COMUNICATO STAMPA Il Comitato provinciale dell’ANPI di Catania nella riunione dell’8/9/2016 ha approvato alla unanimità dei presenti il seguente documento.

COMUNICATO STAMPA

Il Comitato provinciale dell’ANPI di Catania nella riunione dell’8/9/2016 ha approvato alla unanimità dei presenti il seguente documento.

Il Comune di Catania, cioè il Sindaco Bianco, ha rifiutato l’uso del suolo pubblico per il giorno 11 Settembre nei pressi della Villa Bellini, al Comitato per la Democrazia Costituzionale cui aderisce l’ANPI, che ha già iniziato la campagna referendaria per il no alla “schiforma” costituzionale.

L’atto è di particolare gravità, in quanto non si tratta soltanto di un attentato alla libertà dei cittadini garantita da quella Costituzione la cui eversione è l’obiettivo che assieme Renzi e Bianco perseguono. Si tratta invece della privatizzazione delle funzioni statuali. Una zona rossa è stata costruita nel centro della città. Le forze di polizia selezionano gli ingressi su indicazione dei dirigenti del PD, fermano cittadini trattenendoli fino ad una consultazione con il PD locale. Il Comune di Catania deroga in tal modo alle Ordinanze sindacali  precedentemente emanate, che vietano l’uso della Villa Bellini e nega l’uso del suolo pubblico in tutti i luoghi in cui non è vietato. Il Sindaco di Catania mostra così un interesse di parte. Il Comitato provinciale dell’ANPI di Catania dà mandato ai propri legali di verificare la eventuali violazioni della legge negli atti compiuti dal Comune di Catania e fa presente che l’ANPI effettuerà un volantinaggio il giorno 11 davanti alla Villa Bellini.

 

Il Comitato provinciale ANPI di Catania

Monarchia o Repubblica? di Domenico Gallo da: larepubblica.it

09/09/2016
La settimana si è aperta con il massimo della sfida a Renzi lanciata dal palco del cinema Farnese a Roma. La stroncatura che ha fatto D’Alema della riforma costituzionale, che Renzi e Boschi hanno imposto ad una maggioranza parlamentare recalcitrante, è spietata e senza appello. Sarebbe troppo semplice dire: noi l’avevamo detto. Già dall’11 gennaio di quest’anno il Comitato per il No presieduto dal prof. Alessandro Pace e sostenuto da autorevoli giuristi e costituzionalisti del calibro di Stefano Rodotà, Luigi Ferrajoli e Gustavo Zagrebelsky ha lanciato un grido d’allarme. Mettendo in evidenza sia l’illegittimità del metodo attraverso il quale una minoranza faziosa, avvalendosi dei numeri taroccati da una legge elettorale incostituzionale, ha preteso di cambiare il volto della democrazia costituzionale, sia l’assurdità dei contenuti, volti a deprimere il ruolo del Parlamento e ad instaurare una sorta di premierato assoluto. Sempre nel corso di questa settimana sono riemerse le polemiche sul silenzio dell’esecutivo che non si decide ad indicare la data del voto e sta aspettando l’ultimo giorno utile per scoprire le sue carte. Sembra ormai scontato che si voterà o alla fine di novembre o il 4 dicembre. Ciò consentirà all’Esecutivo di calare nella campagna elettorale la carta della legge di stabilità, un argomento che non ha nulla a che vedere col merito della riforma. Però può sempre essere utile per risalire la china dell’impopolarità. Tuttavia una scelta così importante, che modifica l’assetto della democrazia costituzionale ed è simile alla riforma che in Francia nel 1958 determinò il passaggio dalla quarta alla quinta Repubblica, non può essere giocata sulla base di considerazioni contingenti, che riguardano le tasse o gli incentivi che vengono dati e tolti ad ogni legge finanziaria. Comunque si valutino le riforme, si tratta di una scelta importante, destinata ad orientare il nostro futuro per un tempo durevole. Si tratta di una scelta altrettanto impegnativa quanto lo fu la scelta compiuta dal popolo italiano il 2 giugno del 1946 con il referendum istituzionale: Repubblica o Monarchia? Nella scelta a favore della Repubblica influì certamente il discredito della Corona per l’appoggio dato al fascismo, che i fatti del 25 luglio non potevano cancellare, ed il disastro dell’8 settembre che tutti gli italiani avevano vissuto sulla propria pelle con diversi gradi di intensità. Così come influì l’anelito della Resistenza ad una società più umana e più giusta. Tuttavia il voto del 2 giugno del 1946 andava molto al di là di una mozione di sfiducia alla Monarchia per le pessime prove storiche che aveva dato nel novecento. La Costituzione italiana ancora non era stata scritta, non si trattava di scegliere fra due modelli istituzionale ben definiti. Qual era il senso profondo di questa scelta? E’ noto che il Regno d’Italia nacque il 17 marzo 1861 quando il Re Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia. Qualche giorno dopo, la legge aggiunse al titolo del Sovrano la menzione «per Grazia di Dio e volontà della Nazione», a significare l’esistenza di una doppia fonte di legittimazione del potere sovrano, di origine dinastica e popolare. Al Regno d’Italia fu esteso lo Statuto Albertino che Carlo Alberto aveva concesso ai suoi sudditi “con lealtà di Re e con affetto di Padre” il 4 marzo 1848. Lo Statuto Albertino attribuiva al Re il potere esecutivo ed i principali poteri dello Stato, consentendo ai sudditi di condividere con il Re soltanto il potere legislativo, attraverso la possibilità di eleggere la Camera dei deputati. Dire addio alla Monarchia per la Repubblica acquistava – al di là delle contingenze politiche –un significato storico ben preciso: i cittadini italiani si emancipavano dalla qualità di sudditi ed il popolo diventava esso stesso “sovrano”, arbitro del proprio destino. E’ questo il principio che la Costituzione della Repubblica italiana affermerà solennemente, nell’art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Dopo settant’anni, si prospetta l’avvento di un nuovo sovrano: il principio della sovranità popolare è insidiato da poteri sovranazionali e la nuova costituzione è stata scritta sotto dettatura. Basti richiamare un documento (18 settembre 2015) dell’Agenzia di rating Moody’s, che ha dichiarato che: “il Senato è dannoso per la credibilità delle nostre istituzioni sui mercati finanziari”, mentre l’optimum sarebbe una sola Camera dove: “il premio di maggioranza possa assicurare l’efficiente esecuzione della volontà governativa”. E’ il mercato, che sottopone a “tutela” e ridimensiona la sovranità popolare, guidando le scelte delle nazioni. Il 2 giugno del 1946 deve insegnarci a dire no e a rifiutare l’avvento di nuovi sovrani.

Referendum costituzionale, l’invito al «no» della Cgil da: rassegnastampa.it

 

L’assemblea generale approva un ordine del giorno in cui – “ferma restando la libertà di posizioni individuali” – viene ribadito il giudizio negativo sulla riforma. “Eccessiva centralizzazione dei poteri” e troppo spazio al governo in materia legislativa

Si è conclusa l’Assemblea generale della Cgil che si è svolta a Roma il 7 e 8 settembre. Di seguito l’ordine del giorno sul referendum costituzionale

La Cgil è partita da una discussione tutta di merito delle modifiche costituzionali, proposte dal Governo, approvate dal Parlamento e che saranno sottoposte al referendum costituzionale, non volendo essere rinchiusa in una logica di schieramento o pregiudiziale. In tal senso andava l’ordine del giorno approvato dal Direttivo nazionale della Cgil il 24 maggio scorso. In questi mesi, a partire da quell’ordine del giorno, abbiamo organizzato centinaia di iniziative di confronto e approfondimento che hanno riscontrato anche posizioni diverse ma un consenso nei confronti dei giudizi espressi dalla Cgil. Per la nostra organizzazione, infatti, l’auspicabile obiettivo di superare il bicameralismo perfetto, che anche la Cgil richiede da tempo, istituendo una seconda camera rappresentativa delle Regioni e delle Autonomie locali, e di correggere le criticità della riforma del 2001, si è tradotto in un’eccessiva centralizzazione dei poteri allo Stato e al Governo.

Il nuovo Senato, per composizione e funzioni, avrà difficoltà a svolgere l’auspicato e necessario ruolo di luogo istituzionale di coordinamento fra Regioni e Stato, essenziale a conciliare le esigenze di decentramento con quelle unitarie. Al Senato, infatti, non è attribuita congrua facoltà legislativa in tutte le materie che hanno ricadute sulle istituzioni territoriali e la sua stessa composizione non garantisce l’adeguata rappresentanza e rappresentatività di Regioni e autonomie. Pur condividendo l’intenzione di cambiare l’equilibrio dei poteri tra Regioni e Stato, definito dalla modifica costituzionale del titolo V nel 2001, l’esito finale è sbagliato: si passa da un eccesso di materie concorrenti a una riduzione drastica della facoltà legislativa autonoma delle Regioni.

La previsione, inoltre, che sia lo Stato a dettare le “disposizioni generali e comuni” su molte materie cruciali, potrebbe tradursi in una omologazione normativa, non necessariamente in positivo, che non lascia spazio a processi di innovazione e sperimentazione che possono scaturire da un sistema plurale e che meglio possono rispondere alle esigenze del singolo territorio.

La possibilità, poi, per il Governo di attivare una corsia preferenziale, per i provvedimenti ritenuti essenziali per l’attuazione del programma, in assenza di limiti quantitativi e qualitativi (salvo l’esclusione di alcune materie), attribuisce al Governo un eccesso di potere in materia legislativa compensato solo parzialmente dall’introduzione di limitazioni alla decretazione d’urgenza e dalla previsione della determinazione di “diritti per le minoranze” e di uno “statuto delle opposizioni”, la cui definizione, però, è rinviata, senza alcuna certezza, al Regolamento della Camera stessa. Tale eccesso di potere non trova compensazione nelle disposizioni relative agli altri livelli istituzionali la cui capacità di incidere nel procedimento legislativo è limitata, né nella partecipazione diretta dei cittadini né in quella delle formazioni sociali.

La semplificazione del procedimento legislativo che si voleva ottenere, con il superamento del bicameralismo perfetto, è vanificata dalla moltiplicazione dei procedimenti previsti a seconda della natura del provvedimento in esame. Una moltiplicazione che richiederà il consolidamento di una prassi e rischia di rendere lo stesso iter delle leggi oggetto di contenzioso davanti la Corte costituzionale.

I nuovi criteri, infine, per l’elezione degli organi di garanzia – Presidente della Repubblica, giudici della Corte costituzionale di nomina parlamentare, componenti laici del Csm – rischiano di essere subordinati alla legge elettorale, facendo così venir meno la certezza del bilanciamento dei poteri di cui la Costituzione deve essere garante, con la possibilità di determinare un restringimento del pluralismo e della rappresentanza delle minoranze. La Cgil, dunque, valuta la modifica costituzionale da una parte un’occasione persa per introdurre quei necessari cambiamenti atti a semplificare, rafforzandole, le istituzioni.

E, dall’altra, giudica negativamente quanto disposto da tale modifica perché introduce, senza migliorare la governabilità né il processo democratico, un rischio evidente di concentrazione dei poteri e delle decisioni: dal Parlamento al Governo, dalle Regioni allo Stato centrale. Ferma restando la libertà di posizioni individuali diverse di iscritti e dirigenti, trattandosi di questioni costituzionali, dopo questi mesi di discussione sul merito della riforma, l’Assemblea generale della Cgil invita a votare “No” in occasione del prossimo referendum costituzionale.

L’Assemblea generale impegna tutte le strutture a diffondere queste valutazioni. La Cgil e tutte le sue strutture, nel preservare la propria autonomia, non aderiscono ad alcun comitato e considerano, come sempre, fondamentale la partecipazione al voto e sono impegnate a promuoverla e favorirla tra le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, i giovani e i cittadini tutti.

Il nuovo numero di patria indipenendente è online

Vi informiamo che è online da pochi minuti il nuovo numero di www.patriaindipendente.it

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Autore: redazione Ericsson, sciopero a Genova in vista della trattativa ormai agli sgoccioli. Muro dell’azienda. da: controlacrisi.org

Ancora una giornata di sciopero convocata  per i dipendenti Ericsson della sede genovese. A deciderlo e’ stata l’assemblea sindacale svolta questa mattina nella sede degli Erzelli.
“La riunione di martedi’ scorso a Roma al ministero del Lavoro- ricorda il segretario generale Slc Cgil Genova, Fabio Allegretti- non ha prodotto alcun risultato, con l’azienda sorda alle richieste degli enti locali e del sindacato, disposto a iniziare una trattativa, anche difficile, ma che porti ad evitare 291 licenziamenti. Nessuna di queste ipotesi e’ stata sinora presa in considerazione dalla multinazionale svedese arroccata sulle proprie posizioni”.In vista del prossimo e probabilmente ultimo incontro del 12 settembre a Roma, sempre al ministero del Lavoro, domani i lavoratori genovesi incroceranno le braccia per quattro ore, con una manifestazione a partire dalle 8.30 nel centro di Genova, in piazza De Ferrari, per “ribadire la propria contrarieta’ agli esuberi e contestualmente sollecitare il governo a passare dalle dichiarazioni ai fatti”. L’iniziativa locale si aggiunge allo sciopero nazionale gia’ calendarizzato il prossimo mercoledi’ 14 settembre.

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