RosaDiLicata, vita e musica di una siciliana ribelle da:ndnoidonne

Opere, amori e dolori di Rosa Balistreri, classe 1927, da Licata, a “sud del Sud”. Lo spettacolo è frutto delle ricerche di Chiara Casarico e dell’associazione Ilnaufragarmèdolce
Roberto Dati

Una bellissima storia di lotta e di emancipazione sta girando l’Italia e l’Europa grazie a Chiara Casarico che, insieme all’associazione Ilnaufragarmèdolce, svolge da anni un appassionato lavoro di ricerca e di messa in scena di opere dal forte impegno civile.
Si narra qui di una donna di straordinario talento e determinazione, apparsa sulla scena della musica popolare a quasi trent’anni, quando per una fimmina di umili origini della remota provincia agrigentina il destino era già scritto indelebilmente con l’inchiostro rosso sangue delle violenze e dei parti plurimi, come richiesto dai rigidi ruoli della società patriarcale.
Rosa, invece, trova dentro di sé la forza di volontà per ribellarsi alle ingiustizie, riuscendo a riscattarsi da una condizione di povertà ed analfabetismo grazie alla fortissima passione per il canto, che le sgorgava naturale mentre lavorava o si recava al mercato. Passione, persino questa, inadatta a una donna, che sempre “muta deve stare” e che deve soggiacere al maschio, sia esso il padre, il marito designato o il prete presso cui presta servizio.
E la rabbia per i soprusi subiti da ciascuna di queste figure, Rosa non la tratteneva: prima rifiutandosi di cedere al desiderio fugace dei giovani rudi incrociati nelle strade polverose del paese d’origine – “Dopo questo fatto non ne volevo sapere più niente (dell’amore)” – poi dedicando versi affilati al parroco della chiesa palermitana che la insidiava, accostando “lu prete e lu mafiosu” come figure di oppressione, infine rivoltandosi contro il marito violento e infingardo che mostrava disprezzo a lei e alla figlioletta.
Carattere mai domo, voce potente in cerca di libertà, Rosa fugge dalla Sicilia e va a Firenze, dove incontra e s’innamora di Manfredi, artista che le fa conoscere Ignazio Buttitta, Guttuso e Sciascia, Amalia Rodriguez e Dario Fo. Il successo arriva, anche se in ritardo; ora lei è Rosa Balistreri, cantante folk e compositrice, in scena nei teatri e sui palchi dei festival. Ora Rosa, che dilicata non ha potuto essere, è una donna felice con una vita densa di esperienze e di soddisfazioni.
La forma del teatro-canzone viene utilizzata con grazia ed equilibrio da Chiara Casarico e la sua compagnia, da Roberto Mazzoli e Stefania Placidi alle chitarre fino a Lorenzo Terranera, la cui scenografia è geniale nella sua necessaria essenzialità – le spazzole che si trasformano in scarpe, quelle scarpe mai possedute prima da una giovane contadina.
Al centro della scena un carretto siciliano, che diventa di volta in volta strumento di lavoro, sbarre di prigione, talamo nuziale, intorno al quale la regia di Emilia Martinelli fa muovere Chiara/Rosa lungo tutta la gamma di emozioni che la Balistreri ha attraversato nel corso della sua vita tumultuosa, avventurosa, ma al tempo stesso composta – come ebbe a dire di lei Ignazio Buttitta – nella “sua ferma disperazione, la sua tragica dolcezza”.

Intervista con Piotr Simonenko: il processo di “fascistizzazione” e di “decomunistizzazione” dell’Ucraina (prima parte) da: www.resistenze.org

Raffaele Morgantini * | investigaction.net
Traduzione da marx21.it

26/08/2016

Novembre 2013: in seguito alla decisione del governo ucraino di non siglare l’accordo di associazione con l’Unione europea, un colpo di stato succeduto ad un’escalation di violenze, appoggiato e incitato da partiti e “ONG” in rapporto diretto con le potenze occidentali, scoppia nel paese. I movimenti neo-fascisti sembrano aver giocato un ruolo di primo piano nell’evento, consentendo loro di occupare la ribalta degli eventi, ristabilire la propria legittimazione nel nuovo ordine statale, occupando funzioni chiave nell’apparato di governo, influenzando anche la ristrutturazione dei rapporti di forza interni. Parallelamente al riallineamento dell’Ucraina con gli interessi strategici dell’imperialismo (apertura economica, associazione con l’UE, associazione de facto con la NATO, opposizione alla Russia), si assiste all’avvio di un processo di fascistizzazione ideologica. Al fine di comprendere tale processo e di evidenziare la realtà politica attuale, Investig’Action si è intrattenuta con il segretario generale del Partito Comunista d’Ucraina, Piotr Simonenko.

Raffaele Morgantini: La crisi politica in Ucraina è stata sulle prime pagine dei giornali nel 2014 e nel 2015, ma oggi, almeno in Europa occidentale, non se ne sente più parlare. Qual è attualmente la situazione in Ucraina?

Piotr Simonenko: Dal mio punto di vista, non bisogna considerare gli eventi che si sono prodotti nel cuore del potere nel 2014-2015 come una crisi politica. Quelle persone non si sono battute per cambiare la politica, né per fare delle riforme, né per sostituire i responsabili politici con dei nuovi che avrebbero potuto condurre tali riforme. In verità, coloro che sono giunti al potere al Maidan dopo il colpo di stato del 2014 avevano già organizzato la lotta dall’interno. Si tratta degli stessi oligarchi, ma stavolta si battevano per la redistribuzione delle risorse in seno stesso del loro piccolo gruppo giunto al potere.

Non era dunque questione di lottare per cambiare le cose e realizzare ciò che era stato promesso a Maidan al fine di migliorare la situazione nell’interesse dei cittadini ucraini, ma di spartirsi le risorse finanziarie ed i beni. Certo, essi pensavano già alle prossime elezioni e tutto ciò è stato qualificato come crisi politica. Nello stesso tempo, essi non erano in grado di fare quello che avrebbero dovuto fare, poiché il nuovo governo è stato formato su istruzioni degli Stati Uniti e costituito in gran parte da cittadini originari di altri stati. Questo governo non ha condotto una politica nazionale ma quella che esigeva il FMI. Esso non ha organizzato l’economia in modo funzionale agli interessi dell’Ucraina: non si è occupato che di trovare i mezzi per finanziare la guerra civile e ha preso a pretesto questa guerra civile per giustificare tutti i crimini che erano commessi. La corruzione è stata moltiplicata per due o per tre e, nel contesto del regime che sto evocando, è divenuta, in effetti, una corruzione totale. La politica dei prezzi è stata stabilita nell’interesse del grande capitale e degli oligarchi, così come la politica sociale. E’ il motivo per cui vorrei ancora una volta sottolineare che questa pretesa crisi politica testimonia l’assenza di professionalità di coloro che sono giunti al potere dopo il Maidan, della loro assenza di ogni programma preciso circa le cose da fare e di come farle e, naturalmente, non parliamo di una qualunque responsabilità nei confronti delle promesse fatte al popolo ucraino. Il solo risultato di questa politica è l’usurpazione del potere da parte di Poroshenko, che utilizza delle pretese riforme costituzionali e giudiziarie per fare in modo che tale usurpazione divenga completa e definitiva.

R.M.: Quali sono le conseguenze di questa situazione per voi stesso e per il vostro partito, il partito comunista d’Ucraina?

P.S.: Nella misura in cui l’Ucraina sta realizzando un regime nazional-oligarchico, e per dirla tutta, essenzialmente fascista, è evidente che una delle priorità di questo regime è stata, fin dall’inizio, quella di annientare il Partito Comunista d’Ucraina. A tal fine non hanno esitato davanti ad alcun metodo, al punto che l’attuale regime si comporta nei confronti del nostro partito come i fascisti durante l’occupazione. Il rappresentante di questo regime, in questo caso Turcynov, che ricopriva allora le funzioni di presidente, ha preteso pubblicamente dal ministero della giustizia, dalla tribuna del parlamento, che vietasse le attività del partito comunista, violando grossolanamente con questo anche la costituzione e le leggi ucraine. Oltre 400 reclami sono stati depositati contro il partito e a titolo individuale contro alcuni nostri compagni. Una delegazione ufficiale del ministero della giustizia e dei servizi di sicurezza è stata inviata nei tribunali per accusare il nostro partito di attività illegali, di collaborazione con i separatisti e di sostegno ai terroristi. Tutto ciò si è sgonfiato come un pallone. Nessun reclamo ha avuto esito positivo e il partito non è stato riconosciuto colpevole di nulla.

In seguito, essi hanno cambiato tattica e adottato una legge detta “di decomunistizzazione”, che prevede in particolare il divieto delle attività del nostro partito poiché ci chiamiamo “comunisti” ed i nostri simboli sono la stella, il martello, la falce e la bandiera rossa. Ecco cosa è servito di pretesto al divieto. Ciò dimostra inoltre che il potere attuale di Kiev rifiuta categoricamente di piegarsi alle conclusioni della Commissione di Venezia che ha valutato che la legge di decomunistizzazione non era democratica e che doveva essere abolita. Questa legge non rispetta neppure le risoluzioni che sono state adottate dalle Nazioni Unite in merito alla propaganda a favore del nazismo e del fascismo, poiché questa legge non fa soltanto l’apologia del fascismo e del nazismo, ma eleva pure al rango di eroi nazionali coloro che hanno combattuto al fianco di Hitler e commesso crimini 70 anni fa. E’ così che un’ignobile campagna è stata lanciata contro il partito comunista al fine di interdirlo. Il tribunale in prima istanza ha preso la decisione di interdire il partito. Perché? Il giudice che ha preso questa decisione era lui stesso sotto il rischio di procedimenti ai quali è sfuggito prendendo opportunatamente questa decisione che gli imponeva il regime in cambio dell’impunità. La società è impaurita e spaventata, ma noi comunisti proseguiamo la lotta. Lo facciamo oggi nei tribunali, nelle istanze di appello e andremo sicuramente fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha già esaminato situazioni simili ed è stata indotta a prendere delle decisioni. Il partito comunista è deciso a battersi, perché oggi noi conduciamo la lotta contro la fascistizzazione dell’Ucraina.

R.M.: Ritengo che un procedimento penale sia stato intrapreso anche contro di voi. E’ esatto? Di cosa vi si accusa?

P.S.: Per quanto mi riguarda, essi hanno deciso di impaurirmi e di obbligarmi a rinunciare alle mie attività politiche. Ciò di cui mi si accusa poggia su quattro punti: avrei “tradito la patria”, “finanziato i terroristi”, “finanziato i separatisti”, e “preparato gruppuscoli organizzati che hanno combattuto nel Donbass”. Mi hanno accusato di aver preso la parola nell’aprile 2014 a Bruxelles, davanti a dei parlamentari europei, per testimoniare della situazione in Ucraina, cosa che mi è valsa di essere accusato dai servizi di sicurezza, su internet, di condurre attività antigovernative. Tutto ciò è stato palesemente inventato. Noi comunisti, siamo un partito internazionalista ma anche un partito di governo grazie alla situazione generata dalla territorialità dell’Ucraina. Tutte queste accuse sono dunque senza fondamento, ma sono stato sottoposto dai servizi di sicurezza ad interrogatori durati una volta nove ore, un’altra 11 ore, cosa che costituisce una violazione di ogni norma e dei miei diritti.

R.M.: Potreste darci qualche esempio di questa strategia di decomunistizzazione e dirci ciò che essa significhi, non soltanto per il partito comunista, ma anche per le altre forze progressiste in Ucraina?

P.S.: Vorrei dire qui che condivido l’inquietudine che queste leggi hanno suscitato in seno alla Commissione di Venezia. Come queste leggi minacciano l’Europa e la comunità internazionale? In primo luogo, pretendono che il periodo storico che va dal 1917 al 1991 e gli eventi che si sono verificati sul territorio dell’Ucraina come la politica che è stata condotta siano state causate da un “regime criminale”. Questo significa che si deve considerare come criminale il congiungimento all’Ucraina della regione dell’Ucraina occidentale, in seguito al patto Molotov – Ribbentrop, criminale pure l’adesione dell’Ucraina all’Organizzazione delle Nazioni Unite, criminale ugualmente la proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina, durante il comunismo, nel 1991….E tutto ciò, beninteso, minaccia seriamente l’Europa. E’ così che sollecitazioni sono state lanciate in Polonia in vista della restituzione delle proprietà e dei territori che appartenevano già a questo paese, ma anche all’impero austro-ungarico e alla Romania. Ed oggi alcuni si adoperano molto attivamente per preparare documenti concernenti terre che, nella regione di Leopoli e in altre regioni, appartenevano a cittadini polacchi, che rischiano così di recuperarle.

Ma ugualmente c’è il problema dell’Ungheria che rilascia passaporti di doppia nazionalità ad abitanti della regione della Transcarpazia (anticamente ungherese) e dei romeni che fanno lo stesso per quanto li riguarda. La Romania d’altra parte, sta tentando di affermare le proprie pretese su una parte della regione di Odessa: si tratta dei territori che la Romania e la Moldavia chiamano Bessarabia. Non solo è l’integrità territoriale ucraina a trovarsi minacciata, ma c’è anche un rischio di conflitti regionali suscettibili di condurre fino alla guerra. Per quanto riguarda l’Ucraina stessa, tali leggi prevedono la legalizzazione e la sacralizzazione di coloro che hanno combattuto al fianco di Hitler. Le decorazioni concesse da Hitler sono riconosciute come decorazioni nazionali e i titoli militari ottenuti sotto la Germania nazista sono anch’essi riconosciuti come titoli militari di un movimento nazionale di liberazione. Con l’adozione di tali leggi in contrasto con le risoluzioni delle Nazioni Unite in merito alla propaganda in favore del nazismo e del fascismo, il potere di Kiev rifiuta di riconoscere quella che è una norma sia europea sia internazionale. Così come esso rifiuta di riconoscere le decisioni del tribunale di Norimberga a proposito dei crimini contro l’umanità compiuti dai fascisti e dai nazisti.

R.M.: Come reagiscono i movimenti progressisti e rivoluzionari a questo processo di fascistizzazione e quali sono i principali ostacoli ad un’efficace resistenza contro questo fenomeno?

P.S.: Gli eventi dell’Ucraina richiedono un rafforzamento urgente dell’unione di tutte le forze progressiste contro il fascismo ed i suoi rigurgiti. Per il modo in cui la comunità internazionale europea e le forze politiche ci sostengono e come questa solidarietà si esprime, bisogna dire che abbiamo passato, io compreso, molto tempo a spiegare, non solo ai nostri colleghi dei movimenti di sinistra europei e internazionali ma anche ad altri responsabili politici, che gli eventi in Ucraina costituiscono un problema interno all’Ucraina. Che si tratta di una guerra civile organizzata dal grande capitale nelle condizioni concrete determinate dagli interessi geopolitici degli Stati Uniti d’America. Le persone di sinistra che abbiamo incontrato in Europa ci sostengono attivamente con dichiarazioni di solidarietà e attraverso l’analisi che essi fanno degli atti del regime di Kiev, facendo pressione sui loro parlamenti e governi nazionali. Perché oggi bisogna parlare molto seriamente di sanzioni, non di sanzioni economiche ma di sanzioni politiche contro il potere di Kiev, dal momento che non rispetta alcun impegno, né gli accordi del febbraio 2014, né quelli di aprile 2014 a Ginevra, né gli accordi di Minsk, cosa che non fa che inasprire il conflitto. Ho ricevuto gli stessi attestati di solidarietà da parte del nostro popolo di sinistra che si esprimono, dopo la tribuna del parlamento e di quella del parlamento europeo, in merito a questi eventi. Bisogna rilevare che l’opinione pubblica europea inizia anche a modificarsi in merito agli avvenimenti di Ucraina.

Sono anche riconoscente ai miei colleghi europei dei movimenti di sinistra che hanno inviato i loro avvocati per difendere il partito comunista nei tribunali ucraini. E’ evidente che i giudici ucraini ascoltino attentamente ciò che dicono le persone venute dall’Europa, soprattutto della Federazione dei giuristi democratici che sostengono la nostra lotta per i valori europei e per i principi della democrazia.

E noi, comunisti, lavoriamo non solo con coloro che difendono idee vicine a quelle del nostro partito ma abbiamo allargato molto i nostri contatti nella prospettiva di unire tutte le forze di fronte alla minaccia reale e crescente del neofascismo che inizia già a formalizzarsi nelle misure che il potere di Kiev sta prendendo contro il popolo ucraino. Sono nella stessa misura grato verso tutti i nostri compagni in Europa e nel mondo che si sforzano di far meglio comprendere ai loro concittadini cosa sta accadendo in Ucraina. I nostri sforzi comuni iniziano a produrre i loro frutti. Da sei mesi, ad esempio, i tribunali d’appello sono incapaci di dar seguito alle velleità del potere di vietare le attività del nostro partito. Ma qualunque sia la decisione, continueremo la lotta e siamo convinti che la Corte europea dei diritti dell’Uomo, avuto riguardo circa il pericolo reale che minaccia l’Europa e il mondo intero, esaminerà in modo obiettivo la situazione in Ucraina e sosterrà la nostra lotta in favore dei diritti democratici, compreso quello di esercizio dell’attività politica.

R.M.: Molte persone, soprattutto in Europa non vogliono vedere il pericolo che rappresentano i fascisti in Ucraina. Essi fanno notare che il partito neo-nazista Svoboda non ha ottenuto che un debole risultato in voti alle ultime elezioni. Cosa rispondete loro e come vi spiegate che questo partito che ha raccolto così poco sostegno eserciti una tale influenza sul processo politico ucraino?

P.S.: Vorrei chiedere a queste persone di non essere indifferenti e di informarsi prima su ciò che avviene nella nostra società. Vorrei anche ricordare loro che la prima grande crisi mondiale si è conclusa con la Prima Guerra mondiale nel preciso momento in cui i rappresentanti del grande capitale hanno tentato di uscire dalla crisi approfittando degli sconvolgimenti mondiali e della riduzione della popolazione, distogliendo così l’attenzione dei semplici cittadini e degli operai dalla situazione che si stava creando in Europa – non per nulla si diceva all’epoca che lo spettro del comunismo si aggirava per l’Europa – quando molti si chiedevano perché gli stati ed i popoli erano così poveri. La prima crisi mondiale si è dunque conclusa con la prima guerra mondiale. Più tardi, quando scoppiò la seconda crisi mondiale, la sola soluzione che ha trovato il grande capitale per uscirne è stata nuovamente di organizzare la Seconda Guerra mondiale. E abbiamo assistito al tradimento costituito dalla firma, da parte della Francia e dell’Inghilterra, degli accordi di Monaco con la Germania che hanno permesso ad Hitler di sferrare la nuova aggressione e la nuova guerra che è costata la vita a decine di milioni di persone, non solo in Europa ma anche in altri continenti. Viviamo oggi la terza crisi economica mondiale, di cui tutti gli economisti riconoscono l’estrema gravità perché non è solo legata alla sovrapproduzione di questo o quel prodotto ma anche alla comparsa di nuove piramidi finanziarie organizzate nell’interesse del grande capitale al fine di consentire alle multinazionali di dominare popoli e nazioni intere riducendo a nulla il ruolo degli stati.

Questa terza crisi mondiale deve dunque condurci a porre l’interrogativo di sapere come uscirne. Guardate cosa avviene nel Nord Africa: decine, forse centinaia di migliaia di morti, identica cosa in Medio Oriente, con altre centinaia di migliaia di morti. Vediamo oggi che è l’Europa che ne sopporta le conseguenze, con l’arrivo di milioni di migranti alla ricerca di protezione o di una vita migliore, fatto che genera nuove tensioni sociali. E nello stesso tempo gli accordi di pace di Helsinki sono praticamente scomparsi, cosa che si traduce soprattutto con la comparsa di nuove rivendicazioni territoriali da parte di alcuni stati.

Siamo dunque una volta di più testimoni delle intenzioni del grande capitale che non intende uscire dalla crisi dedicando le proprie risorse per risolvere i problemi sociali, ma gettando nel fuoco della guerra coloro che soffrono delle sue politiche, nella speranza di salvare le proprie ricchezze al prezzo delle loro vite. Una nuova divisione del mondo è in corso. Ora, se durante la seconda crisi economica e la Seconda Guerra mondiale c’erano due blocchi antagonisti, il mondo sovietico e il mondo capitalista, non ne rimane che uno oggi, il sistema capitalista. Si tratta di una situazione estremamente pericolosa, come testimonia una volta di più la situazione in Ucraina. Il grande capitale trae vantaggio dall’esistenza di una componente “bruna”, cioè fascista e neo-fascista, che oggi certamente non rappresenta nei diversi paesi, che il 2% o 3%, ma che domani, in condizioni di pauperizzazione e miseria sociale, raggiungerà percentuali a due cifre. E che sotto la coperta della democrazia elettorale apparente giungeranno al potere sostenitori della violenza e della supremazia razziale. E’ la ragione per cui vorrei chiedere a quelli che ne dubitano di non mostrarsi indifferenti. L’indifferenza è precisamente ciò che consente la presa del potere da parte dei criminali. E se ci dicono che quello che è accaduto a Kiev nel 2014 è una “rivoluzione della dignità”, chiedo a tutti i nostri oppositori di rispondere alla seguente domanda: perché questa pretesa rivoluzione della dignità ha portato dei bastardi al potere?

*) Intervista realizzata da Raffaele Morgantini in lingua russa, ripresa e tradotta per il sito Investig’Action da Philippe Stroot

Fonte: Il ManifestoAutore: Andrea Colombo E i grillini scoprono il vintage

Qualcuno doveva dirlo e se ne è incaricato il senatore Andrea Marcucci, voce di Renzi a palazzo Madama: «Tanto rumore per nulla. L’M5S vuole il ritorno alla prima Repubblica alla faccia del nuovo». Dieci anni fa sarebbe stato l’anatema più temuto, una condanna senza appello. Non è detto che le cose stiano ancora così però, e non sarebbe la prima volta che le volpi renziane brillano per incapacità di capire gli umori profondi del Paese e del Palazzo.

In realtà la proposta dei 5S non sarebbe un ritorno alla prima Repubblica. All’epoca il proporzionale era sì puro, senza premio di maggioranza e con le preferenze come quello che indicano i pentastellati, ma con collegi molto grandi e dunque con una soglia di sbarramento molto bassa. I collegi medio-piccoli di cui parla di documento a 5 Stelle, al contrario, comporterebbero soglie altissime, attorno all’8%, e non è che si tratti di una piccola differenza. Però dopo oltre vent’anni di retorica maggioritaria è fuori dubbio che si tratti di un bel passo in quella direzione.

Tutto sta a vedere se la nostalgia a cui i pentastellati hanno dato corpo con la loro imprevista sortita sia condivisa o aborrita dagli italiani e dai loro attuali rappresentanti. Tra i politici, anche se nessuno aveva sinora osato dirlo apertamente, qualche segnale in questo senso, magari solo implicito, per la verità già c’era. Massimo D’Alema è stato uno dei principali leader della seconda Repubblica: cresciuto e formatosi nella prima però, e si vede. La sua battaglia per il No rinvia a una visione della politica che affonda le radici proprio in quell’esperienza durata quarant’anni, e non i peggiori della nostra vita: centralità del partito, che Renzi considera invece solo un trampolino per il governo, destinato poi a fungere da obbediente massa di manovra; esaltazione delle alleanze contrapposta alla mistica, un po’ da colpo di dadi, del «chi vince, anche con esiguo consenso, piglia tutto»; evocazione di una centralità del Parlamento che nel ventennio trascorso è stata smantellata in realtà da tutti, anche da lui, prima che il fiorentino tentasse di darle il colpo di grazia.

Silvio Berlusconi deve per intero la sua carriera politica alla fine della prima Repubblica. Eppure anche nel suo stato maggiore serpeggia una tentazione di “ritorno al futuro”, condivisa probabilmente dallo stesso ex Cavaliere. I tempi sono cambiati, la presa plebiscitaria dell’incantatore di Arcore non è più quella di una volta e soprattutto il gioco, portato alle estreme conseguenze come vorrebbe fare don Matteo, taglia fuori dalla gara proprio il centrodestra, che delle coalizioni ha bisogno come l’ossigeno.

La sinistra radicale e i centristi sono sempre stati, anche se non sempre confessandolo, nostalgici di una Repubblica che gli garantiva quel ruolo che oggi devono conquistarsi a spallate e spesso senza neppure riuscirci. In realtà la forza politica che meno dovrebbe rimpiangere i bei tempi è proprio l’M5S. Loro sì che sono nati come partito a vocazione maggioritaria, marchiati da un’idiosincrasia quasi superstiziosa per ogni fantasia d’alleanza.

Che c’azzeccano i pargoli di Beppe col proporzionale e con la Repubblica che su quel sistema elettorale si fondava? In parte la sorpresa pentastellata mira ad accreditare il Movimento come l’unica forza in campo tanto onesta da sponsorizzare una legge elettorale per questioni di principio invece che di mero calcolo utilitaristico. Siccome da vent’anni a questa parte nessuno lo aveva mai fatto, occorre dargliene comunque atto e complimentarsi. E’ anche possibile, pur se non probabile, che lo sganassone di Roma abbia instillato il dubbio che governare alleandosi, da una posizione di massima forza, con qualcuno più esperto sarà pure una contaminazione ma tante volte aiuta a evitare il fallimento.

Oppure, più semplicemente, l’M5S rivela in questa come in molte altre occasioni una sintonia empatica con gli umori della gente. Perché alzi la mano chi, tanto discorrendo con i dotti quanto chiacchierando nei bar, non ha raccolto negli ultimi anni mucchi di battute sulla superiorità dei partiti della vecchia Repubblica rispetto ai virgulti di quelle più recenti: prima scherzose, «si stava meglio quando si stava peggio», poi, col passare degli anni e col degenerare delle cose, sempre più sinceramente.

Nostalgie futili. I vecchi tempi non torneranno qualsiasi sia la legge elettorale. Però non è escluso che la prossima Repubblica somigli a quella della Dc e del Pci molto più che non a quelle di Berlusconi e Renzi.