Escono per Marsilio i taccuini tenuti dal leader storico del Psi negli anni Settanta: l’amarezza per la mancata elezione al Quirinale, la simpatia per Marco Pannella da: ilcorrieredellasera.it

Nenni si schierò dalla parte di Craxi
negli ultimi appunti del suo diario

Escono per Marsilio i taccuini tenuti dal leader storico del Psi negli anni Settanta: l’amarezza per la mancata elezione al Quirinale, la simpatia per Marco Pannella

di PAOLO MIELI

Da sinistra: Bettino Craxi (1934-2000) con Pietro Nenni (1891-1980) in un’immagine tratta dal documentario La mia vita è stata una corsa, prodotto da Stefania Craxi Da sinistra: Bettino Craxi (1934-2000) con Pietro Nenni (1891-1980) in un’immagine tratta dal documentario La mia vita è stata una corsa, prodotto da Stefania Craxi

A Capodanno del 1980, quando Pietro Nenni morì, un suo vecchio amico, Dino Gentili, raccontò che pochi giorni prima l’anziano leader socialista gli aveva confidato le sue perplessità circa la conduzione del Psi da parte di Bettino Craxi, in quel momento sotto il fuoco concentrico dei suoi compagni di partito (si salvò soltanto grazie alla defezione di Gianni De Michelis dalla sinistra lombardiana e dal campo dei cospiratori). Gentili raccontò che Nenni aveva lasciato un memoriale in cui argomentava punto per punto le riserve sul suo delfino. La figlia di Nenni, Giuliana, sostenne che tra le carte del padre non c’era traccia di quello scritto e lasciò intendere che la rivelazione fosse parto della fantasia di una persona ostile al segretario socialista. Adesso che vengono pubblicati (da Marsilio) i diari di Nenni tra il 1973 e il 1979 — con il titolo Socialista libertario giacobino — si è portati a dar ragione alla figlia dello statista, dal momento che in quelle pagine non c’è traccia di qualcosa che assomigli neanche vagamente al memoriale di cui aveva parlato Gentili. Anzi nell’ultima annotazione, quella del 21 dicembre 1979, si parla di «accusa ingiusta» rivolta a Craxi e si accusano i capi del Psi da Nenni incontrati in quei giorni — da Riccardo Lombardi a Giacomo Mancini a Gaetano Arfè a Mario Zagari — di essere «interessati prevalentemente alle beghe del partito più che allo stato drammatico del Paese». Per poi aggiungere: «Purtroppo così fu nel biennio rosso 1919-21 e in modo ancora più accentuato nel biennio nero 1921-22». Parole che non sembrano appartenere ad una persona intenzionata a condividere l’iniziativa per far fuori Craxi.

Certo, si potrebbe insinuare che ai due curatori, Paolo Franchi e Maria Vittoria Tomassi, quelle carte non siano state fatte vedere. Ma sarebbe bizzarro, dal momento che in altre parti delle memorie sono state rigorosamente conservate (e pubblicate) annotazioni critiche nei confronti dello stesso Craxi. A partire da quella del 16 luglio 1976, quando il leader socialista, a coronamento della manovra che spodestò Francesco De Martino, fu eletto segretario del Psi. Quel giorno Nenni scrive che avrebbe meritato maggior attenzione la «candidatura» di Antonio Giolitti. Poi un’annotazione severa: «Craxi, per parte sua, arriva dove voleva senza imbrogli, anche se non per la sola via che conta, quella di un confronto politico di fondo… Infatti al Comitato centrale non ha neppure parlato». Colpa del fatto che, scrive Nenni, «attendere la propria ora non è più una virtù». Qui sì che Nenni prende le distanze da lui, rilevando come fosse «il candidato in primo luogo di Mancini, dei giovani della sinistra, di una parte dei demartiniani». I giornali, aggiunge, «lo dicono mio delfino; lo è stato nel 1969, quando io fui battuto in un Cc più drammatico di quello attuale, sulla questione della unificazione… In questi ultimi tempi faceva parte a se stesso». Però poi non gli farà mai mancare una nota di affetto. Ai tempi del sequestro di Aldo Moro apprezzerà la sua scelta di sottrarsi all’«isteria della ragion di Stato». E allorché nel luglio del 1979 il presidente della Repubblica Sandro Pertini gli affiderà l’incarico di formare il governo, lo paragonerà a Giulio Andreotti e scriverà: «Della generazione che ci ha sostituito è per certo il meglio preparato… Impossibile per me dargli l’appoggio che vorrei. Indirettamente gli serve un motto che circola per tutto il Paese: Nenni ha seminato, Craxi vendemmia. Così fosse!». «Ai numerosi apprezzamenti», rileva con acutezza Paolo Franchi, «corrispondono quasi altrettanti rilievi critici, spesso riferiti, i primi come i secondi, allo stile di comando dell’uomo». In generale, però, Nenni, prosegue Franchi, «sostiene, seppure con il distacco dettato dalla sua età e dal suo rango, il nuovo segretario, assai più di quanto avesse fatto con i suoi predecessori». Peraltro l’anziano leader si era da tempo allontanato dalla politica attiva. Non senza una punta di amarezza.

E gli uomini politici della generazione successiva alla sua? Nel febbraio del 1974 Nenni prende nota dei primi passi di Ciriaco De Mita, che sarà il rivale democristiano di Craxi. Lo fa in margine allo scandalo dei petroli e all’attività di quelli che furono chiamati i «pretori d’assalto». Riferisce che Giolitti ha sentito il «ministro De Mita» che diceva a Mariano Rumor: «Questi pretori sono dei banditi». Nenni non è d’accordo: «Sono semmai degli sprovveduti ma riflettono una volontà di pulizia morale e di onestà amministrativa che finirà per prevalere se tutto non dovrà essere sommerso e perduto di quanto fu creato trent’anni orsono». E sul finanziamento pubblico dei partiti scrive: «Un orrore, direi anch’io con Terracini». Simpatia per l’anziano comunista libertario Umberto Terracini oltreché nei confronti del giovane ancor più libertario Marco Pannella e delle sue campagne per divorzio e aborto.

Colpisce la sua diffidenza nei confronti dei sindacati. Affronta il tema del «carattere degenerativo e festaiolo della scioperomania». Un caso che riguarda il personale della Rai-tv: «lo sciopero doveva essere di quattro ore e si è risolto invece nell’abbandono del lavoro per tutta la giornata e in un ponte supplementare di tre giorni. Tre giorni di vacanza e non di lotta!». Ancora il 25 marzo del 1975: «Scioperi su scioperi. Oggi sciopero generale del pubblico impiego, ferrovieri compresi, direttamente rivolto contro il governo… nessuno sembra porsi il quesito: e poi? Eppure bisogna porselo, visto che lo sciopero è un mezzo, non il fine».

Resta in lui la delusione per le elezioni presidenziali del 1971, quando gli è stato preferito Giovanni Leone. Ma non nutre risentimento verso Leone, sul cui coinvolgimento nell’affare Lockheed manifesterà più di un dubbio. Piuttosto, riferisce, «non fui sostenuto quanto era necessario da Mancini, che era allora alla segreteria del Partito e forse neanche da De Martino». A decidere per Leone al Quirinale, scrive, «furono Saragat e La Malfa che gli portarono i loro voti». Si giustificarono «con l’argomento fasullo che io finivo per essere il candidato dei comunisti». Ma «in nessun caso io potevo essere eletto». Un’assemblea «moderata come il Parlamento non poteva fare di me, uomo della Settimana rossa, il capo dello Stato». Definisce una «posizione coraggiosa» quella di Enrico Berlinguer sul compromesso storico. Tiene però a precisare che «in verità si può governare con il 51 per cento dei voti; lo ha fatto e lo fa addirittura con il 47-48 per cento la socialdemocrazia svedese, lo ha fatto la socialdemocrazia tedesca». Critica i ritardi del Pci sulle società dell’Est e quando un gruppo di intellettuali comunisti si pronuncia contro la repressione in Cecoslovacchia, il suo commento è: «Alla buon’ora!» (13 gennaio 1977). Ai tempi del referendum sul divorzio, tra il 1973 e il 1974, segue la vicenda con grandi speranze attenuate da un qualche disincanto. Riferisce di un incontro con il comunista Paolo Bufalini che vorrebbe evitare il referendum ufficialmente per il timore di perderlo, in realtà per non far morire sul nascere la politica del compromesso storico. Apprezza, come si è detto, i radicali di Pannella. A referendum vinto racconta delle congratulazioni ricevute dal laburista britannico Harold Wilson e dal socialista francese François Mitterrand. Ma subito dopo, colti i segnali provenienti dalla politica, conclude sconsolato: «Il referendum? Due o tre giorni di entusiasmo, poi tutto finisce in scetticismo e scoraggiamento».

Poi quando Pannella entrerà in Parlamento, nel 1976, saluterà il suo come un «debutto clamoroso», prevedendo che saprà dimostrare «quanto può fare anche un piccolissimo gruppo se sganciato dalla ipocrisia delle concessioni tra governo e opposizione». Ma quando i seguaci di Pannella (assieme a qualche socialista) si batteranno per estromettere dal Quirinale Leone, sarà tra i pochi a vedere per tempo tutti i problemi dell’operazione: «Possibile che i radicali non se ne rendano conto? Possibile che ci siano socialisti accecati dalla demagogia al punto di non vedere a quale rischio esporrebbero la Repubblica?».

È critico nei confronti delle dichiarazioni comuni tra i segretari del Pci e del Psi. Come quella di Berlinguer e De Martino dell’agosto 1975 sulla crisi portoghese. «Se il giudizio di fondo dei due partiti è diverso non ha senso firmare delle dichiarazioni comuni». Si dispiace quando Giorgio Amendola scrive in un libro che sua figlia Vittoria, morta ad Auschwitz, era comunista. Ma Amendola gli chiede scusa e aggiunge ironico: «Non vorrei che tu vedessi anche in questo episodio una prova dell’espansionismo comunista».

Lungimiranti le sue considerazioni sull’Europa: «Gli inglesi restano con l’Europa», scrive il 7 giugno 1975; «nel referendum la percentuale del sì è stata del 68,9% una vittoria superiore al previsto per gli europeisti e per Wilson che s’era in definitiva unito ad essi. Una sconfitta per la sinistra laburista assai pesante, che l’accomuna alla destra conservatrice non ancora guarita dalle nostalgie imperiali. Un fatto importante per l’Europa e per il mondo». E ancora: «L’Europa, mi ha detto Giolitti di ritorno da Parigi, ci guarda con sarcasmo o addirittura con disprezzo. Nessuna fiducia in noi e nella nostra capacità di ripresa, nel che forse c’è un errore… Il giudizio di Giolitti è molto pessimista come del resto lo è sempre stato dal 1964 in poi. Il guaio è che con il pessimismo non si guida una nazione» (2 giugno 1974). Ce n’è anche per i partiti fratelli: «Rimane un mistero che i socialdemocratici siano in declino proprio nei Paesi più prosperi dell’Europa» (4 ottobre 1976).

Nei diari c’è anche la Cina di Mao. Nell’agosto del 1973, la «Pravda» accusa Nenni di «avvalersi persino del maoismo pur di attaccare l’Unione Sovietica». «Sciocchezze», è la sua replica con due punti esclamativi. Ma quando nel settembre del 1976 Mao morirà, lascerà sul suo diario parole di grande ammirazione: «È stato uno degli uomini più grandi del secolo. È stato qualcosa di più del capo della rivoluzione in Cina: l’interprete di un popolo sospinto dalla sua stessa storia millenaria a segnare un’impronta nei tempi presenti». Sorprendente la benevolenza del suo giudizio: «Per Mao la rivoluzione culturale è stata il mezzo per liberare la rivoluzione dalle incrostazioni burocratiche, militari, poliziesche che la soffocavano. Ciò che è stato caratteristico in Mao è la fiducia nell’uomo, è la prevalenza della politica sulla tecnica e sull’economia, è la nozione dell’uomo. Liberare l’uomo per liberare l’umanità… Se questo pensiero rimane alla guida della Cina, allora il dopo Mao non intaccherà la sua opera gigantesca».

Le Brigate rosse all’inizio provocano in lui un distacco tra l’ironico e il preoccupato. «Siamo tra la banda Bonnot che riempì di sé le cronache criminali e politiche francesi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento», scrive il 6 giugno 1975, «e le bande che Stalin mandava all’assalto dei furgoni che trasferivano da una banca all’altra l’oro dei feudatari russi». Poi, il 19 gennaio del ’76, qualcosa cambia. In polemica con il Pci si spinge a «comprendere» le Br: «Nei testi delle Brigate rosse è presente un certo pathos romantico e rivoluzionario. Ma i comunisti trattano il capo banda da provocatore senza peraltro addurre prove o sospetti validi. Staremo a vedere. Io credo che non si possa negare la buona fede a chi mette in gioco la propria pelle». In seguito però le pagine più toccanti saranno quelle dedicate al sequestro e all’uccisione di Moro. All’epoca Nenni ha 87 anni. Tra i suoi appunti, i ricordi di quando a fine ’63 lui e Moro avevano costruito il centrosinistra («Solo nel 1964, quando insorse il caso De Lorenzo, rischiammo una rottura»). E parole di autentico affetto. Trattenuto sarà l’8 luglio il giudizio sull’elezione di Pertini, pur salutata come un evento storico: «Con lui la Resistenza entra al Quirinale».

È un uomo della prima metà del Novecento. «Il poeta Montale», scrive in occasione del conferimento del premio Nobel all’autore di Ossi di seppia, «l’ho letto con interesse (il poeta Carducci lo leggevo con entusiasmo); l’uomo lo conosco appena (per quanto egli sia collega a Palazzo Madama, si vede ancora meno di me), ma la sua vita non ha le contraddizioni di quella di Carducci, e neppure le passioni. È cioè un uomo prosaico come prosaica mi pare la sua vena poetica». Si dice sconvolto al cospetto delle «oscenità degradanti» di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Nello stesso anno, 1973, va a vedere La grande abbuffata di Marco Ferreri: «Tutto è volgare», scrive, «soprattutto l’abuso del nudo femminile… Sono contro la censura, ma siamo noi gli spettatori che dovremmo boicottare pellicole del genere, nelle quali è assente ogni valore artistico». Aggiunge che anche la figlia Giuliana «era fuori di sé per l’indignazione». Quando muore Anna Magnani, la contrappone alle attrici dei primi anni Settanta: «era di una stoffa diversa dalle star, dalle dive, dalle spogliarelliste». C’è in lui una sorta di innocente e fanciullesco autocompiacimento. Gli piace moltissimo Alighiero Noschese: «Mi ha imitato come non si poteva meglio. Nelle battute si sentiva molta simpatia per me… Più perfido nelle imitazioni di Preti e La Malfa». Nel novembre del ’74, quando la tv manda in onda il De Gasperi di Ermanno Olmi, protesta: «Io non ci sono… compaio a lato del protagonista in un corridoio del Laterano». Stesso rilievo al film di Roberto Rossellini Anno Uno.

Nel 1980 Nenni morì. Trascorsero dodici anni e (quasi) scomparve anche il Psi. Nell’uragano che travolse il Partito socialista da qualche parte si tentò di coinvolgere la figura di Nenni. Tant’è che nella fase più infuocata di Mani pulite, ricorda Franchi con fine ironia, non mancò chi propose di cambiar nome alla piazza principale della sua Faenza. Piazza che, osserva Franchi, fortunatamente gli è tuttora dedicata.

Bibliografia

Esce in libreria giovedì 1° settembre il volume Socialista libertario giacobino. Diari (1973-1979), che raccoglie gli appunti del leader socialista Pietro Nenni (1891-1980) curati da Paolo Franchi e da Maria Vittoria Tomassi (Marsilio, pagine 512, e 25). I diari di Nenni che risalgono a periodi precedenti sono stati pubblicati negli anni Ottanta in tre volumi, a cura della figlia Giuliana Nenni e di Domenico Zucaro, dalla casa editrice SugarCo. Il primo volume, che copre il periodo 1943-1956, uscì nel 1981 con il titolo Tempo di guerra fredda e una prefazione di Giuseppe Tamburrano. Il secondo, intitolato Gli anni del centro-sinistra, include i diari scritti da Nenni tra il 1957 e il ’66: venne pubblicato nell’82 sempre prefato da Tamburrano. Il terzo riguarda gli anni dal 1967 al 1971: uscì nel 1983 con il titolo I conti con la storia e una prefazione di Leo Valiani.

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