Alla ricerca di Matteo Messina Denaro, ”l’ultimo corleonese” da: antimafiaduemila.com

 

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Nicolò Nicolosi e Attilio Fogazza, sono gli ultimi, in ordine di tempo, a “tradire” il padrino Matteo Messina Denaro. La loro collaborazione è storia di questi giorni. In carcere da un paio di mesi per avere ucciso un “picciotto” di Partanna, Salvatore Lombardo, che era andato a rubare a casa del capo della cosca locale, Mimmo Scimonelli, hanno deciso di percorrere la strada del pentimento. Hanno cominciato a riempire i verbali e tra le cose raccontate confermano come il lupo (Messina Denaro) non ha perduto il suo vizio (le donne). Ai pm hanno riversato quello che Scimonelli avrebbe raccontato loro, di Matteo, u zu Mattè, che pare nelle sue missioni trapanesi, una puntata in zona e via, ogni tanto si porti appresso qualche bella donna, uno sguardo ai templi di Selinunte, un paio di pizzini da consegnare, altri da prenderne, magari un bel pesce gustato in qualche ristorantino della zona, e poi la ripartenza. Soldi e donne, i vizi del boss, ma deve fare i conti con una organizzazione che non risponde più come una volta. La voce dell’anziano Vito Gondola – anche lui giunto alla fine del suo percorso terreno, sotto processo la sua posizione è stata stralciata per gravi ragioni di salute – aveva già tradito la mancanza di nuove leve, tanto che Matteo Messina Denaro per rimettere in piedi le cosche si era rivolto a vecchi boss come Gondola. Ma il potere del boss belicino, 54 anni, latitante dal giugno 1993, resta ugualmente granitico, perché dalla sua parte resta la cosiddetta Cosa nostra 2 – la Supercosa – quella mafia tutta targata Totò Riina e Matteo Messina Denaro, fatta dai cosiddetti colletti bianchi, uomini, e donne, che hanno scelto di stare dalla parte del capo mafia, che frequentano i salotti, ma anche certe logge, più o meno segrete, ma sono quelle stanze dove può essere utile diventare amici anche di magistrati, avvocati, per esempio. Perché nella lotta contro la mafia, lo Stato deve ancora e sempre fare i conti con un suo certo ventre molle che la mafia riesce facilmente a sfondare. Trapani, lo dicevano Falcone e Borsellino, quando ancora non erano celebrati, ma semmai erano parecchio avversati anche all’interno dei Palazzi di Giustizia dove lavoravano, era la cassaforte della mafia, rispetto a Palermo dove stavano gli eserciti. A Palermo coppole e lupare, a Trapani banche e banchieri. Allora erano gli anni in cui in auge erano la Banca Sicula della famiglia D’Alì e la Banca Industriale di Peppe Ruggirello. La prova che la mafia aveva a disposizione quelle banche per il loro riciclaggio non c’è mai stata, ci provò l’allora capo della Mobile Rino Germanà con il famoso rapporto sulla Banca Sicula, Germanà poi finì nell’elenco dei boss circa le spine da togliere di mezzo, e per un soffio sfuggì alla morte in un agguato perpetrato ai suoi danni a Mazara il 14 settembre del 1992. Nella sentenza di prescrizione e assoluzione per l’ex sottosegretario all’Interno Tonino D’Alì il giudice ha scritto che negli anni ‘90 il rapporto tra i D’Alì e i Messina Denaro era pesante però per il tempo trascorso quel rapporto, che avrebbe costituito reato (riciclaggio nella vendita di un appezzamento di terreno in contrada Zangara di Castelvetrano), è stato solo “punito” da una prescrizione; le indagini sulla Banca Industriale non sono mai esplose, il patron Peppe Ruggirello chiuse la vendita con la Monte dei Paschi e per decenni rimase lontano dalla sua terra, per tornare a metà degli anni ‘90 per scendere in politica, fermato però da un male incurabile, passò lo scettro ai figli, Paolo e Bice. I quali si sono ritrovati indirettamente coinvolti in un paio di processi, a proposito di imprese e mafia, mafia e politica, ma ne sono sempre usciti indenni, sono rimasti solo citati, come per la maxi truffa ai fondi europei ordita dai Marino di Paceco, la costruzione di un intero quartiere di palazzi in cooperativa in terreno agricolo alle porte di Trapani. Soldi e sempre soldi, si capisce bene, aprono tante porte. E in provincia di Trapani i soldi continuano a girare e anche tanto, servono a corrompere, che sono l’altra faccia del fenomeno mafioso.
Matteo Messina Denaro è un corleonese. L’ultimo, probabilmente… (continua)

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