Torino, soldi dell’acqua pubblica per risanare il bilancio. Proteste dei comitati: “Truffa ai cittadini” da: ilfattoquotidiano.it

Approvata la delibera in cui si autorizza la holding comunale Fct a vendere per due milioni di euro 31mila azioni della Società metropolitana acqua (Smat) alla società stessa. Lega: “Smat e acqua usati come bancomat”. Il Comune: “Nel 2017 sarà diverso”

di Andrea Giambartolomei

Il bilancio è incerto, il debito è alto, e così Chiara Appendino utilizza per la città di Torino i profitti della società pubblica dell’acqua. Finisce così nel mirino dell’opposizione e del comitato per l’acqua pubblica la delibera approvata il 3 ottobre – con 24 voti favorevoli, tre contrari e nove astenuti – con cui si autorizza la holding comunale Fct a vendere per due milioni di euro 31mila azioni della Società metropolitana acqua (Smat)alla società stessa. Non solo: se negli scorsi mesi il predecessore Piero Fassino aveva chiesto ai vertici di Smat la possibilità di avere 8 milioni di euro dalle loro riserve, Appendino ne vorrebbe due in più per coprire un altro disallineamento trovato tra i bilanci. Oppositori e movimenti accusano la sindaca, la sua giunta e il M5S di essere incoerenti:         “Questa amministrazione è costretta, anche qualora non condivida i principi i valori ispiratori di queste operazioni, a concluderle, al fine di evitare alla città pesanti ripercussioni”, ha risposto lunedì in aula il vicesindaco “benicomunista” Guido Montanari.

La vendita delle azioni – Nel 2014, tre anni dopo il referendum sulla gestione pubblica dell’acqua, l’amministrazione di Piero Fassino ha approvato una modifica dello statuto di Smat: i soci “diversi dai Comuni” (come la Fct holding della Città di Torino, la società “Patrimonio Città Settimo Torinese” e il consorzio Cidiu dei comuni della cintura ovest) dovevano diminuire la loro presenza in Smat trasferendo le azioni alleamministrazioni o vendendole alla Smat “previa approvazione dell’assemblea”. Dopo vari passaggi, i soci di Smat hanno approvato nella primavera scorsa l’acquisto di 80mila azioni al massimo dalle tre società comunali, di cui 31mila dalla holding del capoluogo per il valore di due milioni di euro. Col voto di lunedì, quindi, la città prende atto che la suafinanziaria cederà quel pacchetto societario e autorizza il sindaco a partecipare all’assemblea di Fct per approvare la cessione. “L’operazione rientra all’interno di un piano pluriennale finalizzato al rafforzamento della componente pubblica nella compagine sociale dell’azienda”, ha premesso il vicesindaco Montanari, precisando che “la delibera è anche uno dei provvedimenti relativi ad aggiustamenti al bilancio”.

L’opposizione – Dall’opposizione non sono mancate le critiche. SecondoAlberto Morano della “Lista civica Morano”, tutto ciò è “finalizzato a consentire a Fct di reperire disponibilità liquide per pagare al Comune di Torino residui debiti di un milione”. Più diretto Fabrizio Ricca, consigliere della Lega Nord che accusa la giunta di voler “usare Smat e l’acqua come un bancomat”. Secondo Osvaldo Napoli (Forza Italia), l’amministrazione di Appendino toglie “due milioni di euro di investimento sull’acqua ai comuni”. Critica la mancanza di coerenza la consigliera Eleonora Artesio, di “Torino in Comune”, che ha ricordato la mozione voluta da Appendino nel 2013 per “non consentire la redistribuzione di eventuali utili ai soci di Smat, ritenendo che essi dovessero semmai servire a potenziare le attività di Smat e a diminuire le tariffe del servizio”, il contrario di quanto avviene adesso. Infine arriva l’attacco del Pd tramite il capogruppo Stefano Lo Russo, secondo cui i problemi del bilancio dipendono dalla nuova amministrazione, che avrebbe variato in corso di opera alcune attività facendo venir meno alcune entrate previste.

Le proteste fuori dal palazzo – Non è tutto. Da tempo il Comitato acqua pubblica Torino è sul piede di guerra. Il 29 luglio, neanche undici giorni dopo l’insediamento, aveva accusato il M5S di “rinviare all’infinito” la trasformazione di Smat in un’azienda di diritto pubblico. Sulla richiesta di utilizzare le riserve per coprire i disallineamenti dei bilanci, poi, il comitato ha accusato Appendino di proseguire le politiche neoliberiste delPd e di continuare la “truffa ai cittadini che con la bolletta non pagano solo ‘tutti i costi del servizio idrico’, ma anche un surplus destinato ai comuni soci, per scopi che nulla hanno a che vedere con l’acqua”. Simile l’attacco di Rifondazione comunista che, tramite il suo segretario Ezio Locatelli, sostiene che la giunta “è in rotta di collisione con la volontà popolare che si è espressa col referendum sull’acqua pubblica del 2011”. “Non facciamo tutto ciò perché abbiamo cambiato idea, ma perché siamo costretti dai bilanci – ribadiscono dal Comune -. Nel 2017 sarà diverso”.

fonte: Il Fatto Quotidiano, Martedì 4 ottobre 2016

Come smontare gli argomenti del Sì da: rifondazione comunista

di Massimo Villone

Intorno al voto referendario crescono non gli argomenti, ma il rumore. Ora, per la riforma dell’Italicum: si modifica, e come? C’è una proposta Pd, e quale? Ma alla fine Renzi che vuole davvero?

Il cardine del sistema elettorale nel Renzi-pensiero è dato dal primo turno con soglia seguito da un ballottaggio senza soglia, con 340 seggi garantiti da un mega-premio di maggioranza. Solo questo può dare in un sistema ormai tripolare i numeri parlamentari truccati che realizzano il mantra renziano di sapere chi governa la sera del voto. Tutto il resto è contorno, dal premio alle coalizioni alla preferenza per i capilista.

Elementi rilevanti ma non decisivi, perché una accorta gestione delle candidature può comunque assicurare al premier una truppa di pretoriani fedeli. Dubito che Renzi intenda rinunciare agli strumenti veri del suo potere personale.

In ogni caso, la legge Renzi-Boschi impone di per sé il No nel referendum. La correzione dell’Italicum, che è solo una aggravante, non muterebbe il giudizio. Il premier ha propinato alla democrazia italiana due pillole al cianuro: riforma costituzionale e Italicum. Ciascuna basta a uccidere il paziente. E dunque bisogna rifiutare entrambe.

Il Sì cede nei sondaggi ma prima ancora negli argomenti portati nei dibattiti, a partire da quello dei risparmi. Renzi insiste sulla favola dei 500 milioni, ma il silenzio cala in platea quando si legge il documento della Ragioneria dello stato che certifica il risparmio per il senato a meno di 49 milioni all’anno, rendendo vera l’immagine di un diritto di voto scippato ai 50 milioni di elettrici e elettori italiani per un risparmio equivalente di meno di un caffè all’anno a testa. Il senato sopravvive, si taglia il diritto di votare i senatori. Il silenzio è poi tombale quando ancora si legge che non c’è risparmio quantificabile dalla cancellazione delle province in Costituzione, o dalla limitazione degli emolumenti per i consiglieri regionali. Mentre sopprimere il Cnel vale meno di nove milioni all’anno. Alla fine, con i suoi 500 milioni Renzi è il venditore di auto usate che vuole far passare un catorcio per una Ferrari.

Ma, si dice, abbiamo una camera delle regioni, in stile Bundesrat tedesco. È falso. Nel Bundesrat i governi dei Lander partecipano direttamente ai processi decisionali attraverso rappresentanti assoggettati a vincolo di mandato. Mentre nel nostro senato a mezzo servizio arriverebbero per ogni regione pochi consiglieri regionali e un sindaco, legati ai piccoli segmenti di territorio nei quali sono stati eletti, liberi di votare come vogliono. Una camera di frantumazione, di egoismi territoriali, di inciuci. Alla fine, il senato futuro somiglia non al Bundesrat tedesco, ma alla camera alta austriaca, che nell’opinione comune è un fallimento. L’affermazione che la riforma non rafforza il premier si colpisce ricordando il controllo del governo sull’agenda e i lavori parlamentari, con il voto a data certa. Che non sia toccata la parte I della Costituzione si nega perché i diritti in essa garantiti vanno attuati dal legislatore e dalle maggioranze di governo, e dunque l’architettura dei poteri è essenziale. La celebrata semplificazione si distrugge leggendo in parallelo gli artticoli 70 e 72 nella versione vigente e in quella riformata. Cede anche l’argomento della partecipazione democratica, di fronte a firme triplicate per la proposta di legge di iniziativa popolare, e referendum propositivi e di indirizzo rinviati a data futura e del tutto incerta. Mentre è indiscutibile e immediata la ri-centralizzazione nel riparto di competenze stato-regioni.

Alla fine di ogni dibattito rimane al Sì un solo argomento: non c’è alternativa. È lo scenario fine del mondo, disegnato dallo stesso Renzi e sollecitamente assunto da J.P.Morgan, Fitch, Confindustria, Marchionne, multinazionali e tutti i poteri forti dell’economia e della finanza, certo non per caso schierati con lui.

Ma per nessuna ragione si scambia una Costituzione – che può durare generazioni – con un governo in carica, destinato a fare le valigie in un tempo comunque breve. Se fosse uno statista, lo stesso Renzi ripulirebbe il campo da ogni gramigna politica e personale. Ma le sue aspirazioni non vanno oltre l’essere uomo di governo. Il più a lungo possibile.

Benigni, Ferrero: «Peccato che chi ha declamato la Costituzione nata dalla Resistenza si riveli un giullare di corte» da: rifondazionecomunista

di Paolo Ferrero –

Chi ha declamato la bellezza e la bontà della Costituzione italiana nata dalla Resistenza paragoni il mantenimento della Carta a una catastrofe, dicendo che la vittoria del NO sarebbe peggio della Brexit, è francamente un segno di degrado.
Perchè mai se vincesse il no il morale del Paese dovrebbe crollare? Non rilancerebbe l’impegno per attuare oltre che per mantenere la più bella Costituzione del mondo?
Pensavo che Benigni fosse un intellettuale di sinistra che sapeva recitare e fare il comico, mentre in questa situazione dimostra purtroppo di essere solo un giullare di corte. Peccato!