Fonte: il manifestoAutore: Michele Giorgio Erdogan e Putin, come due vecchi amici

 

Come due vecchi amici. Rivalità, scontri verbali e l’abbattimento del caccia russo da parte turca lo scorso novembre ora sono soltanto vecchi ricordi. Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan ieri a San Pietroburgo si sono messi alle spalle la crisi di rapporti tra i due Paesi e hanno creato le basi per un’alleanza economica e, forse, anche strategica che potrebbe cambiare, in parte, le carte del poker politico mediorientale e del movimento delle risorse energetiche. «Abbiamo la volontà politica di riportare le relazioni con la Russia al livello pre-crisi o persino ad un grado più elevato», ha proclamato Erdogan durante la conferenza stampa sotto lo sguardo compiaciuto Putin al quale qualche istante prima si era rivolto con queste parole: «Mio caro amico signor presidente». Poi l’annuncio che sancisce un’allenza inimmaginabile appena sei mesi fa. «La Turchia – ha detto Erdogan – è pronta a fornire gas russo all’Europa rilanciando il progetto per la realizzazione del gasdotto Turkish Stream». La Turchia ha anche deciso di continuare i lavori per la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu. «I progetti nel campo energetico richiederanno anche concrete decisioni politiche» ha aggiunto da parte sua Putin, visibilmente soddisfatto «il progetto Turkish Stream nella parte delle forniture di gas in Turchia non è soggetto ad alcun dubbio». Ma il clou della conferenza stampa è stato un altro annuncio di Erdogan. «Intendiamo sviluppare rapporti con la Russia nel settore della Difesa» ha detto senza fornire ulteriori dettagli salvo esprimere la speranza «che l’asse di amicizia fra Mosca e Ankara venga ripristinato».Cosa ci sia di vero dietro quelle parole sulla cooperazione militare è difficile quantificarlo. Non è da escludere che si tratti di un avvertimento più che di un piano concreto. Un ammonimento rivolto all’Amministrazione Obama con cui i rapporti si sono fatti difficili dopo il fallito golpe del mese scorso in Turchia, seguito dalla mancata estradizione, richiesta da Ankara, di Fethullah Gulen, colui che Erdogan accusa di aver pianificato il colpo di stato, proprio dagli Stati Uniti dove vive in esilio volontario da anni. Oppure, senza mettere in discussione la presenza nella Nato, Erdogan segnala a Washington e ai governi europei che guarderà anche alla Russia per garantire la difesa e gli interessi della Turchia. Un patto stretto, ma fino a un certo punto, che potrebbe in qualche modo includere l’Iran, anche se solo per aspetti economici. Ankara oggi inquadra Tehran non più come una avversaria temibile sullo scacchiere mediorientale e l’alleata di ferro della Siria. Piuttosto considera l’Iran un Paese importante con il quale confrontarsi e, se possibile, condividere una soluzione per un aspetto centrale: la questione curda. Erdogan, come coloro che l’hanno preceduto, ha fatto della guerra, vera, alle aspirazioni curde un punto fondamentale del suo programma. La necessità di far abortire i sogni di autodeterminazione del popolo curdo – in apparenza sostenuti dall’Amministrazione Usa, specie nel Rojava – sono uno dei motivi di attrito tra Erdogan ed Obama e una delle ragioni che hanno spinto il leader turco a rivedere, parzialmente, il suo approccio aggressivo alla guerra civile che dilania la Siria e alla quale la Turchia, con il suo aiuto a jihadisti e islamisti radicali, ha contribuito per cinque anni.

Proprio la Siria è l’unico punto di insuccesso parziale del vertice di San Pietroburgo. Restano divergenti le posizioni di Putin, alleato di Bashar Assad, e di Erdogan che appena due giorni ha ribadito in una intervista che il presidente siriano deve farsi da parte subito. La questione siriana, ha detto Putin, richiederà un incontro speciale separato, dei ministri degli esteri e dei dirigenti dei servizi segreti dei due Paesi, perché siano affrontate tutte le questioni. «Ci scambieremo informazioni e cercheremo una soluzione – ha spiegato il leader russo – E’ possibile concordare posizioni sulla questione siriana poiché abbiamo obiettivi comuni e ci stiamo muovendo verso una soluzione reciprocamente accettata». Ma, ha poi aggiunto, «le trasformazioni democratiche possono essere raggiunte solo con mezzi democratici». Quindi non usando jihadisti e qaedisti, come ha fatto Erdogan, per abbattere l’esecutivo di Damasco.

SEGUI SUL MANIFESTO

Fonte: il manifestoAutore: Andrea Fabozzi Referendum, gaffe e milioni

«Chi oggi propone di votare No al referendum costituzionale non rispetta il lavoro del parlamento». Con la conclusione delle verifiche della Cassazione, la campagna elettorale entra nel vivo – ma il governo aspetterà almeno un mese prima di fissare la data delle urne, anche per rimandare il periodo di par condicio e continuare a occupare gli spazi radio e tv. La ministra per le riforme Maria Elena Boschi esordisce però con una brutta gaffe. Dimentica o nasconde che la possibilità di bloccare con referendum la riforma fa pienamente parte delle procedure costituzionali. Poi tenta una correzione problematica: «Non mi riferivo a chi legittimamente deciderà di votare No ma a chi chiede di ripartire daccapo». È lo stesso. Invitare a votare No è ugualmente legittimo, non serve nemmeno ricordare che lo stesso Renzi lo fece in occasione del precedente referendum costituzionale (contro la riforma del centrodestra). È l’articolo 138 della Costituzione che così prevede, l’articolo che la ministra si compiace di aver «rispettato in toto», almeno fin qui.Quella di Boschi è una gaffe, ma racconta bene del clima di intolleranza verso chi si oppone alla riforma. Prenderà forma, si è saputo ieri, anche nel manifesto ufficiale della festa nazionale dell’Unità. Che praticamente sarà la riproduzione di una grande scheda elettorale, con la X sul Sì e lo slogan «L’Italia che dice Sì». Una scelta «sguaiata» nelle parole della minoranza bersaniana del Pd, che accusa la dirigenza del partito di aver fatto «una scelta miope e un errore politico grave». «I sondaggi ci dicono che circa un terzo degli elettori di centrosinistra sono orientati per il No – fa notare tra gli altri il senatore della minoranza Federico Fornaro -, ignorarli o peggio demonizzarli non è utile sia in vista del referendum sia delle prossime elezioni politiche». La minoranza Pd dimentica che la stesa scelta era stata fatta (senza polemiche) l’anno scorso, quando lo slogan della festa nazionale dell’Unità a Milano era «C’è chi dice Sì». Nel simbolo non c’era la croce ma un enorme Sì eclissava il logo del partito. Quest’anno la festa nazionale si terrà a Catania e la chiuderà Renzi, l’11 settembre.

Renzi ieri ha visitato più di una festa dell’Unità in Emilia Romagna, naturalmente parlando del referendum. E confermando la scelta di rimandare il più possibile il voto. «Sarà il 13 o il 20 novembre», ha detto, aggiungendo che «la data non è la priorità degli italiani». Non ha spiegato perché fino a un mese fa era lui a promettere che il referendum si sarebbe tenuto «il prima possibile»; la data che aveva indicato era il 2 ottobre. La ragione ufficiale è quella di non incrociare la sessione di bilancio in parlamento. Ma dal momento che ci sono i tempi per anticiparla, la ragione reale – oltre alla possibilità di poter disporre di molti mesi di campagna senza par condicio – è che Renzi ha bisogno di tempo e di qualche colpo d’ala nella legge finanziaria per risalire la china dei sondaggi. Oggi il No è ancora in testa. Il presidente della Repubblica ha fatto capire di condividere questa strategia, perché pensa sia più saggio mettere in sicurezza almeno in un ramo del parlamento (la camera) la legge di stabilità, prima del referendum. Ragione per cui non sembra destinato a fare molta strada l’appello che ogni giorno gli rivolgono i 5 stelle. Ieri è stato Roberto Fico a chiedere al capo dello stato di «impedire al premier di rallentare la procedura, per favorire la massima partecipazione non si può votare a ridosso della stagione invernale».

Elemento centrale del cambio di strategia renziano è la rinuncia alla «personalizzazione». Ieri lo stesso presidente del Consiglio che aveva cominciato la campagna spiegando che «solo chi mi odia può votare no» (mentre la ministra Boschi aggiungeva «senza ipocrisie» che sarebbe stato un referendum sul governo), ha ammesso: «Anch’io ho sbagliato a dare dei messaggi, ho sbagliato a personalizzare troppo, questa è la riforma degli italiani, non porta il mio nome ma quello di Giorgio Napolitano». E così, davanti ai militanti Pd, il presidente del Consiglio ha esaurito il novero delle posizioni possibili. Prima ha «personalizzato», poi ha detto «non sono io a personalizzare, sono quelli del No che lo fanno contro di me», poi ha ammesso di aver sbagliato a personalizzare.
Nel nuovo corso, Renzi promette «una strategia semplice: dire la verità». E invece non rinuncia al vecchio proposito: «Sarò demagogico». E così spiega che i risparmi generati con la riforma costituzionale «saranno tolti ai costi della politica e messi sul fondo per la povertà». A quanto ammontano? A 500 milioni, hanno detto ieri prima Boschi e poi Renzi, che solo qualche mese fa insistevano sul miliardo. «Sono i conti della ragioneria generale dello stato», ha detto la ministra. La stessa che mesi fa aveva girato al parlamento la reale previsione della ragioneria. Indicava risparmi per 49 milioni.

SEGUI SUL MANIFESTO

Fonte: il manifestoAutore: Michele Prospero Italicum, Renzi rischia alla Consulta

 

Davvero solo la Consulta può togliere le castagne dal fuoco del governo e salvare l’incauto apprendista di Rignano? Si chiacchiera in modo troppo maldestro sulle questioni costituzionali. E si ritiene che sia di poco conto, dal punto di vista politico e istituzionale, un nuovo pronunciamento della Corte costituzionale a segnalare elementi di illegittimità di sicuro presenti nella legge elettorale. Il carattere grottesco del chiacchiericcio quotidiano raggiunge il culmine con l’assunto che, proprio rilevando l’incostituzionalità dell’Italicum, la Consulta dà un bel soccorso al governo. Che questo aiuto indiretto sia in effetti l’auspicio di antiche cariche istituzionali, di esponenti del governo ecc. non cambia la sostanza del problema e semmai aggrava la percezione della gravità del decadimento della cultura politica.
Il dato politico e istituzionale cui è difficile sfuggire è questo. Il capo del governo ha avuto il mandato di scrivere la nuova legge elettorale per rimediare a una grave crisi di sistema apertasi con la dichiarazione dell’incostituzionalità del Porcellum. Egli non può in alcun modo gioire se la Consulta censura la manutenzione sulla tecnica elettorale imposta manu militare emulando nelle procedure illiberali gli architetti della legge truffa.In una democrazia decente un parlamento delegittimato nella sua composizione che non rimuove le condizioni formali del proprio originario deficit, e anzi sforna una tecnica elettorale dai redivivi profili di incostituzionalità, aprirebbe una devastante crisi di regime. Solo in Italia da una tragedia costituzionale di tale entità antichi custodi e novelli statisti traggono motivo di esultanza.
Una bocciatura sia pure parziale della Consulta non può cadere indifferente sul governo. Renzi ha posto più volte la fiducia per accelerare l’approvazione della sua riforma, l’ha dipinta come una conquista straordinaria, che tutti al mondo invidiano e avrebbero presto imitato per il suo tocco di genialità nel risolvere l’enigma della governabilità al calar della sera.
Nelle fasi più cruente dello scontro, Renzi dichiarava: «Non c’è cosa più democratica di mettere la fiducia: se passa, il governo va avanti altrimenti va a casa. Cosa c’è di più democratico di chi rischia per le proprie idee. È tempo del coraggio non di rimanere attaccati alla poltrona». Sperare che un ritocco sollecitato dalla Consulta possa autorizzare a tornare indietro, per la semplice paura che vinca il M5S, è impossibile e costoso. Sarebbe l’equivalente di una crisi di regime, con pratiche devianti che sono più da sistemi precari come la Tunisia o l’Egitto che non da democrazia europea, seppur malata.
Il governo che ha già forzato troppo su regole essenziali della repubblica deve solo aspettare la sentenza della Consulta e se sarà negativa, come ragione giuridica vorrebbe, dovrà prendere la responsabilità politica dell’accaduto. Un esecutivo nato nell’emergenza che ha imposto con prove inaudite di forza una legge elettorale ritenuta incostituzionale non ha l’autorevolezza politica e la legittimità etica per restare al potere un giorno in più.Una legislatura aggredita dalla grave macchia della illegittimità originaria della composizione dei suoi organi di rappresentanza, e che non sana la sua ferita iniziale, ma anzi reitera la manipolazione illiberale delle regole, deve estinguersi e con un provvedimento condiviso ripristinare il quadro minimale della legalità costituzionale. Altro che aiutino del giudice delle leggi che spinge Renzi a una nuova manomissione.

SEGUI SUL MANIFESTO

Autore: piero basso Tabagismo e lotta al cancro: l’Uruguay sconfigge la multinazionale Philip Morris da: controlacrisi.org

La convenzione quadro per la lotta al tabagismo approvata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2005 chiedeva a tutti i Paesi di impegnarsi per ridurre il consumo di tabacco, ossia il fumo e quindi le sigarette. Il tabacco, infatti, è una delle principali cause di mortalità a livello mondiale tra le malattie non trasmissibili. L’Uruguay aveva applicato misure molto serie per rispettare l’indicazione dell’OMS. La Philip Morris, uno dei giganti del tabacco, aveva fatto causa al Paese latinoamericano chiedendo di essere risarcito per i danni subiti a causa delle leggi contro il tabacco approvate dal Parlamento. La causa si è protratta fino a 9 luglio 2016 quando si è conclusa a favore dell’Uruguay.

E così, alla fine, l’Uruguay ha vinto contro il gigante del tabacco Philip Morris, che nel 2010 aveva trascinato il piccolo paese (tre milioni di abitanti) davanti al Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti (in inglese “International Centre for Settlement of Investment Disputes, ICSID, una commissione arbitrale della Banca mondiale con sede a Washington), per avere danneggiato, con la sua politica antifumo, gli interessi della multinazionale.

In particolare Philip Morris contestava alcuni provvedimenti come l’obbligo di indicare la pericolosità del tabacco sulle confezioni e il limite di vendere un solo tipo di sigaretta per marca (una sola Marlboro e non Marlboro Light, blu, verde). Questi provvedimenti, insieme a una campagna generalizzata di educazione sanitaria, hanno portato a una riduzione del numero di fumatori in Uruguay dal 35 al 22% della popolazione.

E’ la prima volta che la commissione, nata per tutelare gli investimenti, riconosce la prevalenza dell’interesse pubblico rispetto agli interessi commerciali. Non solo, rigettando il ricorso della Philip Morris la commissione l’ha anche obbligata a rimborsare l’ingente costo delle spese legali sostenute, oltre 7 milioni di dollari (spese che l’Uruguay era stato aiutato a sostenere da una fondazione americana). Gli altissimi costi della difesa sono un’altra delle armi di cui si servono le multinazionali per ricattare i governi che si oppongono alle loro politiche.

“Questa vittoria, ha dichiarato Tabaré Vazquez, il presidente dell’Uruguay che è anche un noto oncologo, e che era presidente anche nel 2010 al tempo del ricorso della Philip Morris, è un successo a livello globale nella lotta contro l’industria del tabacco. D’ora in poi, quando le industrie del tabacco cercheranno di intervenire sulle regolamentazioni usando la minaccia di una causa, avranno a che fare con il nostro precedente”.

Il governo italiano al servizio delle multinazionali
Per un governo che prende le difese della salute del suo popolo, un altro corre al servizio delle multinazionali.
Non illudiamoci. L’inaspettata vittoria dell’Uruguay, dovuta probabilmente anche al forte impatto mediatico (Davide contro Golia) e alla mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, non rappresenta un’inversione di rotta rispetto alla tendenza dilagante, a partire dagli anni ’90, a ridimensionare sempre più le prerogative del pubblico rispetto agli interessi dei privati, In particolare queste “commissioni arbitrali” sono istituite per proteggere gli investimenti delle multinazionali, non la salute o il benessere dei cittadini.
E sono al cuore degli accordi commerciali già firmati (come il TPP, partenariato transpacifico) o in corso di discussione, come il TTIP (partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti). Quest’ultimo è per il momento fermo, grazie all’opposizione di alcuni governi europei e alla mobilitazione di milioni di cittadini sia in Europa che negli Stati Uniti, ma si sta preparando il cavallo di Troia, che renderà pressoché superfluo il TTIP. Si tratta del CETA (Comprehensive economic and trade agreement), il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada, concluso nel 2014 e che ora deve essere firmato.
Perché “cavallo di Troia”? Perché, scrive Greenpeace, sono ben 42.000 le multinazionali americane presenti in Europa che hanno una succursale in Canada, e che quindi, se il CETA verrà approvato, avranno quello che chiedono da tempo: un mezzo potente per aggirare gli standard europei in materia di sicurezza ambientale e alimentare. Anche il CETA, infatti, prevede la possibilità per le aziende di citare in giudizio i governi che prendono decisioni “lesive” dei loro interessi privati.
E’ possibile fermarlo? Sì, con la sensibilizzazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica che ha già messo in serie difficoltà il cammino del grande accordo transatlantico, il TTIP, ed è a questo punto che il governo italiano e il presidente della Commissione europea Junker corrono in aiuto delle multinazionali, cercando di evitare il voto dei parlamenti nazionali, col rischio che in qualche parlamento gli interessi della popolazione prevalgano su quelli delle multinazionali.
La materia è complessa: alcuni accordi possono essere ratificati direttamente dal Parlamento europeo, altri richiedono la ratifica da parte dei parlamenti nazionali. Junker ha chiesto di far approvare il trattato dal solo parlamento europeo; contro l’esautoramento dei parlamenti nazionali si sono espressi quasi tutti i paesi europei, ma occorre l’unanimità, e questa è stata rotta dall’Italia che con una lettera del Ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda alla Commissione europea conferma la disponibilità dell’Italia a esautorare il suo Parlamento e gli altri in Europa dal loro potere di ratifica dei trattati commerciali (qui il testo in inglese https://stopttipitalia.files.wordpress.com/2016/06/lettera-calenda-2.pdf).
Un trattato potenzialmente pericolosissimo, con possibili gravissime conseguenze per le nostre vite, mai discusso pubblicamente, che ora si vuole ratificare senza neppure una discussione in Parlamento, e senza permettere nessuna partecipazione all’opinione pubblica.
Con il governo italiano in prima linea in quest’opera di demolizione della base sessa della democrazia.

Forze speciali italiane in Libia. Nel Documento del Cofs le direttive ai corpi d’elite autorizzati direttamente da Renzi da:huffngitonpost.it

Il governo italiano ammette per la prima volta ufficialmente che commando delle forze speciali siano stati dislocati nei teatri di guerra in Iraq, ma soprattutto in Libia. La notizia è contenuta in un documento appena trasmesso al Comitato di controllo sui servizi segreti (Copasir), e classificato “segreto”. Nel documento, redatto dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), si specifica che si tratta di operazioni effettuate in applicazione della normativa approvata lo scorso novembre dal Parlamento, che consente al Presidente del Consiglio di autorizzare missioni all’estero di militari dei nostri corpi d’elite ponendoli sotto la catena di comando dei servizi segreti con tutte le garanzie connesse. Immunità compresa.

Dunque, è bene chiarire subito che in Libia tecnicamente non siamo ancora in guerra. Primo, perché i commando del 9° Reggimento “Col Moschin” del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del 17° Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione dei trenta e più paesi che appoggia il governo del premier Fayez al-Sarraj, ma direttamente al nostro esecutivo. Secondo, perché si tratterebbe di missioni limitate nel tempo, che partono dalle basi italiane. Ma almeno adesso non c’è più alcun dubbio sul fatto che nel supporto alle operazioni contro l’Isis non ci sia solo la mano delle forze speciali americane, britanniche e francesi. In Libia, a singhiozzo, ci siamo anche noi.

Cosa abbiamo fatto e cosa stiamo facendo in queste ore è scritto nero su bianco nell’informativa inviata al Copasir, su cui il Governo sarebbe pronto ad alzare il livello di segretezza fino ad apporre il sigillo del Segreto di Stato. Fonti della Difesa hanno confermato ufficiosamente il contenuto del documento, che dopo mesi di indiscrezioni e smentite – l’ultima con Matteo Renzi a Repubblica che diceva che “le strutture italiane impegnate nella lotta contro Daesh sono quelle autorizzate dal Parlamento, ai sensi della vigente normativa”, era in realtà un’ammissione della possibilità di applicare il testo della legge approvata a novembre – fa chiarezza sulla presenza delle nostre forze speciali in due teatri di guerra in rapidissima evoluzione.