Molti interessi convergono in Siria da: www.resistenze.org

 

Ástor García |  unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

02/10/2016

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, dichiarava nel mese di settembre 2012, che il conflitto siriano, iniziato nel 2011, era una calamità regionale con implicazioni globali. Nel settembre 2016 questa affermazione viene pienamente confermata, dato il corso degli eventi.

In questa sede manca lo spazio necessario per dettagliare tutte le ramificazioni internazionali del conflitto siriano, la moltitudine degli interessi economici, politici e strategici che convergono nella stessa area: ma è chiaro che il tentativo di rovesciare il governo di Bashar al Assad è ben lontano dall’essere un fenomeno di carattere interno.

Se, come accade nella strategia interventista delle potenze imperialiste, inizialmente si approfittò di alcuni disordini sociali, nessuno può dubitare oggi, che dietro la presunta “rivoluzione siriana” c’erano, incoraggiandola, organizzandola e finanziandola, diversi paesi stranieri come gli Stati Uniti, la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita, e altri importanti membri dell’Unione europea, come la Francia o il Regno Unito. Ciascuno di questi con interessi propri, ma coincidenti nel medesimo obiettivo finale: istigare un cambio di governo siriano, come poco prima in Libia.

Più tardi, altri paesi come l’Iran, l’Iraq e la Russia, sono entrati nel conflitto, in tempi diversi e con diversi gradi di coinvolgimento, per sostenere il governo siriano; ma sarebbe un grave errore credere che quel sostegno fosse inteso solo a difendere la sovranità siriana o combattere il terrorismo islamista favorito da altri poteri.

Inoltre, non bisogna dimenticare il ruolo di Israele che, pur essendo più lontano dai riflettori dei media, sta intervenendo nel conflitto siriano. Non vi è dubbio che la sconfitta del governo siriano, strenuo difensore della milizia sciita libanese Hezbollah, indebolirebbe i principali nemici di Israele e aprirebbe uno scenario di forte instabilità, idoneo ad avanzare posizioni sioniste nella zona.

Per dirla in breve, l’origine del conflitto in corso in Siria ha in larga parte a che fare con lo scontro di interessi tra le varie potenze capitaliste, che vogliono ottenere una migliore posizione per i loro monopoli in una zona strategica per il funzionamento e la distribuzione delle risorse naturali. In questa situazione, la grande sfida della classe operaia è quella di non lasciarsi influenzare da ingerenze esterne e evitare di schierarsi per una o l’altra potenza imperialista.

Certo, la lotta tra i monopoli statunitensi o russi non è l’unica ragione alla base del conflitto; ci sono altri elementi che aggravano la situazione: come la lotta per il predominio nella regione di altre potenze regionali come la Turchia, l’Iran o l’Arabia Saudita; i conflitti religiosi storici tra sciiti e sunniti dell’Islam; il recente passato coloniale con i suoi confini artificiali e la recente creazione dello Stato di Israele, la cui politica di destabilizzazione nella zona ha generato non poca sofferenza.

Sono certamente molti i fattori che aggravano la situazione in Siria, ma la causa principale della situazione attuale si trova in fattori politici ed economici, soprattutto nel trasporto di gas verso i paesi d’Europa e quali monopoli ne traggono beneficio. Forse non saremmo a parlare della guerra in Siria se il governo di quel paese avesse accettato la proposta di costruire un gasdotto per il trasporto del gas naturale del Qatar, sostenuto dagli Stati Uniti, piuttosto di accettare la proposta iraniana, sostenuta dalla Russia, che attualmente controlla quasi in regime di monopolio, il commercio di gas verso l’Europa orientale.

Non basta opporsi alla guerra imperialista, è necessario conoscere e comprendere le sue cause per organizzare la lotta della classe operaia e popolare contro il sistema che le genera.

 

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