LA SANTA | I legami tra Cosa nostra e ‘ndrine da: corrieredellacalabria.it

Tra le carte dell’inchiesta “Mammasantissima” emergono le strategie delle mafie per costituire un soggetto unico. E il senatore Caridi potrebbe non essere l’unico referente politico

Lunedì, 22 Agosto 2016

REGGIO CALABRIA Il senatore Antonio Caridi sarebbe uno degli uomini costruiti dalla direzione strategica della ‘ndrangheta per entrare in Parlamento. Lo ha ipotizzato il pm Giuseppe Lombardo sulla base delle indagini del Ros, lo ha affermato il gip Domenico Santoro, lo ha confermato il Tribunale delle Libertà, presieduto da Natina Pratticò. Ma Caridi – emerge dalle carte d’indagine – potrebbe non essere l’unico uomo dei clan, costruito per infettare le istituzioni. Perché le mafie – tutte, non solo la ‘ndrangheta – lavorano da tempo al progetto di farsi Stato.

LA COSA UNITA Il dato emerge fra le pieghe dell’indagine “Mammasantissima”, che recupera e valorizza le rivelazioni di vecchi e nuovi collaboratori, e trova conferma nel capo di imputazione che i pm di Caltanissetta contestano oggi alla primula nera della mafia siciliana, Matteo Messina Denaro, «dirigente della componente riservata» di Cosa nostra.

LO STATO DEI CLAN Almeno dalla fine degli anni ’80, l’èlite delle mafie, riunita in un unico organismo che i pentiti chiamano Cosa Unita o Cosa Unica, ha cambiato strategia. E ha iniziato a progettare di uscire dall’ombra. Di smettere di condizionare la politica, lo Stato, le istituzioni, per diventare – o meglio, essere riconosciuta – essa stessa istituzione. Alla fine degli anni ’80, le mafie volevano spezzare l’Italia per prendere il Sud direttamente nelle proprie mani. Per questo hanno ideato, finanziato e organizzato molte delle leghe regionali nate in quegli anni.

TRE PROCURE A CACCIA Un disegno che già l’indagine “Sistemi Criminali” dell’allora procuratore aggiunto di Palermo, Roberto Scarpinato, aveva intuito, ma che adesso diventa concreta traccia investigativa. E non solo per la Dda di Reggio Calabria. Da tempo – filtra da ambienti investigativi – anche Palermo e Caltanissetta battono questa pista, inaugurata nel lontano 1992 da Paolo Borsellino. E che forse – mormorano alcune toghe – gli è costata la vita.

L’INDAGINE DI BORSELLINO Proprio a Borsellino infatti, il pentito Leonardo Messina aveva spiegato il piano che le mafie – tutte – stavano mettendo in atto in quel periodo, rivelando nomi, ruoli, contatti, progetti. Parole rimaste inesplorate per il brutale omicidio del magistrato, ma che anche la politica ha voluto ignorare. Perché gran parte di quelle rivelazioni sono state portate a conoscenza dei parlamentari della commissione antimafia, da cui Messina è stato audito. Invano.

IL SOGNO DI “COSA NOSTRA” Già allora, il collaboratore infatti spiegava che «Cosa nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro». E con “Cosa Nostra” Messina non intende certo solo la mafia siciliana. Spiega infatti che il progetto «riguardava l’organizzazione di Cosa nostra. Non si parlava della Sicilia ma dell’organizzazione, quindi delle regioni dove c’è Cosa nostra. Sicilia, Campania, Calabria, Puglia». Allo scopo – spiega – c’erano state anche degli incontri, l’ultimo si era svolto ad Enna. «La riunione è stata l’atto finale. Erano lì da circa tre mesi … Nella provincia di Enna. Avevano fatto la nuova strategia e avevano deciso i nuovi agganci politici, perchè si stanno spogliando anche di quelli vecchi».

IL RUOLO DELLA MASSONERIA Un progetto che – aggiunge Messina – le mafie portavano avanti insieme alla massoneria. «Molti degli uomini d’onore, cioè quelli che riescono a diventare dei capi, – afferma il collaboratore – appartengono alla massoneria. Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso di quello punitivo che ha Cosa nostra». In più, aggiunge, «”massone” è una parola che poi racchiude tantissimi tipi di persone. Cosa nostra non può più rimanere succube dello Stato, sottostare alle sue leggi, Cosa nostra si vuole impadronire ed avere il suo Stato».

IL PARTITO DEI CLAN In questo modo, la massoneria si è trasformata in terreno fertile per tessere contatti e alleanze con quelle «forze nuove», «formazioni non tradizionali», «con un nome nuovo», «che non vengono dalla Sicilia, e sono «politiche e imprenditrici» che avrebbero dovuto fare da apripista al progetto. Di più, non vuole – o non può – all’epoca dire. Ma il pentito sa e sa tanto. «Desidero precisare – sottolinea – che tutto quello che dico non è fonte di deduzioni o di interpretazioni personali, ma è quello che so. Lo so per conoscenza diretta».

REGIA STRANIERA Altre cose le intuisce, ma su quelle non si sbilancia. Il collaboratore immagina – ad esempio – che il progetto di uno Stato delle mafie sia nato «fuori dei confini nazionali», ma mette subito le mani avanti: «Posso parlare del programma della regione mafiosa; sarebbe assurdo che sapessi che cosa decide la massoneria. So che cosa ha deciso Cosa nostra». E lo sa perché è stato invitato alle riunioni durante le quali la mafia siciliana ha spiegato a tutti i suoi figli cosa avrebbe fatto la Cosa Nostra. E non solo in Sicilia.

LA COMMISSIONE MONDIALE «Che Cosa nostra appartenesse al livello mondiale l’ho saputo sin dal 1980; che noi siamo oggi i rappresentanti lo so da novembre di quest’anno», spiega con naturalezza ai parlamentari della commissione. «Una sera – racconta – ero a Pietraperzia, in provincia di Enna, e c’erano tantissimi pacchi di scarpe. Ho chiesto: cosa c’è, una festa? Mi hanno risposto: no, devi essere contento perché il tuo principale è stato eletto sottocapo mondiale. Da ieri la rappresentanza mondiale di tutte le organizzazioni è di Salvatore Riina e Giuseppe Madonia». Per questo – spiega – «Hanno fatto regali a tutti: mi ero meravigliato proprio per tutte quelle scarpe di valore».

LE SCARPE DEI CLAN Un regalo dall’alto contenuto simbolico, necessario per ricordare a tutti sotto chi si “cammina”. Ma a camminare sotto la protezione dei clan non ci sono solo affiliati. A sostenere il progetto di uno Stato delle mafie – racconta il collaboratore – ci sono pezzi della politica, delle istituzioni, dell’economia. Alcuni partner – aggiunge – sono all’estero, ma non sa dire né chi ne dove siano, tanto meno azzarda congetture. Non ha bisogno invece di fare ipotesi per affermare che i clan non avranno bisogno di fare un golpe per rendere concreto il loro progetto.

GOLPE DI VELLUTO «In precedenza Cosa nostra si adoperava per fare colpi di Stato. Oggi possono arrivare al potere senza fare un colpo di Stato. A. Loro appoggeranno una forza politica a distanza di qualche anno che partirà dal sud. Ora la manovra non viene dal sud». Obiettivo: «Finora hanno controllato lo Stato. Adesso vogliono diventare Stato». Il territorio è quello del sud, ma ci sono anche altre propaggini che interessano a Cosa Nostra. È il caso della Lombardia, sul cui destino nessuno riesce a scucire a Messina più di un sibillino «Dipende».

IL CUORE MILANESE DELLE MAFIE Ma proprio Milano – afferma un altro collaboratore, il calabrese Filippo Barreca – ha giocato un ruolo importantissimo nella costruzione del progetto separatista. Lì, all’inizio degli anni 80, aveva sede il consorzio. Lì sono state gettate le basi per la Cosa Nostra che avrebbe dovuto spezzare l’Italia. «Confermo che a Milano – grazie ai Papalia, mi riferisco a Rocco e Domenico che ho personalmente conosciuto – si rinsaldarono i rapporti fra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta. Ciò – racconta Barreca – avvenne sulla base di comuni interessi nel settore del traffico di sostanze stupefacenti. Su questa base di rapporti oramai saldi e pienamente operativi si innestò il cosiddetto progetto “separatista” voluto e sponsorizzato da Cosa Nostra e dalla ‘ndrangheta».

DUE CITTA’, UNA REGIA Già all’epoca, Milano e Reggio Calabria si muovevano come una sola cosa. «I collegamenti fra cosa nostra e ‘ndrangheta – aggiunge Barreca – si intrecciavano in modo coordinato a Milano grazie ai Papalia e a Reggio Calabria grazie a Paolo Romeo. Insomma Paolo Romeo e i Papalia agivano, in questo ambito, come un’unica persona, in esecuzione di un unico disegno. Tutte queste sono circostanze che appresi dai De Stefano. Al momento non ricordo da chi di loro esattamente». Ma Barreca non sarà il solo a raccontare il contributo delle ‘ndrine al progetto separatista. Più e meglio di lui, ne parlerà il pentito di mafia, Gioacchino Pennino.
(continua)

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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