Quelle stragi di civili tra la popolazione Curda firmate dall’Isis e di cui i media occidentali non parlano nemmeno Autore: redazione da. controlacrisi.org

Nella mattinata di ieri due forti esplosioni hanno devastano Xerbî, quartiere di Qamişlo nel nord est della Siria. Due bombe – la prima su un camion e la seconda, pare su un auto – sono esplose vicino alla sede delle forze di sicurezza interna kurda Asayish sventrando decine di palazzi e causando almeno 70 morti e più di 150 feriti. La deflagrazione è stata così forte che feriti e danni ad abitazioni sono stati riportati anche a Nusaybin, città confinante nello stato turco. L’Isis ha subito rivendicato l’attentato con un comunicato postato su Telegram da Amaq, agenzia stampa ufficiale del califfato.

La strage trova poco spazio sui media europei in ossequio al fatto che il sangue versato a certe latitudini non valga l’attenzione, il compianto e il cordoglio riservato ai morti nostrani. E a niente vale il fatto che bersaglio dell’attacco terroristico sia un popolo che ogni giorno combatte contro il fascismo e l’oscurantismo di Daesh.
Qamişlo è la capitale del Cantone di Cizîrê, una delle prime zone liberate dalle Unità di difesa del popolo kurde (YPG e YPJ), capitale della Siria del Nord dopo la proclamazione del nuovo Stato Federale da parte del PYD (Partito dell’Unione Democratica) e la città più grande dell’intero Rojava. A ridosso della frontiera turca, è una delle principali basi delle forze kurdo-siriane e più volte è stata oggetto di attacchi terroristici. Ad aprile un kamikaze si è fatto esplodere uccidendo sei membri delle forze di sicurezza interna curda, Asayish. In luglio, almeno 16 persone sono morte a Hasaka sempre in un attentato suicida. Quello di ieri è però sicuramente l’attentato più grave per proporzioni e numero di vittime, compiuto nonostante i numerosi check point nella città e i frequenti sequestri di notevoli quantità di esplosivo alle porte della città. Attentato che giunge fra l’altro in un momento decisivo per la liberazione della città di Manbij a ovest del cantone di Kobane dove in questo momento sono concentrati i maggiori sforzi da parte dello YPG e dello YPJ e delle Siryan Democratic Forces.

Manbij è da tempo utilizzata come principale via di rifornimento da parte islamista, sia di armi che di uomini che facilmente raggiungono il nord della Siria dal poroso confine turco. La sua liberazione permetterebbe alle forze kurde di raggiungere il cantone isolato di Efrin e al contempo di isolare Raqqa, bastione Isis, sua “capitale” de facto. Il settanta per cento della città è sotto controllo delle unità di difesa kurde ma ci sono ancora migliaia di civili da salvare.Isis attacca la resistenza kurda in un momento quindi in cui dei passi importanti si stanno compiendo per la liberazione e mentre il confine turco-siriano sta per passare totalmente in mano ai kurdi. Questo vile attentato non fermerà la lotta per la liberazione ma in questo momento il pensiero più grande va ai feriti e alle vittime per cui il Rojava ha dichiarato tre giorni di lutto.

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Dossier: Nato, una minaccia permanente per i popoli da: resistenze.org

A cura CCDP

25/07/2016

Salvatore Vicario: “Trident Juncture 2015”: preparazione della guerra globale
Antonio Mazzeo: 2016. La Nato che verrà…
WPC: Protesta contro il Vertice NATO, Varsavia 2016!
Carmelo Suárez: Spagna: 30 anni dopo il referendum sulla NATO: avevamo ragione
Manlio Dinucci: Ttip, la «Nato economica»
KKE: I comunisti devono lottare con decisione e metodo contro l’imperialismo
Vijay Prashad: Breve storia dell’interventismo umanitario
Iniziativa – CWPE: Dichiarazione della Iniziativa comunista europea sul vertice della NATO a Varsavia
PC (Turchia); Si alla Pace No alla NATO – Intervista al segretario esecutivo del WPC
FSM: Dal vertice NATO nuovi pericolosi piani contro la classe operaia
Antonio Mazzeo Italia piattaforma di lancio NATO
Manlio Dinucci: Il patto d’acciaio NATO-UE
Iniziativa – CWPE: Iniziativa Comunista Europa: Manifestazione Anti-NATO a Varsavia
KKE: Contributo all’Iniziativa Comunista Europa: Manifestazione Anti-NATO a Varsavia
PC Polacco: Contributo all’Iniziativa Comunista Europa: Manifestazione Anti-NATO a Varsavia
PC (Turchia): Contributo all’Iniziativa Comunista Europa: Manifestazione Anti-NATO a Varsavia

Dossier: Classe operaia, il paradiso non esiste da: resistenze.org

 
A cura CCDP

25/07/2016

Zoltan Zigedy: Disoccupazione: diamo la pagella al capitalismo
Prabhat Patnaik: Perché abbiamo la disoccupazione?
Prabhat Patnaik: La struttura della forza lavoro mondiale
Zoltan Zigedy: Il movimento sindacale al bivio?
Lola Jiménez: Contraddizioni
Carmelo Suárez: Il capitalismo internazionale verso una nuova fase di aggravamento della sua crisi economica
Zoltan Zigedy: Le cooperative sono una cura per il capitalismo?
Partito Rivoluzionario – Comunisti (Francia): Sui sindacati in Francia
Nolwenn Weiler: Il lato oscuro del cioccolato: lavoro minorile e deforestazione

Bergoglio e il “genocidio” armeno da: resistenze.org

 
Aldo Bernardini * | criticaproletaria.it

18/07/2016

Una tragedia usata per paragonare Stalin ad Hitler.

Nel recente viaggio in Armenia, nel discorso e in un’intervista, Papa Bergoglio ha rievocato, usando il termine genocidio, le tragiche vicende del popolo armeno sotto l’Impero ottomano nel 1915 durante la prima Guerra mondiale. Richiesto del perché avesse sollevato la questione, ha aggiunto: “ho sempre parlato dei tre grandi genocidi del secolo scorso, quello armeno e poi quelli compiuti da Hitler e da Stalin” (Corriere della Sera, 27 giugno 2016).

Ci si può in effetti domandare sul perché di quell’esternazione, per la quale ha ricordato anche parole simili di suoi predecessori, e che ha fra l’altro suscitato ancora una volta una prevedibile reazione diplomatica della Turchia in questo momento cosi cruciale per quel paese. Non si sfugge al pensiero che la complessiva affermazione, di portata grave ma di errato fondamento, costituisca una meditata costruzione aderente ai dettami del pensiero unico del sistema occidentale. Solo in apparenza abile: incontrando la generale e coltivata ignoranza e l’incrostazione di pregiudizi stabilita dal pensiero unico, la costruzione propone una terna di reali o asseriti genocidi come il canone dell’esemplarità negativa.

Si parte dall’episodio armeno relativamente minore ma per così dire estraneo ai grandi conflitti del novecento, quasi a garantire un punto di avvio ‘neutrale’, si pongono al centro i genocidi hitleriani, gli unici generalmente indiscussi, e si culmina –forse anche suggerendosi un andamento di crescendo degli orrori- con quelli attribuiti a Stalin, che fino a qualche decennio fa nemmeno i più accaniti anticomunisti, pur nella condanna degli episodi relativi, avrebbero qualificato come genocidi. E in tal modo, fra l’altro, consacrandosi l’improponibile equiparazione di Stalin a Hitler, cara appunto al pensiero unico.

La selezione delle tre vicende ha anzitutto carattere del tutto arbitrario. Voler individuare i tre grandi genocidi del secolo XX° cancella il fatto che tutta la storia moderna, dalla scoperta delle Americhe, è costellata di enormi e indiscutibili genocidi, sui quali fra l’altro si fondano gli attuali Stati delle due Americhe, a partire dagli USA. L’intera storia coloniale, poi, è costituita da genocidi, che si sono protratti fino al secolo XX°, anche dopo il superamento almeno formale del colonialismo: si pensi solo al genocidio nel Ruanda. Il ritaglio effettuato dalle parole papali non ha senso se non nella strumentalità dell’operazione.

Questa converge con una recente tendenza, probabilmente anch’essa coltivata strumentalmente, consistente nel ‘riconoscimento’ di certi genocidi ad opera di determinati Stati, soprattutto occidentali. Un riconoscimento effettuato con atti legislativi, che spesso arrivano a sanzionare penalmente chi si ponga in contrasto con siffatte qualificazioni. Anche qui non è forse un caso che, a parte la Shoa, sia venuta in gioco, quale aggancio emotivamente utile, la vicenda armena, suscitandosi così conflitti diplomatici con la Turchia, che non nega la tragica sorte subita dal popolo armeno, ma ne contesta il carattere genocidario.

Come escludere che voglia arrivarsi a un risultato analogo con gli episodi attribuiti a Stalin? Ma si tratta, con siffatti riconoscimenti, di una tendenza insana e non in linea con la vigente disciplina internazionale del genocidio, che risale alla Convenzione basata sul testo approvato dall’Assemblea generale delle NU con ris. 260 (III) del 9 dicembre 1948. Tale disciplina, a parte la responsabilità internazionale degli Stati, impegna questi a punire il crimine di diritto internazionale di genocidio, negli atti specificamente individuati dalla Convenzione, quali crimini degli individui attori, anche se organi statali, da perseguirsi attraverso le istanze giudiziarie dello Stato individuato come competente o eventuali tribunali internazionali costituiti a tal fine. Particolarmente significativo è che viene stabilita la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia dell’Aja per l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione: quindi anche, deve ritenersi, qualora vi fosse contrasto fra Stati circa la qualificazione di determinate vicende come genocidio.

È pertanto da escludersi che tale qualificazione possa essere compiuta in sede politica o legislativa dagli Stati o da qualunque autorità, Papa compreso: solo la libera indagine storica e giuridica potrà farlo in sede scientifica, giuridicamente solo le diverse autorità giudiziarie richiamate. L’atteggiamento attualmente seguito, lungi dal favorire le pacifiche relazioni fra gli Stati, può portare solo a gravi contrasti e il caso della Turchia ne è un esempio. Questo Stato ha emanato per reazione una legge per cui si condanna, come lesivo dell’onore nazionale, chi affermi il ‘genocidio’ armeno. Con esiti paradossali: chi nega il ‘genocidio’ armeno (e dunque le stesse autorità turche o gli ossequenti alle leggi turche) potrebbe venire condannato nei Paesi del riconoscimento; chi lo afferma (comprese le autorità dei Paesi riconoscenti) potrebbe subire la stessa sorte in Turchia. Bel contributo alle pacifiche relazioni!

Ma il ricorso alla Convenzione del 1948 permette di stabilire il punto essenziale che smonta la costruzione della terna papale. Per l’art. 2, perché si possa parlare di genocidio rispetto a una serie di atti che vengono definiti, occorre che questi siano ‘commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale‘ (corsivo nostro). Un elemento soggettivo, dunque, e cioè l’intento o addirittura un progetto volto  all’indicato fine distruttivo (ed è soprattutto questo il punto contestato dalla Turchia), e un elemento oggettivo, che riguarda la vittima del progetto, una popolazione individuata sotto un profilo per così dire biologico.

Nelle vicende anche tragiche dell’Unione Sovietica, alle quali non restano estranee responsabilità degli Stati occidentali, sono in realtà assenti ambedue i presupposti, dato che le situazioni lamentate o non furono provocate intenzionalmente e su piani deliberati (secondo quanto invece si favoleggia per la carestia ucraina degli anni ’30) o comunque non miravano a distruggere un’entità nazionale: nel caso dell’Ucraina, la carestia provocò un’enorme quantità di vittime, non certo peraltro superiore a quelle causate negli anni venti dalla guerra civile e dall’intervento dei Paesi occidentali, ma basti riflettere al grande numero di Ucraini anche dirigenti impegnati nel partito bolscevico, e dunque dall’altra parte della barricata, per confutare l’ipotesi.

Non si obietti che il richiamo della Convezione del 1948 costituisca un argomento formalistico. Il discrimine è essenziale, perché è quello tra misure contro individui e popolazioni per quel che si è (dato biologico) o invece per quel che si fa (o si è accusati di fare). E’ un discrimine assoluto nella definizione del genocidio, che non è riconoscibile dove le misure abbiano fondamento essenzialmente politico. Il discorso non pregiudica di per sé il giudizio sulle misure dell’epoca di Stalin, e cioè se condannabili o meno, ma le fa rientrare comunque in un quadro estraneo alla problematica del genocidio.

In proposito non può dimenticarsi che l’Unione sovietica è stata parte attiva nella preparazione della Convenzione del ’48, e la ha ratificata. Sarebbe ben singolare che avesse predisposto un atto internazionale vincolante che avrebbe potuto comportare la messa sotto accusa e la condanna di suoi dirigenti.

Ma, ancor più, a conclusione: i popoli sovietici sotto Stalin sono stati le vittime del più grande genocidio hitleriano, quello della guerra di aggressione del 1941, che è stata condotta con propositi e modalità genocidari ai danni dei ‘sottouomini’ slavi e in primo luogo russi per la conquista dello spazio vitale da parte del nazifascismo: ai sei milioni di vittime ebree (e a tutti gli altri) vanno fatti precedere i più di venticinque milioni di Sovietici morti nella guerra genocida. E questa, sì, condotta secondo i due criteri riconosciuti dalla Convenzione del 1948. Ed è principalmente alla lotta dei Sovietici che si deve lo schiacciamento del nazifascismo, mentre non va dimenticato l’atteggiamento compiacente degli Stati capitalisti e della stessa Santa Sede davanti alla crescita del nazifascismo.

Il gioco di prestigio perpetrato attraverso la terna di Papa Bergoglio si svela come adesione e promozione del sistema del pensiero unico occidentale, strumento certo non di verità né di pace. La criminalizzazione di Stalin è esercizio quotidiano di un sistema in profonda crisi, che deve distruggere financo la memoria dell’unica alternativa realizzata di contrasto a lungo vittorioso contro il sistema capitalistico, imperniata sul nome di Stalin. È un fatto molto triste e doloroso che l’esternazione papalina si iscriva in tale ambito.

* Aldo Bernardini, già Rettore dell’Università di Chieti e membro della Direzione Centrale del Partito Comunista.

Marxismo-leninismo e combinazione di tutte le forme di lotta da: resistenze.org

Julio Cota * | elcomunista.nuevaradio.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

12/07/2016

Attualmente, mentre il sistema capitalista nella fase imperialistica si trova nella crisi più acuta e prolungata della sua storia, mentre in varie parti del mondo l’insurrezione operaia avanza verso lo scontro più diretto tra capitale e lavoro, è pertinente dibattere la questione della presa del potere attraverso l’uso della violenza rivoluzionaria. Oggi mentre il sistema capitalista evidenza la sua incapacità storica a risolvere i problemi ad esso connaturati come la fame, la disoccupazione, il diritto all’abitare, la conservazione dell’ambiente e la pace, è necessario discutere se il capitalismo possa esser riformato o debba esser rovesciato. Riformato con misure neokeynesiane, attraverso nuove gestioni socialdemocratiche di governi progressisti e di “sinistra”, mediante l’avallo e il consenso dei monopoli che simulano processi elettorali democratici? O rovesciato mediante processi di rottura, di creazione di nuove forme di potere operaio e popolare, fuori dal quadro della legalità borghese, mediante l’uso della violenza rivoluzionaria? Il dilemma non è o lotta armata violenta o via elettorale pacifica, ma quali devono essere i criteri dei rivoluzionari per poter utilizzare ognuna di queste forme di lotta?

Un principio dei comunisti e dei rivoluzionari è quello della combinazione di tutte le forme di lotta, sapendo in ogni momento qual è il fattore principale nei differenti periodi della lotta di classe. Ossia, noi comunisti non escludiamo l’uso del parlamento, la via elettorale, la lotta pacifica e politica aperta, come nemmeno denigriamo, per principio, la lotta armata. Pertanto si può dire che la lotta armata non solo è una forma difensiva imposta dal nemico mediante la sua violenza contro gli sfruttati, ma è un principio reale e oggettivo per esercitare la volontà degli oppressi per la loro emancipazione. Questo non è un dogma come i riformisti e i detrattori del marxismo leninismo affermano, ma un principio di lotta di classe nella risoluzione delle contraddizioni politiche e sociali tra classi antagoniste. La lotta di classe non solo è politica e ideologica, ma è intrinsecamente una lotta militare dove ognuna delle parti utilizza i propri strumenti per disarmare il nemico e imporre la propria volontà. Questo non è solo dimostrato dai pensatori del socialismo scientifico come Marx, Engels e Lenin, ma soprattutto dalle centinaia di teorici militari delle classi dominanti nella storia dell’umanità. Per questo noi comunisti dobbiamo esser molto chiari in questo senso: la violenza che esercitano gli sfruttati per la loro liberazione non può esser perseguita dai concetti morali di una cultura e di una società borghese nella quale le basi economiche, politiche, ideologiche e giuridiche trovano il loro sostegno nella spoliazione dei lavoratori e nella loro dominazione mediante una violenza strutturale.

Per i comunisti è chiaro che la violenza rivoluzionaria non solo “è la levatrice della nuova società”, ma è soprattutto un atto di legittimità che hanno gli oppressi una volta giunto il momento storico per togliere il potere politico ed economico ai loro oppressori. La sparizione della proprietà privata sui mezzi di produzione che origina la divisione tra classi sociali e i loro antagonismi e pertanto la violenza, finora non è avvenuta attraverso conciliazione e accordi duraturi. Le leggi sociali e politiche dentro il regime borghese contengono patti momentanei tra le classi per mantenere periodi relativi di pace sociale, che sono in realtà momenti di preparazione alla guerra. Tuttavia, questo non vuol dire che lo Stato sia un garante del concretizzarsi di questa legalità e conciliazione tra classi. Al contrario, noi comunisti abbiamo ben chiaro che lo Stato è un apparato di dominazione di una classe su un’altra e oggi a dominare sono l’oligarchia e i monopoli. Pertanto non sorprende che la corruzione e l’impunità mostrino da che parte sta la giustizia. Nei cicli del capitalismo, dove le crisi di sovrapproduzione e sovraccumulazione sono congenite, è sempre più frequente e duratura la tendenza dello Stato borghese alla repressione, l’incarceramento, l’assassinio e la sparizione forzata, con metodi legali e illegali, nei confronti delle classi sfruttate che lottano per un mondo migliore. Per questo noi comunisti non possiamo accettare che la violenza sia unicamente l’aggressione fisica dei corpi di polizia, militari e paramilitari dello Stato, ma anche e soprattutto la disoccupazione, la mancanza di potere d’acquisto, la miseria, la mancanza di accesso ai servizi sanitari ed educativi; una situazione quasi naturalizzata e impercettibile che fa parte della violenza strutturale del capitalismo.

In questo senso, la violenza rivoluzionaria non è un invenzione, un dogma o un unico metodo con il quale noi comunisti affermiamo il nostro lavoro politico. Nella storia dell’umanità, nei fatti e nella realtà contemporanea, le classi oppresse, con i comunisti o senza, hanno preso il monopolio della violenza a chi per un certo periodo di tempo lo ha esercitato per mantenere i propri privilegi di classe e il suo dominio. Il marxismo-leninismo ha sintetizzato queste esperienze storiche e in modo chiaro e franco indica che questa violenza degli sfruttati deve esser organizzata e diretta con l’obiettivo di metter fine alla violenza stessa, non come un effetto, ma come causa: il sistema capitalista, la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione in classi sociali. Ossia noi comunisti non siamo apologeti della violenza, come reazione alla violenza; siamo al contrario organizzatori politici delle forme e metodi di lotta che gli stessi sfruttati hanno sviluppato in maniera quasi intuitiva, ma creativa, per riuscire a rompere le laceranti catene della miseria, dello sfruttamento e della repressione che esercitano oggi i monopoli. Questo non significa dire al nostro popolo che per ottenere cambiamenti veri alla radice è possibile solo mediante una schiacciante massa di seguaci di un progetto politico, ma che è un dovere e una necessità contare su uno strumento militare organizzato e subordinato a questo progetto politico che supporta non solo la volontà degli oppressi, ma che sconfigge anche la volontà degli sfruttatori. Conquistare le coscienze della classe operaia e degli strati sfruttati con un progetto politico senza uno strumento che sostiene questa volontà, è portare la nostra classe a una sconfitta e a una tragedia, perché finora l’esperienza storica ci dimostra che le classi dominanti non esitano ad utilizzare mezzi violenti per conservare i propri privilegi.

Noi marxisti-leninisti analizziamo in modo dialettico la realtà e le sue contraddizioni, per questo dichiariamo che le forme di lotta politica e pacifica non devono escludere le forme di lotta violenta e armata. Rinunciare a una di queste forme categoricamente senza conoscere la loro essenza e il loro ruolo nella lotta di classe, è essere dogmatici. Queste forme di lotta non sono escludenti, ma non possiamo rinunciare a nessuna di loro, come nemmeno possiamo esercitarle allo stesso tempo, come fa il revisionismo armato o condannando la violenza rivoluzionaria, come fa l’opportunismo elettorale e il pacifismo piccolo borghese. Finora i rappresentanti dell’opportunismo fanno del parlamentarismo e delle elezioni un dogma. I rappresentanti del riformismo propongono di limare le unghie della ferocia del capitale con misure keynesiane e con il ritorno dei diritti sociali e lavorativi oggi eliminati. I rappresentanti del revisionismo armato o civile rinnegano il ruolo della violenza organizzata per la presa del potere da parte della classe operaia. Mentre l’ultra-sinistrismo e l’anarchismo fanno dell’azione diretta la loro forma di lotta principale slegata dalle masse e senza una strategia più o meno coordinata. Ciononostante, tutti questi condividono qualcosa in comune: escludono forme di lotta storiche della classe operaia senza sapere qual è la forma di lotta principale, secondo l’analisi concreta della realtà concreta.

Tuttavia, in tempi di crisi economica e politica del capitalismo, esso si rende più violento e le sue forme principali di accumulazione di capitale avvengono mediante la svalorizzazione della forza lavoro e l’estrazione di plusvalore da milioni di operai, così come tramite la spoliazione di territori attraverso l’occupazione violenta, distruggendoli e ricostruendoli secondo gli interessi del capitale. Nel mondo capitalista, lo Stato democratico borghese al servizio dei monopoli e delle oligarchie esercita all’interno dei distinti paesi la repressione maggiore verso la classe operaia e gli strati sfruttati che resistono alle misure antioperaie e antipopolari. All’estero gli stati capitalisti più sviluppati economicamente esercitano l’occupazione di altri stati nazione, mentre altri stati meno sviluppati collaborano finanziariamente e militarmente con le potenze economiche in funzione della loro posizione nella piramide imperialista.

Di fronte a questo panorama, ricordiamo che la controrivoluzione in URSS non solo è stata una sconfitta momentanea per i comunisti e i rivoluzionari, ma per tutta la classe operaia mondiale. L’aggressività dell’imperialismo verso i popoli è stata devastante in Europa, Asia e Africa. Tuttavia, in America Latina viviamo negli ultimi 20 anni una resistenza all’introduzione di politiche economiche di cui, col sangue e col fuoco, beneficiano solo i monopoli. Per un piccolo lasso di tempo le misure antimperialiste dei cosiddetti processi progressisti e bolivariani hanno resistito all’assalto del capitale. Tuttavia, oggi questi processi si vedono minacciati per non aver radicalizzato la loro politica a favore della classe operaia e compiuto una rottura con le leggi di mercato ed economiche del capitalismo, conquistato la maggioranza dei lavoratori, isolato i settori reazionari ed esercitato la violenza rivoluzionaria contro gli sfruttatori mediante la creazione di uno Stato operaio e contadino dal vero carattere socialista. I processi caratterizzati da questo tipo di gestione del capitalismo si stanno rilevando disastrosi in Venezuela, Brasile, Ecuador, Argentina, Bolivia, El Salvador e Nicaragua.

Fino a questo momento, in America Latina, Cuba socialista e le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia – Esercito del Popolo (FARC-EP), erano le forze fondamentali che mantenevano alta la bandiera del socialismo nonostante tutta la macchina militare, economica e ideologica dell’imperialismo e non solo degli USA. Come sappiamo, l’insorgenza colombiana è nata dalla necessità dell’impotenza di un popolo di fronte alla repressione e alla violenza esercitata da uno Stato colombiano che fino ad oggi serve le oligarchie per imporre i loro interessi col sangue e col fuoco. Per oltre 50 anni le FARC-EP hanno resistito eroicamente insieme al loro popolo alla guerra diseguale in termini militari, economici e ideologici che l’imperialismo ha imposto sul nostro continente. Tuttavia, dopo quattro anni di processo di pace all’Avana, Cuba, le FARC-EP hanno accordato una serie di misure preoccupanti per molti rivoluzionari nel mondo. Gli accordi tra lo Stato colombiano e le FARC-EP aprono un dibattito intorno alla vigenza della violenza rivoluzionaria per la presa del potere, ma anche una preoccupazione per coloro che in modo pubblico e fraterno hanno appoggiato le FARC-EP nei momenti più difficili, senza dare importanza ai rischi. Le domande e le preoccupazioni vanno intese nel senso più fraterno e solidale tra i rivoluzionari e non come fa l’opportunismo vile che oggi dice di rispettare le FARC-EP mentre mesi indietro condannava questa organizzazione e accettava anche gli appellativi dettati dall’imperialismo, come quello di “narco-terrorista”. In questo senso, è necessario aprire un dibattito intorno al ruolo della violenza rivoluzionaria come mezzo per la presa del potere e il socialismo. Un dibattito necessario e urgente nei termini più rispettosi della critica e dell’autocritica che caratterizza i comunisti.

In questo contesto, lo Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP parla di “consegna delle armi”, un accordo preoccupante poiché la memoria storica ci ricorda lo sterminio che esercitò lo Stato colombiano contro migliaia di dirigenti e militanti dell’Unione Patriottica negli anni ’80 del secolo passato. Un processo nobile, civile e pacifico su cui le FARC-EP e l’insorgenza colombiana hanno puntato con le migliori intenzioni per realizzare la loro politica senza l’uso delle armi. Questo senza contare l’esperienza storica contemporanea di altri processi latinoamericani dove le forze rivoluzionarie hanno realizzato processi di pace senza che nel lungo periodo avessero ottenuto cambiamenti sostanziali in senso socialista. Al contrario, l’esperienza storica ci dice che una parte di questi processi pacificatori, come in El Salvador, Nicaragua o Venezuela, lo sviluppo della lotta politica e pacifica, hanno portato i popoli latinoamericani e le classi oppresse a legittimare e rafforzare, in un modo o nell’altro, il regime della democrazia rappresentativa e i rapporti mercantili del capitalismo. Dall’altro lato, di fronte alla sconfitta elettorale delle forze progressiste, la costante è stata la formazione di governi più reazionari nei vari paesi dell’America Latina. E’ certo che in certi periodi della lotta di classe, i processi progressisti o bolivariani hanno migliorato la qualità della vita delle classi espropriate, tuttavia oggi la tendenza è contraria. L’imperialismo avanza a passi da gigante in America Latina in modo aperto o velato, facendo ripiegare le forze rivoluzionarie, nonostante si possa colpire l’imperialismo con maggiore forza in virtù della crisi più acuta e prolungata del sistema capitalista mondiale.

D’altro lato, quali sono le garanzie che gli apparati militari e la mafia internazionale delle bande di narcotrafficanti siano smobilitate in Colombia e non esercitino più la loro violenza contro il popolo colombiano? E’ troppo rischioso avere fiducia che, nella maggior parte dei casi, le bande paramilitari al servizio dei monopoli, finanziate e create da politici della reazione colombiana, non faranno fuoco contro chi ha un progetto politico che attenta al business delle armi, dei privilegi e dei loro padrini. Come credere che le mafie dei narcotrafficanti non guadagneranno forza nelle zone smobilitate dall’insorgenza, portando i contadini poveri alla produzione di coca non vedendo essi risolte nell’immediato le proprie necessità di lavoro e di risorse? Come confidare in organismi per nulla neutrali e filo-imperialisti come l’ONU, che dalla controrivoluzione in URSS è stato un organo internazionale a favore dei monopoli, che ha violato anche i suoi stessi protocolli sui diritti umani, come dimostrano i recenti casi di Haiti e di altri paesi in Africa e Medio Oriente? Come confidare nelle leggi e negli accordi di uno Stato colombiano che continua ad attentare a iniziative politiche e pacifiche come quella della Marcia Patriottica, i cui dirigenti e militanti sono stati assassinati, incarcerati nell’impunità dello Stato Colombiano, senza che nessuno di questi casi sia stato chiarito e portato davanti alla giustizia?

Oggi come ieri le voci e le penne dell’opportunismo e del riformismo raffigurano come un dogma l’esercizio della violenza rivoluzionaria per la presa del potere da parte delle classi sfruttate. Tuttavia, finora, la pratica storica dimostra che solo coloro che hanno esercitato in modo cosciente e organizzato la violenza rivoluzionaria hanno realizzato cambiamenti radicali rovesciando le basi del sistema capitalista a favore degli operai e dei contadini. Gli esempi e i riferimenti storici sono evidenti nonostante i loro detrattori: la Rivoluzione Socialista d’Ottobre e al suo momento la Rivoluzione Cubana, solo per menzionarne alcuni. E in questo senso, la stessa esperienza storica dimostra che nella costruzione del socialismo, se non si ha chiaro il ruolo del Partito comunista come dirigente della rivoluzione, nella sua composizione operaia, nei principi del marxismo-leninismo come quello della dittatura del proletariato e dello stesso esercizio della violenza da parte dello Stato rivoluzionario, la reazione contrattacca e può prendere il potere politico e economico. Noi comunisti non possiamo continuare a commettere gli stessi errori nel nostro cammino storico. E’ dovere dei rivoluzionari non perdere i principi delle nostre concezioni politiche e ideologiche che la stessa realtà ci dimostra nella lotta dei nostri popoli per la loro emancipazione. Oggi che le contraddizioni del sistema capitalista sono più evidenti, mentre la classe operaia comincia a rafforzare la sua capacità organizzativa e politica, la violenza rivoluzionaria si rende necessaria come un mezzo per strappare il potere ai monopoli e conquistare una pace duratura, solo nel socialismo.

* Direttore di El Comunista, organo del Comitato Centrale del Partito Comunista del Messico.