Sudan: nella guerra contro i migranti l’Italia finanzia e aiuta i janjaweed da: africa-espress.info

Massimo AlberizziDal Nostro Inviato
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 4 settembre 2016

Nella confusa guerra contro il traffico di esseri umani e la lotta per contenere l’immigrazione dall’Africa, l’Italia è stata incaricata di dare supporto logistico ai janjaweed, le milizie paramilitari sudanesi diventate famose per le atrocità commesse in Darfur: i diavoli a cavallo bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.

Janjaweed a cavallo

Janjaweed a cavallo

L’accusa, lanciata da Yasser Arman, segretario del Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), il gruppo ribelle che opera in Sud Kordofan, regione meridionale del Sudan ma contesa dal Sud Sudan, è grave e precisa: “Abbiamo accurate informazioni secondo cui esiste un piano dell’Unione Europea per finanziare le Rapid Support Forces (RSF, il nome ufficiale dei gruppi janjaweed, ndr). In particolare la Germania metterebbe a disposizione il denaro necessario, mentre all’Italia è stato affidato il supporto logistico”. Accusa confermata ad Africa ExPress da fonti diplomatiche delle Nazioni Unite a Khartoum.

Yasser Arman attacca ancora sostenendo che la messa in opera del piano è cominciata tre mesi fa: “Affida ufficialmente ai janjaweed di proteggere i confini del Sudan con il pretesto che occorre combattere l’immigrazione illegale verso l’Europa, oltre al traffico di essere umani e al terrorismo”. Arnan è molto duro: “Gli interessi di queste forze accusate di genocidio, si saldano così a quelle dell’Europa. Loro sono i terroristi che in questo modo godono di un riconoscimento internazionale ufficiale. Se il “Protocollo di Khartoum” non verrà immediatamente bloccato vorrà dire che queste bande di assassini potranno vedere riconosciuto il loro preteso diritto di ammazzare con la copertura dell’Europa e quindi anche dell’Italia”.

Yasser Arman

Yasser Arman

Nei giorni scorsi, quando a Ventimiglia decine di profughi sono stati respinti alla frontiera con la Francia, 40 sudanesi bloccati in Italia sono stati deportati in Sudan. Tra loro alcuni darfuriani che in patria sono trattati come traditori. Sarebbe interessante sapere se il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, si è interessato della loro sorte una volta rientrati a Khartoum. Nel Nord Darfur invece le pattuglie di RSI ai confini settentrionali hanno finora bloccato 600 migranti, soprattutto eritrei ed etiopici. L’ultima operazione il 13 agosto: arrestati 24 somali, scappati dalla guerra, e 2 kenioti, in fuga dalla fame provocata dalla crisi economica.

Le milizie janjaweed sono state organizzate dal governo sudanese per combattere i gruppi antigovernativi che nel 2003 hanno lanciato una cruenta guerriglia in Darfur. Formate essenzialmente da tribù arabe erano utilizzate per terrorizzare la popolazione civile di origine africana. Assalivano i villaggi e, dopo averli saccheggiati, bruciavano le capanne, uccidevano gli uomini adulti violentavano le donne per metterle incinte e dargli un figlio arabo. Rapivano i bambini e i ragazzi. Le femmine erano costrette a subire ogni forma di violenza e trattate come concubine. I maschi reclutati a forza o ridotti in schiavitù.

Nella prima parte degli anni Duemila la guerra del Darfur, scoppiata nel 2003, è stata sulle pagine di tutti i giornali e l’ONU ha inviato anche gruppi di investigatori che hanno confermato il carattere omicida delle milizie accusate di genocidio. Lo stesso presidente sudanese, Omar Al Bashir, salito al potere con un colpo di Stato il 30 giugno 1989, è stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale: genocidio e crimini contro l’umanità. Contro di lui è stato spiccato un mandato di cattura.

Alla fine degli anni Duemila i janjaweed, per troppo tempo sotti i riflettori, erano stati sciolti (ma più formalmente che di fatto), ma riattivate nell’agosto 2013 sotto il comando del NISS (National Intelligence and Security Service) i servizi segreti del regime sudanese, per combattere contro le ribellioni presenti in Darfur, nel Sud Kordofan e nel Blu Nile.

Nel giugno scorso alcuni di questi gruppi paramilitari sono stati trasferiti nel Northern State con il pretesto di combattere i traffici di droga e di esseri umani controllati da bande internazionali. In realtà, come prevedono gli accordi con l’Unione Europea – per implementarli l’Europa ha stanziato 100 milioni di euro – hanno preso posizione per controllare il confine con l’Egitto e, soprattutto, con la Libia per non fare passare i migranti.

Mohammed Hamdan Dagl

Mohammed Hamdan Dagl

Un disegno inutile e utopistico: chi vuole lasciare il proprio Paese e la propria terra perché si sente minacciato non viene certamente spaventato da uno spiegamento di janjaweed nel deserto. E troverà un’altra strada per arrivare sulle coste del Mediterraneo.

Arman ha poi spiegato in un documento diffuso alla stampa che una volta donati ai Janjaweed i veicoli e il resto dell’equipaggiamento logistico saranno utilizzati per tentare di sedare le guerriglie interne e non certo per fermare i migranti. “Il processo di Khartoum è un piano diabolico voluto da Satana”, ha aggiunto. Non per niente il termine janjaweed è un neologismo inventato dai superstiti dei massacri e significa “diavoli a cavallo il cui obbiettivo è ammazzare, stuprare e distruggere”.

Lo stesso comandante dei janjaweed, Mohamed Hamdan Dagl, (detto Hametti) venerdì scorso ha ammesso le relazione che lega i propri irregolari con la UE. “Noi – ha raccontato spavaldo durante una conferenza stampa – combattiamo gli immigrati illegali a nome dell’Europa”. Forse l’Europa dovrebbe vergognarsi di avere per alleato un gruppo di assassini.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Fonte: rifondazione.itAutore: Lidia Menapace Lidia Menapace: Grammatica incostituzionale?

Dice la più dogmaticamente immodificabile regola grammaticale della nostra lingua che “in italiano nelle concordanze prevale il maschile, come genere più nobile”. A me pare che essa violi l’art.3 della Costituzione, e addirittura l’art.1: infatti la democrazia non ammette prevalenza tra cittadini/e; come del resto afferma l’art. 3. significativamente proposto durante i lavori della Costituente dalle deputate.

Come se nulla fosse e continuando ad afferm are di essere una democrazia “rappresentativa”, sono frequenti le trasmissioni tipo talk show nelle quali si ascoltano solo voci maschili. Si dovrà scrivere una legge di iniziativa popolare e raccogliere le firme per poterla presentare?

Le normative in materia linguistica valgono poco; come si sa nelle lingue ciò che fa testo è l’uso.

Nelle istituzioni però vale il lodo Prodi Finocchiaro che impone il linguaggio inclusivo in tutte le comunicazioni istituzionali. Sarebbe utile una commissione che corregga tutte le comunicazioni ufficiali che non usino il linguaggio inclusivo.

Si obietta spesso che il femminile di sindaco prefetto ministro avvocato dottore ecc.ecc. non esiste: finchè le donne sono state tenute nell’analfabetismo non esisteva nemmeno maestra, eppure senza le maestre o maestrine magari dalla “penna rossa” o senza le infermiere nè scuole nè ospedali potrebbero esservi e prosperare.

Se una parola che servirebbe non c’è, la si inventa, nelle lingue vive. Solo le lingue morte non possono inventare parole e l’italiano benchè malaticcio non è ancora una lingua morta. Chi vuole che non muoia si sforzi di usare sindaca ministra questora prefetta direttora ecc.ecc. Farà pure una operazione socialmente utile, mostrando come il potere sia mal distribuito tra i generi e quanta parte di esso sia ancora sottratto alle donne. Diffondendo l’uso di neologismi al femminile si correggerà il poco invidiabile primato che fa dell’italiano la più maschilista delle lingue neolatine in paese cattolico, più dello spagnolo, francese, portoghes