Noi che votiamo NO al referendum contro le modifiche costituzionali del Senato alle provocazioni della ministra Boschi e del governo Renzi rispondiamo così:

Lo Giudice: ”Faccia da mostro dietro via d’Amelio” da: antimafia.com

di AMDuemila
Il pentito calabrese: “Fu lui a premere il pulsante per la strage”

Un altro pentito torna a parlare di “faccia da mostro”, l’uomo dei servizi che secondo alcuni collaboratori di giustizia (tra cui i siciliani Vito Galatolo e Vito Lo Forte, e il calabrese Consolato Villani) avrebbe preso parte a molte stragi ed omicidi eccellenti. È Nino “il nano” Lo Giudice, scrive Il Fatto Quotidiano, a parlare nuovamente di quel personaggio che sarebbe stato riconosciuto nell’ex poliziotto Giovanni Aiello. “È stato il poliziotto Giovanni Aiello, alias ‘faccia da mostro’, a far saltare in aria Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta” ha detto il pentito calabrese, aggiungendo che “fu lui a schiacciare il pulsante in via d’Amelio” e a confidarglielo è stato, ha precisato,Pietro Scotto quando eravamo in carcere all’Asinara. E anni dopo me lo confermò Aiello in persona” ma “quando ho raccontato tutto sono stato minacciato dai servizi”. Scotto, condannato in primo grado ma poi assolto in appello per aver intercettato i telefoni di casa Borsellino, è fratello di Gaetano, imputato per l’omicidio dell’agente Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, uccisi da Cosa nostra nel 1989, oggi in libertà.
La storia della collaborazione di Lo Giudice è tra le più travagliate: tre giorni prima dell’udienza, nel giugno 2013, nella quale il pentito doveva comparire a deporre al processo “Archi-Astrea” a Reggio Calabria, l’ex mafioso si era allontanato dalla località protetta senza lasciare alcuna traccia, tranne un memoriale nel quale ritrattava le sue deposizioni sostenendo che era stato costretto e “spronato da più parti”. E una pen drive con delle immagini dove il collaboratore diceva “non mi cercate, tanto non mi troverete mai”. Poi però era stato arrestato, a novembre, in un appartamento alla periferia della città. Ora che è tornato a collaborare le sue dichiarazioni sono state verbalizzate dalle procure di Reggio Calabria e Catanzaro, oltre ad essere condivise con quelle oltre lo Stretto in Sicilia.
Sulle sue dichiarazioni poggiava il lavoro del sostituto Gianfranco Donadio, allora incaricato dal presidente del Senato Piero Grasso di fare luce sulle indagini riferite alle stragi del ’92 e ’93, in particolare sul ruolo che avrebbero ricoperto elementi riconducibili ai servizi segreti e ad ambienti “deviati” dello Stato. Lo Giudice, nel memoriale, aveva accusato proprio Donadio di averlo costretto a fare nomi di persone a lui sconosciute, tra cui anche quello di “faccia di mostro”. Poi, in seguito a una misteriosa fuga di notizie sulle colonne de Il Sole 24 ore e L’Ora della Calabria in merito al resoconto di due riunioni nel quale il pm aveva esposto gli sviluppi di un’indagine, e alla successiva apertura di un fascicolo nei suoi confronti, il superprocuratore Franco Roberti aveva avocato su di sé le indagini.
Sarà solo a settembre 2014 che il pentito ‘ndranghetista chiarirà il perchè del suo agire, spiegando ai pm di aver “iniziato a ricevere strane visite a Macerata, la località segreta in cui vivevo. Un giorno, due mesi dopo l’incontro con Donadio, mi vennero a trovare due uomini in borghese che si qualificarono come carabinieri. Pensai subito che fossero dei servizi”. In seguito, proseguiva Lo Giudice, “mi portarono fuori città” dove “c’erano altri due uomini ad aspettarmi. A parlarmi fu uno, testa rasata e accento laziale. Sapeva che avevo parlato di Aiello e mi disse di stare attento a toccare certi argomenti, soprattutto in futuro. Io risposi che avevo una registrazione in cui smentivo tutto. Loro vennero a casa e gliele consegnai”.
Ora il collaboratore confermerebbe di aver riferito a Donadio solo circostanze veritiere, aggiungendo poi altri dettagli su “faccia da mostro”: “Pietro Scotto mi parlò di Aiello come di un calabrese con la faccia bruciata, coinvolto nella strage di via d’Amelio. Disse che era stato mandato dai servizi deviati per far saltare Borsellino. Anche Scotto e suo fratello avevano partecipato alla strage ma il pulsante, a suo dire, venne premuto da Aiello. Io lo conobbi personalmente anni dopo. Mi fu presentato dal capitano Saverio Spadaro Tracuzzi (condannato in appello a 10 di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr) che ne parlava come di un collega. Mi disse che era uno dei servizi, che si erano conosciuti in Sicilia perché Aiello aveva contatti con Cosa nostra. Io, pensando al racconto di Pietro Scotto, lo riconobbi dalla faccia bruciata”. “La seconda volta – continuava – Aiello venne a trovarmi nel 2007. Era insieme a una donna bionda, con accento calabrese, che mi presentò come Antonella e in seguito “Aiello mi confermò quello che avevo saputo su di lui all’Asinara. Disse che a Palermo aveva fatto anche altre cose, fra cui aver ucciso l’agente Agostino”. Anche per queste dichiarazioni Lo Giudice è stato recentemente sentito dal pm di Palermo Nino Di Matteo. Ed è proprio per l’omicidio Agostino che oggi lo stesso Aiello è indagato a Palermo assieme ai boss Gaetano Scotto e Antonino Madonia. Vincenzo, padre di Nino Agostino, pochi mesi ha riconosciuto “faccia da mostro” in Aiello, durante un confronto all’americana nel quale ha confermato che si tratta dello stesso personaggio presentatosi a casa sua pochi giorni prima dell’omicidio chiedendo del figlio. Lo Giudice nelle sue dichiarazioni parla di Aiello anche in riferimento all’assassinio del commissario Ninni Cassarà, datato 6 agosto 1985, alla barbara uccisione del piccolo Claudio Domino (colpito da proiettili a 11 anni), al fallito attentato all’Addaura e alla strage di Capaci, entrambi contro il giudice Giovanni Falcone. “Il nano”, tra l’altro, è il solo a dichiarare di aver ricevuto “di prima mano” le parole confidenziali di Aiello. Ma altri ex mafiosi di Cosa nostra parlano di “faccia da mostro” dichiarando che “frequentava Fondo Pipitone” a Palermo (feudo della famiglia mafiosa dei Galatolo, ndr) e che era “a disposizione della mafia anche per compiere omicidi”.

“Il flop della festa dell’Unità? A non ascoltare più nessuno alla fine si rimane da soli” da. corrierediviterbo.corr.it

Pd, dibattiti stanchi e poca gente: la festa non c'è

La festa non c’è perché non c’è niente da festeggiare. Firmato Carlo D’Ubaldo, segretario della Fiom Cgil di Viterbo. Il sindacalista entra a gamba tesa nella querelle, sollevata dal Corriere, sulle scarse presenze alla festa dell’Unità appena conclusa a piazza del Gesù.

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire – dice D’Ubaldo -. Non si vogliono sentire i precari della scuola, quelli esclusi dal piano di assunzioni dopo anni di insegnamento. Non si vogliono ascoltare i lavoratori a cui non vengono rinnovati i contratti oppure vengono licenziati e riassunti con il contratto a tutele crescenti senza la tutela dell’articolo 18. Non si ascoltano i pensionati a cui il taglio del welfare e dei servizi nella sanità provocherà ulteriori difficoltà e disagi. Non si ascoltano i giovani ed i precari a cui il Jobs Act regala ulteriore precarietà. Non si ascoltano le migliaia di lavoratori che non avranno più le tutele degli ammortizzatori sociali come li abbiamo conosciuti. Non si ascoltano i cittadini che chiedono un maggior impegno contro la corruzione, il clientelismo e l’evasione fiscale”.

Il Pd, insomma, a detta di D’Ubaldo, non ascolta più nessuno, “succube di un premier che, senza essere stato eletto da nessuno, vuole governare senza opposizione, senza critiche, denigrando la rappresentanza sociale e del mondo del lavoro, distruggendo le radici storiche della sinistra e preferendo allearsi con Verdini, il peggio del peggio della destra Italiana. Se un partito e un governo non vogliono ascoltare le ragioni dei cittadini, non gradiscono le opposizioni, interne ed esterne, possono pretendere di essere ascoltati? Forse sono queste le ragioni dei ‘dibattiti stanchi e con poca gente’ – continua il sindacalista della Fiom -. Il premier si gongola nei suoi proclami che sistematicamente vengono demoliti dai dati sulla disoccupazione e dalle tante miserie e tragedie che il nostro paese sta vivendo negli ultimi anni”. D’Ubaldo confessa un certo rimpianto per le vecchie feste dell’Unità, “perché quello era il luogo della militanza e della partecipazione, della discussione e dell’ascolto con il territorio, con gli iscritti e i militanti del partito. Era un luogo dove tutti i cittadini si sentivano ben accolti e dove i dirigenti esercitavano la rappresentanza nei confronti della propria base. Era un luogo dove la società poteva trovare un interlocutore, magari litigando, ma dove uno si poteva essere ascoltati. Ma soprattutto era un luogo, così come le sezioni sparse nel territorio, dove il Partito (che non era né leggero né elettorale) prima ascoltava, e poi elaborava la linea politica e di governo delle amministrazioni in cui governava”.

Oggi, secondo il segretario della Fiom, non è più così: “Oggi non si ascolta più. Oggi si proclama e si pretende ubbidienza. Un modesto consiglio agli amministratori e militanti del Pd: se volete essere ascoltati prestate ascolto a quello che la società civile, il mondo del lavoro e dell’associazionismo, gli insegnanti e gli studenti, i sindacati, i lavoratori e i precari, i giovani e i pensionati (in definitiva una larghissima parte del paese ) vi racconta, altrimenti rimarrete sempre più soli e isolati. Ritroviamoci nelle piazze, ascoltiamo di più i cittadini, torniamo nel territorio e nei posti di lavoro, misuriamoci con le associazioni ed i comitati di cittadini, affrontiamo le difficoltà e le criticità senza eluderle o nasconderle, costruiamo una alternativa politica che riprenda le radici e i valori fondanti della sinistra: democrazia e partecipazione. Non serve una location – conclude D’Ubaldo – ma una pratica e una politica diversa”.

La storia va avanti da sola? L’elezione di tante sindache non è stato frutto del femminismo. Speriamo bene, anche se sarebbe strano che fossero le donne a confermare il ruolo unico da: ndnoidonne

 

Giancarla Codrignani

Virginia Raggi

Il mondo è ben strano. Non solo per i cambiamenti climatici. Avete visto come è andato il referendum per la Brexit? secondo voi l’informazione aveva dato effettiva consapevolezza? I media infatti – ne sa qualcosa Renzi – sono diventati micidiali (in)formatori e la gente più vulnerabile – nelle periferie e in quella “classe” ex-operaia diventata indifferenziato ceto medio – ignora le ragioni di ciò che può giovare o danneggiare la polis o le conseguenze della crisi del 2008 che continuiamo a pagare.
Forse d’estate conta di più Vasco Rossi che torna a parlare della Resistenza (ma è vero che, se canta “fammi vedere”, le ragazze sotto il palco si spogliano?), mentre i nuovi miti restano senza contenuto e i “social” diffondono antipolitica.
Intanto le notizie sui femminicidi fluttuano tra l’enfasi periodica dei giornali (non si può sempre parlare dello stesso tema) e le proteste delle donne, associate o no. Ma gli argomenti che segnalano un protagonismo non velleitario ma un diritto ad una società migliore (anche per gli uomini) non fanno più politica. Non è bastato che la Presidente Laura Boldrini abbia appeso alla finestra di Montecitorio il drappo rosso a denunciare gli assassini di genere; non è bastato che la segretaria della Cisl Annamaria Furlan abbia deprecato che “tante sono costrette ad abbandonare la propria carriera nel momento in cui scelgono di essere mamme”; non è bastato che Chiara Saraceno abbia ricordato che “l’Italia è al 111° posto su 145 nel Rapporto globale sulla disparità di genere sull’accesso al lavoro remunerato”. Non basta nemmeno che ci sia stata e ci sia attivazione per contrastare la disapplicazione della legge 194 a causa degli obiettori di coscienza e che siamo sempre all’erta perché il sistema, le crisi, le guerre non facciano arretrare le conquiste o che avanziamo nuovi diritti.

Chiara Appendino

Tuttavia non possiamo – proprio in quanto donne – trascurare il messaggio (che ormai è “storia”) uscito dalle amministrative di giugno e che ci intrigherà non solo un’estate. Vedremo se hanno vinto le donne, come hanno sperato alcune votanti, o soltanto alcune donne, ormai sindache per la prima volta in grandi città. Non è stato certo frutto del femminismo, ma della generale voglia di cambiamento. Speriamo che – le nuove amministratrici sono anche “giovani” e “madri” – gli apparati non le inducano ad amministrare il bene pubblico con il neutro di sempre. D’altra parte, il fronte delle donne, al vertice o alla base, è rimasto vulnerabile per non aver mai approfondito il femminile del diritto, delle leggi, della politica. Tempo fa un docente della Cattolica, Alessandro Rosina – un uomo fuori dal coro – avvertiva l’opinione pubblica che “servirebbe una spinta più forte, non perché pretesa dalle donne, ma perché auspicata dal genere maschile”. Sarebbe ben strano che si rovesciasse il gioco e fossero le donne a confermare il ruolo unico. Si vedrà. Molto dipenderò dalla “pancia” delle donne che, anche lei, conosce la rabbia, ma è, politicamente, “di genere” perché è diversa e serve anche per pensare per nove mesi ad un figlio.
Tuttavia, è stata ormai registrata, perfino con qualche soddisfazione, la sconfitta della sinistra. Chi si è domandato dove fosse finita anche nei piccoli centri “rossi” che hanno votato liste civiche e la Lega di Salvini, deve aver finalmente capito che i valori del passato si oscurano se non vengono accompagnati nell’evolversi delle società. Ovviamente il Pd ha le sue responsabilità perché gli apparati da tempo si occupano delle percentuali di voto e non dell’abbandono sia della pratica del voto (che è così in tutti i paesi occidentali), sia della costruzione della cultura di partito nelle aree diventate populiste (non dimentichiamo che a Roma il maggior sostegno al candidato Giachetti è venuto dal centro e dai Parioli). La prova più forte è stata Torino, dove oggi è sindaca una donna competente, che da ragazza stava a sinistra, e non Fassino, un politico degno della massima stima (niente a che vedere con i limiti e la corruzione di Roma) ma inesorabilmente “vecchio”: i buoni amministratori possono subire umiliazioni immeritate se il loro partito non sa rinnovarli.
Comunque non si illuderà a lungo Beppe Grillo: o a Torino nasce la linea e M5S diventa un luogo veramente politico o scivolerà anche lui, forse di colpo, nell’indifferenziato. Roma sta già facendo i conti come tutti con il deficit miliardario, l’immigrazione e, in più, con il Vaticano di Papa Francesco. Milano fa ancora riflettere perché anche Pisapia aveva preso le distanze dalla sinistra dura e pura. Non ha invece prodotto sufficiente impressione Mastella sindaco (di destra) a Benevento: lui, il Verdini del centro-sinistra che, con l’1% dei voti Udeur, si schierò con Prodi e pretese di conservare il Ministero della Giustizia conferitogli da Berlusconi. Solo Bologna è stata l’eccezione? Merola è rimasto sindaco della città medaglia d’oro della Resistenza perché aveva contro la rappresentante della Lega di Salvini (che ha raccolto il 45%, tutto di periferia). Per fortuna si è trattato di amministrative e la gente verificherà: come dice Pizzarotti, sindaco grillino di Parma, sono incominciate le difficoltà.
Per chiudere posso invitare a considerare – nonostante le vacanze che NOIDONNE si augura buone per tutte (e anche per la rivista) – il dinamismo della storia di cui siamo tutte responsabili? Fascismo e nazismo sono nati come “movimenti” antipolitici e vennero “democraticamente” eletti dal popolo. Nel 1287 Bologna, dopo una sconfitta che aveva impoverito i nobili, riscattò, ricorrendo al denaro pubblico per risarcirli, 5.855 servi della gleba. Il bene della città non è mai stato ideologico. E nemmeno emotivo o carico di odio e vendette.

Storie di tratta, percorsi di resistenze Il report della cooperativa sociale Be Free informa sulla complessità della tratta delle migranti, sulle condizioni nei Cie e delinea gli interventi possibili da: ndnoidonne

 

Silvia Vaccaro

“Inter/rotte. Storie di Tratta, percorsi di Resistenze”, Be Free

“Un report per fare politica”, così Oria Gargano, Presidente della cooperativa sociale Be Free, ha definito “Inter/rotte. Storie di Tratta, percorsi di Resistenze” (Casa Internazionale delle donne di Roma, maggio 2016), il rapporto sulla tratta delle donne migranti, realizzato con il sostegno di Open Society, e diviso in due parti, la prima che illustra l’evolversi della situazione e la seconda centrata su alcune considerazioni relative alle politiche migratorie europee che vengono dall’esperienza maturata dalle operatrici della cooperativa all’interno del CIE (Centro di identificazione ed espulsione, ndr) di Ponte Galeria.
“Dietro i muri che l’Europa vuole erigere ci sono migliaia di donne, i cui diritti umani sono stati già violati nei paesi di origine. Queste persone vedendosi respinte sono di fatti condannate a morte”. La situazione dei migranti, come non mancano di ricordare le cronache nazionali, è drammatica. Delle 19.932 persone sbarcate in Italia nei primi quattro mesi dell’anno con un aumento rispetto al 2015 (oltre 6.000 persone in più), la maggior parte proviene dalla Nigeria. A molte di queste persone è negato il diritto d’asilo (la percentuale dei respinti dalle commissioni è del 62%) e di alcuni e alcune di loro non si sa più nulla. Spesso si perdono nei meandri del traffico degli esseri umani che diventa sempre più competente. La nazionalità nigeriana è quella che emerge maggiormente anche quando si tratta di donne migranti, anche se non mancano le storie di donne arabe e un capitolo del rapporto è dedicato alle cinesi, curato da Federica Festagallo – sinologa e mediatrice culturale. Di alcune questioni particolarmente rilevanti sollevate nel report ne abbiamo parlato con Francesca De Masi, dal 2008 la referente del gruppo di Be Free che lavora a Ponte Galeria. e con l’avvocata Carla Quinto, che ha spiegato come il fenomeno della tratta stia assumendo caratteristiche e contorni nuovi. “Negli ultimi anni è cambiato il ruolo della Nigeria, che precedentemente aveva un ruolo chiave nell’organizzazione criminale e che si occupava di in tutte le fasi della tratta: reclutamento nel paese di origine, trasferimento nei paesi di transito e sfruttamento nel paese di destinazione. Parlando con le ragazze sono venuti fuori nuovi elementi. Adesso abbiamo potuto capire come l’organizzazione criminale si è adattata per aggirare la situazione politico-sociale che sta vivendo la Libia, diventata un perno indipendente nella fase del trasferimento delle ragazze. Si realizza quindi al confine con il Niger uno scambio tra l’organizzazione criminale e le bande armate di miliziani che comprano le ragazze. L’organizzazione criminale comincia a lucrare dopo averle già sfruttate sessualmente, mentre i miliziani le portano nei ghetti, luoghi che nelle precedenti testimonianze non comparivano. Il ghetto ha invece un ruolo chiave nel traffico delle nigeriane, perché sono luoghi chiusi e controllati, dove le donne aspettano e vengono re-intercettate dall’organizzazione nigeriana che le ha perse al confine con la Libia e le riacquista con una chiamata che la Madame fa direttamente dall’Italia. L’organizzazione nigeriana, non potendo controllare tutte le fasi del viaggio, ha studiato il meccanismo di cessione di donne, spostandone grandi numeri e questo spiega gli arrivi di massa in Italia. Ne spostano tante rispetto a prima perché anni fa non c’era dispersione: chi partiva arrivava; adesso invece sanno che ci sarà una dispersione data la situazione incontrollabile del paese nord-africano. In Libia ci sono diversi gruppi che gestiscono ognuno il proprio ghetto, facendo prostituire le ragazze all’interno aspettando che la Madame ordini per telefono dall’Italia un certo numero di ragazze. La Libia controlla le coste e le partenze e i miliziani riescono a lucrare due volte: prima attraverso la prostituzione nei ghetti e poi rivendendo le donne. Abbiamo anche rilevato delle intromissioni dell’ISIS. Ci sono delle cellule terroristiche che agiscono in raccordo con le organizzazioni che controllano le coste. Tutti lucrano sulla pelle delle donne e per loro è difficile ricostruire il loro viaggio e questo depotenzia la tutela perché non hanno elementi a sufficienza per dimostrare lo sfruttamento”. Chiediamo a Francesca De Masi, rispetto alla tutela delle vittime di traffico, se ci sono buchi normativi o se il problema è la mancanza di applicazione della legge. “C’è un doppio problema. Sicuramente la situazione è cambiata rispetto al 1998 quando è stato introdotto l’articolo 18. E poi anche quando le leggi esistono non vengono applicate e questo è da attribuire ad un clima di criminalizzazione a cui viene sottoposto il migrante, in particolare la donna sopravvissuta a tratta degli esseri umani è quella che rimane più sommersa, che non avrà la possibilità di far emergere la propria storia. Quindi anche se le leggi non vengono applicate o vengono applicate con discrezionalità da tutti gli operatori che vengono a essere coinvolti nell’approccio con queste donne, polizia, magistratura, operatori socio-sanitari e commissioni territoriali”. Intanto molte donne vittime di tratta finiscono nei CIE nonostante siano tante ormai le storie che hanno dimostrato la disumanità di questi centri. I Cie sono strutturalmente dei luoghi lesivi dei diritti delle persone. Quello che fa più paura è l’arbitrarietà che esiste all’interno di questi luoghi. I migranti devono avere la fortuna di incontrare un operatore preparato o un’associazione anti-tratta, cosa che non è assolutamente scontata. Il fatto che vengano o non vengano violate le leggi sta al buon senso delle singole persone che ci lavorano. Nel 2009 abbiamo anche avuto casi di donne che avevano subito violenza nei Cie. La discrezionalità fa sì che non ci sia nessun margine di miglioramento. Vanno chiusi e basta”. Quali possono essere le alternative, gli strumenti per fare in modo che le donne possano entrare in un programma di uscita dalla tratta? “Si dovrebbero creare dei contesti che le mettano a loro agio, rispetto alla possibilità di denunciare o meno. L’articolo 18 non è un articolo premiale ma di tutela dei diritti umani, il che significa che ci sarebbe la possibilità che queste donne non denuncino affatto ma che vengano prese in carico da enti anti-tratta che si farebbero garanti della loro storia di sfruttamento. Questo binario è chiamato binario sociale ma sono sempre meno le questure che lo applicano. Le donne non denunciano a causa di deterrenti forti, come il rito giù-giù che le vincola alla persona che le sta “aiutando” ad arrivare in Italia. Si tratta di una cerimonia in cui vengono prelevati degli elementi fisiologici delle donne e lo stregone le fa giurare che mai tradiranno la persona che le sta portando in Italia, pena la morte e la follia. Inoltre le reclutatrici conoscono le case e le famiglie di queste ragazze. In Nigeria il reclutamento avviene alla luce del sole, attraverso persone che hanno una certa autorevolezza all’interno della comunità”.

È mai successo che una Madame venisse arrestata? “Per le autorità italiane è molto più facile configurare il reato di sfruttamento, perché si consuma sul territorio nazionale, rispetto alla configurazione di quello di tratta, che è un reato transnazionale e ha bisogno di dimostrare gli elementi di connessione tra i diversi paesi. È difficile perché manca la volontà e le risorse, perché sono difficili le collaborazioni e i contatti con la polizia in Nigeria e in Libia. Per quanto riguarda gli sfruttatori è difficile trovarli, perché le denunce delle ragazze nigeriane sono sempre molto scarne circa i dettagli che servono alle autorità giudiziarie. Spesso le donne non conoscono i nomi veri delle sfruttatrici, l’indirizzo delle case in cui vivono e quindi si aprono procedimenti nei confronti di ignoti che non vengono trovati, sia perché c’è una mancanza di attenzione rispetto al fenomeno, sia perché spesso non si hanno sufficienti elementi. Ecco perché è importante applicare l’articolo 18 senza legarlo alla denuncia. Ma nel momento in cui il perseguimento della clandestinità e dell’irregolarità della tutela dei diritti umani è più importante, si assiste ad una massificazione, per cui quello che accomuna tutte le persone trattenute dentro al Cie è semplicemente che non hanno i documenti. Perché non ce li hanno, non è un problema delle autorità”.

Fonte: agenzia direAutore: redazione Migranti, il fenomeno dei minori non accompagnati spiegato da un magistrato

 

“Se entrambi i genitori sono morti o per altre cause non possono esercitare la potesta’ si apre la tutela”. E’ l’articolo 343 del nostro codice civile, non c’e’ bisogno di altro se non di queste due righe per tutelare un minore rimasto solo. A Palermo questo articolo di legge sbatte ogni giorno con una marea di bambini e ragazzi che sbarcano sulle coste della Sicilia ‘non accompagnati’, 7000 in meno di un anno.

Solo un minore su dieci – racconta l’Unicef- ha la fortuna di avere con se’ un genitore quando tocca terra. Sbarcano soli, orfani perche’ padre e madre sono morti nella traversata, o gia’ li avevano persi prima in guerra, o sono stati messi in mano agli scafisti nel tentativo estremo di salvare almeno loro. Ecco, quando i minori soli riescono ad arrivare, li dovrebbe accogliere anche l’articolo 343 facendo attivare immediatamente le procedure della tutela. E al tribunale di Palermo quella norma un magistrato ce l’ha molto a cuore e la fa valere tutti i giorni. Si chiama Fabio Pilato, fa il giudice tutelare. Invitato a Patti (Messina) all’Indiegeno Fest che, alla sua terza edizione, fa musica sostenendo Emergency per la cura dei migranti sulle coste siciliane, Pilato da’ numeri “abbastanza
preoccupanti.

Soltanto nel 2016, nel circondario di Palermo- dice – abbiamo aperto 800 tutele, 800 procedimenti per altrettanti minori non accompagnati il che significa avere il dovere di garantire a ciascuno di questi ragazzi un futuro, un inserimento, un’integrazione nel territorio”.
I numeri sono enormi ma le soluzioni dovrebbero essere chiare e condivise. Come spiega il magistrato pero’, “occorre una premessa culturale, ragionando in un’ottica giusnaturalistica di richiamo ai valori sostanziali come quello della dignita’ umana”. L’ottica “dei diritti umani e dell’effettivita’ della tutela. Non abbiamo bisogno di alcuna riforma”, sottolinea Pilato, basta rimboccarsi le maniche, “partire a livello territoriale”. Duro lavoro sul territorio quindi, ispirato ai valori del giusnaturalismo, le cui norme non scritte regolano condotte universalmente valide preesistenti ad ogni legge positiva: su questi presupposti “l’ufficio del giudice tutelare insieme al
comune di Palermo e ad altri soggetti istituzionali – racconta il magistrato siciliano- sta cercando di creare un metodo di lavoro specifico attraverso la sottoscrizione di un protocollo di intesa per garantire a ciascun minore un progetto di accompagnamento alla vita”.

L’iniziativa partira’ a settembre. Si basa su tre pietre miliari: primo, “a ciascun minore, che cessa di essere quota per essere restituito alla dignita’ del vivere viene accompagnato un progetto”, spiega Pilato. Poi serve un “elenco di tutori, ovviamente a titolo gratuito”, che non si trovano e “io- lamenta il giudice- sono costretto ad affidarli alla tutela dell’assessore, che vuol dire negare la tutela”. Infine verra’ istituito “un tavolo di coordinamento, una rete sinergica fra istituzioni, associazioni, questura, prefettura, ufficio
scolastico regionale”. Un progetto ambizioso, che non ha bisogno di altro se non della sensibilita’ sui diritti umani e di quelle poche righe dell’articolo 343.

Fonte: greenreportAutore: redazione Brasile, gli indigeni Munduruku vincono la battaglia contro la centrale idroelettrica nel cuore dell’Amazzonia

Proprio quando gli occhi del mondo sono incollati sul Brasile per l’inizio delle Olimpiadi, l’Istituto brasiliano delle risorse naturali rinnovabili e ambientali (Ibama) annuncia l’annullamento della licenza di costruzione del mega-progetto di São Luiz do Tapajós, una gigantesca diga idroelettrica che avrebbe stravolto il cuore dell’Amazzonia brasiliana: con un bacino di 729 chilometri quadri (circa l’estensione di New York), la diga – la prima delle 43 previste sul fiume Tapajós – avrebbe sommerso 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri, e distruggendo la vita degli indigeni Munduruku, che abitano la valle del Tapajós da generazioni.«Noi, gli indigeni Munduruku – ha commentato Arnaldo Kaba Munduruku, rappresentante generale del suo popolo – siamo molto felici nell’apprendere questa notizia. Questo risultato è molto importante per noi. Ora continueremo a combattere contro le altre dighe che minacciano il nostro fiume».

Come tornano infatti a sottolineare da Greenpeace – associazione che è stata vicina agli indigeni sostenendone le battaglie – sono altri 42 i progetti idroelettrici previsti per il bacino del fiume Tapajós e centinaia previsti per l’ Amazzonia, come parte di un modello di sviluppo economico aggressivo che non riconosce l’importanza di preservare le foreste. Quella idroelettrica è un’importante fonte d’energia rinnovabile, ma le dighe finora costruire in Amazzonia hanno avuto impatti significativamente negativi sulle comunità indigene, l’ambiente e sono state implicate in scandali di corruzione. Per questo negli ultimi mesi, più di un milione e duecentomila persone in tutto il mondo hanno voluto sostenere la lotta degli indigeni Munduruku per dire no alla diga di São Luiz do Tapajós, chiedendo a multinazionali come Siemens di prendere le distanze dal progetto e di seguire l’esempio di Enel che ha confermato a Greenpeace di voler abbandonare questo pericoloso progetto.

«Questa è una grande vittoria per gli indigeni Munduruku e per tutti coloro che hanno a cuore il futuro della Foresta Amazzonica e dei suoi abitanti – è il commento di Martina Borghi, Campagna foreste di Greenpeace Italia – Chiediamo al governo brasiliano di completare immediatamente la demarcazione ufficiale del territorio dei Munduruku e di scegliere un modello di sviluppo basato sull’efficienza energetica e l’impiego di energia veramente sostenibile, come quella solare ed eolica. Chiediamo inoltre a Siemens e tutte le altre aziende che avevano mostrato interesse a partecipare al mega-progetto di São Luiz do Tapajós di impegnarsi in favore della protezione dell’Amazzonia e di promuovere progetti lungimiranti, capaci di portare benefici all’ambiente e ai Paesi che li accolgono, invece di minacciarli».