Crocetta a Roma: audizione in commissione Antimafia Risponde su rifiuti, incendi, massoneria e Confindustria da: meridionews.it

Politica – È attualmente in corso il confronto tra il presidente della Regione e l’organo parlamentare guidato da Rosi Bindi. Tanti i temi delicati affrontati, dopo una relazione in cui il governatore ha parlato di quanto fatto durante questi tre anni e mezzo di governi, «nonostante le intimidazioni». In aggiornamento

Dall’emergenza rifiuti all’incendio all’acquedotto di Messina – «In Sicilia, anche l’acqua va a fuoco» -, dai roghi di metà giugno all’impianto di biostabilizzazione di Trapani. Sono soltanto alcuni dei temi affrontati da Rosario Crocetta, durante l’audizione in Commissione nazionale Antimafia che si sta svolgendo in questi minuti a Roma.

Il primo inquilino di Palazzo d’Orleans ha presentato all’organismo parlamentare una lunga relazione sulla «questione Sicilia». Una dettagliata versione dei fatti, nel corso della quale, soltanto per ultimi ha affrontato i temi dei rifiuti e della gestione dell’acqua pubblica. Crocetta ha puntato l’accento sulla bontà delle politiche portate avanti dalla propria giunta, sostenendo che «delle intimidazioni alla mia persona me ne infischio, mi preoccupo di più di quello che è successo ai miei collaboratori». Il riferimento, in questo caso, è andata all’ormai ex assessora Nelli Scilabra, «che ha ricevuto lettere e minacce per la sua azione risanatrice della Formazione professionale».

Secondo Crocetta, l’emergenza rifiuti sarebbe da considerarsi «risolta», mentre ha denunciato «strane pressioni nel mandare rifiuti fuori dalla Sicilia». A tal proposito, dopo le polemiche degli scorsi giorni con l’opposizione del Movimento 5 stelle piemontese ad accogliere l’immondizia siciliana, il presidente della Regione si è tirato fuori dal gruppo di coloro che vedono nell’invio in altre regioni la soluzione del problema rifiuti. «Qualcuno lo dice per cretineria, qualcun altro per interesse personale», ha commentato.

Conclusa la propria relazione, Crocetta ha iniziato a rispondere alle domande dei componenti della commissione Antimafia, a cominciare dalla presidente Rosi Bindi, che ha toccato alcuni dei tasti dolenti di questa esperienza di governo. Bindi ha chiesto chiarezza su quello che ha definito il «caso Catanzaro», a seguito del quale l’ex assessore Marino ha rassegnato dimissioni.

Confindustria
«È vero che il socio di maggioranza della giunta è Confindustria Sicilia?», ha chiesto Bindi. A riguardo, Crocetta ha risposto: «Leggo in qualche intervento delle questioni politiche che a me non interessano. Mi trovo improvvisamente ad apparire come colui che avrebbe preso questi contatti con Confindustria e avrebbe garantito chissà quale sistema di protezione – ha replicato -. Mi si dica un solo affare che personalmente ho fatto con Confindustria. È chiaro che per esserci un intreccio ci deve essere un interesse, non mi si dica il contrario». Soffermandosi sulle nomine di persone vicine agli industriali siciliani. «Linda Vancheri è stata decisa in un accordo in campagna elettorale», ha detto il governatore. Per poi specificare: «Nella mia giunta ho messo Mariella Lo Bello, una rappresentante del sindacato, e Linda Vancheri, in rappresentanza di Confindustria».

Marino, Montante e Lo Bello
Crocetta ha poi accennato alla vicenda legate alla fine dell’esperienza da assessore del magistrato Nicolò Marino. «Non si è dimesso, ma è stato revocato da me – ha specificato -. La sacralità delle parole di Marino da cosa dipende? Lui parlava da assessore, non da magistrato. Non lo consideravo un buon assessore». A riguardo, il vicepresidente della commissione Claudio Fava ha chiesto cosa pensasse dell’incontro avvenuto tra lo stesso Marino e i vertici di Confindustria in Sicilia, Antonello Montante e Ivan Lo Bello. «Dei suoi incontri privati, deve rispondere lui, non io – ha replicato Crocetta – Se Catanzaro (Giuseppe, vicepresidente, ndr) ha preteso di incontrare Marino, non è responsabilità mia. Non abbiamo lezioni di antimafia da imparare da nessuno. Trovo allucinante – ha attaccato Crocetta – che ci siano questioni di natura politica e persino delusioni elettorali alla base delle domande poste dai componenti della commissione». Dopo questa risposta, Fava è uscito dall’Aula accusando Crocetta di non aver risposto alla sua domanda.

Monterosso e massoneria
«A me non risulta alcun rapporto con la massoneria», ha risposto il presidente della Regione a chi gli chiedeva dei presunti legami tra la segretaria generale Patrizia Monterosso e una loggia di Castelvetrano. «C’è dichiarazione di pentito (l’architetto Giuseppe Tuzzolino, in realtà dichiarante sottoposto a regime di protezione, ndr) che non è stato dichiarato attendibile dalla magistratura. La lotta alla mafia come la sta facendo questo governo, non l’ha mai fatta nessuno in Sicilia. Se Monterosso dovesse essere colpita da avviso di garanzia o da rinvio a giudizio, state tranquilli che, prima di prendere io provvedimenti, li prenderà lei stessa».

Bologna e il 2 agosto: le storie delle 85 vittime della strage in stazione da: larepubblica.it

Bologna e il 2 agosto: le storie delle 85 vittime della strage in stazione

Per il 36esimo anniversario dell’attentato, avvenuto nell’estate del 1980, sono state realizzate ottomila cartoline con le storie di chi è morto quel giorno
di CATERINA GIUSBERTI

BOLOGNA – Ottomila cartoline per 85 storie: le vittime della strage della stazione di Bologna, 36 anni fa, il 2 agosto 1980. Nomi che sono persone, amori, vincite al lotto, coincidenze, ritardi. La storica Cinzia Venturoli le ha riunite con l’aiuto di diari, certificati anagrafici, giornali d’epoca, traendone tante piccole biografie che saranno distribuite al corteo. L’iniziativa è promossa dalla Regione e dall’associazione familiari delle vittime della strage .L’idea, spiega la presidente dell’assemblea Simonetta Saliera, è nata da un’esperienza nelle scuole: “I ragazzi chiedono chi erano quelle persone, perché erano lì”. Spesso per una crudele casualità, come ha scritto la poetessa Wislawa Szymborska: “E’ accaduto prima. Dopo. Più vicino. Più lontano. E’ accaduto non a te. Ti sei salvato perché eri il primo. Ti sei salvato perché eri l’ultimo”. Ecco quelle storie.

L’INTERVISTA “Noi, segnati come i ragazzi del Bataclan” di I.VENTURI

TEDESCHI IN VACANZA
Eckhardt Mader aveva 14 anni, viveva ad Haselhorf in Westfalia, era venuto in Italia coi suoi per andare a Lido di Pomposa. Aspettavano il treno per tornare in Germania. Alle 10.25 Eckhardt e i suoi due fratelli erano entrati in sala d’attesa, mentre il padre usciva: aveva deciso di visitare Bologna. Lo scoppio uccise Eckhardt, il fratello Kai, la mamma Margret. Rimasero feriti l’altro fratello e il padre, che scavando tra le macerie ritrovò i resti dei suoi cari.

L’INCIDENTE
Luca Mauri, 6 anni, viveva con mamma Anna Maria e babbo Carlo vicino a Como. Venerdì 1 erano partiti per Marina di Mandria, ma a Casalecchio ebbero un incidente. Ne uscirono illesi, ma l’auto si guastò: la lasciarono da un meccanico e decisero di ripartire in treno per Brindisi. Morirono tutti.

LINA E IL LOTTO
Lina Ferretti aveva 53 anni e viveva a Livorno col marito Rolando. Casalinga, amava leggere. Sua suocera aveva vinto al lotto e aveva regalato a lei e al marito uno dei pochi viaggi della loro vita. Sarebbero dovuti partire per Brunico il giorno dopo, ma l’albergatore li chiamò: s’era liberata la camera. Anticiparono il viaggio. Lina fu riconosciuta, con fatica, da suo cognato Loriano il giorno dopo. Il marito, gravemente ferito, si salvò.

MARIA CHE SPARI’
Maria Fresu, 24 anni, di origini sarde, abitava in provincia di Firenze. Era in stazione con la figlia Angela e due amiche, stavano andando in vacanza al Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Maria, Angela e Viviana Bivona, una delle amiche, morirono. L’altra rimase ferita. Del corpo di Maria non s’ebbe traccia fino al 29 dicembre, quando gli ultimi esami sui resti confermarono il suo ritrovamento.

VELIA E IL FUNERALE
Velia Carli, 50 anni, aveva un piccolo negozio di maglieria in provincia di Napoli. Col marito Salvatore era partita l’1 per Scorzè, in Veneto, per il funerale del consuocero. A Bologna persero la coincidenza. La bomba scoppiò mentre aspettavano il treno dopo: li uccise entrambi, lasciando orfani sette figli.

VIVIANA IN DOLCE ATTESA
Viviana Bugamelli, 23 anni, lavorava in un’azienda agricola. Sposata da pochi mesi con Paolo, aspettava un bimbo. Vivevano a San Lazzaro coi genitori. Erano in stazione ad acquistare i biglietti per treno e traghetto per la Sardegna, a settembre. Lo scoppio li uccise entrambi.

I FIDANZATI INGLESI
Catherine Helen Mitchell, 23 anni, si era laureata all’Arts Court di Birmingham. Col fidanzato John viaggiava per l’Europa. Zaino in spalla, blu il suo, arancione John, sacco a pelo, arnesi da campeggio, abiti, una fotocamera. Morti entrambi.

LO STUDENTE GIAPPONESE
Iwao Sekiguchi, 20 anni, dai sobborghi di Tokyo, studiava letteratura giapponese. Ottenuta una borsa di studio dal Centro Culturale Italiano a Tokyo, il 23 luglio era arrivato a Roma e dopo una settimana era partito per Firenze. Il 2 agosto salì a Bologna. Ma siccome, come annota nel diario, «Teresa non c’era», volle proseguire per Venezia. Aveva comprato un cestino da 5mila lire: carne, uova, patate, pane e vino. Mentre aspettava il treno mangiava e scriveva.

PIER SCESO A TELEFONARE
Pier Francesco Laurenti, 44 anni, dalla provincia di Parma, aveva una sorella ed era laureato in legge. Viveva a Parma, ma lavorava a Padova. Tornava a casa da una vacanza in riviera. Durante una sosta del treno a Bologna, scese a fare una telefonata.

IL VECCHIO ANTONIO
Antonio Montanari, 86 anni, ex mezzadro, amava la briscola e i fumetti. La mattina del 2 era andato in autostazione a vedere gli orari delle corriere. Aspettava sotto il portico l’autobus per tornare a casa. L’esplosione lo buttò a terra, lo ferì. Un amico lo portò in ospedale, dove morì. La vittima più anziana della strage.
Il manifesto del Due agosto: “Vogliamo sapere chi finanziò la strage”

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LEO, IL MURATORE INNAMORATO
Leo Luca Marino, 24 anni, era nato in provincia di Palermo e aveva sette fratelli. Dal 1975 viveva a Ravenna, dove faceva il muratore. Lì conobbe la sua fidanzata 19enne, Antonella Ceci, che lavorava in uno zuccherificio. Erano in stazione ad accogliere le sorelle di Leo Luca, Angela e Domenica, arrivate apposta dalla Sicilia per conoscere la futura nuora. Dovevano tornare tutti assieme a Ravenna, ma il treno era in ritardo. Morirono tutti.

NILLA CHE STAVA PER SPOSARSI
Nilla Natali, 25 anni, era figlia unica e stava per dire sì: aveva già scelto i mobili per la nuova casa. Lavorava alla Cigar, una società che si occupava della ristorazione in stazione e che aveva i suoi uffici sopra alle sale d’aspetto. La bomba la colse in ufficio.

FIDANZATI IN ANTICIPO
Carla Gozzi, 36 anni, abitava coi genitori a Concordia, nel modenese ed era impiegata in un maglificio. Stava partendo per andare alle Tremiti col fidanzato, Umberto Lugli, di due anni più grande. Il fratello di Umberto lì accompagnò in stazione con largo anticipo. Morirono entrambi.

L’OROLOGIAIA SVIZZERA
Irène Breton, 61 anni era originaria di Boncourt in Svizzera e viveva a Delémont col marito. Faceva l’orologiaia. Nessuno sa perché fosse in stazione.

IL TAXISTA DI MARZABOTTO
Francesco Betti, 44 anni, taxista di Marzabotto. Viveva con la moglie e il figlio di 2 anni a San Lazzaro. Era in servizio e il suo taxi si trovava a trenta metri dalla bomba. Un masso lo colpì alla nuca, morì sul colpo.

LA FAMIGLIA BARESE
Vito Diomede Fresa, 62 anni, era di Bari, dove aveva moglie e due figli. Medico impegnato nella ricerca sul cancro e direttore dell’Istituto di patologia all’università, era partito in treno per evitare l’autostrada. Con lui viaggiavano la moglie Errica e il figlio Cesare, di 14 anni. Della famiglia restò solo la figlia rimasta a casa.

SONIA E LA BAMBOLA ROSSA
Sonia Burri, 7 anni, era partita da Bari con i genitori. Era in stazione con loro, i nonni, la sorella Patrizia Messineo (figlia di un altro papà), zia Silvana e le cugine. I soccorritori la trovarono viva ma in gravissime condizioni accanto alla sua bambola rossa. Morì in ospedale due giorni dopo. La bomba uccise anche la sorella Patrizia, di 18 anni, e la zia Silvana Serravalli.

MANUELA VERSO LA COLONIA
Manuela Gallon, 11 anni, bolognese, aveva appena finito le elementari. I genitori aspettavano con lei il treno per Dobbiaco, dove la ragazzina avrebbe passato due settimane in colonia. Il babbo si allontanò per comprare le sigarette e in quell’istante scoppiò la bomba. Manuela rimase gravemente ferita, fu ritrovata e portata in coma all’ospedale dove morì 5 giorni dopo. Mamma Natalia, anche lei ricoverata, morì proprio durante il funerale di Manuela. Solo il papà si salvò.

L’ALLIEVO DI ECO
Sergio Secci, 24 anni, era nato a Terni e si era laureato al Dams. La sua passione era il teatro. Di lui Umberto Eco scrisse che era uno studente modello e all’esame insistette per rifare la tesina. Partito da Forte dei Marmi, Sergio era diretto a Verona, dove l’aspettava un amico. Persa la coincidenza delle 8,18, aspettava il treno delle 10,50. Morì il 7 agosto in ospedale.
Bologna e il 2 agosto: le storie delle 85 vittime della strage in stazione

Un momento del corteo per ricordare la strage
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FRANCA E IL FORNITORE
Franca Dall’Olio, 20 anni, nata a Budrio, figlia unica, abitava a Bologna e da quattro mesi lavorava per la Cigar, che si occupava della ristorazione in stazione e aveva gli uffici sopra le sale d’aspetto. Poco prima dell’esplosione era al telefono con un fornitore: normalmente era lei a scendere per controllare la merce, quella mattina gli chiese di salire.

RITA PRESTO SPOSA
Rita Verde, 23 anni, aveva una sorella e un fratello, viveva a Bologna coi genitori, stava per sposarsi. Anche lei era impiegata alla Cigar.

L’IMPIEGATA PARIGINA
Brigitte Drouhard, 21 anni, era nata a Saules, in Francia, e risiedeva a Parigi. Impiegata, amava la poesia e la letteratura italiana. Aspettava un treno per Ravenna.

FUORI DAL TUNNEL
Roberto Gaiola, 25 anni, era di Vicenza e aveva una sorella. Iniziò a lavorare a 11 anni, in fabbrica. Dopo un periodo difficile, si stava disintossicando al Maggiore e faceva spesso avanti e indietro dal Veneto. Il 2 aspettava il treno per tornare a casa.

DA 20 ANNI MAI IN TRENO
Amorveno Marzagalli, 54 anni, viveva in provincia di Novara con moglie e figlio. Dirigente in una ditta di macchine da caffè, aveva accompagnato la famiglia a Lido degli Estensi, poi avrebbe raggiunto il fratello a Cremona per una gita sul Po, cui lui l’invitava da dieci anni. Quella volta Amorveno acconsentì: la madre era appena morta, in giugno. La mattina del 2 si fece portare alla stazione di Ravenna e di lì, dopo vent’anni che non saliva su un treno, partì per Bologna. Aspettava la coincidenza delle 11.05.

ROMEO IN ANTICIPO
Romeo Ruozi, 54 anni, era di Reggio Emilia, aveva vissuto a Trieste fino al 1975, poi s’era trasferito a Bologna. Sposato, aveva tre figli: due grandi e una di 14 anni. Era in stazione per accogliere la figlia maggiore che veniva a prendere la sorellina per le vacanze estive. Il treno doveva arrivare alle 11,58, ma Romeo era arrivato con largo anticipo, come d’abitudine. Il genero lo riconobbe dalla fede che portava al dito.

FRANCESCO DALLA FIGLIA
Francesco Antonio Lascala, 56 anni, sposato, tre figli. Appassionato di pesca, viveva a Reggio Calabria con la moglie e il figlio quindicenne. Ex centralinista alle Ferrovie, andava a Cremona dalla figlia. Ma il treno era arrivato a Bologna con tre ore di ritardo e aveva perso la coincidenza.

GLI SPOSI PER MANO
Rosina Barbaro, 58 anni, era di Bologna. Sposata, aveva una figlia. In agosto avrebbe festeggiato il 40esimo di nozze. Stava partendo col marito per la Riviera. La figlia voleva accompagnarli in auto, loro avevano deciso per il treno. Camminavano mano nella mano sul marciapiede del primo binario. Il marito rimase ferito, Rosina morì.

PIETRO IL PRESIDE
Pietro Galassi, 66 anni, era nato a San Marino, aveva una sorella e, laureato in matematica, aveva insegnato in una scuola di Viareggio, di cui era poi diventato preside. Era in pensione, e nessuno sa perché fosse in stazione.

LIDIA VERSO I MONTI
Lidia Olla, 67 anni, una figlia, abitava a Cagliari col marito. Partiti per raggiungere la sorella in Trentino, avevano un treno dopo due ore. Il signor Cardillo si levò la giacca e andò a controllare il tabellone. Lidia restò in sala d’aspetto. Lei morì, lui si salvò.

GAETANO NEO-ASSUNTO
Gaetano Roda, 31 anni, era nato a S.Bartolomeo: orfano di padre, viveva nel ferrarese con madre e fratello. Appena assunto dalle Fs, faceva un corso in stazione e in una pausa andò al bar. L’onda d’urto lo gettò contro il treno in sosta sul primo binario.

ROSSELLA AVEVA SETE
Rossella Marceddu, 19 anni, viveva nel vercellese coi genitori e la sorella. Studiava per fare l’assistente sociale. Tornava da una vacanza col padre e la sorella ai lidi ferraresi: voleva vedere il fidanzato. L’accompagnava un’amica, volevano viaggiare in moto, poi scelsero il treno, ritenuto più sicuro. Faceva caldo e Rossella andò a prendere da bere. L’amica rimasta sul binario si salvò.
Bologna e il 2 agosto: le storie delle 85 vittime della strage in stazione

L’orologio fermo in stazione, uno dei simboli della strage
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DAVIDE, IL MUSICISTA
Davide Caprioli, 20 anni, era di Verona, dove viveva coi genitori. Studiava economia e commercio, ma la sua passione era la musica: suonava la chitarra e cantava. Dopo una vacanza ad Ancona, dalla sorella, era ripartito perché la sera suonava con la band, i Dna group. Lo scoppio della bomba lo ferì gravemente, morì al Maggiore due ore dopo.

L’appello della sorella: “Cerco l’uomo che in quell’orrore mi accompagnò a riconoscere il corpo del mio Davide”

VITO IL CAMERIERE
Vito Ales, 20 anni, palermitano, aveva un diploma da operaio specializzato e cercava un impiego stabile. Era diretto a Cervia, dove avrebbe lavorato in una pensione come le estati precedenti.

LA VACANZA DI PAOLINO
Paolino Bianchi, 50 anni, faceva il muratore in una cooperativa agricola e viveva in provincia di Ferrara con la mamma malata. Tutti gli anni si concedeva una vacanza sul Garda da una cara amica. Prima di partire aveva comprato le provviste per la madre.

IL MILITARE
Roberto Procelli, 21 anni, era figlio unico e viveva a San Leo di Anghiari. Ragioniere, aveva seguito un corso da programmatore elettronico e lavorava in quel campo. Nel tempo libero, aiutava il babbo a coltivare tabacco. Il 13 maggio era partito per il servizio di leva a Bologna e stava tornando a casa. Lo identificarono dalla piastrina che aveva al collo.

IL MISTERO DI MARIA ANGELA
Maria Angela Marangon, 22 anni, contadina, era nata a Rosolina, in provincia di Rovigo e aveva due fratelli e una sorella. Nessuno sa perché fosse in stazione.

MAURO CHE LEGGEVA IL GIORNALE
Mauro Alganon, 22 anni, viveva con i genitori ad Asti. Commesso in libreria, era l’ultimo di tre figli. Amava la fotografia. Era partito con un amico per Venezia, ma persero la coincidenza. Lui rimase a custodire i bagagli leggendo un giornale e morì. L’amico che uscì si salvò.

IL TURISTA SPAGNOLO
Francisco Gomez Martinez, 23 anni, era spagnolo. Impiegato in una azienda tessile, viveva con una sorella e la mamma in provincia di Barcellona. Aveva cominciato a lavorare a 16 anni, era appassionato di arte. Durante l’anno risparmiava i soldi per viaggiare. In cima alla sua lista c’erano la Grecia e l’Italia. Era partito il 29 luglio, voleva visitare Bologna. Il 2 era appena sceso dal treno.

VINCENZINA E LA SVIZZERA
Vicenzina Sala, 50 anni era di Pavia, ma viveva a Bologna. Il 2 era in stazione col marito, i consuoceri e il nipotino di 6 anni ad aspettare sua figlia e il genero dalla Svizzera. Lo scoppio della bomba uccise Vincenzina, ferì il marito, la consuocera e molto gravemente il nipotino.

L’OTTICO PRIORE
Angelo Priore, 26 anni, di Bolzano, si era trasferito a Messina dove faceva l’ottico. Il 2 era in viaggio coi suoceri per raggiungere moglie e figlio di 14 mesi nel Cadore. Leggeva in sala d’aspetto, mentre i suoceri uscirono a fare due passi. Lo scoppio lo ferì al volto e alla testa. Morì l’11 novembre 1980 dopo mesi di ricoveri e interventi.

IL FIGLIO DEL SINDACO
Mirco Castellaro, 33 anni, di Pinerolo, aveva a lungo vissuto a Frossasco dove il padre era stato sindaco. Capoufficio presso la ditta Vortex Hydra di Fossalta, viveva a Ferrara. Sposato, aveva un figlio di 6 anni. Non si sa perché fosse in stazione.

IL PALLAVOLISTA E LA MAMMA
Roberto De Marchi, 21 anni, era orfano di padre. Viveva con mamma Elisabetta e i tre fratelli più grandi a Marano Vicentino. Era un promettente pallavolista della Volley Sottoriva. Partì il 2 agosto con la mamma per andare dai parenti in Puglia. Passeggiava sul primo binario quando il crollo della pensilina lo travolse. La mamma morì in sala d’attesa.

MARINA IN VACANZA
Marina Antonella Trolese, 16 anni, liceale della provincia di Padova, doveva partire con la sorella per un viaggio di studio. Con loro in stazione a Bologna c’erano mamma Anna Maria e il fratello dodicenne. Lo scoppio li colpì in pieno: la mamma morì sul colpo, i fratelli rimasero feriti, Marina riportò gravissime ustioni e mori il 22 agosto a Padova.

ELEONORA E LA SICILIA
Eleonora Geraci 46 anni era partita in auto da Casalgrande di Reggio Emilia con il figlio Vittorio, 24 anni. Erano in stazione ad accogliere la zia che arrivava dalla Sicilia. Morirono entrambi.

LOREDANA E IL MARITO IN AUTO
Loredana Molina, 44 anni, era di Bologna e col marito aveva accompagnato in stazione il figlio minore e Angelica Tarsi, la suocera, che partivano per le vacanze. Non c’era parcheggio: il marito aspettò in auto e Loredana scese con nonna e nipote a comprare i biglietti, erano diretti a Ostra, vicino ad Ancona. Loredana e la suocera morirono sul colpo, il figlio rimase gravemente ferito.

MIRELLA RICHIAMATA AL LAVORO
Mirella Fornasari, 36 anni, viveva a Casalecchio, era sposata e madre di un ragazzo di 14 anni.
Lavorava per la Cigar in stazione, ma era stata trasferita da poco nella sede di via Marconi. Quel sabato le chiesero di tornare nel vecchio ufficio e lei accettò felice di rivedere le ex colleghe. Il suo corpo fu ritrovato a notte fonda.

EURIDIA LA BARISTA
Euridia Bergianti, 49 anni, di Campogalliano, abitava a Bologna con uno dei suoi due figli ed era vedova. Lavorava da tre anni alla Cigar. Morì al bancone del Self Service.

LA CASALINGA BERTA
Berta Ebner, 50 anni, della provincia di Bolzano, aveva un fratello e viveva con la madre. Faceva la casalinga. Nessuno sa perché fosse in stazione.

ONOFRIO CHE AMAVA INGEBORG
Onofrio Zappalà, 27 anni, di Messina, aveva due sorelle. Finito il liceo, si era iscritto a Lettere, ma aveva lasciato al secondo anno per cercarsi un lavoro e si era innamorato di Ingeborg, una maestra danese di 22 anni conosciuta un’estate al mare. L’aveva raggiunta a Copenaghen dove pensava di stabilirsi, ma le Fs lo richiamarono in Italia: era stato assunto. Il 2 era in stazione coi colleghi. Loro uscirono, lui rimase sul primo binario.

PIO, IL TEDESCO
Pio Carmine Remollino, 31 anni, della provincia di Potenza. Orfano di madre, aveva vissuto con il babbo 75enne, la matrigna e otto fratelli. A 18 anni era partito per la Germania con quattro fratelli. Tornato in Italia per fare il militare, decise di restare e nel 1976 si trasferì a Ravenna: svolgeva lavori saltuari come muratore o cameriere. Uomo di poche parole, viaggiava da solo. Nessuno sa perché fosse in stazione.

I COINQUILINI
Antonino Di Paola, 32 anni, di Palermo, aveva due sorelle e un fratello, amava trasmettere alla radio e da 14 anni lavorava per la Stracuzzi, ditta specializzata in apparecchiature elettriche per la segnalazione ferroviaria. Nel gennaio 1980 era stato trasferito a Bologna dove aveva preso una stanza col collega Salvatore Seminara, catanese di 34 anni. Il 9 sarebbe tornato a casa per le ferie. Era in stazione con Salvatore per aspettare il fratello di quest’ultimo, ma il treno era in ritardo. Morirono entrambi.

VINCENZO E LA TUNISIA
Vincenzo Petteni, 34 anni, della provincia di Trento, viveva a Ferrara. Sposato, da un paio d’anni aveva cambiato lavoro, mettendosi in proprio. Con un amico era diretto a Palermo, da dove avrebbe raggiunto la Tunisia. Non c’era posto in aereo, così scelsero il treno. Morì al Sant’Orsola per un’infezione polmonare 14 giorni dopo.

NAZZARENO IN RITARDO
Nazzareno Basso, 33 anni, di Numana, aveva quattro figli e lavorava a Milazzo. Nel 1978, quand’era carabiniere ausiliario a Chioggia, incontrò la sua futura moglie. Il 2 stava andando a casa dei suoceri, nel veneziano, ma il treno era in ritardo. Telefonò per avvertire, poi entrò in sala d’aspetto.

IL TAXISTA FAUSTO
Fausto Venturi 38 anni, viveva con la madre e il fratello a Bologna, era donatore di sangue. Il 2 era in servizio in stazione.

ARGEO IL FERROVIERE
Argeo Bonora, 42 anni, era un ferroviere di Galliera. Sposato, aveva 5 figli. Dal 1970 si era trasferito in provincia di Bolzano. Il 2 era in ferie e ne aveva approfittato per andare dalla mamma, a Bologna. Aspettava il treno per tornare a casa.

MARIO ALL’ATC
Mario Sica, 44 anni, di Roma, era un avvocato specializzato in diritto del lavoro. Dopo aver lavorato alla Fiat, era stato assunto all’Atc di Bologna, dove si era trasferito con moglie e figli. Il 2 era in stazione per accogliere la madre che arrivava da Roma.

LA RAGIONIERA KATIA
Katia Bertasi, 34 anni, della provincia di Rovigo, viveva a Bologna col marito e due figli: una bimba di 11 anni ed uno di 15 mesi. Ragioniera, era in stazione perché lavorava alla Cigar, la società che si occupava della ristorazione e che aveva gli uffici sopra le sale d’aspetto.

LA VECCHIA MARIA IDRIA
Maria Idria Avati, 80 anni, abitava a Rossano Calabro. Avrebbe voluto partire per il Trentino la mattina per godersi il panorama, ma accettò di viaggiare di notte con la figlia. Il loro treno era in ritardo: arrivarono in stazione sulle dieci. Maria Idria si sedette in sala d’aspetto e la figlia andò alla toilette. Dopo l’esplosione trovò la mamma ancora in vita e l’aiutò a salire sull’ambulanza, ma non bastò a salvarla.

VINCENZO CHE AMAVA L’OPERA
Vincenzo Lanconelli, 51 anni, viveva a Bagnacavallo. Celibe, aveva due sorelle e un fratello. Era stato Ispettore del lavoro a Forlì, poi segretario dell’Ispettorato del Lavoro di Ravenna. Da pensionato, si era iscritto a legge per la seconda laurea. Il 2 andava a Verona per ascoltare l’opera all’Arena.

FLAVIA E L’AMICA SCONOSCIUTA
Flavia Casadei, 18 anni, riminese, doveva andare in quinta superiore. Partita da casa per raggiungere lo zio a Brescia, perse la coincidenza. Entrò in sala d’aspetto con una ragazza di Cento conosciuta in viaggio. Flavia mori, la ragazza di Cento si salvò.

GIUSEPPE CHE ACCELERO’
Giuseppe Patruno, 18 anni, era di Bari ed aveva dieci fratelli. Faceva l’elettricista. In vacanza col fratello a Rimini avevano conosciuto alcune ragazze straniere, che avevano appena accompagnato in stazione. Parcheggiata l’auto, i ragazzi si diressero al primo binario. Giuseppe accelerò il passo e morì. Il fratello, che si era fermato ad aspettare un amico, si salvò.

MAURO DA LONDRA
Mauro Di Vittorio, 24 anni, abitava a Torpignattara. Orfano di padre,
aveva due sorelle e un fratello. Era partito per Londra a cercare lavoro. Arrivato in Francia scrisse sul diario: «Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte». Durò poco. Alla frontiera fu fermato e rispedito indietro: non aveva soldi per mantenersi. La famiglia e gli amici lo credevano a Londra, solo il 10 agosto seppero che era in stazione

Noi Non Dimentichiamo La strage alla stazione di Bologna 2 Agosto 1980

Fonte: www.libertaegiustizia.itAutore: giovanni floris “Con il Sì al referendum addio alla Costituzione come Casa Comune”. Intervista al professor Ugo De Siervo

Trascrizione dell’intervista di Giovanni Floris al prof. Ugo De Siervo, per nove anni Presidente della Corte Costituzionale, nel programma “Di Martedì” de “La /”, del 7 giugno 2016Lei è tra i costituzionalisti che hanno firmato l’appello per il NO per la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi, perché?

Perché noi di mestiere facciamo i professori di diritto costituzionale, altri hanno fatto i magistrati di carriera, poi molti di noi si sono ritrovati alla Corte Costituzionale, abbiamo dovuto farla rispettare, quindi abbiamo seguito con attenzione quello che avveniva intorno alla revisione della Costituzione sulla base della nostra esperienza, Ahimé noi siamo mediamente dei riformatori che non hanno paura che la Costituzione possa essere adeguata o cambiata. Però seguendo i lavori, leggendo i documenti ecc, ci siamo un pó spaventati, perché c’è molta improvvisazione, molti punti che non tornavano, molte norme ambigue, molte lacune e allora abbiamo detto: attenzione qui stiamo discutendo di modificare più di 40 articoli della Costituzione repubblicana, quindi, voglio dire, un pezzo grosso. Ma vale la pena di modificarla radicalmente? Stiamo attenti a non introdurre situazioni che per rimediare ad alcune cose combinano guai maggiori e più diffusi.

E quindi vi siete messi insieme e avete detto di no!

Molti di noi hanno preso l’iniziativa, abbiamo avuto una cosa molto semplice, abbiamo avuto un grande successo nella raccolta delle adesioni, persone molto rappresentative, larga parte di coloro che hanno fatto parte della Corte Costituzionale, alcuni dei costituzionalisti, non tutti, ma alcuni tra i più noti, tra i più attivi.

Lei dice addirittura improvvisazione.

Lei si ricorda la prima proposta del presidente del Consiglio su come bisognava formare il Senato? Parlava di metterci i sindaci dei comuni capoluoghi di provincia, cioè una roba che non esiste al mondo, non può esistere perché se uno viene candidato al Comune viene candidato per gestire il Comune non certo per fare le leggi della Repubblica che sono tutt’altra cosa.

Poi si è evoluta, si è lavorato tanto.

Si è evoluta, è cambiata e in qualche misura si è raffinata, anche se – come dire – è molto appesantita per compromessi, dibattiti, uno sull’altro, senza quel minimo di umiltà che ci vuole quando si fa un lavoro del genere. Nell’Assemblea Costituente dove c’erano dei personaggi che venivano da situazioni eccezionali, gente di grande livello, i testi che venivano votati furono visti e rivisti da comitati, sottocomitati, addirittura incaricarono una microcommissione riguardo alla lingua che si era usata, che fosse un buon italiano, perché le Costituzioni devo essere anche leggibili.

Questa volta invece cosa è successo?

Adesso no.

Adesso la critica che verrà mossa al suo intervento sarà: ma questi sono professori, sono supponenti, mancano del senso della realtà…

Ma non è vero! Io non parlo male degli altri, di chi la pensa diversamente, e vorrei che anche gli altri facessero lo stesso. Siamo persone che hanno una certa esperienza, che hanno studiato e che hanno fatto anche i giudici. Io insisto su questo, il giudice sa che per tre paroline scritte in un modo o nell’altro si dà ragione all’uno o all’altro. Quindi siamo molto attenti non a quello che può essere la Costituzione ma a quello che è. Ecco, allora a leggere questa revisione costituzionale insieme a qualche soddisfazione…

Una domanda di scenario: molto spesso si dice “se non passa questa riforma costituzionale mettiamo una pietra tombale sulle riforme. Questa è l’ultima volta che l’Italia può dare la sensazione di voler cambiare, di voler essere più moderna”.

Ma non è vero! Nella storia italiana della Repubblica dal ’48 ad ora la Costituzione è stata cambiata 15 volte, le leggi di contorno, che si chiamano leggi costituzionali, o che sono equiparate, sono state cambiate 20 volte. Nel 2001 c’è stata una riforma che ha modificato 19 articoli, nel 2005 c’è stata una riforma che voleva modificare più di 50 articoli e per fortuna è stata respinta da un referendum popolare. Questa riforma vuole a sua volta cambiarne 40. Nel 2012 si sono rifatte le norme costituzionali sul bilancio, quindi non è vero … La nostra Costituzione è sottoposta a molti esami critici ma non è che se si boccia una volta non si fa più.

Andiamo nel merito: punto forte della riforma è che se ne va il Senato, non vota più, finisce il bicameralismo perfetto.

Non è che non si vota più, perché non è stato abolito il Senato, questo deve essere ben chiaro; il Senato è stato depotenziato, è stato ridotto a fare meno cose. Una cosa grossa in meno fa, non da più la fiducia al governo che è un vantaggio per i governi il che non è né diabolico, né nulla, comunque è un vantaggio per i governi. Poi però per tenere in piedi questo organo gli hanno dato tanti altri pezzi di funzioni; un organo per avere legittimazione da una parte deve avere una rappresentatività e dall’altra delle funzioni; ecco, qui le funzioni erano debolucce; intanto c’era la revisione della Costituzione che è una cosa importantissima, e poi gli hanno aggiunto un po’ di competenze legislative piene, sedici materie. Dunque il Senato può votare leggi, queste sedici leggi possono passare solo con il consenso di Camera e Senato. Ma in questa riforma queste materie sono, come dire, un pot pourri, cioè prese un po’ da una parte un po’ dall’altra, soprattutto non toccano il punto decisivo; il punto decisivo sarebbe che il Senato dovrebbe avere più potere laddove si discute di articolazione periferica dello Stato, dove si parla di autonomie regionali e locali e invece quelle competenze non gli sono state date, tutto ciò che il Parlamento dovrà decidere sulle regioni viene deciso dalla Camera dei deputati con solo un parere del Senato. Il Senato decide sui trattati con l’Unione Europea, sulla legislazione fondamentale sugli enti locali, su Roma capitale e quant’altro, cioè su cose marginali relativamente meno importanti, soprattutto poco significative, se il Senato dovesse davvero garantire le regioni, che sono state al contempo molto depotenziate. Poi avrebbe delle fantastiche funzioni di controllo sul governo; però è strano un Senato che non dà più la fiducia al governo ma ne controlla l’operato. E qui c’è un po’ una scissione, una contraddizione.

Riduce i costi della politica?

I politici, coloro che vivono legittimamente dell’attività svolta per le istituzioni, se sono persone serie, sono decine di migliaia in Italia, togliere duecento senatori vuol dire forse fare una cosa opportuna ma che non cambia proprio nulla; vorrei aggiungere un’altra cosa, questa stessa riforma non tocca ad esempio la straordinaria finanza di regioni speciali come la Sicilia, Trentino Alto Adige, la Valle d’Aosta, che come cifre si può dire sono assai più significative.

Ci sono due approcci contraddittori da parte di chi, come lei, sostiene le ragioni del NO: uno dice che la riforma è stata fatta un po’ col senso dell’opportunità politica immediata, dando dei contentini un po’ ad uno e un po’ all’altro, l’altro dice: qua entra in gioco la democrazia, è una riforma che mette in discussione le basi stesse della democrazia, perché avremo un onnipotente premier che fa quello che vuole con una Camera che gli risponde, nomina il Presidente della Repubblica, nomina la Corte Costituzionale, fa quello che vuole; quindi o la riforma è fatta male, raffazzonata, oppure è un grande piano strategico per distruggere la democrazia.

Io non sono un catastrofista però certo il governo con la legge elettorale nuova, con l’abolizione della fiducia da parte del Senato, con alcune leggi nuove che può fare su una corsia preferenziale (le leggi che devono essere votate entro 70 giorni) certamente assume, forse anche opportunamente, un forte ruolo istituzionale; il punto più debole di tutto in generale è un altro: questa riforma è una riforma fatta da poco più della maggioranza assoluta dicendo: poi andiamo al popolo per avere il consenso; questo meccanismo è molto pericoloso. Quelle 35 riforme di leggi costituzionali, della Costituzione, che sono state fatte, sono sempre passate, salvo che in quattro casi, con la maggioranza dei due terzi che è la prima grande scelta che fa l’art. 138 della Costituzione, perché la nostra Costituzione fissa le regole del gioco per tutti, per chi è maggioranza e per chi è opposizione. Se noi riduciamo la Costituzione, invece, a una cosa che viene decisa dalla maggioranza politica e poi si va al popolo, noi distruggiamo il concetto di Costituzione. I costituenti più saggi all’epoca della Costituente parlavano di casa comune, la Costituzione deve essere la casa comune in cui tutti si riconoscono, se io forzo troppo la modifica della Costituzione riducendo (il consenso) a chi è momentaneamente maggioranza, per qualche piccolo accordo, per qualche piccola conquista della maggioranza, e poi (faccio) una bella campagna demagogica, stiamo attenti distruggiamo la Costituzione in questo modo.

Sarà così ma se un sostenitore del SI le rispondesse: lei vota con Casa Pound, con Grillo, con Salvini? Questo la fa riflettere?

No, non mi fa riflettere. Io qui e tanti altri, tanti cittadini che vogliono essere informati sul contenuto di questa riforma, vogliamo confrontarci con il valore della Costituzione; poi strumentalmente ci saranno i partiti di destra, di sinistra, di centro che aderiranno, non aderiranno, faranno gli sgambetti, quella è un’altra dimensione, legittima ma noi parliamo di Costituzione.

Qui l’intervista

Fonte: Il ManifestoAutore: geraldina colotti L’ex presidente Lula rinviato a giudizio

Lula da Silva nel mirino. L’ex operaio metalmeccanico – eletto presidente nel 2003 e rimasto in carica fino al 2010 – è stato rinviato a giudizio per «tentata ostruzione» dell’inchiesta Lava Jato. La Mani pulite brasiliana indaga sui fondi neri versati ai politici dall’impresa petrolifera di Stato Petrobras. Un sistema che ha coinvolto un gran numero di deputati e senatori dei principali partiti. In questo caso, oltre a Lula andranno a processo altre sei persone, politici, imprenditori e banchieri. Il giudice Ricardo Leite, della decima sezione della Corte federale di Brasilia, li accusa di aver voluto comprare il silenzio dell’ex direttore di Petrobras, oggi pentito.Lula – ancora popolarissimo e candidato alle presidenziali del 2018 per il Partito dei lavoratori (Pt), che ha contribuito a fondare – è indagato anche dalla procura di Curitiba per sospetto riciclaggio di denaro e occultamento di fondi nel caso di una proprietà di vacanza. Un’indagine diretta dal giudice Sergio Moro, diventato il simbolo dell’inchiesta Lava Jato. L’ex operaio metalmeccanico, che Dilma Rousseff avrebbe voluto nominare capo di Gabinetto, a marzo è stato addirittura portato a forza in caserma e trattenuto per ore, e subito messo alla gogna dai grandi media privati. Lui si è sempre dichiarato innocente e in questi giorni ha denunciato all’Onu «gli abusi di potere» dei magistrati della Lava Jato e presentato ricorso al Consiglio dei Diritti umani.

Che dopo 13 anni di governo il Pt sia rimasto impantanato in quel sistema di potere che avrebbe dovuto combattere, è un fatto acclarato. Tuttavia, vista la percentuale di deputati e senatori di altri partiti, coinvolti in fatti di corruzione, in questi mesi è apparso evidente anche l’uso politico e mediatico delle inchieste giudiziarie, spesso rivolte da una parte sola. La legge che favorisce la delazione in cambio di un trattamento giudiziario di favore, sul modello di quella italiana, ha provocato un profluvio di accuse e controaccuse e intercettazioni video anticipate dai media, avvisi di garanzia e atti processuali usati come arieti per demolire gli avversari politici. Un gioco incrociato che ha finito per ritorcersi anche contro i suoi principali ispiratori, evidenziando i grandi interessi in ballo.

Proprio la diffusione di alcuni video, registrati prima che si mettesse in moto il processo di impeachment alla presidente, hanno portato alle dimissioni di tre ministri del gabinetto Temer, nominato dopo la sospensione di Rousseff. In quell’occasione, sono apparsi evidenti i contorni del golpe istituzionale, architettato contro Dilma dall’ex presidente del Parlamento Eduardo Cunha e dallo stesso Temer per proteggersi dall’inchiesta Lava Jato, che Rousseff non intendeva bloccare. Sia Cunha che Temer appartengono al pluri-inquisito Partito del Movimento democratico brasiliano (Pmdb), alleato (di destra) del Pt, formazione sempre determinante nel frastagliato quadro partitico brasiliano, pur non avendo mai vinto un’elezione. I termini della farsa, evidenziati dalla percentuale di corrotti che ha votato l’impeachment alla presidente in base ad accuse inesistenti, sono apparsi ancora più evidenti quando a doversi dimettere per corruzione è stato il Ministro per la Trasparenza, nominato da Temer.

Che il margine di manovra consentito dal Pt agli interessi del gran capitale stesse diventando sempre più ampio, è dimostrato dall’erosione del consenso di cui ha sofferto il secondo governo Rousseff. Imbottigliata nell’alleanza-capestro con il Pmdb, Dilma ha inizialmente nominato un pessimo ministro delle Finanze: pessimo per i movimenti popolari che le rimproveravano di aver tradito le promesse elettorali, lasciando le decisioni economiche nelle mani di un fautore del neoliberismo più spinto, Joaquim Levy. Di fronte alle proteste popolari, ha poi cercato di opporsi ai piani delle destre dando corso ad alcune misure di cambiamento promesse in campagna elettorale. Il Pt ha anche votato al suo interno una svolta a sinistra e garantito la scelta di nuove alleanze, qualora riuscisse a tornare al governo. E Dilma ha promesso che se tornerà a governare indirà nuove elezioni e favorirà la messa in atto di quel nuovo patto sociale richiesto a gran voce dalla sinistra di alternativa.

Un messaggio importante, visto che la piazza, più che le improbabili alchimie istituzionali sembrano offrire un vero argine alle devastanti politiche messe in campo da Temer. Dal 12 maggio, quando ha assunto l’interim, Temer sta procedendo secondo lo stesso format applicato da Mauricio Macri in Argentina anche se, secondo i sondaggi viene rigettato dall’80% della popolazione. Ma non è alla maggioranza che Temer deve rispondere, bensì ai poteri forti che lo sostengono. E così, dopo i licenziamenti massicci, la promessa di aumentare l’età pensionabile e la giornata lavorativa, sta privatizzando fette sempre più importanti del patrimonio pubblico. Adesso, sta procedendo alla svendita della Petrobras. In gioco, c’è la gigantesca zona estrattiva del presal. L’8 maggio, la produzione di petrolio presal aveva raggiunto un nuovo record, superando il milione di barili al giorno. Il 70% andava nelle casse di Petrobras. Ma, com’è già avvenuto in Messico, Temer vuole smontare l’influenza dell’impresa statale e sta svendendo le quote di partecipazione: per cominciare, a un’impresa argentina e a una norvegese. Giovedì, i movimenti popolari hanno protestato, circondando in un «abbraccio» gli edifici di Petrobras a Rio de Janeiro.

Fonte: sbilanciamociAutore: Lelio Demichelis Pokémon Go, verso l’algoritmo definitivo

Pokémon Go è anche una nuova modalità del vecchio panem et circenses usato dal potere tecno-capitalista per governare le masse oggi individualizzate

Pokémon Go. Qualcuno – Stefano Bartezzaghi – ha usato l’ironia e giocato (facile per lui) con le parole: un bel gioco dura Pokémon. Altri – Marino Niola, ad esempio – hanno richiamato, ma andando oltre, l’ormai classica distinzione tra apocalittici e integrati o tra iper-critici e iper-ludici della rete. Una distinzione manichea, quest’ultima che impedisce – nella contrapposizione sportiva o meglio schmittiana tra amici e nemici o tra in e out – la comprensione analitica e razionale di una tecnica sempre più pervasiva e soprattutto invasiva, ma anche sempre più ambiente di vita virtuale che ci fa perdere la realtà della realtà, producendo una realtà aumentata (in rete) ma sempre più diminuita (nella realtà-realtà – che è un altro modo per impedirci di provare a cambiare questa realtà). Tecnica verso la quale servirebbe un vero pensiero critico – le cui voci stanno crescendo, ma non bastano ancora – e non l’abbandonarsi ai suoi giochi infantili. Perché Pokémom Go è un gioco infantile e infantilizzante che serve solo – ricordando il Grande Inquisitore di Dostoevskij e la sua filosofia del potere nei confronti del popolo: noi li faremo lavorare ma noi organizzeremo per loro anche giochi infantili e cori di bimbi – a rafforzare il (bio)potere di tecnica e capitalismo.

Pokémon Go, dunque: cos’è e come va interpretato? Risposte differenti. Come grande e innocente caccia al tesoro, di massa ma virtuale; come momento/bisogno collettivo di distrazione di fronte a una realtà che non si comprende più e che piace sempre meno (la grande stagnazione, il terrorismo, le disuguaglianze che crescono); o come autentica ludopatia. Ma anche e soprattutto come una pedagogia per accettare il dogma capitalistico del dover essere connessi e del dovere di adattarsi alla realtà, fuggendo in una piacevole e molto divertente realtà oltre la realtà. Pokémon Go è anche una nuova modalità del vecchio panem et circenses usato dal potere tecno-capitalista per governare (governamentalizzare, direbbe Foucault) le masse oggi individualizzate (ma sempre massa sono). Così com’è una nuova versione, appunto 2.0 della vecchia industria culturale di Adorno e Horkheimer. O forma disciplinare e insieme biopolitica della modernità secondo (ancora) Michel Foucault. Certo è che dobbiamo ragionare sul potere del divertimento, non quello creato da noi umani per giocare e divertirci – il gioco è parte ineliminabile, per fortuna, della vita – ma quello creato appunto dal potere (ancora Dostoevskij) per noi; perché il potere (il Potere, pasolinianamente) sa che il divertimento (lo scriveva il filosofo Günther Anders) è potente e il divertimento – da sempre, ma oggi tutto è più facile grazie ai mezzi di comunicazione di massa individualizzata – è l’arte di tendenza del potere, perché ci disarma totalmente e noi ci abbandoniamo al divertimento senza precauzioni, ci consegniamo a esso senza difese e incomparabilmente più incauti e indifesi che nei confronti di ogni altro terrore. Giustamente. il mercato dei videogiochi vale oggi 100 miliardi di dollari, con una previsione di 120 miliardi nel 2019.

Forse, chi ha meglio compreso questa ennesima fuga verso l’eteronomia tecnologica di massa è stato il regista Oliver Stone: Pokémon Go, ha detto, «è un fenomeno di idiozia collettiva che alza il livello di invasione della propria privacy ad altezze tali che sfiorano il totalitarismo. Pokémon Go emerge dalla cultura della sorveglianza e apre le porte al capitalismo del controllo. E tutti a correre appresso ai Pokémon, senza capire cosa sta succedendo». Appunto – perché non far capire cosa sta succedendo è un’altra modalità normalissima di esercizio del Potere, soprattutto nella sua forma moderna e biopolitica.

Qualcuno ha provato a richiamarci alla realtà reale: i bambini siriani. Con i disegni dei Pokémon in mano hanno chiesto di essere catturati loro (e quindi salvati) al posto dei mostriciattoli giapponesi. Le loro foto sono state pubblicate su Twitter dall’organo di comunicazione e informazione delle diverse opposizioni al governo di Bashar-al-Assad. Già, perché mentre il videogioco ha conquistato la rete e milioni di persone – e già si favoleggia di nuovi business per le imprese – in Siria continua un conflitto promosso e sostenuto anche dall’Europa e dagli Usa, che negli ultimi cinque anni ha provocato la morte di 470mila persone. Ma questa è una realtà reale che appunto non ci piace, anche se ne abbiamo colpa, e preferiamo nasconderla sotto il tappeto della realtà aumentata.

Senza capire cosa sta succedendo, ha detto Oliver Stone. Noi sempre più funzionando (e divertendoci) – aggiungiamo – come richiesto dall’apparato tecnico e capitalista. Dal suo essere ormai diventato (noi illusi che la tecnica – e il suo accrescimento infinito, e anche la realtà aumentata concorre a questa logica dell’accrescimento infinito e illimitato della tecnica, oltre che del profitto – sia ancora un mezzo e non il nostro fine) un vero e proprio sistema autopoietico. Perché tali sono appunto quei sistemi che funzionano producendo essi stessi (organizzando e auto-organizzandosi) le norme e le forme di funzionamento e di organizzazione, che incessantemente si autoriproducono riproducendo il sistema.

Senza capire cosa sta succedendo. E cosa ci sta succedendo. Perché il Potere a cui ci stiamo assoggettando inconsapevolmente ma entusiasticamente (2.0, appunto) è un biopotere, che produce biopolitiche sulla e della vita, per una vita (la nostra) integrata, connessa e sempre al lavoro nella grande fabbrica digitale: è bio-economia, ma è anche e soprattutto (come l’avevamo definita) bio-tecnica. Che governa le nostre vite, le orienta, le attiva in certe direzioni funzionali al suo funzionamento (ancora l’autopoiesi), noi di fatto fedeli (per di più entusiasti) di un tecno-capitalismo ormai diventato una religione, che mette al lavoro le vite individuali e collettive (e le diverte) secondo forme economiche di mercato (tutti imprenditori di noi stessi, tutti makers, tutti nella spettacolarizzazione e nella mercificazione di sé) e forme tecniche di connessione in rete (il dover essere connessi, altrimenti il tecno-capitalismo non funziona al meglio delle sue potenzialità).

Una lettura troppo pessimista? In realtà, nessuna tecno-fobia (stiamo scrivendo usando un pc e insieme navigando in rete), nessun tono apocalittico, ma un tentativo di usare un pensiero critico per provare a capire la realtà.

E ai tecno-entusiasti/integrati si potrebbe suggerire di leggere L’industria della felicità (appena uscito per Einaudi), del sociologo inglese William Davies, dove si spiega di come la produzione industriale di felicità (quindi eteronoma – la felicità come un prodotto/merce – ma fatta percepire e percepita come individuale e reale) sia un obiettivo bi-secolare e sempre più affinato e raffinato (usando la psicologia) del capitalismo: nel marketing emozionale per produrre, attraverso quello che sembra un semplice atto di consumo, relazioni con un brand; nel management terapeutico per mascherare l’alienazione e far collaborare ciascuno con l’impresa o con il sistema (anche qui trasformando e intensificando una mera prestazione di lavoro in una relazione di lavoro, perché collaborare è molto diverso da lavorare). E non siamo forse oggi circondati da parole e da retoriche che ci descrivono un mondo smart (smart-phone, smart-jobs, smart-cities)? Non è anche Pokémon Go un prodotto dell’industria della felicità? Nintendo ha raddoppiato in due settimane il suo valore in borsa, oltre i 40 miliardi di dollari mentre i ricavi da Pokémon Go si aggirano sui 2 milioni di dollari al giorno, solo sugli iPhone.

Ma si potrebbe suggerire anche di leggere L’Algoritmo Definitivo, dell’esperto di information and computer science, Pedro Domingos (edito da Bollati Boringhieri). Un libro agghiacciante per chi crede ancora nel libero arbitrio, nella libertà intrinseca e naturale dell’uomo, nella sua capacità/possibilità di costruire liberamente se stesso e il proprio futuro facendo un autonomo discorso sui fini della propria vita individuale e dello stare in-comune/insieme con gli altri, di uscire cioè dal suo stato di minorità smettendola di cercare sempre qualcuno che pensi per lui. Un libro dove si narra di machine learning, di algoritmi capaci di imparare da soli – sognando il Santo Graal della ricerca informatica, cioè l’Algoritmo Definitivo (scritto con le maiuscole, come Dio) – in grado di estrarre dai dati che elaborano e che noi lasciamo a disposizione del Potere, tutte le informazioni per farci fare tutto ciò che vogliamo, persino prima di averlo pensato/immaginato.

Ma questa è appunto la sublimazione dell’autopoiesi. Dell’eteronomia e della non-libertà. Della nostra minorità. Gli algoritmi sono il nuovo girello per bambini – come lo definiva Kant – dentro cui ci tiene il potere (il biopotere, la religione) di tecnica e capitalismo, impedendoci di camminare con le nostre gambe e di pensare con la nostra testa. L’Algoritmo Definitivo – nuova escatologia, nuova teleologia, nuova teologia tecnica – definisce la nostra ultima fuga dalla libertà (riprendendo Erich Fromm), verso il totalitarismo degli algoritmi. Ma anche del gioco infinito. E della nostra minorità.

Autore: fabio sebastiani No Tav, i giudici di Torino stringono la morsa repressiva contro Nicoletta Dosio. Dopo il rifiuto di sottostare alla firma arriva il soggiorno obbligato da: controlacrisi.org

Il giudice di Torino ha emesso contro Nicoletta Dosio, da sempre una delle anime del movimento e del popolo NoTav, un provvedimento di restrizione della libertà personale. A Nicoletta è stato notificato l’obbligo di soggiorno a Bussoleno con il divieto di lasciare il territorio del comune e dalle 18 alle 8 del mattino il domicilio coatto nella propria abitazione. E’ la risposta alla decisione di Dosio di non accettare l’obbligo di firma quotidiana, cui era stata precedentemente sottoposta da un altro atto repressivo.
Questo procedimento si riferisce alla manifestazione del 28 giugno 2015 in cui migliaia di persone di tutte le età sfilarono per le vie di Chiomonte ed Exilles provando a raggiungere il cantiere della devastazione. Questa operazione vede coinvolti, oltre a Nicoletta, molti altri attivisti che sono ad oggi ancora obbligati a presentarsi per le firme quotidiane o agli arresti domiciliari.Il soggiorno obbligato è un provvedimento che viene dal fascismo e che spesso è stato utilizzato nel passato contro la criminalità mafiosa. “Che oggi sia rivolto contro una limpida figura di miltante per la democrazia, quale è Nicoletta, la dice lunga sulla portata autoritaria e liberticida che ha assunto la repressione contro il movimento NoTav”, commenta a caldo Giorgio Cremaschi.

“Coerentemente con le sue dichiarazioni e rivendicando le azioni praticate il 28 giugo – si legge in un comunicato No Tav – Nicoletta oggi rifiuta anche l’obbligo di dimora. Fermarci è impossibile, dunque non possiamo fare altro che stare al fianco di Nicoletta, e di tutti coloro che sono ancora sottoposti a misure cautelari, e sostenerla nel portare avanti questa battaglia che siamo certi metterà in difficoltà tutta la controparte”.

Per colpire Nicoletta Nicoletta Dosio, i giudici hanno aspettato che si concludesse il Festival dell’Alta Felicità di Venaus , dove con migliaia di giovani molti esponenti della cultura e dello spettacolo avevano espresso il loro sostegno alla lotta del popolo della Valle Susa. Spenti i riflettori, “i burocrati repressori – continua Cremaschi – hanno dato il via al nuovo giro di vite e alla nuova vendetta contro la libertà di chi lotta”.

“So che Nicoletta non ne ha bisogno, sia per la sua forza e dirittura morale, superiore in misura imparagonabile a quella di chi la giudica persona negativa -conclude Cremaschi -. Sia per la stima e l’affetto che la circondano nel popolo NoTav e ovunque si lotti per i diritti e la democrazia. Ma voglio comunque esprimere alla compagna della cui amicizia mi onoro tutta la mia solidarieta e condivisione. Forza Nicoletta sono, siamo, con te. Ora e sempre No Tav”