Gli statali senza contratto: «Il governo ci usa e getta» Fonte: il manifestoAutore: Antonio Sciotto

I soldi verranno messi sui contratti o sulla flessibilità in uscita degli over 60? I delegati Fp Cgil Maurizio, Liliana e Christian: «Ci serve l’aumento, certo, ma vorremmo anche migliorare i servizi» Sono davvero stanchi di aspettare un aumento che ormai non si vede da sette anni: ma i dipendenti pubblici italiani – circa 3,2 milioni di persone – sono per il momento prigionieri di un dibattito agostano senza capo né coda. Non è ancora chiaro se il governo riuscirà a mettere sul piatto più degli attuali 300 milioni (stanziati già lo scorso anno, ma senza che il sindacato, giustamente, ci abbia voluto mettere la firma), se eventuali risorse saranno sottratte o meno ai pensionati e pensionandi (anche loro in attesa di una riforma), e soprattutto il nuovo refrain parla di un possibile “scambio” tra qualche euro in busta paga e il Sì al referendum costituzionale. Quanto basta per non poterne più.

Ieri ha parlato il viceministro all’Economia Enrico Zanetti, che ha voluto marcare una sorta di priorità per i contratti rispetto alle pensioni: evitare l’aumento dell’Iva, ridurre la pressione fiscale sul lavoro, tutelare chi non ha né impiego né pensione (si varerà finalmente l’ottava salvaguardia per gli esodati?, ndr ), ma soprattutto «dopo anni di blocco, bisogna rinnovare i contratti del pubblico impiego. Poi, e sottolineo tre volte mi spiace, ma soltanto poi, si può pensare a misure redistributive per rendere più generoso il sistema previdenziale». Una posizione che non è piaciuta ai sindacati di base, in particolare all’Usb, e intanto i confederali scaldano i motori per l’incontro dei primi di settembre con il governo: metterà finalmente sul piatto più dei 300 milioni oggi disponibili?

Per capire come i lavoratori stiano vivendo queste settimane di attesa (dopo anni di magra), abbiamo raccolto un breve giro di opinioni e storie personali, guidati dalla Fp Cgil.

«Il mio orario fermo a Fantozzi»
Maurizio Fazio è ispettore del lavoro a Brescia. Due bambini, la moglie insegnante: «Solo per l’asilo – rigorosamente comunale perché non li manderei mai al privato – paghiamo 650 euro al mese». La vita è diventata sempre più cara e quindi l’aumento, che scatterebbe ovviamente anche per la sua coniuge, è diventato una necessità. «Ma il contratto non è solo economico», tiene a precisare Maurizio, che comunque ritiene «prioritario il nodo della retribuzione».

C’è ad esempio il problema dell’orario, che è fermo a quello del ragionier Fantozzi: «Secondo il mio contratto dovrei lavorare dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 16. Ma mi spiegate come si fanno ispezioni serie nelle pizzerie, nei cantieri, nei campi, nei supermercati ormai aperti anche la domenica o h24, con una organizzazione del genere?». E infatti gli ispettori del lavoro si sono “rassegnati” agli straordinari volontari, anche sabato e domenica, e – manco a dirlo – devono anticipare le spese della benzina, mettendoci l’auto propria.

Le aggressioni contro gli ispettori sono sempre più numerose, e in più a gennaio dovrebbe diventare operativa la nuova Agenzia unica prevista dal Jobs Act: «Il contratto ci serve per avere nuovi strumenti, per andare a cercare gli abusi anche al di fuori dei luoghi più scontati», conclude Fazio.

«Così lo Stato mi insulta»
Si sente «poco valorizzata», addirittura «insultata» se l’aumento messo sul piatto dal governo è finora di soli 8 euro lordi al mese: Liliana Antonacci lavora nella segreteria della Procura nazionale Antimafia, e come lei altri 200 impiegati non solo non vedono nessun aumento dal 2010, ma «in 25 anni non abbiamo fatto neanche uno scatto di carriera». Il contratto degli operatori della Giustizia come lei, infatti, non ha avuto nessun aggiornamento di qualifica, quindi la sua situazione è sostanzialmente invariata dal 1990 circa.

«Io lo so che noi siamo utili, che il lavoro che facciamo accanto ai magistrati allo Stato serve – spiega amara Liliana – solo che poi quando si tratta di darci un riconoscimento si ferma tutto, e diventiamo “usa e getta”. Ma ci volete aggiornare, formare? Volete investire su di noi?». Tutte domande che attendono risposta.

«Mi assumete o precario a vita?»
Christian Biagini è precario da ben 16 anni al Centro per l’impiego di Perugia: lui che deve aiutare gli altri a trovare lavoro, per sé non ha mai avuto il piacere di firmare un contratto a tempo indeterminato con lo Stato. «Sette anni di cococò, poi una serie infinita di tempi determinati, tutti con scadenza 31 dicembre», spiega. E non è che sia poco specializzato: dopo la laurea ha preso un master in Orientamento e politiche del lavoro, poi ha vinto e passato da idoneo diversi concorsi, anche per la stabilizzazione, ma le norme di Monti e dei successivi governi hanno bloccato le assunzioni, e quindi pure la sua.

Per i 7 mila dipendenti dei Centri per l’impiego (e i 700 precari) si attende la riforma del settore (legata anche al prossimo referendum costituzionale), con gli addetti per il momento al lavoro presso le dismettende province (e quindi stipendiati dalle Regioni). «Il contratto pubblico si deve rinnovare anche per noi».

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Messaggio della presidente Dilma Rousseff al Senato Federale e al popolo brasiliano da: rifondazionecomunista

Pubblichiamo la traduzione integrale del messaggio letto dalla presidente del Brasile Dilma Rousseff di fronte a telecamere e giornalisti martedì 16 agosto 2016 nel Palazzo dell’Alvorada. Un messaggio da condividere e diffondere anche in Italia per fare chiarezza sul golpe in atto contro la legittima presidente nel paese che ospita le Olimpiadi.

Brasília, 16 agosto 2016

Mi rivolgo alla popolazione brasiliana e alle Signore Senatrici e ai Signori Senatori per esprimere ancora una volta il mio impegno per la democrazia e per le misure necessarie per superare l’impasse politico che ha già causato tanti pregiudizi al Paese.

Il mio ritorno alla Presidenza, per decisione del Senato Federale, significherà l’affermazione dello Stato Democratico di Diritto e potrà contribuire in modo decisivo al sorgere di una nuova e promettente realtà politica. La mia responsabilità è grande. Nel percorso  per difendermi dall’impeachment mi sono ulteriormente avvicinata al popolo, ho avuto l’opportunità di ascoltare il suo riconoscimento, di ricevere il suo affetto. Ho ascoltato anche critiche dure al mio governo, agli errori commessi e a misure e politiche che non sono state adottate. Accolgo queste critiche con umiltà  e determinazione perché si possa costruire un nuovo cammino. Abbiamo bisogno  di rafforzare la democrazia nel nostro Paese e, per questo, sarà necessario che il Senato chiuda il processo di impeachment in corso, riconoscendo, in presenza di prove irrefutabili, che non vi è stato crimine di responsabilità, che io sono innocente.

Nel presidenzialismo previsto dalla nostra Costituzione non è sufficiente la sfiducia politica per allontanare un Presidente. Bisogna che si configuri un crimine di responsabilità. Ed è chiaro che non vi è stato tale crimine.

Non è legittimo, come vogliono i miei accusatori, allontanare il capo di Stato e di governo per “l’insieme dell’opera”. Chi allontana il Presidente per “l’insieme dell’opera” è il popolo, e solo il popolo, nelle elezioni.

Per questo affermiamo che, se l’impeachment fosse consumato senza crimine di responsabilità, avremmo un colpo di stato.

Il collegio elettorale di 110 milioni di elettori sarebbe sostituito, senza il dovuto sostegno costituzionale, da un collegio elettorale di 81 senatori. Sarebbe un indubbio golpe seguito da elezione indiretta. Viceversa, ritengo che la soluzione per le crisi politica ed economica che affrontiamo passi attraverso il voto popolare in elezioni dirette. La democrazia è l’unica strada per la costruzione di un Patto per l’Unità Nazionale, lo Sviluppo e la Giustizia Sociale. E’ l’unico cammino perché noi si esca dalla crisi.

Da qui l’importanza che noi si assuma un chiaro impegno per il Plebiscito e per la Riforma Politica.

Sappiamo tutti che vi è un impasse determinato dall’esaurimento del sistema politico, sia per il numero eccessivo di partiti, sia per le pratiche politiche discutibili che esigono una profonda trasformazione delle regole vigenti.
Sono convinta della necessità, e darei il mio appoggio incondizionato alla convocazione di un Plebiscito, con l’obiettivo di consultare la popolazione sulla realizzazione anticipata di elezioni, così come sulla riforma politica ed elettorale.

Dobbiamo concentrare sforzi per la realizzazione di un’ampia e profonda riforma politica che stabilisca un nuovo quadro istituzionale che superi la frammentazione dei partiti, moralizzi il finanziamento delle campagne elettorali, rafforzi la  fedeltà partitica e dia maggior potere agli elettori.

Il pieno ripristino della democrazia richiede che la popolazione decida quale è il cammino migliore per ampliare la governabilità e perfezionare il sistema politico elettorale brasiliano.
Per questo fine dobbiamo costruire un ampio Patto Nazionale, basato su elezioni libere e dirette, che coinvolga tutti i cittadini e le cittadine brasiliane. Un Patto che rafforzi i valori dello Stato Democratico di diritto, la sovranità nazionale, lo sviluppo economico e le conquiste sociali.
Questo Patto per l’Unità Nazionale, lo Sviluppo e  la Giustizia Sociale consentirà la pacificazione del Paese. Il disarmo degli spiriti e il raffreddamento delle passioni devono essere superiori a qualsiasi sentimento di disunione. La transizione per questo nuovo momento democratico esige che venga aperto un ampio dialogo fra tutte le forze vive della Nazione Brasiliana con la chiara coscienza che ciò che ci unisce è il Brasile.

Dialogo con il Congresso Nazionale affinché congiuntamente e con responsabilità da noi vengano cercate  le migliori soluzioni per i problemi affrontati dal Paese. Dialogo con la società e i movimenti sociali, affinché le domande della nostra popolazione ottengano piena risposta da politiche consistenti ed efficaci. Le forze produttive, imprenditori  e lavoratori, devono partecipare in forma attiva alla costruzione di proposte per la ripresa della crescita e l’innalzamento della competitività della nostra economia.

Riaffermo il mio impegno per il rispetto integrale della Costituzione Cittadina del 1988, con risalto ai diritti e alle garanzie individuali e collettive che essa stabilisce. La nostra parola d’ordine continuerà ad essere “nessun diritto in meno”. Le politiche sociali che hanno trasformato la vita della nostra popolazione, assicurando opportunità per tutte le persone e valorizzando l’eguaglianza e la diversità dovranno essere mantenute e rinnovate. La ricchezza e la forza della nostra cultura devono essere valorizzate come elemento fondativo della nostra nazionalità.
Generare un maggior numero e migliori posti di lavoro, rafforzare la sanità pubblica, ampliare l’accesso ed elevare la qualità dell’educazione, assicurare il diritto all’abitazione e migliorare la mobilità urbana sono investimenti prioritari per il Brasile.

Tutte le variabili dell’economia e gli strumenti della politica devono essere canalizzati affinché il Paese torni a crescere e a creare posti di lavoro. Questo è necessario perché, dall’inizio del mio secondo mandato, misure, azioni e riforme necessarie perché  il Paese affrontasse la grave crisi economica sono state bloccate e sono state imposte  le cosiddette liste-bomba, nella irresponsabile logica del “tanto peggio, tanto meglio”.
Vi è stato uno sforzo ossessivo per squalificare il governo, senza preoccuparsi delle dannose conseguenze imposte alla popolazione. Possiamo superare questo momento e, uniti, cercare la crescita economica e la stabilità, il rafforzamento della sovranità nazionale e la difesa del pré-sal e delle nostre ricchezze naturali e minerali.

Fondamentale è dare continuità alla lotta contro la corruzione. Questo è un impegno non negoziabile. Non accetteremo alcun patto a favore dell’impunità di coloro che, in modo comprovato, e dopo il pieno esercizio del contraddittorio e della difesa, abbiano praticato illeciti o atti di improbità.

Popolo brasiliano, Senatrici e Senatori, il Brasile vive uno dei momenti più drammatici della sua storia. Un momento che richiede coraggio e chiarezza di propositi da noi tutti. Un momento che non tollera omissioni, inganni o mancanza di impegno per il Paese. Non dobbiamo permettere che una eventuale rottura dell’ordine democratico fondata sull’impeachment senza crimine di responsabilità renda fragile la nostra democrazia, con il sacrificio dei diritti assicurati nella Costituzione del 1988. Uniamo le nostre forze e i nostri propositi nella difesa della democrazia, il lato giusto della Storia.

Sono orgogliosa di essere la prima donna eletta presidente del Brasile. Sono orgogliosa di dire che, in questi anni, ho esercitato il mio mandato in forma degna e onesta. Ho onorato i voti che ho ricevuto. In nome di questi voti e in nome di tutto il popolo del mio Paese, lotterò con tutti gli strumenti legali di cui dispongo per assicurare la democrazia in Brasile. A questo punto tutti sappiamo che non ho commesso crimini di responsabilità, che non vi è motivo legale per questo processo di impeachment, in quanto non vi è crimine. Gli atti che ho compiuto sono stati atti legali, atti necessari, atti di governo. Atti identici sono stati praticati dai presidenti che mi hanno preceduto. Non era crimine nella loro epoca, e parimenti non è crimine adesso.
Mai nella mia vita si troverà prova di disonestà, viltà o tradimento. Diversamente da coloro che diedero inizio a questo processo ingiusto e illegale, non ho conti segreti all’estero, mai ho distratto un solo centesimo del patrimonio pubblico per mio arricchimento personale o di terzi e non ho ricevuto tangenti da nessuno. Questo processo di impeachment è fragile, giuridicamente inconsistente, un processo ingiusto, scatenato contro persona onesta e innocente. Quello che chiedo alle Senatrici e ai Senatori è che non si faccia l’ingiustizia di condannarmi per un crimine che non commesso. Non vi è ingiustizia più devastante che condannare un innocente. La vita mi ha insegnato il significato più profondo della speranza. Ho resistito al carcere e alla tortura. Vorrei non dovere resistere alla frode e alla più infame ingiustizia. La mia speranza esiste perché è anche la speranza democratica del popolo brasiliano, che mi ha eletto due volte Presidente. Chi deve decidere il futuro del Paese è il nostro popolo.

La democrazia deve vincere.

Dilma Rousseff

(Traduzione di Teresa Isenburg)

Brasile: il golpe avanza in Senato, la resistenza democratica continuerà da: rifondazione comunista

di Luciana Santos, Presidente del Partito Comunista del Brasile

Mentre la società brasiliana accompagna con orgoglio la realizzazione delle Olimpiadi a Rio de Janeiro – conquista dei governi Lula e Dilma – una maggioranza del Senato Federale ha dato seguito alla marcia del colpo di Stato, instaurando formalmente, all’alba del 10 agosto, il processo della presidente della Repubblica. Una decisione a margine dello Stato Democratico di Diritto, dato che, come è risultato evidente in tutto lo sviluppo di questa scalata reazionaria, la presidente eletta Dilma Rousseff non ha commesso nessun crimine di responsabilità.

Questa votazione squaderna una volta di più il carattere meramente politico della decisione di allontanare la presidente eletta Dilma Russeff. La relazione del senatore Antonio Anastasia si è rivelata una frode fenomenale, un atto di accusa fragile, in cui non si trova uno straccio di base giuridica che giustifichi l’impeachment della presidente. Il senatore tucano (PMDB) semplicemente ha messo da parte gli argomenti della difesa, ha ignorato le deposizioni di decine e decine di testimoni che hanno  scagionato Dilma dalle accuse che le sono state rivolte ed è addirittura passato sopra un parere tecnico dello stesso Senato che, a tutte lettere, dice che le allegate “pedalate fiscali” non configurano crimine di responsabilità.

La relazione fraudolenta di Anastasia ignora anche la presa di posizione del Pubblico Ministero Federale di Brasilia che ha deciso per l’archiviazione del processo contro Dilma intendendo che la presidente non ha violato alcuna legge per quanto concerne il bilancio pubblico. Come ha messo in evidenza la senatrice Vanessa Grazziotin – che si è distinta fra i senatori e le senatrici che, con coraggio, lottano contro il golpe – delle accuse imputate alla presidente, sono rimasti solo tre decreti di crediti supplementari che, oltre a non essere caratterizzati come crimine, sono stati firmati dai presidenti della Repubblica che hanno preceduto la presidente Dilma, compreso il vice, usurpatore della poltrona presidenziale, Michel Temer. E contro di loro non vi è alcun rilievo giuridico. Quindi, si evidenza l’uso arbitrario di due pesi e due misure.

Fretta per giudicare una presidente onesta, lentezza per votare il processo di Cunha

Il vice  presidente Michel Temer, che occupa temporaneamente la presidenza della Repubblica, fa pressione sul Senato per tagliare i tempi ed accelerare l’impeachment. Contemporaneamente egli e la sua truppa di assalto nel Congresso agiscono per ritardare la cessazione del mandato dell’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, per timore di eventuali ricatti che possano compromettere il governo interino e pregiudicare l’approvazione dell’impeachment. Cioè tessono un golpe per togliere dal potere una presidente onesta, mentre proteggono un politico che porta sulle spalle un carico pesante di crimini di corruzione.

In questa settimana, la fretta di consumare il golpe e il modus operandi di coprire i corrotti sono diventati ancora più rivelatori quando sono affiorate gravi denunce che coinvolgono direttamente in casi di tangenti milionarie il vicepresidente Michel Temer e due dei suoi principali ministri, José Serra e Eliseu Padilha. E’ bene ricordare che, nel caso Temer sia confermato alla presidenza, la Polizia Federale automaticamente risulta impedita a portare avanti le indagini sulle denunce contro di lui.

L’agenda repressiva del golpe

Prendere d’assalto il potere e coprire corrotti sono le motivazioni personali dei principali soggetti coinvolti nella trama golpista, ma l’obiettivo centrale del golpe comprende un altro elemento più strategico per la destra e la grande finanza: ciò che loro interessa in modo essenziale è annichilire il progetto politico che, negli ultimi dodici anni, ha incentivato  un consistente processo di riduzione delle diseguaglianze sociali, promozione dei diritti e affermazione della sovranità del paese. Pianificano un vero e proprio ritorno al passato. Nel breve periodo di quasi tre mesi, il governo interino ha esposto la sua agenda regressiva, neoliberista e antipopolare. Tutto quello che i golpisti hanno fatto fino ad ora e minacciano di fare più avanti, indica il più virulento attacco all’impalcatura delle conquiste assicurate ai lavoratori e ai più poveri a partire dalla Costituzione del 1988. Addirittura i diritti garantiti dalla CLT (Testo unico delle leggi sul lavoro) del 1943 sono nel mirino. I golpisti minacciano anche una riforma della previdenza machiavellica e crudele che può rendere impossibile la pensione  per la maggioranza dei lavoratori.

A fianco di queste misure disastrose il paese avrà i suoi servizi pubblici, soprattutto nell’area della salute e della educazione, indebiliti dalla PEC (Proposta de emenda costitucional) 241, difesa dal duo Temer/Meirelles, che comprometterà gli investimenti pubblici per almeno due decadi, colpendo senza eccezione tutte le politiche sociali. Oltre a ciò, il PLP (Progetto di legge) 257/16, che tratta la rinegoziazione del debito degli stati, insieme alla PEC 241 significheranno una soggiogante distruzione della macchina pubblica .

E lo smantellamento dello Stato, come recita il manuale neoliberista dei golpisti, passerà anche per l’approfondimento delle privatizzazioni e la consegna di ricchezze strategiche come il pré-sal a multinazionali straniere.

Allo stesso tempo, il paese si confronta con la scalata autoritaria del governo interino che minaccia non solo la democrazia ma anche la libertà e i diritti essenziali dei cittadini. La persecuzione e la repressione dei movimenti sociali, la censura delle proteste Fora Temer alle Olimpiadi, la minaccia di cassare il registro elettorale dei partiti di sinistra –come ha fatto recentemente  il ministro del Supremo Tribunale Federale Gilmar Mendes contro il PT – sono dimostrazioni mastodontiche di brutalità antidemocratica che si affaccia  dietro al golpe. A ciò si somma una già annunciata riforma politica che cercherà di mutilare la democrazia restringendo il pluralismo politico e partitico.

Alzare alta la bandiera del plebiscito, rafforzare e ampliare le mobilitazioni

L’avvicinarsi della fase finale dell’impeachment, unita a tutte queste minacce di arretramento, impone alle forze democratiche e progressiste l’urgenza di reagire con vigore  nelle strade, in parlamento e in tutti i luoghi in cui si possa denunciare e smascherare la marcia golpista.

La bandiera del plebiscito per la convocazione di nuove elezioni dirette presidenziali è, in questo momento, uno strumento che mobilita e indica per ampi settori della società che la scalata golpista può essere bloccata e che l’unico cammino per riunificare il paese e rimetterlo sulla strada dello sviluppo passa necessariamente attraverso la consultazione popolare,  la sovranità del voto diretto e mai attraverso la violenza di un colpo di Stato.

Questa bandiera è già stata condivisa dalla presidente Dilma, è abbracciata da giuristi, avvocati, movimenti sociali, parlamentari e, secondo diversi sondaggi, è l’uscita dall’attuale crisi accettata dalla maggior parte del popolo brasiliano.

Le mobilitazioni devono essere rivolte al Senato Federale: ogni senatore e ogni senatrice dovrà essere persuaso, avvicinato, allertato sul fatto che la consumazione del golpe aggraverà solo la crisi nel paese e che non vi è soluzione al di fuori della democrazia.

Che i golpisti non si inebrino! La lotta continuerà, indipendentemente dal risultato del processo, fino al completo ripristino della democrazia. In Brasile, alla fine la democrazia vince sempre e i suoi boia sono giudicati duramente dalla storia e dal popolo.

Brasilia, 10 agosto 2016

Deputata federale Luciana Santos

Presidente del Partito Comunista del Brasile – PCdB

(Traduzione di Teresa Isenburg)