San Vito, drammatico suicidio: una prof di 49 anni si toglie la vita

La donna lascia un figlio di appena 8 anni, si è suicidata nel giardino dei genitori.  Sgomento in tutto il Sarrabus: era una professoressa. Aveva raccontato di temere di perdere il lavoro o di essere trasferita con la riforma della scuola

Autore: Redazione Casteddu Online il 27/06/2016 14:31


San Vito, drammatico suicidio: una prof di 49 anni si toglie la vita

Una professoressa si uccide nel Cagliaritano. Ancora un drammatico suicidio nel Cagliaritano. Una donna di soli 49 anni si è suicidata oggi a San Vito: era una professoressa, con un figlio di appena 8 anni.

Si è tolta la vita impiccandosi nel giardino dei genitori, in una tragedia che sta gettando nello sgomento tutto il Sarrabus. Inutile è stato l’intervento dell’ambulanza del 118, accorsa sul posto come vedete nella foto. Un dramma inspiegabile, dovuto al fatto che la donna era in depressione da alcuni mesi a causa di motivi professionali. Stando ai primi accertamenti e alle testimonianze, la donna nel suo stato depressivo aveva paura di perdere il lavoro di insegnante precaria o di essere trasferita con la riforma della scuola disposta dal governo. La donna era tra le ultime in graduatoria, insegnava in una scuola superiore della zona, pare stesse davvero rischiando di perdere il lavoro. La sua diventa una storia simbolo, in tutta Italia, della disperazione di tanti insegnanti precari: in questo caso ha scelto il peggiore dei modi, arrendendosi all’angoscia. Anche il marito, straziato dal dolore, è un insegnante.

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Chiamata diretta prof: la storia del preside che discrimina i docenti del Sud, la denuncia

Fitzwilliam Darcy
– Esperto di Tv e Gossip

Nuove segnalazioni sulla chiamata diretta docenti: presidi del Nord che discriminano docenti del Sud e altre irregolarità. Occorre denunciare.
Scuola, chiamata diretta: la discriminazione dei docenti del Sud
Scuola, chiamata diretta: la discriminazione dei docenti del Sud
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La chiamata diretta dei docenti scuola si sta svolgendo in un clima molto difficile anche perché la normativa ha previsto una grande libertà per i Dirigenti Scolastici nel definire i criteri in vista della scelta. Le storie che vengono raccontante e, ovviamente, denunciate sono moltissime e raccontano di una situazione sempre più complessa: ad esempio, in Calabria un preside ha richiesto agli aspiranti per la ‘chiamata’ lo svolgimento di una lezione frontale; più o meno dello stesso tenore una richiesta di un Dirigente di Vercelli che ha addirittura messo in campo una commissione affinché il candidato possa essere esaminato nell’improvvisazione di una Unità di Apprendimento, scelta tra quelle predisposte dalla stessa commissione. Ma un’altra storia è ancora più grave: un preside ha cercato di discriminare i docenti provenienti dal Sud in maniera molto ‘creativa’ e ‘fantasiosa’.
La discriminazione verso i docenti del Sud nella chiamata diretta

A denunciare questa situazione è stato il sindacato Anief che invita i docenti vittima di discriminazione o di altri illeciti durante le procedure della chiamata diretta a contattare l’associazione per una tutela legale dei propri diritti. La possibilità è di ricorrere al TAR. La situazione di discriminazione si è verificata in Lombardia, dove un Dirigente Scolastico ha posto tra i criteri per la selezione un titolo molto particolare: si richiede un aggiornamento sulla questione dell’alternanza #Scuola-lavoro gestito dall’UST di Bergamo, per cui, in parole semplici, tutti coloro che non l’hanno svolto perché appartenenti a un’altra regione non possono partecipare alle selezioni. Secondo l’Anief si tratta di un modo per far fuori tutti i docenti provenienti dal Sud.

Occorre ribadire, allora, che il colloquio, secondo le direttive del Miur, deve vertere soltanto sul Curriculum Vitae del candidato, dunque non è lecita la richiesta di svolgimento di prove, mentre per il caso della discriminazione ad intervenire dovrebbe essere direttamente il Ministero. L’unico modo, sottolineato dai sindacati per frenare l’esuberanza dei presidi è quello di denunciare tutte le situazioni di illecito. L’Anief è pronto comunque a portare avanti i ricorsi dei candidati dinanzi al TAR

LA SANTA | I legami tra Cosa nostra e ‘ndrine da: corrieredellacalabria.it

Tra le carte dell’inchiesta “Mammasantissima” emergono le strategie delle mafie per costituire un soggetto unico. E il senatore Caridi potrebbe non essere l’unico referente politico

Lunedì, 22 Agosto 2016

REGGIO CALABRIA Il senatore Antonio Caridi sarebbe uno degli uomini costruiti dalla direzione strategica della ‘ndrangheta per entrare in Parlamento. Lo ha ipotizzato il pm Giuseppe Lombardo sulla base delle indagini del Ros, lo ha affermato il gip Domenico Santoro, lo ha confermato il Tribunale delle Libertà, presieduto da Natina Pratticò. Ma Caridi – emerge dalle carte d’indagine – potrebbe non essere l’unico uomo dei clan, costruito per infettare le istituzioni. Perché le mafie – tutte, non solo la ‘ndrangheta – lavorano da tempo al progetto di farsi Stato.

LA COSA UNITA Il dato emerge fra le pieghe dell’indagine “Mammasantissima”, che recupera e valorizza le rivelazioni di vecchi e nuovi collaboratori, e trova conferma nel capo di imputazione che i pm di Caltanissetta contestano oggi alla primula nera della mafia siciliana, Matteo Messina Denaro, «dirigente della componente riservata» di Cosa nostra.

LO STATO DEI CLAN Almeno dalla fine degli anni ’80, l’èlite delle mafie, riunita in un unico organismo che i pentiti chiamano Cosa Unita o Cosa Unica, ha cambiato strategia. E ha iniziato a progettare di uscire dall’ombra. Di smettere di condizionare la politica, lo Stato, le istituzioni, per diventare – o meglio, essere riconosciuta – essa stessa istituzione. Alla fine degli anni ’80, le mafie volevano spezzare l’Italia per prendere il Sud direttamente nelle proprie mani. Per questo hanno ideato, finanziato e organizzato molte delle leghe regionali nate in quegli anni.

TRE PROCURE A CACCIA Un disegno che già l’indagine “Sistemi Criminali” dell’allora procuratore aggiunto di Palermo, Roberto Scarpinato, aveva intuito, ma che adesso diventa concreta traccia investigativa. E non solo per la Dda di Reggio Calabria. Da tempo – filtra da ambienti investigativi – anche Palermo e Caltanissetta battono questa pista, inaugurata nel lontano 1992 da Paolo Borsellino. E che forse – mormorano alcune toghe – gli è costata la vita.

L’INDAGINE DI BORSELLINO Proprio a Borsellino infatti, il pentito Leonardo Messina aveva spiegato il piano che le mafie – tutte – stavano mettendo in atto in quel periodo, rivelando nomi, ruoli, contatti, progetti. Parole rimaste inesplorate per il brutale omicidio del magistrato, ma che anche la politica ha voluto ignorare. Perché gran parte di quelle rivelazioni sono state portate a conoscenza dei parlamentari della commissione antimafia, da cui Messina è stato audito. Invano.

IL SOGNO DI “COSA NOSTRA” Già allora, il collaboratore infatti spiegava che «Cosa nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro». E con “Cosa Nostra” Messina non intende certo solo la mafia siciliana. Spiega infatti che il progetto «riguardava l’organizzazione di Cosa nostra. Non si parlava della Sicilia ma dell’organizzazione, quindi delle regioni dove c’è Cosa nostra. Sicilia, Campania, Calabria, Puglia». Allo scopo – spiega – c’erano state anche degli incontri, l’ultimo si era svolto ad Enna. «La riunione è stata l’atto finale. Erano lì da circa tre mesi … Nella provincia di Enna. Avevano fatto la nuova strategia e avevano deciso i nuovi agganci politici, perchè si stanno spogliando anche di quelli vecchi».

IL RUOLO DELLA MASSONERIA Un progetto che – aggiunge Messina – le mafie portavano avanti insieme alla massoneria. «Molti degli uomini d’onore, cioè quelli che riescono a diventare dei capi, – afferma il collaboratore – appartengono alla massoneria. Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso di quello punitivo che ha Cosa nostra». In più, aggiunge, «”massone” è una parola che poi racchiude tantissimi tipi di persone. Cosa nostra non può più rimanere succube dello Stato, sottostare alle sue leggi, Cosa nostra si vuole impadronire ed avere il suo Stato».

IL PARTITO DEI CLAN In questo modo, la massoneria si è trasformata in terreno fertile per tessere contatti e alleanze con quelle «forze nuove», «formazioni non tradizionali», «con un nome nuovo», «che non vengono dalla Sicilia, e sono «politiche e imprenditrici» che avrebbero dovuto fare da apripista al progetto. Di più, non vuole – o non può – all’epoca dire. Ma il pentito sa e sa tanto. «Desidero precisare – sottolinea – che tutto quello che dico non è fonte di deduzioni o di interpretazioni personali, ma è quello che so. Lo so per conoscenza diretta».

REGIA STRANIERA Altre cose le intuisce, ma su quelle non si sbilancia. Il collaboratore immagina – ad esempio – che il progetto di uno Stato delle mafie sia nato «fuori dei confini nazionali», ma mette subito le mani avanti: «Posso parlare del programma della regione mafiosa; sarebbe assurdo che sapessi che cosa decide la massoneria. So che cosa ha deciso Cosa nostra». E lo sa perché è stato invitato alle riunioni durante le quali la mafia siciliana ha spiegato a tutti i suoi figli cosa avrebbe fatto la Cosa Nostra. E non solo in Sicilia.

LA COMMISSIONE MONDIALE «Che Cosa nostra appartenesse al livello mondiale l’ho saputo sin dal 1980; che noi siamo oggi i rappresentanti lo so da novembre di quest’anno», spiega con naturalezza ai parlamentari della commissione. «Una sera – racconta – ero a Pietraperzia, in provincia di Enna, e c’erano tantissimi pacchi di scarpe. Ho chiesto: cosa c’è, una festa? Mi hanno risposto: no, devi essere contento perché il tuo principale è stato eletto sottocapo mondiale. Da ieri la rappresentanza mondiale di tutte le organizzazioni è di Salvatore Riina e Giuseppe Madonia». Per questo – spiega – «Hanno fatto regali a tutti: mi ero meravigliato proprio per tutte quelle scarpe di valore».

LE SCARPE DEI CLAN Un regalo dall’alto contenuto simbolico, necessario per ricordare a tutti sotto chi si “cammina”. Ma a camminare sotto la protezione dei clan non ci sono solo affiliati. A sostenere il progetto di uno Stato delle mafie – racconta il collaboratore – ci sono pezzi della politica, delle istituzioni, dell’economia. Alcuni partner – aggiunge – sono all’estero, ma non sa dire né chi ne dove siano, tanto meno azzarda congetture. Non ha bisogno invece di fare ipotesi per affermare che i clan non avranno bisogno di fare un golpe per rendere concreto il loro progetto.

GOLPE DI VELLUTO «In precedenza Cosa nostra si adoperava per fare colpi di Stato. Oggi possono arrivare al potere senza fare un colpo di Stato. A. Loro appoggeranno una forza politica a distanza di qualche anno che partirà dal sud. Ora la manovra non viene dal sud». Obiettivo: «Finora hanno controllato lo Stato. Adesso vogliono diventare Stato». Il territorio è quello del sud, ma ci sono anche altre propaggini che interessano a Cosa Nostra. È il caso della Lombardia, sul cui destino nessuno riesce a scucire a Messina più di un sibillino «Dipende».

IL CUORE MILANESE DELLE MAFIE Ma proprio Milano – afferma un altro collaboratore, il calabrese Filippo Barreca – ha giocato un ruolo importantissimo nella costruzione del progetto separatista. Lì, all’inizio degli anni 80, aveva sede il consorzio. Lì sono state gettate le basi per la Cosa Nostra che avrebbe dovuto spezzare l’Italia. «Confermo che a Milano – grazie ai Papalia, mi riferisco a Rocco e Domenico che ho personalmente conosciuto – si rinsaldarono i rapporti fra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta. Ciò – racconta Barreca – avvenne sulla base di comuni interessi nel settore del traffico di sostanze stupefacenti. Su questa base di rapporti oramai saldi e pienamente operativi si innestò il cosiddetto progetto “separatista” voluto e sponsorizzato da Cosa Nostra e dalla ‘ndrangheta».

DUE CITTA’, UNA REGIA Già all’epoca, Milano e Reggio Calabria si muovevano come una sola cosa. «I collegamenti fra cosa nostra e ‘ndrangheta – aggiunge Barreca – si intrecciavano in modo coordinato a Milano grazie ai Papalia e a Reggio Calabria grazie a Paolo Romeo. Insomma Paolo Romeo e i Papalia agivano, in questo ambito, come un’unica persona, in esecuzione di un unico disegno. Tutte queste sono circostanze che appresi dai De Stefano. Al momento non ricordo da chi di loro esattamente». Ma Barreca non sarà il solo a raccontare il contributo delle ‘ndrine al progetto separatista. Più e meglio di lui, ne parlerà il pentito di mafia, Gioacchino Pennino.
(continua)

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

Referendum: lettera aperta all’Anpi ed al Presidente Smuraglia

Noi Non Dimentichiamo Sacco e Vanzetti

 

Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono due anarchici italiani.

Sacco di professione faceva l’operaio in una fabbrica di scarpe, mentre Vanzetti, che gli amici chiamavano Trumlin, gestiva una rivendita di pesci. I due vennero arrestati, processati e giustiziati sulla sedia elettrica negli Stati Uniti negli anni venti, con l’accusa di omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio «Slater and Morrill».

Sulla loro colpevolezza vi furono molti dubbi già all’epoca del loro processo; a nulla valse la confessione del detenuto portoghese Celestino Madeiros, che scagionava i due. I due furono uccisi sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown, presso Dedham.

A cinquant’anni esatti dalla loro morte, il 23 agosto 1977 Michael Dukakis, governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.

Referendum, Menapace: “Vietato parlare del No? L’Anpi non è a disposizione di Renzi. Finito il tempo del pensiero unico” da: ilfattoquotidiano.it

Referendum, Menapace: “Vietato parlare del No? L’Anpi non è a disposizione di Renzi. Finito il tempo del pensiero unico”
di Marco Pasciuti“Il Pd è abituato a pensare che le vecchie organizzazioni legate al Partito Comunista fossero a disposizione. E’ stato così in passato, ma oggi non è più così”, avverte Lidia Menapace, classe 1924, “partigiana combattente con il grado di sottotenente”, come lei stessa ricorda. Perché il tempo in cui il Pc “era una chiesa” cui “le persone obbedivano anche quando non erano d’accordo” è finito

“Il Pd è abituato a pensare che le vecchie organizzazioni legate al Partito Comunista fossero a disposizione. E’ stato così in passato, ma oggi non è più così“. Perché il tempo in cui il Pc “era quasi una chiesa” cui “le persone obbedivano anche quando non erano d’accordo” è finito, avverte Lidia Menapace, classe 1924, “partigiana combattente con il grado di sottotenente”, specificava orgogliosa a Giovanni Floris che a maggio la intervistava a Di Martedì sul distinguo tra i partigiani “veri” che votano sì al referendum sulle riforme costituzionali e tutti gli altri coniato da Maria Elena Boschi.

 Un altro scontro con il Pd, che ha invitato l’Anpi alla festa dell’Unità di Bologna, ma ha messo una regola: niente banchetti e volantini per il “no” al referendum sulla riforma costituzionale.

“Che stupidaggine. E’ come dire a qualcuno ‘Ti invito a pranzo, però l’importante è che non mangi‘. E’ una questione impostata male fin dall’inizio perché nell’Anpi è passata a stragrandissima maggioranza, il 97% dei delegati al congresso, la posizione di votare no al referendum. Anche se a quelli di noi che hanno un’opinione contraria, nessuno vieta di votare ‘Si’. Ora, questa cosa ha creato dissapori perché l’associazione è sempre stata molto sensibile alle richieste provenienti dall’ex Partito Comunista e da ciò che da quest’ultimo è venuto fuori in seguito. Ora però provare  a cancellare il fatto che la stragrande maggioranza dell’Anpi non ne vuol sapere di sconciare la Costituzione, no, non è una cosa ben fatta”.

“Siete voi che venite a casa nostra”, ha risposto il Pd. La sinistra, questa sinistra, non è più la casa dei partigiani?

“Guardi, una volta il partito, il Pc dico, era quasi una chiesa, si aderiva alle sue posizioni con un atteggiamento quasi fideistico, le persone si turavano il naso e obbedivano anche quando non erano d’accordo. Ma è un tipo di cultura politica che appartiene al passato. Non dico che sia da buttare via, ma oggi non è più utilizzabile. Non è possibile pretendere sempre l’unanimità. Io ho fatto la Resistenza, ho lottato in Val d’Ossola dove c’era una Repubblica che era unitaria ma in cui si confrontavano anche a furia di urla diverse anime e non c’era un pensiero uniforme o unanime“.

Come avviene nell’Anpi, dove c’è chi voterà ‘Sì’ al referendum. L’inizio di una spaccatura?

“Quelli che votano sì sono certamente favorevoli a Renzi, ma questo non vuol dire che l’associazione si spaccherà. Quelli di noi che hanno partecipato attivamente alla Resistenza sono vicini alla scomparsa. Ma il passaggio del testimone è già avvenuto a Torino, due congressi fa, quando l’Anpi si è aperta ai giovani e ha visto aumentare i tesseramenti. Quindi non è vero che il passaggio da una generazione a un’altra debba essere traumatico e comportare necessariamente una rottamazione, come la chiama Renzi“.

NO anpi manifestoQual è allora il motivo di queste continue incomprensioni tra l’Anpi il Pd?

“Il Pd è abituato a pensare che le vecchie organizzazioni legate al Partito Comunista fossero spontaneamente a disposizione. E’ stato così in passato, ma oggi non è più così. E’ una delle ultime conseguenze di quella cosa grande e importante – peccato che sia finita male – che era il Pc con tutte le sue organizzazioni di massa. Però è una cosa datata, finita“.

A maggio la Boschi con la distinzione tra partigiani “veri” che votano ‘Sì’ al referendum e tutti gli altri e il paragone con Casapound, ora il comune di Firenze che non invita l’Anpi alla Festa della Liberazione e le condizioni poste dal Pd a Bologna. C’è una strategia?

“Nessun gesto politico è innocente, qualche finalità se la pone sempre. Ma arrivare a pensare a una strumentalizzazione mi sembra eccessivo. Noto, invece, una certa insofferenza verso ildissenso“.

La posta in gioco al referendum è molto alta, troppo alta per dare spazio al dissenso.

“Renzi ha rischiato troppo, nessuno glielo ha chiesto di mettersi in prima linea come ha fatto. Ha sbagliato i calcoli. Se la sinistra esiste ancora, cosa di cui parecchi dubitano, di certo non sta nel Pd. E’ la grande questione politica ancora aperta e, siccome è di grande importanza, sarebbe bene affrontarla con prudenza, evitando atteggiamenti del tipo ‘Chi non vota come diciamo noi non è partigiano’, come fa la Boschi. Che farebbe meglio a restare in silenzio”.

L’atteggiamento del presidente del Consiglio è simile a quello di molti dei suoi predecessori: “Dopo di me, il diluvio”.

“Guardi, non sono del Pd, ho un giudizio non buono di Renzi. Anzi, dico una vera carognata: mi fa pensare a Fanfani, ma non nel senso che è democristiano. Fanfani era aretino, Renzi èfiorentino e dare dell’aretino a un fiorentino è un’offesa che non può essere lavata neanche con il sangue. Non posso pensare che il destino dell’Italia sia legato alle sorti del governo Renzi, perché questo è un ricatto e non un discorso politico”.

Intervista di Lula alla BBC: Dilma andrà in Senato ad affrontare i Giuda da: rifondazione comunista

In una intervista nel programma Newsnight della BBC divulgata il 19 agosto dalla BBC Brasile Lula ha detto di scommettere sul giudizio della storia. “A volte la storia aspetta secoli per giudicare e io lavoro così. La storia non finisce il giorno 29. Comincia il 29”. Il riferimento è alla data del voto del Senato sull’impeachment della presidente Dilma Rousseff. Pubblichiamo la traduzione dell’ intervista concessa alla reporter Júlia Dias Carneiro.

BBC Brasile: Adesso  lei è accusato in un processo per tentativo di intralcio alla Giustizia nelle indagini di corruzione nella Petrobras e ha deciso di appellarsi al Comitato dei Diritti Umani della Nazioni Unite. Perché ha deciso di ricorrere a questa istanza internazionale?

 Luiz Inácio Lula da Silva: C’è una cosa molto strana qui in Brasile. Tu fai una indagine, io sono vittima di accuse per le quali tu non hai una sola prova.

Io penso che i procuratori e i commissari che hanno prodotto l’accusa si trovino in una difficoltà assai grande, e la stampa in una difficoltà ancora maggiore, dal momento che, avendo mentito per molto tempo rispetto alle accuse, a un certo punto dovranno provare se si concretizza qualcuna delle cose di cui mi accusano.

Per mancanza di prove, hanno cominciato a preparare un discorso, che lei ben conosce, la teoria del dominio sul fatto. Cioè, siccome Lula è presidente doveva sapere. Non esiste questa cosa di giudicare in base a una tesi. O provi o non provi. O chiedi scusa o non chiedi scusa.

E io non voglio nulla, voglio solo che si scusino per le bugie che hanno raccontato al mio riguardo. Noi abbiamo un gruppo di lavoro in questo processo. Che comprende un giudice, un procuratore e Polizia Federale. E non si sa chi investiga, chi accusa e chi giudicherà. Una mescolanza, tutti fanno tutto.

Quindi noi abbiamo depositato un processo nella sede delle Nazioni Unite a Ginevra per fare vedere che, al minimo, vi è una certa suspicione nel comportamento, cioè si vuole trasformare una menzogna che loro hanno inventato in un processo.

Stanno  cercando motivi per giustificare il processo. Io sono tranquillo, ho la coscienza del mio ruolo in tutta questa storia, sono tranquillo perché hanno inventato che ho un appartamento e dovranno provare che l’appartamento è mio, oppure darmi un appartamento.

Hanno detto che io avevo una fattoria che frequentavo, e la fattoria non è mia, la fattoria ha un padrone, è stata pagata con assegno circolare, e credo che ad un certo punto dovranno dire: “ Guardi, presidente Lula, scusi, pensavamo che lei la avesse, ma non ce l’ha”.

La stampa ha mentito e non so se la stampa avrà abbastanza carattere per scusarsi. È per questo che ho fatto ricorso ad un’ istanza delle Nazioni Unite per vedere se esiste almeno un comportamento esemplare di una Giustizia a servizio della Giustizia.

 

BBC Brasile: Che cosa lei pensa che la ONU possa portare come effetti concreti qui in Brasile?

 Lula: Non so se potrà portare effetto concreto. Quello che credo è che ci potrà essere un dibattito. E questo dibattito è già cominciato da parte di avvocati, sindacalisti e politici di altri paesi. E da parte della stampa. Se non ci fosse la stampa straniera che accompagna con una certa neutralità e autonomia l’impeachment della presidente Dilma, la versione della stampa brasiliana è un orrore.

Perché la versione della stampa brasiliana, non vuole sapere la verità, sa che Dilma non ha colpa, sa che Dilma è cassata politicamente e non ha commesso alcun crimine, ma finge di non sapere.

E quindi grazie a Dio è attraverso la stampa straniera  che si è riusciti a far sì che dirigenti importanti nel mondo intero si rendessero conto che il paese sta stracciando la sua Costituzione, sta rompendo con la nostra democrazia incipiente.

È questo che io voglio,  che vi sia un dibattito nel mondo su quello che sta accadendo in Brasile.

BBC Brasile: Lei ha parlato molto di caccia alle streghe, ma d’altro lato lei sta affrontando accuse molto serie, che devono essere investigate.

 Lula: Nessun presidente di questo paese ha fatto ciò che la presidente Dilma ed io abbiamo fatto per dotare lo Stato di strumenti di lotta alla corruzione. Se lei chiede a qualunque procuratore quale è stato il governo che ha maggiormente creato condizioni per l’autonomia del Pubblico Ministero, dirà che fu il PT.

Se lei chiede a qualunque commissario quale è stato il partito che ha più investito nella Polizia Federale, che ha più investito nell’intelligence della Polizia Federale, dirà che è stato il PT. Se lei chiede chi ha fatto le maggiori trasformazioni nella legislazione, compresa la legge della delazione premiata, è stato il PT a farle,  dimostrando che il PT capisce che la legge vale per tutti, e che nessuno è al riparo di qualsivoglia indagine.

Quello che non vogliamo e non possiamo accettare è che le persone facciano un patto con la stampa, raccontino menzogne alla stampa, o la stampa racconti menzogne a loro, perché sia la stampa serve alcuni procuratori come i procuratori servono alla stampa , tanto il commissario serve alla stampa quanto la stampa serve al commissario. È una mutua alimentazione nella prospettiva di creare il fatto compiuto.

Io non credo che questo sia un comportamento intelligente della Giustizia. Un comportamento intelligente è investigare, provare, accusare, giudicare e condannare. In un processo che non è intelligente, tu fai un patto con la stampa, la stampa fa il titolo del giornale, ti criminalizza presso l’opinione pubblica senza nessuna prova. Dopo dieci accuse in prima serata nella televisione o sulla prima pagina dei giornali, tu, anche se innocente, sei condannato presso l’opinione pubblica.

 

BBC Brasile: Lei ha dato indicazioni che potrebbe tornare a candidarsi, ma i sondaggi di opinione più recenti mostrano che è ben lontano dall’alta popolarità di alcuni anni fa, e questo ha a che vedere con tutte le accuse di corruzione che colpiscono sia il PT che lei.

  Lula: Guardi, in primo luogo io reagisco con molta naturalezza, cioè io sono praticamente da sei anni fuori dalla politica, anche per rispetto per la presidente Dilma che credo  debba avere la libertà  di governare il paese. Quindi è normale che il sondaggio non sia quello dell’anno in cui uscii dalla Presidenza, con l’87% di “buono e ottimo”.

Ma ho chiaro che al momento in cui si comincerà  a dibattere nel paese, si comincerà  a mostrare ciò che il PT ha fatto in questo paese, la differenza fra il governo del PT e i governi del passato, ho certezza che il popolo si ricorderà che il beneficio  che il PT ha portato in 12 anni per questo popolo – con istruzione, salute, lavoro, politica agricola – loro (i governi del passato) non lo hanno fatto in 200 anni.

Quindi io sono tranquillo che loro non riusciranno a criminalizzare il PT e tanto meno Lula. È necessario che la verità venga a galla ed è quello che stiamo cercando, che il Giudiziario abbia libertà, che il Pubblico Ministero abbia libertà, e difendo la tesi che qualunque istituzione, quando è forte, deve essere seria.

Coloro  che  rappresentano quella istituzione devono essere seri, non possono giocare, non possono mentire. E oggi quello che si percepisce è che vi sono persone che si mettono al servizio di una rivista, di un giornale. Spesso la stampa riceve la relazione prima dell’avvocato della difesa. Questo non è intelligente, è giocare con il diritto che ogni cittadino ha di essere rispettato dalla legge, di essere indagato correttamente, di essere giudicato correttamente. È  per questo che mi batto, è per questo che ho cambiato le leggi nel paese, è per questo che Dilma ha cambiato le leggi.

Vede, è così grave ciò che sta accadendo in Brasile che anche gli 81 senatori, sapendo che la presidente Dilma non ha commesso nessun crimine contro la Costituzione, hanno deciso di cassarla politicamente per interesse.

Cioè nella misura in cui l’economia non andava bene, nella misura in cui il sondaggio di opinione non aiutava la presidente Dilma hanno deciso di dare un golpe politico, un golpe parlamentare. Provi a immaginare se questo prevalesse nel mondo intero. Ogni volta che un governante scendesse nei sondaggi, si fa cadere il governante.

In verità, non è Dilma che è stata cassata, ciò che è stato cassato è il voto di 54 milioni d brasiliani che hanno votato Dilma. E domani i senatori dovranno dare conto agli elettori, ai propri figli e nipoti. Perché loro non vogliono essere chiamati golpisti, ma ciò che hanno fatto è stato di dare un golpe alla Costituzione e fare un golpe parlamentare contro una presidente democraticamente eletta dal popolo brasiliano.

 

BBC Brasile: Lei ha usato l’espressione golpe per parlare di ciò che sta succedendo alla presidente Dilma Rousseff, ma lei ha vissuto anche il golpe militare. Si può usare la stessa espressione?

 Lula. Si può. Allo stesso modo in cui usiamo la parola golpe militare perché fu un golpe militare il 31 marzo 1964 e a quel tempo si viveva nell’epoca della Guerra Fredda, l’accusa era che il comunismo avrebbe conquistato il Brasile, e allora i militari e i conservatori del paese fecero un golpe per evitare l’ascesa della sinistra nel paese. Oggi non c’è questo motivo. Il comunismo non spaventa più. Non c’è la Guerra Fredda.

Perché il golpe contro Dilma? Non è stato un golpe militare. È stato un golpe parlamentare. Una maggioranza occasionale si è unita per togliere la presidente Dilma dalla Presidenza della Repubblica. Una maggioranza al Senato e una maggioranza alla Camera hanno deciso di allontanare la presidenza. Ciò che è un assurdo.

Le persone che stanno facendo ciò non vogliono che si dica golpe, perché dicono che è brutto, non è golpe militare. Il presidente interino (Michel Temer) è costituzionalista. E lui sa che ciò che sta facendo è illegale, perché Dilma non ha commesso crimine e in secondo luogo perché è un golpe parlamentare.

 

BBC Brasile: Che cosa ciò significa per il lascito del PT dopo tanti anni, perché questo periodo sta terminando con un quadro abbastanza  brutto, con recessione, inflazione, disoccupazione in aumento e la presidente che esce così, con l’impeachment. Lei ha qualche responsabilità in questa situazione?

 Lula: Guardi, se si dovessero eliminare i governanti del mondo d’oggi a causa della crisi economica, della disoccupazione, non ci sarebbe un governo al mondo. Sarebbero già tutti caduti. Il governo inglese, americano, tedesco, italiano, francese, cinese. Perché la crisi è generale. E è una crisi causata dall’ irresponsabilità del sistema finanziario che cominciò con il problema abitativo americano, il subprime, ed è finito con il crollo della banca Lehman Brothers. A partire da lì tutti i paesi sono entrati in crisi.

Quando abbiamo fatto il G20 a Londra nel 2009 abbiamo deciso che, per evitare una crisi economica molto grande, era necessario non adottare politiche protezioniste e aumentare il commercio estero per creare più posti di lavoro per le persone. È stato fatto esattamente il contrario. Ogni paese ha cercato di proteggersi, la crisi è aumentata e il 90% dei paesi non hanno ancora risolto i loro problemi.

Qui in Brasile si potrebbe non essere in crisi. Si potrebbe non essere nella situazione in cui si è, perché avremmo potuto prendere decisioni più rapide. Ma non le abbiamo prese. Tuttavia non è cosa del solo Brasile. Ma se Dilma viene allontanata non è per una questione economica. È perché una parte dell’élite politica ed economica di questo paese non ammette l’ascesa sociale dei più poveri.

I più poveri sono saliti di uno scalino  nella scala sociale. E questo già ha cominciato ad infastidire, perché molti poveri hanno iniziato ad andare in aereo, al ristorante, a comprare cose che erano solo del 30% della popolazione. Poveri all’università, noi abbiamo messo più giovani nelle università che i conservatori in 100 anni, in 12 anni abbiamo creato più scuole tecniche che loro in 100 anni.

 

BBC Brasile: Ma questa parte più povera della popolazione che ha avuto ascesa sociale anch’essa  soffre con la recessione. Ed è difficile argomentare che la crisi è globale perché al momento il Brasile sta peggio che altri paesi.

 Lula: Dove è ripresa la crescita? Negli Stati Uniti molto meno di quello che si immaginava, in Europa, molto meno di quello che ci si aspettava. La crisi in Brasile è arrivata per ultima. Alcuni anni dopo che era giunta negli Usa e in Europa. Che cosa penso che il Brasile avrebbe dovuto fare? Il Brasile ha un mercato interno straordinario. Sono 204 milioni di persone.

E difendo l’idea che i poveri, ogni volta che questo paese è in crisi, i poveri sono la soluzione. Basta che si permetta che il povero riceva il credito necessario  per potere consumare qualche cosa, e si facciano gli investimenti necessari in infrastrutture, di cui il Brasile ha tanto bisogno. Ciò non è stato fatto e se ne paga il prezzo.

E il Brasile uscirà dalla recessione, tutti i paesi ne usciranno. E quello che farà uscire il paese dalla recessione è investimento, consumo e produzione. E questo sta diminuendo dovunque. Dobbiamo ammettere che per risolvere il problema del sistema finanziario già sono stati spesi oltre 13000 miliardi di dollari USA , e ancora non si è risolto. Se questi US$ 13000 miliardi fossero stato collocati per finanziare lo sviluppo nei paesi poveri, non ci sarebbe la crisi che dura da tanto.

 

BBC Brasile: Quale lascito rimane del suo governo? Poco tempo fa si parlava del Brasile come di una superpotenza economica e ora la realtà è completamente altra, la recessione al peggior livello degli ultimi decenni. Cosa questo significa per il lascito di 13 anni di governo PT?

 Lula: In primo luogo bisogna considerare ciò che è accaduto fino al 2014. Fino al 2014 questo paese aveva creato 22 milioni di posti di lavoro formali, mentre in Europa c’erano 100 milioni di persone fuori dal mercato del lavoro. Fino al 2014 tutte le categorie avevano avuto adeguamento salariale al di sopra dell’inflazione. Fino al 2014 il monte salari brasiliano cresceva molto e la disoccupazione era di solo il 4,7%, pari a Danimarca, Svezia, Norvegia, meno di altri grandi paesi europei.

Poi ciò che è successo a partire dl 2014 è questo. La presidente si rese conto che il bilancio era diminuito perché erano stati fatti R$ 500 miliardi di defiscalizzazione, per mantenere l’economia in crescita. Di colpo la presidente indugiò o non percepì che entrava meno denaro in cassa e fu costretta a fare una proposta di aggiustamento.

La proposta di aggiustamento andò alla Camera. Il presidente della Camera (Eduardo Cunha) invece di metterla in votazione cominciò a presentare progetti che aumentavano sempre più la spesa, il contrario di ciò che la presidente avrebbe dovuto fare.

Si iniziò  a perdere la fiducia. Gli imprenditori non investivano, lo Stato ha perso la capacità di investimento e siamo arrivati a questo.

Io sono molto ottimista riguardo al Brasile. Quando andai a Copenhagen per ottenere le Olimpiadi, noi si affermava che nel 2016 il Brasile sarebbe stato la quinta economia mondiale. A quell’epoca avevamo superato l’Inghilterra, già eravamo una economia più ricca dell’Inghilterra.

Il paese è molto grande. Non so se sono eccessivamente ottimista, ma sinceramente credo che sia molto facile che il Brasile torni a crescere. È molto facile.

È necessario credere nel Brasile e credere che la nostra soluzione è qui dentro, avendo fiducia nel popolo brasiliano e facendo tornare questo paese a credere in se stesso come abbiamo fatto negli ultimi 12 anni.

Non funziona il dipendere solo dall’economia mondiale. Abbiamo un potenziale interno molto grande, un mercato interno molto forte e un popolo che ha bisogno di molte cose.

Quindi è necessario pensare di nuovo che il povero può essere la soluzione del nostro paese, e non il problema.

 

BBC Brasile: Il suo partito afferma che la situazione economica si deteriorerà se il presidente interino, Michel Temer, conserverà il mandato. Quindi il messaggio agli investitori è che, se questa è la situazione, è meglio prendere le distanze dal paese?

Lula: Al contrario, Quando sono stato eletto nel 2002 sa che cosa dicevano gli economisti e gli specialisti? Che il paese non aveva possibilità. Che io non sarei riuscito a governare il paese.

E il Brasile si è ripreso, ha pagato il debito con il Fondo Monetario Internazionale. Il Brasile è l’unico paese del G20 che ha avito un superavit primario tutti gli anni.

Quando la gente le dice che il Brasile ha un debito pubblico alto, è bene ricordare alle persone che la Germania ha un debito più alto del Brasile, che gli Usa nel 2007 avevano 64,8% di debito pubblico rispetto al Pib e oggi sono al 107%.

E perché è cresciuto il debito pubblico? Per fare crescere l’economia.

 

BBC Brasile: Il grande problema è che si è andato troppo oltre e che sarà molto difficile ritornare all’equilibrio economico.

 Lula: Non è così. Non è difficile, no. Sinceramente, non mi metto a fare profezie qui, aspetto quello che succede là. Non è difficile.

Io credo che vi sia una parola magica, che vale per qualunque paese del mondo, ed è credibilità. È necessario recuperare la credibilità del paese nel paese stesso. E l’importante è fare sì che il popolo creda che le cose succederanno. Se il sistema finanziario non ha credito, se gli imprenditori non hanno fiducia nella politica, se lo Stato non ha denaro da investire, non possono accadere miracoli.

Dobbiamo recuperare la capacità dello Stato di investire, la fiducia perché il sistema finanziario faccia credito e  l’impresario investa.  Questo lo abbiano già fatto. È possibile farlo.

Quando vi è una crisi nel paese, la politica esiste per questo. Il problema non è tecnico. Se fosse tecnico, andrei nella migliore università dell’Inghilterra, degli Usa o della Germania, prenderei i dieci migliori economisti del mondo e li metterei qui. Ma non succederà, sa perché? Perché la decisione è politica.

 

BBC Brasil: Lei sta parlando di credibilità, ma il problema è che è un momento di molta sfiducia per il PT a causa di tutti gli scandali di corruzione e indagini in corso. Lei crede che è il momento di fare qualche domanda di scuse?

 Lula: Io no. Chi deve scusarsi è chi sta inventando accuse. Le dò un dato impressionante. Sa quale era la preferenza elettorale del PT nel 2002, quando sono stato eletto presidente della Repubblica? 11%. Sa quale è la credibilità del PT  e la preferenza elettorale nel 2016? 12%. È il doppio del Psdb. Il doppio del Pmdb.

Significa che il PT continua ad essere il partito con la maggiore credibilità dopo sette anni di massacro. Sa perché? Perché abbiamo storia. E abbiamo un legame con la società come nessun altro partito ha avuto. Ovviamente, io difendo la tesi che ogni denuncia di corruzione deve essere appurata al massimo e che le persone coinvolte devono essere condannate. È questo che mi aspetto dal Brasile.

È per questo che abbiamo creato leggi. È per questo che abbiamo perfezionato il sistema di indagine in Brasile. Ciò che vogliamo è che le persone abbiano il diritto di difendersi. E vogliamo che le persone non siano condannate dai titoli dei giornali.

Se un giornale inglese facesse cinque titoli dicendo che lei è corrotta, anche se assolta dalla Giustizia, lei è condannata agli occhi  della società. È quello che sta succedendo in Brasile. Ciò che meno interessa è l’indagine. Ciò che più importa è lo spettacolo.

 

BBC Brasile: Da come le cose stanno andando, lei ha paura di essere arrestato?

 Lula: No. Non ho paura di essere arrestato. Ho  coscienza che non hanno accuse, ho coscienza della mia innocenza. Aspettiamo con la massima tranquillità.

Non sono il primo essere umano vittima di un processo di calunnia e non sarò l’ultimo. La storia dell’umanità è piena di questo tipo di processi. Trovo una sola spiegazione perché tentano di fare ciò che mi stanno facendo: togliere Lula dalla vita politica di questo paese. Io che ho fatto così bene.

La cosa è così grave che tutti sanno lo sforzo che ho fatto per portare questa Olimpiade in Brasile. E nel giorno dell’inaugurazione dell’Olimpiade mi sono sentito come il bambino del film Mamma, ho perso l’aereo. Cioè non ero presente a una festa della cui venuta qui ero responsabile.

Lei domanda se ho lamenti, frustrazioni. Non ne ho perché credo che non si fa politica per avere ringraziamenti. Si fa politica perché ci si crede, si fa politica per convinzione e sono convinto che ci vorrà molto tempo perché un governante, un partito possa costruire un lascito come quello che il PT ha costruito qui in Brasile.

Perché nessuno mai ha preso cura dei poveri di questo paese come noi. Non è solo prendere cura materialmente, migliorando la qualità di vita. È prendere cura dell’autostima di questo popolo. È finirla con questo complesso di bastardi. Il Brasile è diventato importante nel mondo, interlocutore, protagonista.

Perché io ho imparato fin da piccolo che nessuno rispetta chi non si rispetta. E io ho imparato a rispettare me stesso molto presto.

 

BBC Brasile: Lei ritiene che si possa ignorare il fatto che la situazione adesso è totalmente diversa da cinque anni fa, quando era un momento di ottimismo in Brasile? Sono due momenti molto diversi. Il lascito è andato perduto?

 Lula: È come se una persona in buona salute si ammalasse e perdesse la speranza di stare bene di nuovo. Fino ad oggi il mondo si ricorda del New Deal realizzato dal presidente nordamericano Roosevelt; e quanto tempo è passato? È stato negli anni ’30. E tutti se ne ricordano. Ciò che è buono, le persone lo ricordano per tutto la vita.

Qualcuno può volere che le persone dimentichino, ma questo paese un giorno ha creduto che era possibile essere diverso e il popolo lo sa.

 

BBC Brasile: In tal caso il problema è che cominciò con una speranza che ci fosse un futuro promettente e la cosa non si è avverata.

 Lula: Ci sono giorni che ci si alza in ottima salute e dopo poco si ha un infarto. Non significa che la vita sia finita. Si va all’ospedale, si torna indietro e la lotta continua.

Il Brasile ha un potenziale economico, un popolo a cui piace lavorare, confina con 12 nazioni, è una paese che ha stabilito relazioni commerciali con il mondo intero. Nella mia opinione è facile che il Brasile recuperi.

 

BBC Brasile: Quale era il lascito previsto nella pianificazione che le Olimpiadi avrebbero portato a Rio e come lei ritiene sia la situazione al momento?

 Lula: Non ci si batte per Olimpiade per risolvere i problemi sociali del paese. Ci si batte per portare una Olimpiade per fare una gara sportiva e mostrare il proprio paese al mondo e lasciare come eredità tutto ciò che si è speso nelle Olimpiadi. E ovviamente Rio è molto più bella, con più metro, con una faccia più pulita; sarà meglio.

Si sono risolti tutti i problemi? No. Ma non era per questo. Non stiamo facendo le Olimpiadi di ripristino del benessere sociale.

Ho certezza che il mondo ha visto Rio de Janeiro come mai durante 500 anni. Un popolo straordinario, allegro, simpatico. Le migliori arene sportive di qualunque paese al mondo, Atlanta, Berlino.

Sono stato in Cina e le nostre arene sportive sono molto più belle. Siamo competenti.

Questa è la cosa più importante. Che dopo le Olimpiadi la popolazione abbia trasporti migliori, piazze migliori, opere straordinarie, spazi pubblici dove trovarsi.

Sinceramente credo che abbiamo ottenuto le Olimpiadi perché eravamo in un momento di ascesa economica e politica e perché la crisi negli Stati Uniti era maggiore che in Brasile. La crisi in Spagna era peggiore che in Brasile e noi si fu più convincenti.

E credo che difficilmente altri paesi riusciranno a presentare una proposta come il Brasile perché era 100% passione, 100% anima e 100% ragione.

Sfortunatamente i risultati, sia nella Coppa del Mondo contro la Germania  e adesso nelle Olimpiadi, non sono quelli che si sperava, ma confesso una cosa. Rifarei tutto di nuovo: piangere, conquistare  le Olimpiadi e partecipare.

 

BBC Brasile: Con la situazione di oggi, lei si preoccupa per il paese nel prossimo anno?

 Lula: Io mi preoccupo per il Brasile tutti i giorni. Ritengo che in questo momento di crisi bisogna pensare a come uscire dalla crisi, non stare a discutere la crisi.

Nel G20 del 2009 dicevo che il problema della crisi era la mancanza di leadership politica per decidere che cosa bisognasse fare. E credo che qui in Brasile si sarebbe potuti uscire dalla crisi più rapidamente.

Quando si indugia a prendere una decisione, può passare un secolo. Abbiamo indugiato, il Congresso ha voluto pregiudicare la presidente. La presidente e il governo hanno esagerato nella politica di defiscalizzazione.

È una lezione. La nostra lotta adesso è per non permettere che i lavoratori perdano ciò che hanno conquistato nei periodi buoni del paese. Aumento salariale, programmi sociali che non permettono che la miseria possa tornare.

Sfortunatamente, la disoccupazione cresce e questo è pessimo. L’occupazione dà cittadinanza all’essere umano. L’essere umano, se ha lavoro, salute e salario, sta molto bene.

Io faccio il tifo perché il Brasile stia bene in ogni momento. Perché se il Brasile va male, anch’io sto male. Se il Brasile va male, il popolo soffrirà.

In primo luogo, faccio il tifo perché il giorno 29 il Congresso non allontani Dilma. Ho speranza. Sono un uomo di grande speranza.

Sarà un momento importante, un momento storico perché la presidente va al senato ad esporsi. Lei coraggiosamente si metterà davanti ai suoi accusatori perché i Giuda Iscariota possano accusarla davanti a lei stessa.

E lei cercherà di mostrare loro l’errore che stanno commettendo. Se Dilma non riuscirà a convincere 28 senatori (numero necessario per evitare l’impeachment) lei starà facendo un gesto storico in questo paese.

È una donna coraggiosa che si espone davanti a 81 senatori e ascolta da ciascuno, occhi negli occhi di ciascuno, l’accusa e può, occhi negli occhi, difendersi.

Voglio sapere come i senatori torneranno a casa e guarderanno le loro mogli, i figli e nipoti. Dovranno riconoscere che illegalmente hanno allontanato una persona eletta in questo paese.

E la storia non giudica in una settimana. A volte la storia aspetta secoli per giudicare e io lavoro così.

La storia non finisce il giorno 29. Essa inizia il giorno 29.

 

(Traduzione di Teresa Isenburg)