L’ANPI VOTERA’ NO AL REFERENDUM CONTRO LE MODIFICHE COSTITUZIONALI DEL SENATO

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La ‘Buona scuola’ vista da insegnanti e studenti: “E’ solo migrazione e umiliazione” da: sudpress.it

protesta docenti

Dicono NO alla migrazione dei docenti e alla nuova scuola-impresa voluta dal governo Renzi. Tra il “rischio corruzione” dei presidi e l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti delle superiori, che la etichettano come “sfruttamento gratuito”, ci siamo fatti raccontare tutte le criticità della riforma da chi la vive giornalmente

Più che “buona” questa riforma scolastica è un ring che scotta. In due milioni hanno firmato per abrogarne i passaggi principali e, a ragione, l’incontro sulla tanto contestata 107 alla Festa dell’Unità è stato titolato “Riforme che cambiano l’Italia”. Perché, di fatto, ha stravolto la vita di oltre 120mila docenti.

Le accuse sono gravissime. La riduzione degli insegnanti a “capitale umano” gestito liberamente dai presidi-manager è uno dei nodi principali. Se da un lato la “chiamata diretta” dell’insegnante meritevole si sostituisce al sistema di graduatorie e punteggi per titoli e anzianità, dall’altro, il rischio di corruzione per i presidi è altissimo.

L’anno scolastico non è ancora cominciato ma ci sono già alcune testimonianze preoccupanti. Durante i colloqui, diversi docenti avrebbero subìto interrogatori sulla vita privata: progetti di matrimonio, gravidanze e rapporti con la città di provenienza.

Il tutto, chiaramente, per scegliere secondo “caratteristiche logistiche” il professionista e non per il suo curriculum. Prima richiesta: che faccia poche assenze. Quindi, i preferiti dei presidi a quanto pare sarebbero i docenti già residenti. In altri casi, ancora più imbarazzanti, sarebbe stato richiesto un “video a figura intera per scegliere l’insegnante” più appropriato, come ci racconta Nino De Cristofaro (Cobas).

La “chiamata diretta” dovrebbe favorire, secondo i legislatori, la scelta del docente più adatto al ruolo e alla struttura. Il pericolo, invece, è il sovvertimento della meritocrazia a favore di un’assoluta discrezionalità del dirigente scolastico. Ma non è l’unico tasto dolente. 

Sono gli stessi studenti a spiegarci il significato di quella che definiscono il “continuo della riforma Gelmini”. “Durante il trienno delle superiori, l’alternanza scuola-lavoro è in realtà lavoro non retribuito. Non c’è niente di didattico nello spolverare le mensole dei musei”, ha detto Ludovica Intelisano.

Per questi motivi, lunedì scorso 29 agosto i sindacati hanno presentato ricorso al Tar del Lazio, mettendo in discussione la legittimità costituzionale della riforma che comprometterebbe i principi basilari della scuola pubblica: libertà d’insegnamento, svolgimento imparziale della pubblica amministrazione e diritto all’apprendimento per gli studenti.

Lo hanno chiamato il neoliberismo della scuola ma, tra i tanti posti in Sicilia che rimarranno scoperti per l’obbligo di migrare verso le cattedre del Nord, saranno solo una ventina gli insegnanti siciliani di scuola primaria che potranno rientrare nell’Isola. Tantissimi, infatti, i ricorsi dall’esito negativo per coloro che speravano in un avvicinamento a casa.

Intanto, mentre il partito di governo festeggia la sua unità, molte scuole superiori siciliane rischiano di suonare la campanella il 14 settembre senza i servizi essenziali, come luce e acqua. La causa? Bollette non pagate. E’ il risultato del drammatico passaggio dalle Province ai Liberi consorzi. La Regione con le tasche vuote se la fa alla larga e dopo il fallimento della Finanziaria bis che, se approvata, avrebbe dato ossigeno con nuove risorse, non resta che sperare in un aiutino da Roma.

A Catania a “fare la festa” al Pd ci hanno pensato anche gli insegnanti che non hanno aderito a questa legge. Contestatissimi Davide Faraone, Francesca Puglisi e Gianluca Scarano dagli insegnanti delle Graduatorie ad Esaurimento. “Siamo dimenticati dal governo, tutti gli insegnanti messi gli uni contro gli altri in una guerra tra poveri”, ci ha spiegato Massimo Romano (insegnante GAE).

Villa Bellini anche in questa occasione ha festeggiato più la desolazione che l’Unità e si è confermata passerella e slogan per una politica che ormai riceve solo fischi.

Fonte: rifondazione.it Discorso della presidente Dilma dopo l’approvazione del golpe parlamentare

Mercoledì 31 agosto 2016 poco dopo le 13 è giunto al suo punto finale il colpo di Stato che ha deposto la presidente costituzionale Dilma Rousseff. Con 61 voti a favore e 20 contrari il Senato federale brasiliano ha votato che le accuse mosse alla presidente costituiscono reato di responsabilità e di conseguenza comportano l’impeachment. Questo indipendentemente dal fatto che concordemente giuristi e organi tecnici del Senato e della Procura Generale della Repubblica avessero ripetutamente fornito pareri che negavano il carattere di reato di responsabilità a tali accuse. In una seconda votazione separata il Senato Federale con 42 voti a favore e 36 contrari ha respinto la richiesta di impedire per 8 anni qualsiasi funzione pubblica alla presidente come avviene in casi di reati compiuti da politici. Si è creata quindi una situazione di ulteriore anomalia, con un nuovo presidente , il golpista Michel Temer, impedito per otto anni dall’assumere funzioni pubbliche perché già condannato per reati relativi alla sua campagna elettorale e una presidente deposta che può partecipare a qualsiasi attività pubblica.

 

Vi proponiamo la traduzione del discorso della presidente Dilma dopo l’approvazione del golpe parlamentare:

 

[…] Oggi il Senato Federale ha preso una decisione che entra nella storia delle grandi ingiustizie. I senatori che hanno votato per l’impeachment hanno scelto di stracciare la Costituzione Federale. Hanno deciso di interrompere il mandato di una Presidente che non ha commesso crimine di responsabilità. Hanno condannato una innocente e hanno consumato un golpe parlamentare.

 

Con l’approvazione del mio allontanamenteo definitivo, politici che hanno disperatamente cercato di sottrarsi al banco della Giustizia prenderanno il potere insieme agli sconfitti nelle ultime quattro elezioni. Non saliranno al governo attraverso il voto diretto, come io e Lula abbiamo fatto nel 2002, 2006, 2010 e 2014. Si appropriano del potere attraverso un colpo di Stato.

 

È il secondo colpo di Stato che affronto nella vita. Il primo, il golpe militare (del 1964), appoggiato dalla truculenza delle armi, della repressione e della tortura, mi raggiunse quando ero una giovane militante. Il secondo, il golpe parlamentare scatenato oggi attraverso una farsa giuridica, mi depone dalla carica alla quale fui eletta dal popolo.

 

È una inequivocabile elezioni indiretta, in cui 61 senatori sostituiscono la volontà espressa di 54,5 milioni di voti. È una frode, contro la quale ricorreremo in tutte le istanze possibili.

 

Suscita preoccupazione che la maggiore operazione della nostra storia contro la corruzione, resa possibile da azioni sviluppate e leggi create a partire dal 2003 e ampliate nel mio governo, porti proprio al potere un gruppo di corrotti indagati.

 

Il progetto nazionale progressista, inclusivo e democratico che rappresento viene interrotto da una potente forza conservatrice e reazionaria, con l’appoggio di una stampa faziosa e corrotta. Cattureranno le istituzioni dello Stato per porle a servizio del più radicale liberismo economico e dell’arretramento sociale.

 

Hanno appena terminato di abbattere la prima donna presidente del Brasile, senza che vi sia alcuna giustificazione per questo impeachment.

 

Ma il golpe non è stato compiuto solo contro di me e contro il mio partito. Questo è stato solo l’inizio. Il golpe raggiungerà indistintamente qualunque organizzazione politica progressista e democratica.

 

Il golpe è contro i movimenti sociali e sindacali e contro coloro che lottano per diritti in tutti i campi: diritto all’abitazione e alla terra; diritto all’educazione, alla salute e alla cultura; diritto per i giovani di essere protagonisti della propria storia; diritti dei neri, degli indigeni, della popolazione LGBT, delle donne; diritto di esprimersi senza essere repressi.

 

Il golpe è contro il popolo e contro la Nazione. Il golpe è misogeno. Il golpe è omofobico. Il golpe è razzista. È l’imposizione della cultura dell’intollleranza, del preconcetto, della violenza.

 

Chiedo alle brasiliane e ai brasiliani che mi ascoltino. Parlo agli oltre 54 milioni che mi hanno votato nel 2014. Parlo ai 110 milioni che hanno reso valida la elezione diretta come forma di scelta dei presidenti.

 

Parlo soprattutto ai brasiliani che, durante il mio governo, hanno superato la miseria, realizzato il sogno della casa di proprietà, hanno cominciato a ricevere cure mediche, sono entrati nell’università e hanno smesso di essere invisibili agli occhi della Nazione, cominciando ad avere diritti che sempre erano stati loro negati.

 

La sfiducia e la melanconia che ci colpiscono in momenti come questi sono pessime consigliere. Non desistete dalla lotta.

 

Ascoltatemi bene: loro pensano che ci hanno vinto, ma si sbagliano. So che tutti noi lotteremo.

 

Contro di loro ci sarà la più ferma, instancabile ed energica opposizione che un governo golpista può subire.

 

Quando il Presidente Lula fu eletto per la prima volta nel 2003, siamo arrivati al governo cantando insieme che nessuno doveva avere paura di essere felice. Per oltre 13 anni abbiamo con successo realizzato un progetto che ha promosso la maggiore inclusione sociale e la riduzione di diseguaglianze della storia del nostro Paese.

 

Questa storia non finisce così. Sono sicura che l’interruzione di questo processo da parte del colpo di Stato non è definitiva. Noi torneremo. Torneremo per continuare il nostro cammino in direzione di un Brasile in cui il popolo è sovrano.

 

Spero che noi si sappia unirci in difesa di cause comuni a tutti i progressiti, indipendentemente dalla adesione di partito o di posizione politica. Propongo che noi si lotti, tutti insieme, contro l’arretramento, contro il programma conservatore, contro l’estinzione dei diritti, per la sovranità nazionale e il ristabilimento pieno della democrazia.

 

Esco dalla Presidenza così come sono entrata: senza essere incorsa in alcun illecito; senza avere tradito nessuno dei miei impegni; con dignità e portando nel cuore lo stesso amore e ammirazione per le brasiliane e i brasiliani e la stessa volontà di continuare a lottare per il Brasile.

 

Ho vissuto la mia verità. Ho dato il meglio della mia capacità. Non sono fuggita dalle mie responsabilità. Mi sono emozionata per la sofferenza umana, mi sono commossa nella lotta contro la miseria e la fame, ho combattuto la diseguglianza.

 

Ho combattuto buoni combattimenti. Ne ho persi alcuni, ne ho vinti molti e, in questo momento, mi ispiro a Darcy Ribero per dire: non vorrei stare al posto di coloro che si giudicano vincitori. La storia sarà con loro implacabile.

 

Alle donne brasiliane, che mi hanno coperto di fiori e di affetto, chiedo che credano che loro possono. Le future generazioni di brasiliane sapranno che quando per la prima volta una donna ha assunto al Presidenza del Brasile il machismo e la misogenia hanno mostrato la loro brutta faccia. Abbiamo aperto una strada a senso unico in direzione della eguaglianza di genere. Nulla ci farà arretrare.

 

In questo momento, non vi dico addio. Sono certa che posso dire ” a fra poco”.

 

Chiudo condividendo con voi un bellissimo testo del poeta russo Maiakovski:

 

“Non siamo allegri, è certo,

 

Ma tuttavia per quale ragione dovremmo rimanere tristi?

 

Il mare della storia è agitato

 

Le minacce e le guerre, dovremo attraversarle,

 

Spezzarle nel mezzo,

 

tagliandole con una chiglia corta”.

 

Un abbraccio affettuoso a tutto il popolo brasiliano, che condivide con me la fiducia nella democrazia e il sogno della giustizia.

 

Dilma Rousseff, presidente del Brasile

 

Nel primo discorso come presidente definitivo Michel Temer ha adottato un tono duro e ha detto che non tollererà infedeltà dalla base alleata e che non accetterà più di essere chiamato golpista.

 

Nella sera del 31agosto molte manifestazioni con partecipazione numerosa si sono realizzate un po’ ovunque nel paese; a San Paolo la polizia militare è intervenuta pesantemente con gas lacrimogeni e pallottole di gomma. Anche in altre città vi è stata repressione.

 

Traduzione di Teresa Isenburg, da San Paolo, 31 agosto 2016

Fonte: il manifestoAutore: Francesca Fornario Fertilità? E’ ora di un Governo day

 

Il Governo ha finalmente scoperto la causa del crollo delle nascite. Era sotto gli occhi di tutti, ma serviva la sensibilità di una donna alla guida del ministero della Salute per denunciarlo: le donne italiane non fanno più figli perché non sanno che i figli vanno fatti entro una certa età.E dire che sono istruite: il tasso di giovani donne laureate è di gran lunga superiore a quello degli uomini e abbiamo una media di laureate in discipline tecniche e scientifiche in linea con i picchi della Svezia, dove infatti le donne hanno compreso da tempo la fisiologia dell’apparato riproduttivo femminile e per questo fanno i figli a 20 anni. Eppure, le donne italiane capaci di scomporre un vettore e sequenziare il Dna, sembrano ignorare l’elementare processo di esaurimento della riserva ovarica.

Per ovviare a questa lacuna cognitiva e rilanciare un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa, il Governo ha istituito il Fertility Day: una giornata di sensibilizzazione volta a informare le donne che «La bellezza non ha età, la fertilità sì», come recita lo slogan sulla locandina dell’iniziava.

Per delucidare il concetto a chi non parla inglese – «Giornata Nazionale Della fertilità» non entrava nell’Hashtag, inoltre il marchio risultava già depositato alla Siae nel 1927 da Benito Mussolini – c’è la foto di una donna che con una mano si accarezza la pancia e con l’altro brandisce la clessidra.

In attesa che il ministero dell’Ambiente istituisca l’Earth Rotation Day per informare quanti ignorano che la Terra si muova intorno al sole e per questo si ostinano a vivere in zone sismiche, conviene avvicinarsi a questo 22 Settembre con la mente sgombra dalle teorie dietrologiche e complottiste che per anni hanno imperversato in rete adducendo ai motivi più fantasiosi il crollo delle nascite.

Se fosse vero che in Italia le donne fanno i figli sempre più tardi – o non li fanno proprio – per paura di perdere il lavoro, dato che una donna su quattro esce dal mondo del lavoro dopo la prima gravidanza e nella metà dei casi non si tratta di una libera scelta ma di madri che vengono licenziate o di precarie alle quali non viene rinnovato il contratto; se fosse vero che le donne non fanno i figli perché al nido c’è posto solo per un bambino su quattro; se fosse vero che le donne sono scoraggiate dalla difficoltà di conciliare il lavoro con i tempi di cura della famiglia poiché anche quando lavorano occupano per le faccende domestiche una fetta di tempo molto superiore a quella dei loro compagni (quasi 5 ore e mezzo a fronte di un’ora e mezzo degli uomini.

I quali, del resto, non utilizzano quasi mai i congedi parentali, i quali del resto sono stati resi obbligatori solo nel 2012 dal governo-Monti che, per favorire una più equa distribuzione del lavoro di cura dei figli tra i genitori, ha istituito l’obbligo di congedo per i padri. Della durata di un giorno: non di più, perché poi il pannolino puzza troppo e bisogna che torni la madre a cambiarlo); se fosse vero, infine, che conciliare maternità e lavoro è un’impresa perché sono poche le donne che hanno la possibilità di lavorare part-time (la percentuale di donne che lavora a orario ridotto è al di sotto della media europea e per una lavoratrice su due non è una libera scelta, che il part-time, partendo da retribuzioni piene del 30% inferiori a quelle degli uomini, è un lusso che puoi permetterti solo se non devi mantenere un figlio); se fosse vero il governo avrebbe istituito un Governo-Day, una giornata volta a sensibilizzare i ministri informandoli di quante cose potrebbero fare per incentivare la natalità.

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Fonte: il manifestoAutore: Marta Fana Fornero batte Poletti: più lavoro solo per gli over 50

A conferma dei segnali di rallentamento dell’economia italiana arrivano i dati mensili sugli occupati, pubblicati dall’Istat nella giornata di ieri. Diminuiscono contemporaneamente il tasso di occupazione e di attività, mentre aumenta la disoccupazione giovanile dal 37,3 al 39,2 percento.Da un lato, il calo dei 62mila occupati è trainato principalmente dal calo di lavoratori indipendenti, mentre l’occupazione dipendente resiste grazie agli occupati a termine: più 10 mila nuovi occupati a fronte di una riduzione degli occupati a tempo indeterminato di 5.000 unità.

Su base mensile, la quota di occupati a termine ritorna quasi ai livelli massimi (16,5% del totale dell’occupazione dipendente), raggiunti in agosto 2015 (16,7%), prima della corsa agli sgravi dell’ultimo semestre dello scorso anno, il 2015.

Se, da un lato, la dinamica dei lavoratori subordinati è relativamente interpretabile, dall’altro quella relativa al mondo del lavoro autonomo pare sfuggire nei dati campionari. Per avere un quadro più chiaro bisognerebbe indagare le transizioni di questi ex occupati verso altre forme di occupazione o verso la disoccupazione.

Sarebbe inoltre utile studiare l’andamento dell’occupazione per tipologia contrattuale anche in relazione alle ore lavorate, in modo da avere un’idea più chiara di quanto la sottoccupazione (oltre il part time involontario) incida sulle statistiche relative all’occupazione.

Tornando ai dati, dal punto di vista di genere, le condizioni occupazionali peggiorano soprattutto per le donne, sono 51.000 occupate in meno rispetto al mese di giugno, mentre aumentano, nello stesso mese, coloro che una volta disoccupate non cercano lavoro (-52.000).

Le difficoltà del mercato del lavoro trovano ancora una volta forza nel dettaglio anagrafico: anche nel mese di luglio, il numero di occupati aumenta solo per la fascia di età over 50. Una dinamica che mostra col passare dei mesi il predominio della riforma Fornero su tutte le altre che l’hanno seguita, dal Decreto Poletti al Jobs Act, fino al fallimento in essere della Garanzia Giovani.

Nell’ultimo anno, l’occupazione nella fascia di età tra 15 e i 49 anni è diminuita di 134.000 unità, mentre per gli over 50 è aumentata di 402mila. Al lato opposto, gli inattivi, tra i più e meno giovani, fino ai 50 anni, diminuiscono, segno evidente di un’ostinazione della volontà nella ricerca di un lavoro che tuttavia latita, se non nelle forme più precarie, come quel lavoro occasionale e accessorio che dilaga lungo tutta la penisola.

Una fotografia feroce del paese reale di fronte ai rinnovati slogan del governo. In un solo giorno, da Palazzo Chigi sono arrivate le slide dei trenta mesi del Governo Renzi, che celebrano i dati del mercato del lavoro e dal Ministero della Salute l’annuncio del #fertilityday. Tuttavia, a ben vedere non ci sono evidenti margini per i festeggiamenti. Nei trenta mesi di governo Renzi, l’occupazione è aumentata di 585 mila unità, pari al saldo tra l’aumento di 889.000 occupati over 50 e un calo di 304 mila unità degli under 50.

Allo stesso tempo, la campagna lanciata dal Ministro Lorenzin appare più una provocazione per tutte quelle donne il cui contratto di lavoro, quando esiste, dura meno dei nove mesi della maternità, e le retribuzioni continuano a subire una forte discriminazione rispetto a quelle degli uomini. Le stesse donne che probabilmente ancora aspettano di vedere sorgere i 1000 asili in 1000 giorni promessi da Renzi nell’agosto 2014 e di cui, ad oggi, non c’è traccia.