzione del futuro nel presente usando ingredienti che vengono dal passato. Se ignoriamo questo siamo culturalmente morti.

Il passato non è nostalgia o atteggiamento reazionario, ma è una forza critica per non essere schiacciati dalle ideologie, per non finire come “generazioni di neoprimitivi” di cui cantava Battiato in Shock in my town?

Pierpaolo Pasolini usava una formula bellissima: “La forza rivoluzionaria del passato”. E’ un serbatoio di possibilità, di idee. Capiamo che c’erano in Toscana delle città stato, e a un certo punto Firenze si è imposta ed è diventa la capitale del Granducato. Ma non è impensabile che si imponessero altre famiglie sui Medici, e magari venisse fuori un granducato con capitale Siena, o Pistoia, o Pisa. Dante ha finito la Commedia ma poteva non finirla.

Trovare le possibilità inespresse in quello che è successo, per proporre qualcosa di diverso nel presente?

Il passato ci svela le alternative. E’ la possibilità di vedere il mondo sulla base di una visione laica e generosa della società.

Isadora Duncan ha inventato i suoi passi di danza guardando i dipinti vascolari greci. Lei, che non balla, ma fa l’archeologo e lo studioso, ha allestito una mostra di arte antica alla Fondazione Prada. Più che la conoscenza puntuale di una serie di procedure e strumenti già pronti serve immergersi in quello che la storia ha suggerito senza svelarlo del tutto?

Ho cercato di rispondere all’invito di Miuccia Prada con una mostra di arte antica su un tema contemporaneo: la serialità. Sono arrivati artisti contemporanei convinti che l’arte antica non potesse dire più nulla, ed erano stupiti di come queste statue ancora abbiano da dire. Usiamo in continuazione ingredienti che arrivano dal passato anche se non ce ne accorgiamo. Il passato è libertà.

giovedì 13 ottobre, alle 16,30, alla biblioteca “V. Bellini”

13 ottobre 2016 2giovedì 13 ottobre, alle 16,30, alla biblioteca “V. Bellini” di  via Antonino di Sangiuliano,  307  si parlerà del libro di Guglielmo Manitta, “L’eruzione dell’Etna del 1879, problema dell’Italia unita” con Sonia Calvari (Dirigente di ricerca, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia-Catania) e Giuseppe Manitta
(Direttore editoriale de Il Convivio Editore).