http://www.sudpress.it/festa-unita-rosy-bindi-combatteremo-lantimafia-deviata-e-poi-attacca-gli-ordini-professionali/

Simona Scandura

03/09/2016

“Abbiamo sentito gli ordini professionali, tutti tutelano i propri affiliati anche quando sbagliano” dure le parole di Rosy Bindi impegnata a combattere l’antimafia di facciata soprattutto in Sicilia e ricorda i passi importanti di Confindustria. Il procuratore nazionale antimafia Roberti: “L’antimafia non è una mammella da mungere, servono nuovi strumenti per potenziare l’attività investigativa”

 

La festa dell’Unità che sembra non voler decollare registra grandi assenti, questa volta tra le istituzioni, soprattutto ieri sera per uno dei dibattiti più importanti di tutta la kermesse.

Si parla di mafia, di corruzione, ma soprattutto di antimafia di facciata e poi ancora di ordini professionali inermi alla lotta alla mafia che invece di estromettere i loro iscritti nel caso di agevolazione alla criminalità si trincerano in estreme difese dietro la barriera del garantismo.

E poi di antimafia sociale e i casi di deviazione con amministratori giudiziari con provvedimenti di prevenzione lunghissimi probabilmente per profittarne economicamente.

Le parole sono quelle del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e della presidente della commissione nazionale antimafia Rosy Bindi che insieme alle attrici Vanessa Scalera e Linda Caridi protagoniste del film “Lea” del regista Marco Tullio Giordana, sono intervenuti al dibattito moderato da Lirio  Abate.

Quando si parla di “antimafia di facciata” la prima regione punto di riferimento è proprio la Sicilia.

Rosy Bindy parlando di questo tema ricorda proprio l’inchiesta sull’antimafia fatta dalla commissione da lei presieduta, ma sottolinea anche il passo fondamentale fatto da Confindustria Sicilia per poter sgominare il sistema mafioso:

“Continuo a pensare che le scelte fatte da Confindustria Sicilia e dal loro presidente, in particolare Lo Bello, sono state scelte fondamentali per la lotta alla mafia. Perché nel momento in cui un’associazione decide di estromettere chi collabora con la mafia rappresenta il faro per tutta l’Italia, una scelta importante”.

Non dimentica le vicende e le ombre soprattutto in Sicilia di Confindustria e per questo la presidente Bindy afferma:

“La giustizia farà il suo corso, ma sia chiaro che il nostro obiettivo non è quello di combattere l’antimafia, ma di combattere l’antimafia deviata per riportare nel movimento dell’antimafia la sua limpidezza e la sua forza perché quando la lotta alla mafia diventa non più il fine principalie di un’associazione che si qualifica come tale, ma lo strumento attraverso il quale si persegue prestigio, potere, denaro e ci si serve della bandiera dell’antimafia come una sorta di privilegio su chi deve vincere gli appalti, su chi deve scegliere gli assessori della giunta, allora questo è peggio della mafia”.

Il plauso alle scelte di confindustria viene subito affiancato alle forti critiche lanciate agli ordini professionali in particolare agli ordini degli avvocati:

“Ci sono avvocati che approfittano del sacrosanto diritto alla difesa e alcuni sono i vettori della comunicazione del capomafia che è al 41 bis e i suoi affiliati a i quali continua a mandare ordini, per questo abbiamo chiesto al presidente dell’ordine di intervenire in merito a questi comportamenti, ma  lui ci ha risposto che siamo in uno Stato garantista e finché non c’è la condanna non si può fare niente. Eppure gli ordini professionali non sono fatti per tutelare gli iteressi di chi è iscritto all’ordine, ma sono stati creati per tutelare i cittadini dal corretto esercizio della professione”.

Una critica molto forte poi arriva quasi sottovoce, ma fa più rumore di un boato.

La Bindy ricorda come mentre a Palermo la mafia è stata combattuta e  gran parte dei boss sono stati consegnati alle carceri a Catania ”sono ancora tutti fuori  perché sono imprenditori“.

Il procuratore Franco Roberti durante il suo intervento parla invece della necessità di fare le riforme soprattutto in tema di giustizia e potenziare l’attività investigativa.

“Chiedo per i corrotti e i corruttori gli stessi strumenti di indagine che sono previsti per le mafie, con agenti sotto copertura, sconti di pena per chi collabora con la giustizia, durata delle  indagini e delle intercettazioni di pari misura rispetto quelli previsti per i reati di mafia e possibilità di fare intercettazioni preventive. Inoltre- sottolinea-  sarebbe necessario inserire  nel 416bis un aggravante specifica, se l’associazione mafiosa si avvale della corruzione per  conseguire appalti pubblici e commesse pubbliche. Una semplice modifica che segnerebbe un passo avanti perché sappiamo tutti che la corruzione è lo strumento privilegiato delle organizzazioni mafiose”.

Un passaggio delicato ed arguto viene poi fatto sull’antimafia sociale e su quanto possa essere pericoloso lasciarla allo sbaraglio:

“Ci sono stati diversi casi di deviazione dovuti al fatto che oggi esistono i finanziamenti per le associazioni antimafia e c’è la possibiltà di acquisire posti di potere. L’antimafia è diventata una mammella da mungere per troppe persone e noi apparati investigativi non siamo ancora entrati nella necessità di investigare più a fondo su queste associazioni, quando ci abbiamo provato a Napoli alcuni anni fa scoprimmo che un terreno in provincia di Caserta affidato ad una cooperativa dell’antimafia sociale era gestito dallo stesso mafioso a cui era stato confiscato. Un controllo a questo sistema è necessario”.

Il procuratore Franco Roberti aggiunge un altro caso, quello delle amministrazioni giudiziarie e lancia una provocazione:

”Vi siete chiesti perché nelle amministrazioni giudiziarie i procedimenti di prevenzione durano cosi a lungo? e sempre nella complessità dei beni da gestire o forse più va a  lungo l’amministrazione giudiziaria e  più l’amministratore giudiziario ne profitta economicamente magari in combutta con qualche giudice come abbiamo dovuto in qualche caso penosamente constatare?”

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