L’appuntamento di Hillary con la storia da: ndnoidonne

La candidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’America di Hillary Clinton, la prima volta di una donna, è un evento mondiale. Un traguardo costruito con decenni di duro lavoro. Il messaggio della speranza contro quello della paura del repubblicano

Catia Iori

Che non sia un mostro di simpatia, lo si intuisce subito. Che non esprima calore umano e solidale vicinanza all’altro, lo si avverte a pelle. E tuttavia Hillary è stata una buona madre, se Chelsea si è poi trasformata, da anatroccolo, in una straordinaria first girl degli States. E per far promuovere a Presidente quel bisteccone di suo marito, certamente molto è stato suo merito. Hillary Clinton insomma ce l’ha messa tutta nella vita ed è un autentico modello. Non è un caso che sia stata Meryl Streep, fantastica icona del cinema internazionale e attrice di strepitoso talento, ad annunciare per prima la sua nomination ufficiale per il Partito democratico alle elezioni presidenziali USA di novembre. Ci voleva lei e la sua verve comunicativa a salvare l’immagine di Hillary, che a relazioni pubbliche non ha di certo mai brillato. Fasciata in un leggero abito a stelle e strisce, la famosa protagonista di Kramer contro Kramer ha sfoderato l’espressione di chi orgogliosamente incassa un colpo da maestro e rilancia per se stessa e per le altre. Il suo discorso ha più di tutto generato consenso ed emozione. “Faremo la storia a novembre perché Hillary sarà il nostro primo presidente donna. Lei sarà un grande presidente e la prima di una lunga serie di donne e uomini che servono con grinta e grazia. Sarà la prima donna ma non l’ultima”. Una promessa di successo e di futuro. “Sono qui perché c’è una sola persona di cui mi fido per questa responsabilità, che credo sia davvero qualificata per essere presidente degli Stati Uniti ed è la nostra amica Hillary Clinton. Lei è il presidente che voglio per le mie figlie e per i nostri figli”, ha detto Michelle Obama. “La storia di questo paese, la storia che mi ha portato su questo palco stanotte, è la storia di generazioni di persone che hanno conosciuto la frusta della schiavitù, la vergogna della schiavitù, la ferita della segregazione, ma che hanno continuato a lottare e a sperare e fare quello che era giusto fare. Per questo oggi io ogni mattina mi sveglio in una casa costruita da schiavi e guardo le mie figlie, due belle e intelligenti giovani donne nere, che giocano con il loro cane sul prato della Casa Bianca. È grazie a Hillary Clinton che le mie figlie e tutti i nostri figli oggi danno per scontato che una donna possa diventare presidente degli Stati Uniti”. L’endorsement che fino a qualche giorno fa neppure si ipotizzava, ora si rivela in tutta la sua fiera caparbietà.

E coi tempi che viviamo, nell’abisso spaventoso che si aprirebbe col disgustoso Trump, credo che lei sia davvero la risposta giusta, quella che sostiene la fiducia, insomma. La paura, ora, quella vera, che ti fa tremare, è concreta. E Hillary percepisce che occorre rassicurare prima ancora di promettere sfide impossibili. Riunirsi nel salotto buono intorno al tavolo di cucina come facevano le nonne e guardarsi negli occhi dopo il tramonto: è l’ora più propizia – dicono gli psicologi – per ammettere le proprie difficoltà, chinare lo sguardo e guardarsi dentro più che intorno e cercare di sognare un futuro diverso, possibile e concreto se solo si potesse.. Se solo si risolvessero quei problemi o si vincessero le paure col sano coraggio di chi sa che la vita è questa, una sfida continua alle tue debolezze e al tuo innato pessimismo.
Donna di grandi passioni, Hillary punta sulla solidarietà, da donna concreta e umile, in questa fase. Ha capito che da soli è dura, e non si smette di provare paura. E la paura, si sa, è una cattiva consigliera. Mettendo da parte invece il proprio ingombrante egocentrismo, ce la si può fare. Un pezzo oggi e un passo domani. Piano, piano, insieme, guardando in faccia la realtà. E l’America “è sempre stata più forte quando è stata unita”. È un messaggio che guarda al futuro quello che Hillary Clinton ha lanciato dal palco della Convention democratica di Filadelfia nel discorso conclusivo di fine luglio con cui ha accettato “con umiltà, determinazione e sconfinata fiducia” la nomination a presidente degli Stati Uniti. L’America che vede Hillary Clinton non rinasce dalle ceneri, non si affida a “uomini della provvidenza”. Non costruisce muri né rifiuta le verità della scienza; non si accanisce contro una particolare fede religiosa né semina intolleranza. È l’America che ha come motto pluribus unum, che dai molti riesce a creare l’uno; che continua a ispirarsi a quello che, in tempi molto più difficili, disse Franklin Delano Roosevelt: “L’unica cosa di cui avere paura è la paura”. Hillary Clinton ha cominciato col riconoscere che la nazione si trova in un momento difficile: “L’America è ancora una volta davanti alla resa dei conti. Forze potenti minacciano di distruggerci. Legami di fiducia e rispetto sono sempre più fragili. E come avvenne già per i nostri padri fondatori, non c’è garanzia di futuro”. L’unica soluzione, ha spiegato Clinton, è tornare a quell’unità che ha segnato l’America nei momenti più difficili. Qui è arrivato il primo attacco vero a Donald Trump che, invece di riconoscere “il lavoro di medici, agenti di polizia, insegnanti, lavoratori” dice: “fidatemi di me. Metterò tutto a posto io”. Ma “gli americani non dicono: metto a posto tutto io. Dicono: mettiamo a posto le cose insieme”, ha scandito Clinton.
Per concludere, quello di accettazione della candidatura è stato un discorso che sicuramente non ha offerto un’immagine particolarmente nuova di Hillary Clinton. Più che sulla fiducia, che spesso gli americani sono stati restii ad accordarle, Clinton ha preferito puntare sulla fede nelle sue capacità di leader solida e preparata. In linea con la campagna che i democratici faranno quest’autunno, Hillary ha insistito sul tema della speranza e dell’ottimismo. Together, insieme, è stata la parola più ripetuta; e la sua visione è parsa fondarsi sui concetti di stabilità, continuità, solidità, riforma. Qualcosa sicuramente di molto meno roboante e rivoluzionario rispetto all’offerta di Trump; qualcosa in sintonia con un’America “che deve ripensare, e riflettere, su se stessa”.

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