Dall’abuso di “onestà” allo scontro politica-magistratura, Orlando incalzato da Lucia Annunziata da: sudpress.it

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Intercettazioni, prescrizione, rapporto tra politica e magistratura: tanti i temi trattati nell’incontro con il ministro Andrea Orlando “Come cambia la giustizia in Italia: dignità, diritti, sicurezza”. Non sono mancate le stoccate a chi abusa della parola-slogan che talvolta fa eco con “populismo”: ONESTA’

“C’è ancora qualcuno che non sia iscritto al PD?”, ha esordito così Lucia Annunziata, moderatrice di un dibattito sulla Giustizia alla Festa dell’Unità di cui è stata la vera protagonista. “L’amica del giaguaro”, tra un sorriso e l’altro, ha incalzato i suoi interlocutori David Ermini e Marco Di Lello ed è riusciuta a tratti persino a far scaldare l’Orlando pacato.

In una kermesse in cui Castiglione sedeva accanto a Bianco e Alfano è stato accolto dal pubblico del centro-sinistra come se fosse “a casa”, è lecito domandarsi quanti ancora non siano iscritti al PD. Quanti, cioè, si discostino dal suo universo di correnti, rimpasti, alleanze e separazioni in casa.

Un partito che punta talmente a “rafforzare la democrazia” da voler convincere anche gli outsider a votare Sì al referendum che “deve unire la nazione”. A spiegarlo è stato il ministro Orlando per cui “considerarlo un voto sul governo è un errore molto grave, il referendum è sulle riforme. Se vincesse il NO, il Paese avrebbe molto da perdere”.

Sulla riforma del processo penale, il trio dem ha rilanciato l’intenzione di istituire il reato di tortura e ha sbandierato l’accordo trasversale su prescrizioni e intercettazioni. “Emendamento su cui non avete proprio trovato un’intesa – ha specificato la direttrice dell’Huffington Post Italia – dato che i cinquestelle e altri oppositori l’hanno fortemente contestato”.

“Allungare i tempi dei processi darebbe l’alibi a quei magistrati che non vogliono fare bene il proprio lavoro – ha ribattutto Di Lello –  I processi sono già delle pene che voi giornalisti peggiorate con le intercettazioni pubbliche. In Italia, le sentenze continuano a farsi fuori dalle aule”. Ma stavolta a riscaldarsi in difesa della sua categoria è stata proprio la giornalista che ha troncato: “Andiamo avanti con i temi, è meglio… La maggior parte della stampa non vuole frugare nelle vergogne private ma scovare il metodo con cui vengono raggirate le leggi”.

A proposito dei magistrati e del tormentato rapporto con il governo Renzi, qual è l’attuale equilibrio in questa convivenza? Dalle durissime prese di posizione del presidente dell’Anm Piercamillo Davigo è venuto fuori un quadro desolante: si ruba di più e ci si vergogna di meno, si alzano le pene ma non si sa a chi darle e si è steso un Codice appalti anticorruzione che, praticamente, non serve a niente. Perplessità anche dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone. C’è dunque tensione tra governo e magistrati, indubbiamente prima categoria ad esser stata rottamata da Renzi?

“L’Italia in materia di anticorruzione ha fatto i compiti, lo ha detto l’ONU. I magistrati hanno tutti gli strumenti per contrastare la corruzione. Le 9 richieste dell’Anm sono diventate legge, l’unica esclusa è la proposta dell’agente infiltrato da cui nascerebbe un problema: chi controlla i controllori? Abbiamo dato risorse alla giustizia. Non trovo necessaria la polemica”, ha detto Orlando.

La provocazione non è invece mancata nei confronti dei pentastellati, bocciati dal ministro per aver messo in piedi una baracca troppo fragile. “Lo slogan dell’onestà può essere il varco dove si insinuano interessi non sempre confessabili di chi è tutto fuorchè onesto”.

E il PD? “Bisogna abbassare i toni e riprendere un dibattito normale. Non ho votato Renzi come segretario del partito ma il PD ha bisogno di tutte le sue risorse. Non accetto la logica dell’omologazione ma nemmeno dei separati in casa. C’è un governo da rivalorizzare: quello che, per sicurezza, austerità e immigrazione, è il più a sinistra d’Europa”.

Ma cosa ha ottenuto l’Italia da questo? Che importanza ha in Europa? “Non abbiamo fatto morire la gente in mare. Il populismo è il nostro vero nemico” ha aggiunto il ministro a cui si è aggiunto Ermini: “Abbiamo mosso qualcosa, i risultati si vedranno a lungo termine”.

E mentre la giornalista ricordava agli esponenti dem che nell’ultimo semestre la crescita italiana è stata pari a zero, che in questi anni non ci sono stati investimenti delle grandi aziende, che il PD è passato dal 40 al 20% delle preferenze elettorali… si è alzata una voce indignata tra la platea (stasera fortunatamente più corposa dei flop precedenti). E allontanandosi dal palco tricolore con disgusto ha commentato ai nostri microfoni: “Sono stomacato nel vedere persone che non sanno il ruolo che ricoprono, non ci interessa cosa farà Renzi ma cosa farà il PD”. A parlare, il professore Mazza di Diritto Amministrativo.

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ANPI CATANIA voterà NO al referendum contro le modifiche costituzionali del Senato

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Fonte: greenreportAutore: redazione Migranti, Oxfam: “Il numero dei migranti che hanno perso la vita in mare è aumentato di un quinto da un anno”

 

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Esattamente un anno fa la foto del piccolo Alan Kurdi, ritrovato senza vita sulla spiaggia turca di Bodrum, faceva il giro del mondo, generando ovunque sdegno e commozione. A un anno da quel 2 settembre, quello sdegno e quella commozione sembrano un pallido ricordo e Oxfam oggi informa che da allora la situazione è peggiorata: «Il numero dei migranti che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere un altro paese sia aumentato di oltre un quinto. In tutto il mondo sono morte 5.700 persone da allora, fuggendo dai propri paesi: un incremento del 22,2% rispetto all’anno precedente, che aveva registrato 4.664 decessi.Questo significa che, dall’inizio del 2016, lungo le rotte migratorie in tutto il mondo muore 1 persona ogni 80 minuti».L’associazione internazionale aggiunge che «In questo tragico quadro, il Mediterraneo si conferma la rotta più letale con 4.181 persone morte dal ritrovamento del corpo di Alan, il 12,6% in più rispetto all’anno prima: a dimostrazione di quanto sia fallimentare l’approccio dell’Unione Europea varato con l’Agenda sulle Migrazioni del maggio 2015. Il 2016, poi, è stato un anno particolarmente funesto: i numeri dicono che il numero di persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo Centrale, dal Nord Africa all’Italia, nei primi otto mesi dell’anno, è quasi uguale a quello dell’intero 2015».

Oxfam sottolinea che la situazione è ancora più grave di quanto dicano le cifre ufficiali: «Tutti i calcoli effettuati a livello globale sono da ritenersi inesatti per difetto, dato che non si hanno rapporti e dati certi su alcune rotte. Alcune stime, ad esempio, dicono che l’attraversamento del Sahara per raggiungere la costa sud del Mediterraneo è ancora più letale dei viaggi via mare verso l’Europa».

Per questo l’Ong chiede con forza ai leader europei e del mondo di «proteggere tutte le persone in fuga, assicurando vie legali, e per questo sicure, di accesso e garantendo procedure di asilo trasparenti».

Il 19 e 20 settembre New York ospiterà due importanti meeting sulla crisi migratoria globale: il Summit Onu per i rifugiati e migranti, e il Leaders’ Summit sui rifugiati convocato dal presidente Usa Barack Obama. Oxfam dice che «Le negoziazioni per il Summit delle Nazioni Unite hanno già avuto luogo, ma sono state estremamente deludenti per la mancanza di reali impegni finanziari e piani per attuarli, con molti Paesi riluttanti a fare di più in termini di ricollocamenti. Eppure questi due incontri rappresentano per i governi di tutto il mondo, e in particolare per quelli europei, un’occasione unica per poter dire che le persone vengono prima dei confini, e per impegnarsi nella tutela della vita e dei diritti di chi scappa da guerra e fame».

Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia ricorda che «Le immagini del corpo del piccolo Alan Kurdi hanno commosso il mondo, eppure a un anno di distanza la situazione non ha fatto che peggiorare: migliaia di migranti sono morti da allora, soprattutto nel Mediterraneo. I due summit di New York sono un’occasione da non sprecare per trovare la giusta risposta al più grande movimento di popolazione dalla Seconda guerra mondiale. Le negoziazioni si sono chiuse in modo fortemente insoddisfacente per il prevalere di visioni egoistiche, ma i governi del mondo hanno l’occasione di cambiare approccio, decidere di aiutare i paesi più poveri che ospitano la gran parte di migranti e tutelare davvero i diritti di chi è in fuga da guerra, violenze e povertà».

La campagna di Oxfam Stand as One fa appello a un’azione globale per accogliere più rifugiati, impedire che le famiglie siano separate e garantire la sicurezza delle persone che fuggono da guerra e povertà

Secondo uno studio del Visual Social Media Lab dell’università di Sheffield condiviso con Oxfam, «La storia di Alan Kurdi sembrava aver generato un cambio di passo: ‘Mai più!’ gridava il mondo dalle prime pagine dei giornali, e #WelcomeRefugees diventava hashtag di tendenza, raggiungendo 2,35 milioni di citazioni nei 12 mesi successivi. Su Twitter si è avuto un aumento di interesse sul tema dei rifugiati, con un numero di tweet quadruplicato rispetto all’anno precedente. Lo stesso sembra aver fatto l’immagine di un altro bambino, Omran Daqnees, siriano anche lui, salvato dalle macerie della sua casa di Aleppo. Ferito e impolverato come uno spazzacamino, ma con un’espressione attonita che ha sconvolto il mondo, inducendo a ricordare la violenza da cui moltissimi sono costretti a fuggire».

Francesco D’Orazio, co-fondatore di Pulsar, azienda di audience intelligence, che è membro fondatore del Visual Social Media Lab, conclude: La nostra analisi dimostra che dopo la morte del piccolo Alan Kurdi, il grande pubblico ha mostrato una maggiore familiarità con la crisi dei rifugiati, con un incremento impressionante delle discussioni sul tema su social media e ricerca di informazioni e notizie su Google. Questo dovrebbe spingere i decisori politici a muoversi con più risolutezza in difesa dei diritti delle persone in fuga, facendosi portavoce dell’indignazione e del desiderio di cambiamento dell’opinione pubblica.

Autore: redazione No Tav, il movimento dà appuntamento a Roma il primo ottobre per una assemblea contro le cosiddette riforme costituzionali da: controlacrisi.org

“Un NO forte ed includente, ed anche questa volta crediamo che dire NO alle riforme di Renzi significhi dire che non vogliamo le grandi opere inutili come la Torino-Lione e che vogliamo delle piccole opere utili”.
Il movimento No Tav lancia la sua sfida sul referendum costituzionale. E invita tutto il movimento il primo ottobre a Roma, presso l’Università La Sapiena, per “decidere così insieme le prossime tappe di questo percorso”.
“Dietro ad una fantomatica riforma utile allo snellimento delle istituzioni – si legge in un documento a firma del Movimento No Tav – nella realtà, Renzi intende dare un colpo decisivo alla democrazia (già molto malmessa) del nostro Paese, eliminando diritti e garanzie rappresentati dalla Costituzione, per assicurarsi più potere decisionale e levare il maggiore intralcio al suo operato: la volontà del popolo e delle comunità locali”.Per “Un NO”, quiindi, “che sposti gli investimenti sulla messa in sicurezza dei territori e che non ci faccia piangere ad ogni terremoto o evento naturale come una pioggia di troppo. Un NO alle decisioni di pochi che vogliono salvare le banche e che allo stesso tempo girano le spalle ai piccoli risparmiatori truffati da queste con investimenti pericolosi e inutili.

“Un NO che non si limita al voto – continuano i No Tav – ma che deve essere capace di vivere nelle lotte e nei conflitti di questo Paese malandato, ma che in momenti importanti ha saputo rialzare la testa con estrema dignità. La dignità di chi non si rassegna e lotta per il proprio futuro”.

Autore: redazione Vanno con il logo “No” alla conferenza con la Boschi a Lodi e la polizia gli impedisce di entrare dopo l’input del Pd. Protesta di Alfiero Grandi: “Settarismo” da: controlacrisi.org

Per una decina di persone, appartenenti al comitato “Antifa” “colpevoli” di indossare una maglietta bianca con la scritta “No”, identica al logo ufficiale del Comitato per il No al referendum costituzionale, venerdì pomeriggio, è scattata l’allerta.
Volevano partecipare all’incontro con il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi organizzato nello spazio dibattiti della festa dell’Unità di Lodi, ma la Polizia li ha identificati, bloccati e, dopo aver consultato telefonicamente i vertici del Partito democratico, li ha invitati a non metter piede all’iniziativa.Immediata la reazione di Alfiero Grandi, vice-segretario del Comitato per il No: “L’episodio avvenuto alla festa de l’Unità di Lodi è preoccupante. Escludere dall’ingresso alla Festa alcuni cittadini solo perché indossavano una maglietta con il No è una dimostrazione di settarismo pregiudiziale che si sperava ormai superato, che non fa onore ad un partito che rivendica modernità e che non aiuta a riportare il confronto al merito delle posizioni”.

“Qualcuno forse pensa che nascondere o negare l’altro possa portare consensi – aggiunge Grandi – invece tutti dovrebbero avere ormai chiaro che atteggiamenti settari non portano lontano. Non si può che esprimere solidarietà e sostegno a chi è stato oggetto di questi comportamenti, tanto più che è stata usata impropriamente la polizia per identificare e quindi obiettivamente tentare di intimidire questi cittadini”.

Critiche anche alla polizia, il cui compito “dovrebbe essere occuparsi di chi delinque, non di chi indossa magliette con il No: si tratta di cittadini che esprimono il loro dissenso nei confronti della deforma della Costituzione voluta dal governo e per questo voteranno No come è loro diritto”.
“Se questo è il confronto di merito a cui pensa Renzi – conclude Grandi – stiamo freschi. Se questo è l’atteggiamento ispirato dal vicesegretario del Pd Guerini, che di Lodi è stato sindaco a lungo, ne vedremo delle belle. Anche il Ministro Alfano farebbe bene a spiegare al prefetto Gabrielli che chi è per il No al referendum non è un pericoloso sovversivo ma solo un cittadino che esercita il suo diritto costituzionale di dire No”.

Autore: fabrizio salvatori Chi fermerà Erdogan contro i Kurdi? Ferrero: “L’Italia, l’Europa, gli Usa non pugnalino alle spalle chi la lotta al terrorismo la fa sul serio” da: controlacrisi.org

Kobane dove in questi giorni l’esercito turco sta picchiando duro contro i Kurdi, dista circa 35 chilometri da Jarablus, la città siriana conquistata dalla mani del sedicente Stato islamico la settimana scorsa.
Un funzionario del comune di Kobane, Anwar Musallim, ha riferito a Reuters che le forze turche avrebbero persino usato proiettili veri. Secondo Musallim, un 17enne è rimasto ucciso e altre 83 persone ferite. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha sede nel Regno Unito, la vittima sarebbe invece un bambino, e almeno 30 le persone ferite.La Turchia fa parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti che combatte contro lo Stato islamico in Siria. Ma Ankara considera i combattenti curdi del PYD, il partito dei curdi siriani, un’estensione del PKK, il partito dei lavoratori curdi presente in Turchia e accusato di essere il responsabile di una serie di attacchi terroristici negli ultimi anni, mentre gli Usa vedono nell’YPG un alleato nella lotta all’Isis. Questo non procura alcun problema in occidente ovviamente. Le donne e gli uomini che hanno resistito armi in pugno all’Isis pagando un enorme tributo di sangue e sofferenze ora subiscono l’attacco del secondo esercito della NATO.

“Non essendoci riusciti i suoi amici tagliagole dell’Isis ora Erdogan ha scatenato il suo esercito contro l’eroica citta’ di Kobane e contro l’autogoverno curdo del Rojava”, è il commento del segretario del Prc Paolo Ferrero.

“Quando il governo turco annuncia che sterminerà i nostri compagni del PKK – continua Ferrero – sta in realtà dicendo che vuole scatenare il massacro del popolo curdo che in Turchia e Siria si riconosce nel progetto di confederalismo democratico, pace e convivenza di Abdullah Ocalan come hanno dovuto ammettere tutti gli osservatori internazionali”.

La guerra di Erdogan, come sottolineano in molti e il Prc in modo più esplicito, e’ in corso da tempo perché con il complice silenzio occidentale Erdogan ha bombardato le città curde della Turchia causando migliaia di morti già da mesi. Ora sposta le operazioni nei territori liberati della Siria che nonostante gli attacchi dell’Isis hanno costruito un’esperienza libertaria inedita in Medio Oriente.

“L’Italia, l’Europa, gli Stati Uniti hanno coperto per anni i crimini dell’alleato turco contro i curdi – continua Ferrero -. Hanno inserito e ancora mantengono il PKK nella lista delle organizzazioni terroriste salvo dover poi ammettere che quei combattenti sono un baluardo di civiltà di fronte al fondamentalismo armato che è accorso con tanto di sostegno occidentale in Siria per rovesciare Assad. L’Italia porta sulla coscienza di non aver dato asilo – come impone la nostra Costituzione – al leader riconosciuto del popolo curdo. Distruggere il PKK, distruggere l’esperienza di democrazia, autogoverno, liberazione delle donne, convivenza e tolleranza nel Rojava significherebbe spegnere la speranza in un futuro di pace in Medio Oriente. L’Italia, l’Europa, gli Stati Uniti hanno il dovere morale di fermare Erdogan e di non pugnalare alle spalle chi la lotta al terrorismo l’ha fatta sul serio”.

Autore: fabrizio salvatori Turchia, la maggior parte dei giornalisti detenuti in Turchia sono accusati di appoggio al Pkk da: controlacrisi.org

Sono almeno 108 i giornalisti attualmente detenuti in Turchia, arrestati in maggioranza durante lo stato di emergenza dichiarato dopo il fallito golpe del 15 luglio. Lo rivela l’osservatorio locale per la libertà di stampa P24, secondo cui 66 di questi sono finiti in manette con accuse di legami con la rete di Fethullah Gulen, accusato da Ankara del tentativo di colpo di stato. In totale, nell’inchiesta sul golpe sono stati emessi mandati d’arresto per 82 reporter. La maggior parte degli altri giornalisti sono invece detenuti con l’accusa di «propaganda terroristica» a favore del Pkk. Si tratta, per lo più, di reporter dei quotidiani filo-curdi Ozgur Gundem e Azadiya Welat e dell’agenzia Dicle.