Autore: fabio sebastiani Migranti, “di solidarietà si vive”. Storie di chi crede che l’umanità non può andare alla deriva da: controlacrisi.org

Dal primo gennaio al 2 agosto sono sbarcati in Italia 95.304 migranti, di questi 63.487 in Sicilia, 17.996 in Calabria, 6.826 in Puglia, 4.625 in Sardegna e 2.370 in Campania. I numeri parlano da soli. E raccontano nel modo piu’ efficace l’impatto del fenomeno sulla Sicilia e il suo ruolo di regione in prima linea nella gestione dell’accoglienza. Eppure le cronache dell’isola difficilmente parlano di intolleranza ed esasperazione. “Dovrebbe avere il premio Nobel per la pace per la sensibilita’ pazzesca che altre regioni hanno molto meno”, dice Andrea Bellardinelli, coordinatore del Programma Italia, che pochi giorni fa è intervenuto ad una tavola rotonda su ‘Immigrazione e legalita” a Patti.

In Italia, per Emergency, il fronte più difficile e’ combattere una “narrazione, una percezione sbagliata del fenomeno migratorio, a partire dall’uso distorto delle parole: si parla di ‘problema’ ed e’ un’opportunita”; si parla di razzismo, quando non esistono razze, ma culture e pensieri devianti- sottolinea Bellardinelli citando i biologi a partire da Cavalli-Sforza- come l’idea che i migranti ‘portano malattie’. Non e’ vero, le poche malattie che troviamo non sono preoccupanti ma gestibili con una presa in carico”. Meno gestibile e’ un altro pensiero deviante, come ‘ci tolgono il lavoro’, o ‘e’ un’invasione’: “Non e’ un’invasione, 170, anche 200mila persone sono numeri che, se distribuiti su tutti i Comuni italiani, non rappresenterebbero alcun problema. Ci si e’ sempre spostati, dal tempo degli ominidi e in ogni civilta’, sempre si scappa dalla guerra e dalla miseria. E non si arriva in business class”. Il punto e’, insiste Bellardinelli, che “prima delle leggi deve arrivare la testa, perche’, come dice Emma Bonino, non ci da’ fastidio l’islamico ricco ma il povero” e su questo dobbiamo riflettere.

Ma il mar Mediterraneo, intanto, e’ diventato una ‘tomba liquida’, dove “naufragano anche diritti disattesi”. Le storie di solidarietà si perdono, anch’esse, nel “muro liquido” dell’indifferenza.
Giorgia Butera, sociologa e presidente della Mete Onlus, zaino in spalla, va nei porti della Sicilia ad attendere i migranti agli sbarchi. Scruta gli sguardi di donne e bambini, perché lì è contenuta la “scatola nera” della travesata. Quello sguardo, racconta intervenendo a Patti, “e’ uno sguardo di paura, non diretto e una donna che non ti guarda e’ una donna che te lo sta dicendo proprio: ‘Io sono stata abusata, ho bisogno di te’. In quel momento e’ importante ascoltare la loro storia, bisogna farle sfogare”.
E sono storie impressionanti: “Ricordo, nel penultimo sbarco dalla Libia- aggiunge Giorgia- racconti di donne che vengono abusate da piu’ uomini, che vengono prese a martellate per stonarle, per renderle piu’ confuse. Le violenze arrivano anche durante le traversate in mare e poi continuano. Vengono rese prigioniere, perche’ quella donna e’ considerata una prostituta, sempre”.
Al porto, le donne con i loro bambini passano attraverso le altre procedure, quelle burocratiche, e poi proseguono il viaggio su strada, dirette quasi tutte verso il nord. Non prima pero’ di aver ricevuto vestiti e giocattoli.
“Ho capito un anno e mezzo fa l’importanza di un giocattolo- continua Butera- puo’ essere anche di pezza, o semplici bolle di sapone, il bambino che lo riceve lo stringe subito a se’, passa in un attimo dal pianto al riso e diventa come tutti i bambini del mondo. Dovrebbe essere sempre cosi’ perche’ i bambini sono tutti uguali, ma questi tempi purtroppo li rendono molto diversi”. Il giocattolo pero’ fa la sua magia, li fa ridere, “si divertono, giocano e poi magari vogliono anche fare il selfie. Ecco, l’obiettivo che mi sono imposta ogni volta e’ di rendere questa disumanita’ un gioco”.
Giorgia Butera e la sua Onlus in genere seguono gli sbarchi dei migranti su convocazione della Prefettura, ma lei ora lo fa anche per conto suo, perche’ e’ li’, sul molo, che intende il suo lavoro, agli sbarchi, per attivare, anche da sola, la sua particolare ‘procedura’ di accoglienza: “Lo sbarco ha un suo odore specifico che mi rimane sempre dentro”, dice. Come quello fortissimo, di carne bruciata che senti’ l’anno scorso a Palermo: c’erano 53 salme nella stiva.

Un’altra storia “estrema” arriva proprio dal mondo del giornalismo, quella macchina “a parola” che sparge quotidianamente intossicazioni di luoghi comuni come fossero caramelle. La racconta Elvira, cronista di AdnKronos. Racconta di Severin, il bambino salvato dalle onde grazie al suo intervento. Severin, nigeriano, le e’ rimasto nel cuore e le piacerebbe tanto rivederlo. Il piccolo aveva appena 4 mesi quando, nella notte tra il 7 e l’8 maggio 2011, Elvira Terranova lo salvo’ a Lampedusa buttandosi in acqua. Il barcone su cui Severin era stipato con la sua mamma e altre 700 persone si era incagliato e stava per rovesciarsi. I profughi si buttavano in acqua, con i bambini. Elvira era li’ come cronista dell’AdnKronos, ha gettato il taccuino e si e’ aggiunta ai soccorritori cercando di salvare piu’ persone possibile.
E’ lei stessa a ripercorrere quella incredibile esperienza partecipando a una tavola rotonda sui migranti organizzata a Patti da Indiegeno Fest, che proprio a questo tema dedica la sua terza edizione, alternando la musica, con concerti di grandi artisti come Finardi e gli Afterhours, a momenti di riflessione su un tema che la Sicilia non affronta solo nei dibattiti ma sulla sua pelle, vivendo sbarchi e accoglienza come ordinaria amministrazione.
“Quella notte- racconta Elvira Terranova- rappresenta per me una sorta di spartiacque, in quell’istante ho smesso subito di fare la giornalista, e mi sono buttata in acqua con tutti gli altri. Molti avevano gettato i propri figli per tentare salvarli, perche’ era chiaro che il barcone si sarebbe capovolto. Mi sono trovata tra le braccia un bimbo di 4 mesi che ho coperto come potevo. Solo dopo diverse ore sono riuscita a trovare la mamma, che piangeva perche’ convinta di avere perso il suo bambino. E invece sono riuscita a ridarglielo e per lei e’ stato come rimetterlo al mondo, darle una seconda vita”.
Severin e la sua mamma sono poi partiti ed Elvira non e’ piu’ riuscita a vederli. La giornalista ha avuto varie onorificenze, fra cui quella di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana conferitale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma soprattutto, come Elvira stessa sottolinea, quella notte per lei rappresenta “uno spartiacque”, umano e professionale: “Quando si vivono esperienze come queste, appena ricominci a scrivere di nuovo, lo fai sempre cercando di tenere il giusto distacco ma senti il dovere di raccontare questo tipo di situazioni mettendoci tutta l’anima”.

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