SHOCK A LAMEZIA | Ucciso l’avvocato Pagliuso da: corrierecal.it

L’agguato è avvenuto a tarda notte nei pressi dell’abitazione del penalista. La vittima sarebbe stata raggiunta da due colpi di pistola. Gli inquirenti hanno sentito alcuni collaboratori di studio e familiari per provare a illuminare i contorni del delitto

Mercoledì, 10 Agosto 2016 07:37 Pubblicato in Cronaca

Il vialetto in cui è avvenuto l'agguato. Nel riquadro, l'avvocato Francesco PagliusoIl vialetto in cui è avvenuto l’agguato. Nel riquadro, l’avvocato Francesco Pagliuso

LAMEZIA TERME È stato ucciso a Lamezia Terme l’avvocato Francesco Pagliuso, 43 anni, uno dei più noti penalisti della città. L’agguato è avvenuto nella notte di martedì nei pressi dell’abitazione del penalista, in via Marconi, tra Nicastro e Sambiase. Secondo le prime notizie raccolte l’avvocato, quando è stato colpito mortalmente con alcuni colpi di pistola, stava rientrando a casa a bordo della sua automobile assieme al suo cane. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire la dinamica del delitto.

Secondo quanto si apprende, le immagini delle videocamere di sorveglianza – che non sarebbero, comunque, molto nitide – mostrano una figura che si avvicina all’auto ed esplode tre, forse quattro, colpi di revolver, lasciando il penalista esanime al volante. Pagliuso è stato raggiunto da due colpi sparati dal killer, che sarebbe riuscito a introdursi nel cortile dell’abitazione praticando un buco nella rete che lo circonda. Sul filmato è impresso anche l’orario del feroce assassinio: le 22,30. A trovare il corpo, nel corso della notte, sono stati i carabinieri, avvertiti attorno alle 3,30 dalla compagna della vittima, preoccupata perché il penalista non rispondeva al cellulare da alcune ore. I militari della compagnia lametina, diretta dal capitano Fabio Vincelli, hanno trovato il corpo senza vita al posto di guida della vettura, che aveva ancora la portiera aperta, segno che la vittima stava scendendo quando l’assassino ha sparato.

Pagliuso era presente in alcuni dei processi di ‘ndrangheta più importanti incardinati dall’Antimafia in Calabria, come Andromeda, Perseo, Alchemia e Black money, ma difendeva anche noti personaggi della città (e non solo) implicati in vicende giudiziarie. Ed è proprio sulle sue attività professionali che i carabinieri stanno effettuando approfondite verifiche per capire se possano essere legate al delitto di questa notte. Le prime persone a essere sentite, infatti, sono stati i collaboratori del penalista e alcuni familiari, convocati dagli inquirenti per illuminare il contesto di un delitto che fa ripiombare Lamezia negli anni bui di inizio millennio, quando un altro avvocato all’apice della carriera, Ciriaco Torquato, è stato ucciso (su quel delitto è stata fatta luce solo pochi anni fa, in un’inchiesta che ha svelato i contorni mafiosi del crimine). La Procura – indagano il procuratore facente funzioni Luigi Maffia e il pm Marta Agostini – ha nominato il medico legale, Fernando Cimbalo, che eseguirà l’autopsia domani.
L’avvocato, che era anche il segretario della Camera penale di Lamezia e aveva interessi nel campo della ristorazione (era socio di uno dei locali più noti della movida lametina), lascia un figlio.Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it

NOI NON DIMENTICHIAMO

NOI NON DIMENTICHIAMO

MILANO “Strage di San Lorenzo” proprio perché ebbe luogo il 10 agosto del 1944, a poco meno di un anno dall’ufficiale chiusura del secondo conflitto mondiale.

In quell’occasione truppe nazifasciste si resero responsabili della fucilazione di 15 partigiani milanesi, uomini dai 20 ai 40 anni, militanti, martiri ricordati uno ad uno dal sindaco Sala che ha raccontato come la loro morte “sia viva nella testimonianza di Milano”, città “fiera di aver conquistato la libertà e di aver aperto la strada alla Repubblica e alla Costituzione”.

I MARTIRI DELLA STRAGE DI SAN LORENZO

Gian Antonio Bavin, Giulio Casiraghi, Renzo del Riccio, Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Tullio Galimberti, Vittorio Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Angelo Poletti, Salvatore Principato, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo, Natale Vertemati.

https://www.youtube.com/watch?v=uZWTTmfwEww

Vivono nel nostro paese e hanno pubblicato libri in lingua italiana. Sono maggiormente le donne provenienti dall’Europa Centro-Orientale Cristina Carpinelli da: ndnoidonne

Dall’Est con furore letterario/1

 

La letteratura migrante è un’occasione di costruttiva reciprocità. Allo stesso tempo, decostruisce una visione etnocentrica del mondo, consentendo di rifuggire dalle secche di una mortifera autoreferenzialità e di aprirsi al rinnovamento imposto dalla storia. Essa traccia il sentiero di uno scambio autenticamente paritario fra culture diverse. Non si limita, infatti, a rielaborare criticamente in forma artistica i processi relativi al passato, né a descrivere quelli di creolizzazione tuttora in svolgimento al livello mondiale, ma offre, altresì, una speranza nuova per il futuro, alimenta le ragioni dell’utopia, in vista di un concreto orientamento sul fronte dell’incontro interculturale.

I migrant writers provenienti dall’Europa Centro-Orientale e Sud-Orientale hanno iniziato a pubblicare in lingua italiana dalla seconda metà degli anni Novanta. Alcuni di loro sono arrivati in Italia prima ancora del crollo dell’Urss, della caduta del muro di Berlino e dei diversi regimi comunisti dei paesi che avevano fatto parte dell’orbita sovietica (inclusi la Romania di Nicolae Ceauşescu e l’Albania di Enver Hoxha). Tuttavia, molti di loro sono arrivati in Italia dopo, nel corso degli anni Novanta, con i grandi flussi migratori dall’Est. Sono emigrati a seguito di crude realtà di guerra, oppressione e sfruttamento, o di povertà sperimentate sulla propria pelle nei loro paesi d’origine. Si pensi, soltanto, al peso che ebbe sui flussi migratori dall’Est, il conflitto nei Balcani, o la trasformazione delle economie dei paesi ex-comunisti da pianificate a economie di mercato, con l’uso di ricette neo-liberiste che spinsero milioni di individui sotto la soglia assoluta di povertà. La gran parte della produzione letteraria in lingua italiana di questi ultimi scrittori migranti appartiene agli anni Duemila.

L’attività principale di lavoro di tutti questi scrittori non è quella di romanzieri, poeti o prosatori (sono, in genere, mediatori culturali, traduttori, educatori, ecc.). L’attività letteraria coincide più sovente con la professione primaria tra i migrant writers, che vivono in Italia già da alcuni decenni. Volendo tracciare un loro “identikit”, possiamo affermare che questi scrittori/letterati sono, di solito, in possesso di un livello medio/alto d’istruzione e sono in gran parte donne. Ecco perché in questo articolo ci concentreremo sulla produzione letteraria femminile.
In via convenzionale possiamo identificare due gruppi di migrant women writers: Un “primo” gruppo, non più giovane (nato tra gli anni Trenta e Cinquanta), arrivato in Italia prima del crollo del comunismo, e un “secondo” gruppo (nato tra gli anni Sessanta e Ottanta) emigrato nel periodo in cui andavano consolidandosi nei paesi d’origine società post-comuniste, o a seguito della dissoluzione della Jugoslavia.
Fanno parte del “primo” gruppo, la scrittrice e poetessa ebrea ungherese Edith Steinschreiber Bruck [1932], che si stabilisce in Italia nel 1954, dove conosce Montale, Ungaretti, Luzi, e dove stringe amicizia con Primo Levi, che la sollecita a ricordare la Shoah. Tra le scrittrici migranti, Edith Bruck è considerata l’antesignana della letteratura testimoniale sulla Shoah; la traduttrice e mediatrice culturale, originaria del Montenegro, esperta di cultura balcanica e rom, Nada Strugar [1943], che vive in Italia (Brescia) da oltre vent’anni; la croata Vesna Stanić [1946], autrice di poesie, racconti e saggi. Trasferitasi a Roma negli anni Settanta, oggi vive e lavora a Trieste; la scrittrice slovacca Jarmila Očkayová [1955] arrivata in Italia nel 1974. Figlia di due genitori dissidenti, sostenitori di Alexander Dubček (interprete di una linea politica anti-autoritaria definita “socialismo dal volto umano”), è stata testimone durante la sua adolescenza di quella feconda stagione politica che fu la Primavera di Praga, stroncata nell’agosto del 1968 dall’occupazione del paese da parte dei carri armati sovietici; la scrittrice croata Sarah Zuhra Lukanić [1960] trasferitasi in Italia (Roma) nel 1987, vincitrice con la raccolta di racconti Rione Kurdistan del premio letterario “Mare nostrum” dedicato alla cultura migrante (Viareggio, 6-7 ottobre 2006).

Benché questi due gruppi di migrant women writers abbiano caratteristiche proprie, entrambi hanno condiviso uno stesso percorso di emancipazione letteraria che li ha visti impegnati nella costruzione di una scrittura “nuova” nello stile e nei contenuti, e che si è trasformata in un lasso di tempo relativamente breve da letteratura legata all’immigrazione (spesso di tipo autobiografico):

  • letteratura di testimonianza o di denuncia della condizione drammatica dell’immigrato, delle difficoltà di quest’ultimo a inserirsi nella società italiana e dei pregiudizi di cui è spesso vittima, o descrizione delle strategie di sopravvivenza adottate nei paesi d’accoglienza. Si pensi, al riguardo, al romanzo Voglio un marito italiano (Il Punto d’Incontro, 2006) della scrittrice ucraina Marina Sòrina[1973], con il quale l’autrice sfata il luogo comune secondo cui le donne dell’Est europeo sarebbero delle avide ammaliatrici pronte a sedurre e ad accaparrarsi un marito italiano, per acquisire la cittadinanza e poi fare i propri comodi;
  • a racconto delle proprie origini, o a letteratura sulla storia, cultura e tradizioni del proprio paese d’origine;
es: il libro Il sapore della mia terra (Angolo Manzoni, 2006) della romena Valeria Mocanaşu [1959], in cui quest’ultima racconta la sua infanzia trascorsa in un villaggio rurale della Romania comunista; il libro Rosso come una sposa (Einaudi, 2008) con il quale l’albanese Anilda Ibrahimi [1972] approda alla scrittura italiana. È una saga familiare (con qualche spunto autobiografico), attraverso cui l’autrice percorre la storia dell’Albania, dalla sua indipendenza ai nostri giorni, attraverso gli occhi e la vita di diverse generazioni di donne di una famiglia nel profondo sud albanese; la raccolta delle favole popolari di Serbia e Montenegro La cesta del principe (EMI, 2006) di Nada Strugar o Il re del tempoe altre fiabe slovacche di Pavol Dobšinský (a cura di Jarmila Očkayová, Sellerio Editore, 1988)
  • infine, a testi significativi del patrimonio letterario italiano con l’abbandono dei temi classici dell’immigrazione o del rimpianto per la propria terra, per affrontare, invece, temi universali: l’amore, la morte, la solitudine, la giovinezza, ecc.;
es: il romanzo “sull’amicizia e la morte” Verrà la vita e avrà i tuoi occhi (Baldini Castoldi Dalai, 1995) di Jarmila Očkayová. L’autrice mostra attraverso le sue protagoniste, Stefania e Barbara, che anche guardando il mondo da angolazioni completamente opposte si può riuscire a comporre un rapporto umano: metafora dell’incontro/dialogo con l’altro/a; il “romanzo d’amore e di guerra” L’amore e gli stracci del tempo (Einaudi, 2009) della scrittrice albanese Anilda Ibrahimi, con il quale l’autrice abbandona la storia e i ricordi del proprio paese per regalarci, invece, un intenso romanzo d’amore e di guerra ambientato nei Balcani degli anni Novanta. Il libro racconta le peripezie di Ajkuna (kosovara di etnia albanese) e Zlatan (serbo), due giovani innamorati che vivono a Pristina, capitale del Kosovo, separati dalla guerra. Durante la loro forzata separazione, entrambi hanno come unica risorsa il pensiero di potersi un giorno riabbracciare e insieme riprendere la loro esistenza da dove era stata così bruscamente interrotta. Ma la guerra non lascia inalterate le vite di chi l’ha attraversata. Quando dopo dieci anni si ritroveranno, niente corrisponderà più alle loro aspettative e ai loro desideri. La guerra si è portata via tutto il loro futuro da vivere insieme; il romanzo Le lezioni di Selma (Libri bianchi, 2007) di Sarah Zuhra Lukanić. Le lezioni cui si allude nel titolo di quest’ultimo romanzo sono date da una donna ebrea colta, sposata con un medico musulmano che, confinata in casa sotto il controllo dei militari serbi nella Sarajevo sotto assedio, rifiuta la legge dell’odio e vi oppone quella dell’accoglienza, mantenendo il dialogo con chi improvvisamente è diventato il ‘nemico’; Cercasi Daedalus disperatamente (Tracce, 1997) della croata Vera Slaven [1971] e, ancora, il romanzo La città dei tulipani (Tufani, 2005) della romena Ingrid Beatrice Coman [1971]. Ambientato in Afghanistan, è una storia di ribellione femminile agli orrori della guerra. Infine, il romanzo Il paese dove non si muore mai (Einaudi, 2005) della scrittrice albanese Ornela Vorpsi [1968]. La Vorpsi si concentra sulla condizione femminile in Albania e smaschera i due oppressori delle donne: la società patriarcale e il partito comunista rumeno di Nicolae Ceauseşcu.

(prima parte – continua)

*  Questo articolo è la sintesi di un intervento alla Tavola Rotonda “Fenomeni sociali e produzioni letterarie migranti” (Carroponte di Sesto San Giovanni – 2 giugno 2016), promossa dall’Assessorato Pace e Cooperazione Internazionale del Comune di Sesto San Giovanni (MI).

Un romanzo di Marilù Oliva sul demone del tempo, tra paure, dubbi e aspirazioni che diventano ossessioni inserito da Camilla Ghedini da: ndnoidonne

Questo libro non esiste

E’ un demone sfrontato il tempo, con cui tutti facciamo i conti, spesso senza rendercene conto. Perché lo viviamo come sottrazione di possibilità, di occasioni mancate e mal impiegate. C’è quella parte della vita, la prima, in cui il tempo è futuro, quindi energia e costruzione. Poi c’è la maturità, col suo carico di delusioni e aspettative tradite, e il tempo diventa tiranno. In questa linea di confine sta quel punto esatto dell’esistenza che dà un senso al tutto, quello in cui non possiamo più permetterci il lusso di sbagliare. Altrimenti il sogno diventa rimpianto. Di tutto questo tratta Questo libro non esiste (Elliot), della scrittrice bolognese Marilù Oliva, che al grande successo di pubblico e critica è arrivata con la trilogia dedicata alla Guerrera. Lei ama i grandi progetti, quelli che non si esauriscono in un volume, perché lei il mondo lo osserva da diverse angolazioni. E così ha fatto con questo romanzo, che chiude – forse, ma non si sa, perché lei ama tenere i lettori sulla corda – un’opera iniziata con Le Sultane, proseguita con Lo Zoo e che vede dallo scorso 7 luglio in libreria Questo libro non esiste. Protagonista è Mathias, aspirante scrittore alla ricerca del proprio manoscritto perduto. Già, perché in una quotidianità fatta di salvataggi, backup e memorie esterne, Oliva ha creato un personaggio ‘estraneo’ al contingente, uno che non stampa i propri documenti, che non usa le chiavette. Uno che parla con un nonno defunto che voleva realizzare la macchina del tempo, uno che conosce a menadito il firmamento e forte di un involucro che piace alle donne, gioca la carta delle stelle per concupirle. Gli ingredienti del noir ci sono tutti: mistero, amore, tradimento, assassinio. Ambientato a Roma, città eterna, dà uno spaccato del mondo editoriale. Di quello che vissuto a casa, dal proprio divano, nei momenti di rilassante lettura, può apparire patinato, glamour, seducente. Ben altro è invece per chi vuole farne parte, per chi vuole emergere. Qui, tra feudi e piaggeria, la competizione fatta di perfidia e cattiveria lascia spesso poco spazio alla creatività, al genio, al merito. Qui, a tratti maldestramente, si muove Mathias, tra paranoie e dubbi alimentati dall’insicurezza personale e dalla coscienza di non avere rapporti amicali e sentimentali su cui fare affidamento, perché alterati in origine dalla sua volontà di presentarsi a metà. L’unica memoria ‘piena’ di cui dispone è quella antica, fatta di voci del nonno che sente solo lui. Mathias è figlio di Mafalda, una delle tre protagoniste de Le Sultane, la più tirchia, che Oliva aveva lasciato col marito malato nella periferia bolognese. E così, tra i due volumi, assolutamente autonomi, ecco emergere il legame, il cordone ombelicale del cui strappo portiamo nel corpo il segno, potendolo al massimo nascondere ad occhi non intimi. Ancora una volta c’è la famiglia, nucleo imperfetto che si vorrebbe talvolta negare o raccontare in maniera diversa, ma dal quale liberarsi è impossibile, perché lì, e solo lì, ci sono verità e risposte. E se col cielo possiamo provare a ‘barare’ e a ‘incantare’, con la ‘terra’ è impossibile. Perché qui tutto è tangibile.

Autore: fabio sebastiani Migranti, “di solidarietà si vive”. Storie di chi crede che l’umanità non può andare alla deriva da: controlacrisi.org

Dal primo gennaio al 2 agosto sono sbarcati in Italia 95.304 migranti, di questi 63.487 in Sicilia, 17.996 in Calabria, 6.826 in Puglia, 4.625 in Sardegna e 2.370 in Campania. I numeri parlano da soli. E raccontano nel modo piu’ efficace l’impatto del fenomeno sulla Sicilia e il suo ruolo di regione in prima linea nella gestione dell’accoglienza. Eppure le cronache dell’isola difficilmente parlano di intolleranza ed esasperazione. “Dovrebbe avere il premio Nobel per la pace per la sensibilita’ pazzesca che altre regioni hanno molto meno”, dice Andrea Bellardinelli, coordinatore del Programma Italia, che pochi giorni fa è intervenuto ad una tavola rotonda su ‘Immigrazione e legalita” a Patti.

In Italia, per Emergency, il fronte più difficile e’ combattere una “narrazione, una percezione sbagliata del fenomeno migratorio, a partire dall’uso distorto delle parole: si parla di ‘problema’ ed e’ un’opportunita”; si parla di razzismo, quando non esistono razze, ma culture e pensieri devianti- sottolinea Bellardinelli citando i biologi a partire da Cavalli-Sforza- come l’idea che i migranti ‘portano malattie’. Non e’ vero, le poche malattie che troviamo non sono preoccupanti ma gestibili con una presa in carico”. Meno gestibile e’ un altro pensiero deviante, come ‘ci tolgono il lavoro’, o ‘e’ un’invasione’: “Non e’ un’invasione, 170, anche 200mila persone sono numeri che, se distribuiti su tutti i Comuni italiani, non rappresenterebbero alcun problema. Ci si e’ sempre spostati, dal tempo degli ominidi e in ogni civilta’, sempre si scappa dalla guerra e dalla miseria. E non si arriva in business class”. Il punto e’, insiste Bellardinelli, che “prima delle leggi deve arrivare la testa, perche’, come dice Emma Bonino, non ci da’ fastidio l’islamico ricco ma il povero” e su questo dobbiamo riflettere.

Ma il mar Mediterraneo, intanto, e’ diventato una ‘tomba liquida’, dove “naufragano anche diritti disattesi”. Le storie di solidarietà si perdono, anch’esse, nel “muro liquido” dell’indifferenza.
Giorgia Butera, sociologa e presidente della Mete Onlus, zaino in spalla, va nei porti della Sicilia ad attendere i migranti agli sbarchi. Scruta gli sguardi di donne e bambini, perché lì è contenuta la “scatola nera” della travesata. Quello sguardo, racconta intervenendo a Patti, “e’ uno sguardo di paura, non diretto e una donna che non ti guarda e’ una donna che te lo sta dicendo proprio: ‘Io sono stata abusata, ho bisogno di te’. In quel momento e’ importante ascoltare la loro storia, bisogna farle sfogare”.
E sono storie impressionanti: “Ricordo, nel penultimo sbarco dalla Libia- aggiunge Giorgia- racconti di donne che vengono abusate da piu’ uomini, che vengono prese a martellate per stonarle, per renderle piu’ confuse. Le violenze arrivano anche durante le traversate in mare e poi continuano. Vengono rese prigioniere, perche’ quella donna e’ considerata una prostituta, sempre”.
Al porto, le donne con i loro bambini passano attraverso le altre procedure, quelle burocratiche, e poi proseguono il viaggio su strada, dirette quasi tutte verso il nord. Non prima pero’ di aver ricevuto vestiti e giocattoli.
“Ho capito un anno e mezzo fa l’importanza di un giocattolo- continua Butera- puo’ essere anche di pezza, o semplici bolle di sapone, il bambino che lo riceve lo stringe subito a se’, passa in un attimo dal pianto al riso e diventa come tutti i bambini del mondo. Dovrebbe essere sempre cosi’ perche’ i bambini sono tutti uguali, ma questi tempi purtroppo li rendono molto diversi”. Il giocattolo pero’ fa la sua magia, li fa ridere, “si divertono, giocano e poi magari vogliono anche fare il selfie. Ecco, l’obiettivo che mi sono imposta ogni volta e’ di rendere questa disumanita’ un gioco”.
Giorgia Butera e la sua Onlus in genere seguono gli sbarchi dei migranti su convocazione della Prefettura, ma lei ora lo fa anche per conto suo, perche’ e’ li’, sul molo, che intende il suo lavoro, agli sbarchi, per attivare, anche da sola, la sua particolare ‘procedura’ di accoglienza: “Lo sbarco ha un suo odore specifico che mi rimane sempre dentro”, dice. Come quello fortissimo, di carne bruciata che senti’ l’anno scorso a Palermo: c’erano 53 salme nella stiva.

Un’altra storia “estrema” arriva proprio dal mondo del giornalismo, quella macchina “a parola” che sparge quotidianamente intossicazioni di luoghi comuni come fossero caramelle. La racconta Elvira, cronista di AdnKronos. Racconta di Severin, il bambino salvato dalle onde grazie al suo intervento. Severin, nigeriano, le e’ rimasto nel cuore e le piacerebbe tanto rivederlo. Il piccolo aveva appena 4 mesi quando, nella notte tra il 7 e l’8 maggio 2011, Elvira Terranova lo salvo’ a Lampedusa buttandosi in acqua. Il barcone su cui Severin era stipato con la sua mamma e altre 700 persone si era incagliato e stava per rovesciarsi. I profughi si buttavano in acqua, con i bambini. Elvira era li’ come cronista dell’AdnKronos, ha gettato il taccuino e si e’ aggiunta ai soccorritori cercando di salvare piu’ persone possibile.
E’ lei stessa a ripercorrere quella incredibile esperienza partecipando a una tavola rotonda sui migranti organizzata a Patti da Indiegeno Fest, che proprio a questo tema dedica la sua terza edizione, alternando la musica, con concerti di grandi artisti come Finardi e gli Afterhours, a momenti di riflessione su un tema che la Sicilia non affronta solo nei dibattiti ma sulla sua pelle, vivendo sbarchi e accoglienza come ordinaria amministrazione.
“Quella notte- racconta Elvira Terranova- rappresenta per me una sorta di spartiacque, in quell’istante ho smesso subito di fare la giornalista, e mi sono buttata in acqua con tutti gli altri. Molti avevano gettato i propri figli per tentare salvarli, perche’ era chiaro che il barcone si sarebbe capovolto. Mi sono trovata tra le braccia un bimbo di 4 mesi che ho coperto come potevo. Solo dopo diverse ore sono riuscita a trovare la mamma, che piangeva perche’ convinta di avere perso il suo bambino. E invece sono riuscita a ridarglielo e per lei e’ stato come rimetterlo al mondo, darle una seconda vita”.
Severin e la sua mamma sono poi partiti ed Elvira non e’ piu’ riuscita a vederli. La giornalista ha avuto varie onorificenze, fra cui quella di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana conferitale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma soprattutto, come Elvira stessa sottolinea, quella notte per lei rappresenta “uno spartiacque”, umano e professionale: “Quando si vivono esperienze come queste, appena ricominci a scrivere di nuovo, lo fai sempre cercando di tenere il giusto distacco ma senti il dovere di raccontare questo tipo di situazioni mettendoci tutta l’anima”.

Autore: fabio sebastiani Turchia, quelle stragi contro i Kurdi che Erdogan vuole consumare nel silenzio più assoluto. L’incredibile odissea di Claudio e Pietro. Prc: “Italia rompa con la Turchia” da: controlacrisi.org

Dieci giorni vissuti pericolosamente in mano alla polizia turca in pieno “contro-Golpe” e con l’accusa di spionaggio e terrorismo internazionale. La storia di Claudio Tamagnini e Pietro Pasculli ha dell’incredibile se valutata con il metro dei diritti umani. Metro che in Turchia non ha nessuna applicazione. Meno che mai in questo periodo.
E’ una storia del tutto sconosciuta alla stampa mainstream, tutta affaccendata a tenersi in equilibrio sulla Turchia che, se osservata dal punto di vista del popolo Curdo, è il Brutto Paese di sempre ed Erdogan il dittatore sanguinario che lo guida. C’è voluto il Prc per portare la vicenda, rimasta chiusa qualche giorno di troppo nei cassetti dei funzionari della Farnesina, alla conoscenza dell’opinione pubblica.Nella conferenza stampa tenutasi stamani presso la sede nazionale di Rifondazione Comunista in via Flaminia, 53 a Roma, si è parlato senza esagerazione di odissea. Pietro, e Claudio in collegamento telefonico, raccontano nei minimi particolari. E se in qualche modo si è chiusa bene è soltanto grazie alla prontezza di spirito di Pietro che alle prime avvisaglie ha mandato un sms ai suoi riferimenti italiani.
Sono stati arrestati il 29 luglio scorso e incarcerati per una settimana con pesantissime accuse di terrorismo e spionaggio internazionale. All’origine dell’arresto l’aver visitato le aree Kurde della Turchia che il governo di Ankara bombarda quotidianamente con l’obiettivo di impedire alle popolazioni Kurde di poter continuare a vivere sui propri territori. Appena il tempo di mandare sul web qualche foto dei massacri quotidiani dell’esercito di Erdogan, con le stesse tecniche usate dai “nemici” israeliani con i Palestinesi, e alle calcagna dei due, accompagnati da una ragazza di nazionalità tedesca, si mette la polizia turca, con tutta la libertà di movimento derivante dai poteri speciali del cosiddetto “contro-Golpe”.In conferenza stampa, Pietro Pasculli – militante di Rifondazione Comunista – denuncia: “Siamo stati arrestati dalla polizia Turca che ci ha tenuto 4 giorni in isolamento in celle sotterranee con l’unica colpa di essere stati testimoni dei bombardamenti che l’esercito Turco compie quotidianamente sui villaggi Kurdi del sud della Turchia, incendiando villaggi, boschi e raccolti. In seguito agli interessamenti della nostra ambasciata siamo stati processati e assolti dall’accusa di terrorismo e spionaggio internazionale ma dopo la nostra messa in libertà da parte della magistratura, la polizia ci ha nuovamente arrestato e dopo averci rinchiuso in un CIE in cui non erano rispettate le minime condizioni igienico sanitarie – ma su cui capeggiavano le insegne dell’Unione Europea – ci ha espulso in Italia solo dopo il nostro impegno, (preteso dalla polizia turca con la minaccia di allungare i tempi previsti per il rientro, ndr), a pagare i costi del viaggio dei nostri carcerieri che dovevano scortarci all’aeroporto di Istambul. Questo indica che la nostra non è una vicenda individuale ma evidenzia come il governo turco – che ha proclamato lo stato di emergenza nelle aree abitate dai Kurdi fin dal 1987 – voglia reprimere la popolazione Kurda senza che vi sia alcuno che possa testimoniare delle barbarie compiute dall’esercito. Questo è il vero problema politico di cui parla il nostro arresto e la nostra detenzione”.

Claudio Tamagnini – attivista della rete italiana International Solidarity Mouvement – ha sottolineato come “la politica dello stato Turco è quella di aggredire militarmente il territorio abitato dai Kurdi facendo terra bruciata al fine di obbligare quote consistenti della popolazione a spostarsi in altre zone. Parallelamente il governo Turco insedia nelle aree sottratte ai Kurdi profughi siriani legati all’ISIS, al fine di costituirsi una base sociale di consenso nelle zone Kurde. Ci troviamo quindi di fronte ad azioni militari finalizzate alla distruzione dell’identità e all’integrità del popolo Kurdo.”

Paolo Ferrero, concludendo la conferenza stampa ha ringraziato il corpo diplomatico italiano che si è impegnato a fondo per la scarcerazione di Pietro e Claudio e ha denunciato come “Pietro e Claudio sono stati incarcerati con accuse assurde perché la Turchia non vuole che nessuno sia testimone e possa denunciare e documentare i massacri e le distruzioni di cui si rende quotidianamente responsabile il governo turco nei confronti della popolazione Kurda. I massacri e i bombardamenti che l’esercito Turco attua contro il territorio e la popolazione Kurda nel sud della Turchia non sono cominciati dopo il colpo di stato di Erdogan ma vanno avanti da decenni nella piena condiscendenza da parte dell’occidente. La Turchia fa parte della NATO e sono gli aerei della NATO che bombardano i villaggi di una popolazione inerme senza che il governo italiano, l’Unione Europea o gli Stati Uniti abbiano nulla da dire. Si tratta di una situazione di vergognosa complicità a cui occorre mettere fine immediatamente: l’Italia rompa immediatamente i trattati economici e militari con la Turchia che deve essere boicottata sino a quando Ocalan non sarà rimesso in libertà, sarà posta fine alle azioni di guerra contro i Kurdi, verrà riconosciuto il PKK”.