Scontri al corteo anti Renzi, il questore Cardona: “Facinorosi venuti da tutt’Italia” da: sudpress.it

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 Il questore di Catania Marcello Cardona ha incontrato stamattina i giornalisti per spiegare la dinamica degli incidenti scoppiati ieri pomeriggio all’incrocio tra le vie Umberto ed Etnea. “La Polizia è intervenuta non appena alla testa del corteo sono comparsi i caschi neri per evitare che la situazione degenerasse”

La Polizia è intervenuta non appena alla testa del corteo sono comparsi i caschi neri. Il questore di Catania Marcello Cardona ha incontrato stamattina i giornalisti per fare una serie di puntualizzazioni sulla dinamica degli incidenti scoppiati ieri pomeriggio all’incrocio tra via Umberto e via Etnea al termine del corteo organizzato per protestare contro la presenza del premier e segretario del Pd Matteo Renzi alla chiusura della Festa nazionale dell’Unità alla Villa Bellini.

“Era necessario evitare che potessero far degenerare ulteriormente le cose e che potessero unirsi ad altri manifestanti con le stesse intenzioni, ha spiegato il questore aggiungendo che le indagini continuano per individuare, grazie ai filmati della polizia Scientifica, gli altri facinorosi coinvolti.

Al momento due le persone fermate e denunciate per aggressione e resistenza a pubblico ufficiale. Sono due giovani catanesi di 24 e 21 anni, appartenenti al collettivo Aleph”. Durante gli scontri non ci sono stati contusi, se si esclude una persona nei pressi della quale è scoppiata una bomba carta.

Il questore ha sottillineato che l’apparato di sicurezza ha consentito di mettere immediatamente fine all’azione di un piccolo gruppo di violenti che, mescolandosi alle persone che formavano il civilissimo e ordinatissimo corteo, è sceso in campo munito di mazze, bottiglie di vetro e bastoni, indossando pure una tenuta “in nero” in stile black block, col chiaro intento di mettere in atto azioni di guerriglia: sono stati isolati e due di essi, appartenenti ai centri sociali catanesi, sono stati bloccati e denunciati dalla Digos.

Il corteo era composto da diverse anime, la maggior parte moderate, ha ribadito Carlo Ambra, dirigente della Digos, tant’è che dopo il momento di criticità la parte pacifica dei manifestanti “ha allontanato i facinorosi che si stavano riorganizzando per riattaccarci”, ha sottolineato il capo della Digos.

“Il contingente delle forze dell’ordine – ha continuato Ambra  – non ha fatto altro che contenere il tentativo di forzatura a testa di ariete da parte dei manifestanti, messo in pratica con uno striscione rigido, issato a mo’ scudo”.

Il gruppo dei facinorosi era composto da diverse decine di anarchici e antagonisti. “Dalle informazioni che abbiamo avuto, sono venuti da tutta Italia. Nei giorni precedenti il corteo, ne abbiamo identificato alcuni provenienti da Trieste, Torino, Lecce, da gran parte della Calabria, in particolare dalla provincia di Cosenza”, ha aggiunto Ambra.

Dall’esame dei filmati emerge che “il nocciolo duro dei contestatori, diverse decine posti nelle prime file del corteo, era composto da antagonisti catanesi, altri provenienti da Palermo e Reggio Calabria. Continueremo a esaminare i filmati della polizia Scientifica, nei quali si vedono immagini chiare dei facinorosi. Insieme a colleghi delle altre Digos, lavoreremo per identificarli tutti”, ha concluso il capo della Digos.

Non devo attrarre consensi, a qualcuno non piacerà il mio post e capisco anche voi, forse lo leggeranno pure in pochi. E non è un incipit per invitarvi a leggere, si può passare pure oltre. di Giuliana Buzzone Eterea da:facebook.com

Giuliana Buzzone Eterea

Non devo attrarre consensi, a qualcuno non piacerà il mio post e capisco anche voi, forse lo leggeranno pure in pochi. E non è un incipit per invitarvi a leggere, si può passare pure oltre.
Sono d’accordo che non si possa caricare senza motivo, ci mancherebbe (le immagini di Genova ce le ho sempre negli occhi) e per questo mi interesserebbe sapere pure il motivo dell’azione degli agenti. Ma domando agli altri, quelli che hanno preso la testa del corteo, perché, perché vi siete messi i caschi?
Purtroppo non ho dono di ubiquità ero nella zona opposta e dunque non ho visto di persona il momento dello scontro a Catania tra alcuni manifestanti e poliziotti, ci sono i video e le foto a raccontarlo e le testimonianze di chi era a un passo e non raccontano tutte la stessa cosa, il perché è da ricercare nel “punto di vista”. Posso raccontare un episodio però a cui ho assistito in quei momenti di concitazione, la gente presente davanti la villa si era appena data alla fuga dopo lo scoppio di una bomba carta (?) e un carabiniere gridava verso me ed altri impassibili “andatevene è pericoloso stare qui, lo dico per voi”.

L’area è presidiata, una camionetta è all’altezza dell’ingresso di via Umberto e molti altri agenti sono a semiluna qualche decina di metri più in là, un’altra schiera di fronte il corteo. Sbuca da dietro il mezzo un poliziotto, non ha la divisa ma indossa il casco e una giacca blu, con un ragazzo fermato, lo porta lontano dal centro dell’icrocio, sotto la statua di Garibaldi. C sono delle auto, una tra quelle lo condurrà assieme ad un altro ragazzo in questura per accertamenti, poi verranno rilasciati intorno le 22.

Gli dice qualcosa.
Gli poggia le mani sulle spalle pronuncia delle parole che da un paio di metri non riesco ad udire distintamente e leggo il labiale, l’elicottero è proprio sulla testa, sirene accese, brusio incessante. Suonano con tono paternalistico come “ma perché, ma chi te lo ha fatto fare?” sollevando ad indicare il casco bordeaux scuro (mi pare di ricordare) del giovane, suppongo.
Questo breve racconto non è una esaltazione delle Forze dell’Ordine, è il racconto di un episodio. Io non sono tenera quando le FFOO sbagliano, alcuni tra loro sbagliano, c’è un sindacato che addirittura detesto per l’atteggiamento dei suoi iscritti e dirigenti. Provo una profonda vergogna per quelli che non onorano la divisa come strumento di difesa dei cittadini ma ne abusano, ma mi domando anche io “perché?”. Perché vi siete messi i caschi? Perché vi siete buttati addosso al cordone?

A margine aggiungo una considerazione su quello che ho visto nelle ore di questo pomeriggio. Polizia, Carabinieri e Finanza ovunque, in decine e decine di traverse non solo in “zona rossa”. La città blindata all’inverosimile. Per Renzi, sì certo. Solo per questo? No.
Io credo comunque che le Forze dell’Ordine siano state caricate di tensione dai vertici, i vertici romani intendo. Credo non ci fosse bisogno dello stuolo di uomini che è stato mobilitato a Catania per una “festa” di partito, nemmeno se il partito del Presidente del Consiglio.
Era una prova generale in vista del G7. E non va bene.

Festa dell’Unità: “Ecco perché le parole del guardasigilli Orlando mi hanno disgustato” da: sudpress.it

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“Sono stomacato nel vedere persone che non sanno il ruolo che ricoprono”, l’avvocato Salvatore Mazza aveva lasciato così la Festa dell’Unità, sbottando contro il ministro della Giustizia. Ai microfoni di SUD Press, l’ex docente di Diritto Ecclesiastico e Amministrativo dell’Università di Catania smonta punto per punto il guardasigilli del governo Renzi

Ha sempre gravitato nell’area del PCI ma guai a chiamarlo leninista. L’avvocato amministativista e civilista Salvatore Mazza, 68 anni, si definisce “libertario” ma finora  “obbedientissimo elettore del PD”. Quest’anno, però, ha trovato una Festa dell’Unità “radicalmente cambiata, senza aria di festa” e soprattutto “senza la possibilità di porre domande ai politici com’è sempre avvenuto”. Tant’è che non condividendo le tesi esposte dal ministro Orlando, non ha atteso la fine dell’incontro commentando visibilmente irritato: “Sono stomacato nel vedere persone che non sanno il ruolo che ricoprono”.

Avvocato, tanti i temi trattati dal ministro Orlando nell’incontro sulla Giustizia alla Festa dell’Unità. Cosa non l’ha convinta e quali criticità presenta oggi il sistema giudiziario italiano?

“Avrei voluto chiedere a Orlando se non ha provato imbarazzo, data la sua nota posizione, per il recentissimo decreto legge con cui si proroga il pensionamento dei magistrati. Il vento della rottamazione ha abbassato l’età pensionabile da 72 a 70 anni. Ma un mutamento così radicale, come avvertito dal ministro, non può avvenire dall’oggi al domani e in assenza di disposizioni transitorie per accompagnare la riforma. I nodi sono poi venuti al pettine e si è tentato di scioglierli con delle proroghe. L’ultima è quella del recentissimo decreto legge che è vistosamente anticostituzionale perché riguarda solo alcuni capi degli uffici giudiziari. E’ una disparità di trattamento. Non si amministra così la Giustizia”.

“Un secondo errore riguarda i tempi dei processi. Secondo il ministro, una causa civile in primo grado si chiude in media entro 340-380 giorni. Non può venirci a raccontare queste frottole. Frequento i tribunali di Catania, Ragusa, Enna, Palermo, Milano, Roma e Messina. In Sicilia se un processo di primo grado si chiude entro 4-5 anni bisogna stappare lo spumante. Ci sono cause di lavoro che vanno avanti da 10 anni”.

“Non si accorciano i tempi con il processo telematico, tanto osannato dal ministro. E’ certamente utile ma non riduce la durata del processo che dipende dai lunghissimi tempi morti. Si è tentato di ridurla trasformando il tribunale da giudice collegiale a  monocratico: una scelta infelice. Non ha velocizzato la Giustizia e ha prodotto solo danni perché i magistrati giovani non si formano professionalmente bene e tutti hanno meno garanzie, il giudice in primo luogo”.

Come ridurre i tempi morti dei processi civili? A quali modelli, tra i paesi europei, dovrebbe guardare l’Italia per sviluppare una giustizia che sia tale?

“Con la riforma del 1990 si era centrato il problema ma si opposero gli avvocati. All’inizio della causa, entrambe le parti del processo dovrebbero mettere subito tutte le loro carte sul tavolo del giudice, senza riserve, ripensamenti e strategie. Così avviene in Germania dove infatti sono pochissimi i processi che arrivano in appello e ancor meno in Cassazione. In Italia, invece, ci sono 30mila ricorsi l’anno in Cassazione. Non è di certo una cosa seria. Sono strategie da mercato.”

Qual è il suo giudizio sulle politiche locali e nazionali del PD?

“Ho seguito con rammarico la trasformazione di questo partito. Non mi convince l’alleanza tra ex comunisti ed ex democristiani che nulla hanno in comune. A Catania la situazione non è migliore, una città completamente abbandonata. In primo luogo, però, dai catanesi indolenti. E’ assurdo che l’ultima manifestazione di piazza partecipata all’inverosimile sia avvenuta per le vicende della squadra di calcio.

Non c’è crescita culturale. Si fa l’errore di ridurre la questione ai caffè-concerto mentre due grandissime istituzioni come il Teatro Massimo Bellini e il Teatro Stabile sono in condizioni pietose. Tutti hanno succhiato denaro, anche con la connivenza dei sindacati”.

Cosa voterà al referendum costituzionale? “Sono personalmente impegnato nella campagna per il NO”.

“Cosa c’è dietro il No della Cgil al referendum costituzionale? La rinuncia alle mobilitazioni”. Intervento di Luca Scacchi da: controlacrisi.org

Pubblichiamo l’intervento di Luca Scacchi (direttivo nazionale Flc/Cgil), sindacalista della Cgil, all’Assemblea generale a Roma, quella che ha deciso il “No” al referendum costituzionale. C’è molto dibattito sul valore di questo No e sul profilo del sindacato di Camusso in vista della Legge di Stabilità e dei tavoli su pensioni, jobs act e pubblico impiego. Dalle parole di Camusso si capisce che con molta difficoltà la Cgil cercherà una strada verso la mobilitazione. E, sembra, che anche la Fiom, a sua volta impegnata nel rinnovo del contratto nazionale, sia più o meno sulla stessa linea. E questo nonostante un pronunciamento di segno contrario fatto da Landini. Un regalo prezioso per Renzi che potrà affrontare il referendum in un clima di anestesia completa nel Paese. E questo non potrà non avere delle conseguenze importanti anche per i temi oggetto del confronto sindacale. 

In primo luogo alcune osservazioni sulla prossima fase e la nostra strategia contrattuale. La Camusso, nella sua relazione, ha sottolineato l’apertura di una nuova fase nei rapporti con il governo. Sia in riferimento alla gestione del recente terremoto, sia in riferimento all’apertura di diversi tavoli di ascolto (pensioni, legge di stabilità, ecc). Un’occasione da cogliere, per il segretario generale, per strappare dei risultati. La cifra del prossimo autunno sarebbe allora quella della verifica degli spazi di trattativa: cercare di “contrattare” tutto quello che è possibile, perché ogni risorsa e opportunità ottenuta, anche minima, può esser importante per lavoratori, lavoratrici, pensionandi e pensionati.

Non sono radicalmente d’accordo con questa impostazione e con questa proposta. Non solo è politicamente sbagliata, in quanto regala tempo e fiato ad un governo antipopolare e antisindacale in un suo momento di debolezza. E’sbagliata nell’analisi della situazione e quindi fallimentare nella sua prospettiva. La cifra di questi e dei prossimi mesi, infatti, secondo me non è data dal cambio di atteggiamento del governo, dalla possibilità di conquistare nuove risorse attraverso i tavoli di ascolto. La vera cifra di questa fase, come sottolineato anche da altri (ad esempio Fulvio Fammoni nel suo intervento) è la crisi. L’attesa e agognata ripresa economica non si è vista. Il sistema produttivo italiano è segnato da una significativa riduzione strutturale della sua capacità produttiva (quasi di un quarto rispetto al 2007), da una disoccupazione di massa (in particolare giovanile), dal blocco investimenti e dalla riduzione della domanda interna. Non c’è quella politica economica espansiva, centrata sugli investimenti pubblici, che Fammoni ha proposto nel suo intervento e che la Cgil ha avanzato con il Piano del lavoro.

Né a livello europeo, né tantomeno a livello italiano. Se anche questa politica fosse efficace per uscire dalla crisi (e se ne potrebbe discutere a lungo, ma non è questo il momento), Unione Europea, governo e padronato hanno scelto un’altra politica. Quella della deflazione salariale, per recuperare margini di competitività (esportazione) e profitto (riproduzione del capitale). Hanno scelto cioè la compressione del salario globale (diretto, cioè lo stipendio; indiretto, cioè le pensioni; sociale, cioè il welfare). In una fase segnata dall’assenza di inflazione, la deflazione salariale è complicata: come notava Keynes, infatti, è difficile che lavoratrici e lavoratori accettino senza resistenze una diminuzione dello stipendio nominale. Per ottenerla, allora, padronato e governo hanno messo al centro della loro politica contrattuale due elementi: il cambio dell’organizzazione del lavoro (orario e sfruttamento) e la “flessibilizzazione” dello stipendio (introduzione di quote crescenti di salario variabile, legato a parametri congiunturali che possano “oggettivamente” giustificare eventuali riduzioni di stipendio). Questo è il dato di fondo dei rinnovi di questi mesi. A partire dai due principali in corso: metalmeccanici e pubblico impiego.

Federmeccanica chiede insistentemente aumenti nazionali solo per il 5% dei lavoratori e delle lavoratrici, intensificando inoltre ritmi e sfruttamento (vedi accordo Fincantieri,come l’intervento di Breda). Renzi e il governo insistono a proporre differenziazioni stipendiali per i pubblici (come sottolineato nell’intervento di Pantaleo), cercando di stravolgere la sua regolamentazione e forse anche aumenti di orario (vedi il CCNL Igiene ambientale, circa 80 ore in più all’anno). Se questa allora è la vera cifra di questi e dei prossimi mesi, come credo, per la CGIL è un problema.

Perché nei tavoli non ci sono margini di trattativa. Ma soprattutto perché entra in crisi la nostra strategia contrattuale. Quella messa in piedi con CISL e UIL: la piena assunzione degli obbiettivi padronali nel secondo livello (produttività, organizzazione del lavoro, welfare aziendale, ecc), purché nel contempo si mantenga nei CCNL un impianto stipendiale omogeneo a livello nazionale. Questo scambio non è possibile. Non c’è tenuta del CCNL, nel senso che non c’è tenuta di uno stipendio omogeneo. Se è così, questa situazione deve esser ribaltata sul piano della forza. L’unica strategia possibile passa per la ripresa del conflitto, la generalizzazione delle vertenze aperte, la costruzione di un unico fronte del lavoro a partire dai rinnovi contrattuali aperti. Contrapporre ora (nel prossimo autunno) un nuovo movimento di massa agli attacchi di governo e padronato, intrecciando le tante vertenze, i rinnovi e l’opposizione alla riforma costituzionale.In secondo luogo, la relazione e molti interventi hanno parlato del recente terremoto. Giustamente. Perché è stato un evento terribile, con un’incidenza altissima di morti sulla popolazione colpita. Una vera tragedia. Tanto più grave, perché imprevedibile ma attesa (stante l’assenza di ogni adeguamento strutturale antisismico). Terribile, perché peggio del terremoto c’è solo la guerra. Appunto: la guerra. Su questo mi sembra che non abbiamo avuto altrettanta attenzione e sensibilità. L’Italia è in guerra. Quella politica militare di “pacificazione” che abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni in Irak, in Afghanistan ed in tanti paesi, viene oggi perseguita e proseguita dal nostro paese. Una politica fallimentare, che invece di risolvere i problemi e difendere le popolazioni, ha moltiplicato le devastazioni. Ha destabilizzato intere aree del mondo, ha innescato guerre etniche e religiose, ha diffuso terrore e terrorismi. Ma non solo.

Siamo in guerra con supporto logistico, forze aeree e forze speciali in una guerra bastarda e di bastardi, combattuta da milizie e bande armate che combattano tra i civili e su i civili. In cui l’Italia, per limitare la sua esposizione, ha individuato “i suoi bastardi”, probabilmente non tanto diversi dagli altri bastardi in campo. Ma ancora non basta. Questa guerra la stiamo combattendo in Libia. Cioè in una nostra ex colonia, per difendere neo-colonialmente gli interessi di una nostra grande impresa. Più di un secolo fa, subito dopo la sua nascita, la Cgil ed il movimento operaio italiano si è impegnata contro la politica coloniale e contro la guerra di Libia. Allora oggi, festeggiando i 110 anni della CGIL, sarebbe utile e importante dare più attenzione, denuncia e mobilitazione contro questa guerra bastarda.

In terzo luogo, vorrei parlare del futuro. La segretaria, parlando della nostra organizzazione, ha sottolineato come dobbiamo guardare al futuro. Io credo che la CGIL guardi al futuro. Anzi, che lo faccia persino troppo. Nelle sostituzioni della segreteria, in questa discussione, io credo che tutti noi stiamo guardando al congresso che si terrà fra due anni. Siamo già immersi in quella prospettiva e in quel futuro. Lo siamo da mesi. Quel prossimo congresso infatti si è aperto tempo fa, quando è progressivamente cresciuta l’attenzione e la tensione sul complesso delle sostituzioni in corso nel gruppo dirigente. Allora, quando si parla di rinnovamento generazionale, penso che spesso si intende e si discute di altro. Non dell’età o delle esperienze, ma degli assetti futuri, del prossimo segretario generale e della prossima segreteria. Per questo ritengo che sia tardi, troppo tardi per aprire oggi una discussione sulle nostre regole (statutarie e congressuali), isolandola astrattamente dalla prossima dinamica congressuale e dalle possibili contrapposizioni sui futuri assetti.

La Commissione sulle regole, se avesse voluto, poteva e doveva agire in questi due anni. Adesso sarebbe sbagliato aprire questo vaso, e soprattutto pericoloso. Per la democrazia e forse anche per la tenuta di questa organizzazione. Vorrei però sottolineare un secondo concetto. Quando si parla di pluralità e pluralismi, noto una certa confusione. Se non ho capito male, non credo si parli in particolare di noi, dell’OpposizioneCGIL, del documento alternativo alla scorso congresso. Si parla soprattutto delle categorie e del rapporto con la FIOM. Dopo un congresso passato a discutere, litigando, su condominio o casa comune, mi sembra si riparta dalla centralità di questi due soggetti, della dialettica fra strutture. In questa discussione su come convivere sotto lo stesso tetto, devo notare che non si considera che qualcuno è stato messo in balcone. E soprattutto che qualcuno è stato anche cacciato giù dal balcone.

Abbiamo infatti visto molti rivendicare il pluralismo: ma in questi mesi una categoria, uno dei soggetti contraenti di questa nuova maggioranza, ha ripulito le proprie fila e tentato di imporre al proprio interno una centralizzazione burocratica. Rischiamo che questa fase porti quindi anche per noi il segno “autoritarista” dominante oggi nella politica: un modello autoritario e centralista, con gruppi dirigenti monocratici che ripuliscono ogni pluralità politica e programmatica. Contro questa deriva, pensiamo sia necessario difendere l’autonomia della Cgil, difendendo i diritti dell’organizzazione pubblica e collettiva del pluralismo programmatico e del dissenso.

CATANIA 11 settembre 2016, SIT IN per il NO alla riforma costituzionale ANPI e Coordinamento per la Democrazia

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