Storie di tratta, percorsi di resistenze Il report della cooperativa sociale Be Free informa sulla complessità della tratta delle migranti, sulle condizioni nei Cie e delinea gli interventi possibili da: ndnoidonne

 

Silvia Vaccaro

“Inter/rotte. Storie di Tratta, percorsi di Resistenze”, Be Free

“Un report per fare politica”, così Oria Gargano, Presidente della cooperativa sociale Be Free, ha definito “Inter/rotte. Storie di Tratta, percorsi di Resistenze” (Casa Internazionale delle donne di Roma, maggio 2016), il rapporto sulla tratta delle donne migranti, realizzato con il sostegno di Open Society, e diviso in due parti, la prima che illustra l’evolversi della situazione e la seconda centrata su alcune considerazioni relative alle politiche migratorie europee che vengono dall’esperienza maturata dalle operatrici della cooperativa all’interno del CIE (Centro di identificazione ed espulsione, ndr) di Ponte Galeria.
“Dietro i muri che l’Europa vuole erigere ci sono migliaia di donne, i cui diritti umani sono stati già violati nei paesi di origine. Queste persone vedendosi respinte sono di fatti condannate a morte”. La situazione dei migranti, come non mancano di ricordare le cronache nazionali, è drammatica. Delle 19.932 persone sbarcate in Italia nei primi quattro mesi dell’anno con un aumento rispetto al 2015 (oltre 6.000 persone in più), la maggior parte proviene dalla Nigeria. A molte di queste persone è negato il diritto d’asilo (la percentuale dei respinti dalle commissioni è del 62%) e di alcuni e alcune di loro non si sa più nulla. Spesso si perdono nei meandri del traffico degli esseri umani che diventa sempre più competente. La nazionalità nigeriana è quella che emerge maggiormente anche quando si tratta di donne migranti, anche se non mancano le storie di donne arabe e un capitolo del rapporto è dedicato alle cinesi, curato da Federica Festagallo – sinologa e mediatrice culturale. Di alcune questioni particolarmente rilevanti sollevate nel report ne abbiamo parlato con Francesca De Masi, dal 2008 la referente del gruppo di Be Free che lavora a Ponte Galeria. e con l’avvocata Carla Quinto, che ha spiegato come il fenomeno della tratta stia assumendo caratteristiche e contorni nuovi. “Negli ultimi anni è cambiato il ruolo della Nigeria, che precedentemente aveva un ruolo chiave nell’organizzazione criminale e che si occupava di in tutte le fasi della tratta: reclutamento nel paese di origine, trasferimento nei paesi di transito e sfruttamento nel paese di destinazione. Parlando con le ragazze sono venuti fuori nuovi elementi. Adesso abbiamo potuto capire come l’organizzazione criminale si è adattata per aggirare la situazione politico-sociale che sta vivendo la Libia, diventata un perno indipendente nella fase del trasferimento delle ragazze. Si realizza quindi al confine con il Niger uno scambio tra l’organizzazione criminale e le bande armate di miliziani che comprano le ragazze. L’organizzazione criminale comincia a lucrare dopo averle già sfruttate sessualmente, mentre i miliziani le portano nei ghetti, luoghi che nelle precedenti testimonianze non comparivano. Il ghetto ha invece un ruolo chiave nel traffico delle nigeriane, perché sono luoghi chiusi e controllati, dove le donne aspettano e vengono re-intercettate dall’organizzazione nigeriana che le ha perse al confine con la Libia e le riacquista con una chiamata che la Madame fa direttamente dall’Italia. L’organizzazione nigeriana, non potendo controllare tutte le fasi del viaggio, ha studiato il meccanismo di cessione di donne, spostandone grandi numeri e questo spiega gli arrivi di massa in Italia. Ne spostano tante rispetto a prima perché anni fa non c’era dispersione: chi partiva arrivava; adesso invece sanno che ci sarà una dispersione data la situazione incontrollabile del paese nord-africano. In Libia ci sono diversi gruppi che gestiscono ognuno il proprio ghetto, facendo prostituire le ragazze all’interno aspettando che la Madame ordini per telefono dall’Italia un certo numero di ragazze. La Libia controlla le coste e le partenze e i miliziani riescono a lucrare due volte: prima attraverso la prostituzione nei ghetti e poi rivendendo le donne. Abbiamo anche rilevato delle intromissioni dell’ISIS. Ci sono delle cellule terroristiche che agiscono in raccordo con le organizzazioni che controllano le coste. Tutti lucrano sulla pelle delle donne e per loro è difficile ricostruire il loro viaggio e questo depotenzia la tutela perché non hanno elementi a sufficienza per dimostrare lo sfruttamento”. Chiediamo a Francesca De Masi, rispetto alla tutela delle vittime di traffico, se ci sono buchi normativi o se il problema è la mancanza di applicazione della legge. “C’è un doppio problema. Sicuramente la situazione è cambiata rispetto al 1998 quando è stato introdotto l’articolo 18. E poi anche quando le leggi esistono non vengono applicate e questo è da attribuire ad un clima di criminalizzazione a cui viene sottoposto il migrante, in particolare la donna sopravvissuta a tratta degli esseri umani è quella che rimane più sommersa, che non avrà la possibilità di far emergere la propria storia. Quindi anche se le leggi non vengono applicate o vengono applicate con discrezionalità da tutti gli operatori che vengono a essere coinvolti nell’approccio con queste donne, polizia, magistratura, operatori socio-sanitari e commissioni territoriali”. Intanto molte donne vittime di tratta finiscono nei CIE nonostante siano tante ormai le storie che hanno dimostrato la disumanità di questi centri. I Cie sono strutturalmente dei luoghi lesivi dei diritti delle persone. Quello che fa più paura è l’arbitrarietà che esiste all’interno di questi luoghi. I migranti devono avere la fortuna di incontrare un operatore preparato o un’associazione anti-tratta, cosa che non è assolutamente scontata. Il fatto che vengano o non vengano violate le leggi sta al buon senso delle singole persone che ci lavorano. Nel 2009 abbiamo anche avuto casi di donne che avevano subito violenza nei Cie. La discrezionalità fa sì che non ci sia nessun margine di miglioramento. Vanno chiusi e basta”. Quali possono essere le alternative, gli strumenti per fare in modo che le donne possano entrare in un programma di uscita dalla tratta? “Si dovrebbero creare dei contesti che le mettano a loro agio, rispetto alla possibilità di denunciare o meno. L’articolo 18 non è un articolo premiale ma di tutela dei diritti umani, il che significa che ci sarebbe la possibilità che queste donne non denuncino affatto ma che vengano prese in carico da enti anti-tratta che si farebbero garanti della loro storia di sfruttamento. Questo binario è chiamato binario sociale ma sono sempre meno le questure che lo applicano. Le donne non denunciano a causa di deterrenti forti, come il rito giù-giù che le vincola alla persona che le sta “aiutando” ad arrivare in Italia. Si tratta di una cerimonia in cui vengono prelevati degli elementi fisiologici delle donne e lo stregone le fa giurare che mai tradiranno la persona che le sta portando in Italia, pena la morte e la follia. Inoltre le reclutatrici conoscono le case e le famiglie di queste ragazze. In Nigeria il reclutamento avviene alla luce del sole, attraverso persone che hanno una certa autorevolezza all’interno della comunità”.

È mai successo che una Madame venisse arrestata? “Per le autorità italiane è molto più facile configurare il reato di sfruttamento, perché si consuma sul territorio nazionale, rispetto alla configurazione di quello di tratta, che è un reato transnazionale e ha bisogno di dimostrare gli elementi di connessione tra i diversi paesi. È difficile perché manca la volontà e le risorse, perché sono difficili le collaborazioni e i contatti con la polizia in Nigeria e in Libia. Per quanto riguarda gli sfruttatori è difficile trovarli, perché le denunce delle ragazze nigeriane sono sempre molto scarne circa i dettagli che servono alle autorità giudiziarie. Spesso le donne non conoscono i nomi veri delle sfruttatrici, l’indirizzo delle case in cui vivono e quindi si aprono procedimenti nei confronti di ignoti che non vengono trovati, sia perché c’è una mancanza di attenzione rispetto al fenomeno, sia perché spesso non si hanno sufficienti elementi. Ecco perché è importante applicare l’articolo 18 senza legarlo alla denuncia. Ma nel momento in cui il perseguimento della clandestinità e dell’irregolarità della tutela dei diritti umani è più importante, si assiste ad una massificazione, per cui quello che accomuna tutte le persone trattenute dentro al Cie è semplicemente che non hanno i documenti. Perché non ce li hanno, non è un problema delle autorità”.

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