Aumenta la repressione in Turchia contro il Partito Comunista, la sinistra e la classe operaia da: www.resistenze.org

 

Partito Comunista, Turchia (KP) | solidnet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

30/09/2016

Il 15 luglio la Turchia ha assistito ad un fallito tentato golpe in cui erano coinvolti alcuni importanti gülenisti e che è stato sostenuto dall’imperialismo USA ed UE. Dopo questo tentativo, il governo AKP ha dichiarato lo “stato d’emergenza”.

Attualmente, Erdogan e il suo governo agiscono con la paura di un nuovo golpe o la minaccia di una purga e questo si riflette nell’ambiente politico. Più di 60mila persone del settore pubblico sono state sospese, una parte di esse sono stati arrestati con l’accusa d’essere gülenisti. Tutto questo rappresenta la più grande purga e la più grande spaccatura all’interno dello Stato nella storia della Repubblica di Turchia. Tuttavia, non c’è stato avuto alcun sollievo per l’AKP.

D’altra parte, essendo un rappresentante della classe capitalista turca, l’AKP ha beneficiato dello stato d’emergenza per i suoi atti ostili contro la classe operaia e l’antagonismo di classe.

Nel corso degli ultimi due mesi, con la scusa di lottare contro il terrorismo del movimento di Gülen, il governo ha effettuato una massiccia epurazione. Quasi 14mila insegnanti sono stati licenziati dalle scuole pubbliche, tra cui alcuni personaggi progressisti e di sinistra. Nel mondo accademico, più di 2.346 studiosi e ricercatori sono stati espulsi tramite decreto straordinario. C’erano anche, ovviamente, accademici progressisti e di sinistra tra i licenziati nell’ambito universitario.

In molti conflitti nel mondo del lavoro, sono stati oppressi e/o licenziati operai utilizzando lo stato d’emergenza come scusa in favore dei capitalisti. Gli scioperi sono stati sospesi e i lavoratori attaccati dalla polizia.

Recentemente, abbiamo assistito all’aumento dell’oppressione contro il Partito Comunista, Turchia (KP) e altri movimenti di sinistra, sia da parte della polizia che della magistratura.

Dieci membri del KP sono stati arrestati mentre distribuivano le pubblicazioni del Partito ad Adana. Anche l’attività politica della gioventù comunista nelle scuole superiori di questa città si è conclusa con il fermo da parte della polizia.

La sentenza di carcerazione per 45 studenti universitari che parteciparono a proteste molto prima del tentato colpo di stato contro Erdogan, è stata pronunciata la settimana scorsa.

Il KP, come avanguardia della classe operaia, mantiene salda la sua lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia della classe capitalista e dei suoi rappresentanti. La diffusione delle pubblicazioni e di tutte le attività del Partito prosegue in modo militante in tutta la Turchia.

Il KP sta reagendo alla profonda crisi creata dalla classe capitalista e dagli imperialisti in modo sempre più forte, organizzando il popolo.

 

Gli opportunismi secondo Lenin da: www.resistenze.org

 

Catarina Casanova | odiario.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

18/09/2016

Ricordare gli insegnamenti di Lenin è sempre utile. Catarina Casanova, citando testi del rivoluzionario russo e di Álvaro Cunhal, afferma in questo articolo che il riformismo è una degenerazione della burocrazia che attribuì priorità alla lotta parlamentare, generando aspettative senza fondamento nella “collaborazione con partiti democratici”.

“Non si può, infatti, confondere il partito come reparto d’avanguardia della classe operaia con tutta la classe. E il compagno Axelrod cade appunto in questa confusione (caratteristica del nostro economicismo opportunistico in generale) (…)” Un passo avanti e due indietro, Lenin 1904[i]

In L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale (1916)[ii], Lenin afferma che l’opportunismo è uno stato d’animo dapprima, tendenza in seguito e, infine, gruppo o strato composto dalla burocrazia operaia e dai compagni di strada piccolo-borghesi. Afferma Lenin (op. cit.) che questo gruppo di personaggi, gli opportunisti, ingannano e sottomettono il movimento operaio riconoscendo a parole gli obiettivi rivoluzionari e la tattica rivoluzionaria.

Gli opportunisti conquistano la fiducia delle masse attraverso l’affermazione solenne che tutto il lavoro “pacifico” non era che la “preparazione alla rivoluzione proletaria” (op. cit.). Lenin arriva anche a paragonare questo problema a un ascesso, affermando che: questa contraddizione è “l’ascesso che da un giorno all’altro doveva scoppiare, e che è scoppiato.” (op. cit.) In Radicalismo piccolo-borghese di facciata socialista (1971)[iii], Álvaro Cunhal sostiene che la corrente ideologica del radicalismo piccolo-borghese “si manifesta, da un lato, nella creazione di gruppi o partiti piccolo-borghesi di “opzione socialista” e di verbalismo di sinistra; dall’altro, in tendenze revisioniste all’interno dello stesso movimento operaio“, ossia, l’opportunismo può esser di sinistra, o revisionista.

L’opportunismo può esser visto come una specie di pratica politica che si definisce per l’accomodamento alle circostanze, che cerca di trarre profitto da queste senza rispettare norme, regole o statuti.

In un partito comunista, l’opportunismo è inerente alla lotta di classe che si sviluppa al suo interno (Lenin, 1904). Essendo una manifestazione dell’ideologia e politica piccolo-borghese, l’opportunismo può esser di destra o di sinistra anche se nella pratica entrambi sono nemici dei comunisti. L’opportunismo di destra si può vedere nella politica di conciliazione di classe e di cooperazione del proletariato con la borghesia, l’opportunismo di sinistra ingloba un insieme di posizioni ultra-rivoluzionarie e avventuriste che si basano sul volontarismo rispetto alla sopravvalutazione della violenza rivoluzionaria. Entrambi gli opportunismi sono nemici del marxismo-leninismo.

L’opportunismo è evoluto nella sua forma e contenuto anche se la sua natura rimane intatta. Sebbene si possa vestire da “rinnovatore” o “ortodosso”, nella realtà la definizione della sua natura è fondamentalmente la stessa dal 6° Congresso dell’Internazionale Comunista (IC): “La “sinistra” social-democratica, usando di buon grado la fraseologia pacifista e a volte rivoluzionaria, agisce in realtà contro gli operai, soprattutto nelle ore più critiche (…) e costituisce per questa ragione la fazione più pericolosa dei partiti social-democratici. Servendo all’interno della classe operaia gli interessi della borghesia e collocandosi interamente sul terreno della collaborazione di classe e della coalizione con la borghesia, la social-democrazia è, in certi momenti, costretta a passare all’opposizione e anche a simulare la difesa degli interessi della classe del proletariato nella sua lotta economica; lo fa con l’unica finalità di acquisire la fiducia di una parte della classe operaia e di tradire i suoi interessi permanenti, tanto più vergognosamente nell’ora delle battaglie decisive[iv].

Ci sono una serie di espedienti impiegati da questa ala sinistra della social-democrazia per ottenere la fiducia parziale della classe. Il primo è il filisteismo, che riduce tutto il dibattito a “etichette” e argomentazioni fallaci. Il lavoro politico è fondamentalmente organizzativista, nella trasposizione della logica capitalista all’interno delle organizzazioni del proletariato in varie misure: primo, nel produttivismo delle mete e obiettivi; secondo, nel contrabbando ideologico di idee e concetti legalisti, democraticisti, e conciliatori; terzo, nel disprezzo per il lavoro di discussione e direzione collettiva e formazione teorica, frutto di una sfiducia nella capacità delle masse di essere agenti coscienti della loro emancipazione.

A riguardo, si veda questo esempio, tratto dal Manifesto di Champigny del PCF (1968)[v]: “come sottolineano le Dichiarazioni dei partiti comunisti del 1957 e 1960, nelle condizioni attuali, in una serie di paesi capitalisti, la classe operaia, condotta dalla sua avanguardia, ha la possibilità, unendo a sé la maggioranza del popolo contro il dominio del capitale monopolista e isolando la grande borghesia, appoggiandosi nella collaborazione politica dei partiti democratici e delle organizzazioni operaie, di conquistare il potere e assicurare il passaggio dei principali mezzi di produzione nella mani del popolo senza una guerra civile”.

Il linguaggio legalista e conciliatorio appare qui senza alcun travestimento, come negazione del principio, mai contraddetto da nessuno dei classici del marxismo-leninismo, della natura violenta della rivoluzione socialista per la rottura con il regime capitalista e la borghesia. La natura di classe dello Stato, l’esperienza storica recentissima all’epoca (1968: con le sconfitte del legalitarismo in Brasile e il trionfo della lotta armata a Cuba) furono interamente ignorate. Si tratta di un esercizio disonesto che ignora l’esperienza storica, aiutandosi con una fraseologia rivoluzionaria, come detto prima. E come la storia ha dimostrato, questa logica si è ripercossa nella centralizzazione assoluta della via parlamentare, nel organizzativismo delle campagne elettorali e nella ricerca incessante di più voti e mandati con l’idea anti-leninista di “voto su voto, deputato su deputato, verso il socialismo” (ai giorni d’oggi, nemmeno questo progresso si verifica). L’allora direzione del PCF, mentre tradiva la linea marxista-leninista, non lesinava discorsi sul pericolo di disgregazione del partito e l’importanza dell’unità. Tutti sappiamo dove e cosa è il PCF oggi.

Insomma, l’opportunismo, presente anche nel riformismo, è una conseguenza della degenerazione ideologica che colpisce il movimento operaio quando la sua dinamica genera elementi di una burocrazia che gestisce e tutela questo movimento, incamminandosi, come nell’esempio fatto, sulla lotta strettamente legale, parlamentare, alimentando aspettative nella “collaborazione dei partiti democratici”, prospettiva anti-leninista. La permanente formazione ideologica degli elementi delle masse e la sua vigilanza rivoluzionaria sulla direzione è l’unico metodo che può impedire queste dinamiche opportuniste.

Tornando la parola a Lenin (1916): “L’opportunismo è stramaturo: è passato definitivamente nel campo della borghesia in socialsciovinismo: moralmente e politicamente ha rotto con la socialdemocrazia; romperà anche con questa nel campo organizzativo. Gli operai reclamano fin da oggi opuscoli “illegali”, riunioni “non permesse”, cioè un’organizzazione segreta per appoggiare il movimento rivoluzionario delle masse. Solo questa “guerra alla guerra” è cosa degna della socialdemocrazia e non una frase: E nonostante tutte le difficoltà, le sconfitte passeggere, gli errori, gli abbagli, le pause, quest’opera condurrà l’umanità alla rivoluzione proletaria vittoriosa“.

 

Molti interessi convergono in Siria da: www.resistenze.org

 

Ástor García |  unidadylucha.es
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

02/10/2016

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, dichiarava nel mese di settembre 2012, che il conflitto siriano, iniziato nel 2011, era una calamità regionale con implicazioni globali. Nel settembre 2016 questa affermazione viene pienamente confermata, dato il corso degli eventi.

In questa sede manca lo spazio necessario per dettagliare tutte le ramificazioni internazionali del conflitto siriano, la moltitudine degli interessi economici, politici e strategici che convergono nella stessa area: ma è chiaro che il tentativo di rovesciare il governo di Bashar al Assad è ben lontano dall’essere un fenomeno di carattere interno.

Se, come accade nella strategia interventista delle potenze imperialiste, inizialmente si approfittò di alcuni disordini sociali, nessuno può dubitare oggi, che dietro la presunta “rivoluzione siriana” c’erano, incoraggiandola, organizzandola e finanziandola, diversi paesi stranieri come gli Stati Uniti, la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita, e altri importanti membri dell’Unione europea, come la Francia o il Regno Unito. Ciascuno di questi con interessi propri, ma coincidenti nel medesimo obiettivo finale: istigare un cambio di governo siriano, come poco prima in Libia.

Più tardi, altri paesi come l’Iran, l’Iraq e la Russia, sono entrati nel conflitto, in tempi diversi e con diversi gradi di coinvolgimento, per sostenere il governo siriano; ma sarebbe un grave errore credere che quel sostegno fosse inteso solo a difendere la sovranità siriana o combattere il terrorismo islamista favorito da altri poteri.

Inoltre, non bisogna dimenticare il ruolo di Israele che, pur essendo più lontano dai riflettori dei media, sta intervenendo nel conflitto siriano. Non vi è dubbio che la sconfitta del governo siriano, strenuo difensore della milizia sciita libanese Hezbollah, indebolirebbe i principali nemici di Israele e aprirebbe uno scenario di forte instabilità, idoneo ad avanzare posizioni sioniste nella zona.

Per dirla in breve, l’origine del conflitto in corso in Siria ha in larga parte a che fare con lo scontro di interessi tra le varie potenze capitaliste, che vogliono ottenere una migliore posizione per i loro monopoli in una zona strategica per il funzionamento e la distribuzione delle risorse naturali. In questa situazione, la grande sfida della classe operaia è quella di non lasciarsi influenzare da ingerenze esterne e evitare di schierarsi per una o l’altra potenza imperialista.

Certo, la lotta tra i monopoli statunitensi o russi non è l’unica ragione alla base del conflitto; ci sono altri elementi che aggravano la situazione: come la lotta per il predominio nella regione di altre potenze regionali come la Turchia, l’Iran o l’Arabia Saudita; i conflitti religiosi storici tra sciiti e sunniti dell’Islam; il recente passato coloniale con i suoi confini artificiali e la recente creazione dello Stato di Israele, la cui politica di destabilizzazione nella zona ha generato non poca sofferenza.

Sono certamente molti i fattori che aggravano la situazione in Siria, ma la causa principale della situazione attuale si trova in fattori politici ed economici, soprattutto nel trasporto di gas verso i paesi d’Europa e quali monopoli ne traggono beneficio. Forse non saremmo a parlare della guerra in Siria se il governo di quel paese avesse accettato la proposta di costruire un gasdotto per il trasporto del gas naturale del Qatar, sostenuto dagli Stati Uniti, piuttosto di accettare la proposta iraniana, sostenuta dalla Russia, che attualmente controlla quasi in regime di monopolio, il commercio di gas verso l’Europa orientale.

Non basta opporsi alla guerra imperialista, è necessario conoscere e comprendere le sue cause per organizzare la lotta della classe operaia e popolare contro il sistema che le genera.