Referendum costituzionale, votare «No» per affermare i nostri diritti di cittadini da: ilmanifesto.info

Un voto contro un governo oligarchico. Ora pensiamo al da farsi per il momento delle urne, quando farà comodo al governo

Prima o poi, per il referendum costituzionale voteremo. Forse. Giunge notizia di una tesi che potrebbe farci dubitare. La Cassazione ha dichiarato ammissibili le richieste referendarie presentate dai parlamentari in data 6 maggio 2016. Secondo la legge 352/1970 il referendum viene indetto entro i 60 giorni successivi. Quindi il termine, se dovesse farsi decorrere dal 6 maggio, sarebbe ampiamente scaduto. Dando luogo ad almeno due domande: può essere indetto un referendum oltre il termine di legge? E se non fosse più possibile indirlo, che ne sarebbe della legge Renzi-Boschi?

Una tesi insostenibile. Anzitutto, come ho già scritto su queste pagine, la presentazione da parte di un comitato promotore della richiesta di raccogliere 500 mila firme apre la via al termine di tre mesi per la raccolta. La richiesta è stata nella specie presentata prima che i parlamentari presentassero la propria. L’iniziativa dei parlamentari non incide sulla richiesta del comitato promotore. Le norme vigenti pongono sullo stesso piano le tre possibili richieste referendarie: popolo, parlamentari, consigli regionali. Non c’è alcun criterio di supremazia gerarchica o di priorità.

Se l’iniziativa dei parlamentari non azzera quella di un comitato promotore, tanto meno può produrre questo effetto la pronuncia della Cassazione sull’iniziativa medesima. La pronuncia della Corte è meramente strumentale al prosieguo del procedimento per quanto riguarda la specifica richiesta. Quello che conta è il diritto garantito ai soggetti promotori dalla Costituzione e dalla legge. E quindi per l’indizione del referendum non può non tenersi conto dei tre mesi previsti per la raccolta delle 500 mila firme.

D’altra parte, se volessimo ritenere perentorio e scaduto il termine per l’indizione del referendum, ne verrebbe l’impossibilità di indirlo. La mancanza del voto popolare avrebbe come conseguenza inevitabile che la legge Renzi-Boschi non vedrebbe mai la luce. Ai sensi dell’art. 138 Cost. la legge di revisione approvata a maggioranza assoluta dei componenti è promulgata ed entra in vigore, qualora venga chiesto il referendum, solo a seguito di un voto popolare positivo. Se il voto è negativo, questo effetto non si produce. Lo stesso ovviamente accadrebbe se il voto mancasse del tutto. Possiamo discutere sulla qualificazione giuridica, Ma la riforma non esisterebbe come tale.

Lasciamo perdere. E pensiamo al da farsi per il voto che ci sarà, quando farà comodo al governo. La raccolta delle firme sui referendum istituzionali – legge Renzi-Boschi e Italicum – non ha avuto successo, ma ha comunque mobilitato centinaia di migliaia di persone, e ha fatto nascere un gran numero di comitati locali in tutto il paese. È su queste forze che dovremo contare nella campagna che sta per iniziare.

Va detto però che una campagna per la raccolta delle firme è cosa ben diversa da quella per il voto referendario. La persona che viene a un banchetto per firmare è già almeno in parte informata, o è disposta ad ascoltare e informarsi. Si ha la possibilità di argomentare le proprie ragioni e di controbattere quelle degli avversari. C’è un contatto ravvicinato che si conclude con la firma. Tutto questo in larga misura viene meno nella campagna elettorale in senso stretto. Nel 2006 votarono sulla riforma del centrodestra oltre 25 milioni di italiani (il 53,84% degli aventi diritto), e i no furono oltre 15 milioni (61,64%). Con una platea così vasta già sappiamo che non è il fine argomento giuridico a dare la vittoria. Non illudiamoci che possa far presa oltre una cerchia comunque relativamente ristretta l’illustrazione delle aporie, delle contraddizioni, delle omissioni, degli errori tecnici e di scrittura. Soprattutto quando dall’altra parte vengono argomenti rozzi che strizzano l’occhio all’antipolitica.

E allora? Bisogna far passare il messaggio che difendere la Costituzione conviene, è utile nel vivere quotidiano. Difendere la Costituzione non per il ricordo di ieri, ma per i bisogni di oggi. Partendo dalla constatazione che l’attacco è già cominciato con la riduzione dei diritti che la Costituzione garantisce – lavoro, salute, istruzione, ambiente – e la crescita esponenziale delle diseguaglianze. Le riforme in campo sono volte a consolidare e perpetuare le fratture sociali, economiche, territoriali, mettendo il bavaglio al dissenso e riducendo oltre ogni ragionevole misura la rappresentatività delle assemblee elettive. Puntano a un governo oligarchico e autoreferenziale, espressione di una minoranza che non sarà certo dalla parte dei più deboli. La vittoria del no può capovolgere questo indirizzo e aprire vie nuove per la politica italiana. La domanda è: Volete esserci e contare, tutti i giorni, e non un solo giorno ogni cinque anni, in cui votate per mettere i vostri diritti di cittadinanza in mano a chi comanda?

5 motivi per cui Donald Trump vincerà da: huffngtonpost.it

MOORE

Amici,

Mi dispiace dover essere ambasciatore di cattive notizie, ma sono stato chiaro l’estate scorsa quando vi ho detto che Donald Trump sarebbe stato il candidato repubblicano alla presidenza. Ed ora vi porto notizie ancora più terribili e sconfortanti: Donald J. Trump vincerà a Novembre. Questo miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time, e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente. Presidente Trump. Forza, pronuciate queste parole perché le ripeterete per i prossimi quattro anni: “PRESIDENTE TRUMP”.

In vita mia non ho mai desiderato così tanto essere smentito.

Posso vedervi adesso. State scuotendo la testa convinti: “No, Mike, non succederà”. Purtroppo, state vivendo in una campana di vetro dotata di camera dell’eco, dove voi ed i vostri amici siete convinti che gli Americani non eleggeranno un idiota come presidente. Passate dall’essere scioccati al ridere di lui per il suo ultimo commento folle o per la sua presa di posizione narcisistica su qualsivoglia questione, come se tutto girasse intorno a lui. Poi ascoltate Hillary e osservate il nostro primo presidente donna, qualcuno che il mondo rispetta, una persona estremamente intelligente che si preoccupa dei nostri ragazzi, che porterà avanti il lascito di Obama perché è questo che vogliono gli Americani! Per altri quattro anni!

Dovete uscire da quella campana, adesso. Dovete smetterla di vivere nella negazione e guardare in faccia una verità che sapete essere profondamente attuale. Cercate di consolarvi con i numeri “il 77% dell’elettorato è composto da donne, persone di colore, giovani adulti sotto i 35 e Trump non otterrà la loro maggioranza”, o con la logica “le persone non voteranno per un buffone o contro i loro interessi”: è il modo in cui il cervello cerca di proteggervi dal trauma. Come quando sentite un rumore molto forte in strada e pensate “Oh, è appena scoppiata una ruota” oppure “Chi sta giocando con i petardi?” perché non volete pensare che c’è appena stata una sparatoria. È lo stesso motivo per cui tutte le notizie iniziali e i testimoni oculari dell’undici settembre dicevano “un piccolo areo si è accidentalmente schiantato contro le Torri Gemelle”. Vogliamo (ne abbiamo bisogno) sperare per il meglio perché, sinceramente, la vita è già uno schifo ed è piuttosto dura tirare avanti stipendio dopo stipendio. Non possiamo sopportare altre cattive notizie. Quindi la nostra mente attiva “un’impostazione predefinita” quando qualcosa di spaventoso accade davvero.

Le prime persone falciate da quel camion, a Nizza, hanno passato i loro ultimi momenti sulla terra a fare cenni al conducente, perché pensavano avesse semplicemente perso il controllo del veicolo. Cercavano di dirgli che aveva oltrepassato le recinzione: “Attento”, gridavano. “C’è gente sul marciapiede”.

Beh, amici, questo non è un incidente. Sta succedendo. E se pensate che Hillary Clinton batterà Trump con i fatti, l’intelligenza e la logica, be’ vi siete persi l’ultimo anno: con 56 primarie e caucus, 16 candidati Repubblicani le hanno provate tutte per fermare Trump ma niente è servito ad arrestare la sua furia devastante. Ad oggi, allo stato attuale, credo che succederà davvero e, per poter affrontare la cosa, ho bisogno che prima ne prendiate coscienza e poi, forse, potremo trovare un modo per uscire dal caos in cui siamo finiti.

Non fraintendetemi. Nutro grandi speranze per il mio paese. Le cose sono migliorate. La sinistra ha vinto la guerra culturale. I gay e le lesbiche possono sposarsi. La maggioranza degli americani ora adotta posizioni liberali in quasi tutti i quesiti elettorali. Paga uguale per le donne. Legalizzazione dell’aborto. Leggi più severe in materia ambientale. Più controllo sulle armi. Legalizzazione della marijuana. Un enorme cambiamento ha avuto luogo: chiedete ai socialisti, che hanno conquistato 22 paesi quest’anno. E per me non c’è alcun dubbio: se le persone potessero votare dal loro divano, con le loro X-box o Playstation, la vittoria di Hillary sarebbe schiacciante.

Ma non funziona così in America. Le persone devono uscire di casa e fare la fila per votare. E se vivono nei quartieri poveri, neri o ispanici, troveranno una fila più lunga e, perdipiù, si sta facendo di tutto per impedire loro di votare. Nella maggior parte delle elezioni è difficile raggiungere il 50% dell’affluenza ai seggi. E qui sta il problema in vista del prossimo novembre: chi avrà gli elettori più motivati, più convinti, alle urne? Conoscete già la risposta a questa domanda. Chi è il candidato con i sostenitori più rabbiosi? Quali fan impazziti si sveglieranno alle cinque del mattino il giorno delle elezioni, incitando le persone per tutto il giorno finché l’ultimo seggio elettorale non sarà chiuso ed assicurandosi che tutti i Tom, i Dick e gli Harry avranno espresso il loro voto? Già, proprio così. È questo l’estremo pericolo che stiamo correndo. E non ingannatevi: non serviranno i convincenti spot di Hillary, o le sconfitte subite da Trump nei dibattiti, né gli ultraliberali che sottragono voti a Trump a fermare la sua corsa.

Ecco i cinque motivi per cui Trump vincerà:

1. La “matematica” del Midwest. Ovvero, benvenuti nella Brexit della Rust Belt. Credo che Trump concentrerà buona parte della sua attenzione sui quattro stati blu della cosiddetta “Rust Belt” a nord dei Grandi Laghi: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Quattro stati tradizionalmente democratici che hanno eletto governatori repubblicani dal 2010 (solo la Pessylvania, adesso, ha finalmente eletto un democratico). In Michigan, alle primarie di Marzo, sono stati di più i voti per i Repubblicani (1,32 milioni), rispetto a quelli riservati ai Democratici (1,19 milioni). Trump è avanti ad Hillary negli ultimi sondaggi in Pennsylvania mentre ha pareggiato in Ohio. Pareggiato? Come può la corsa essere così ravvicinata dopo tutto quello che Trump ha detto e fatto? Be’ forse perché ha detto (correttamente) che il sostegno dei Clinton al NAFTA ha contribuito a distruggere gli stati industriali dell’Upper Midwest.

Trump colpirà Clinton su questo punto e sul supporto che Hillary ha accordato al TPP e ad altre politiche commerciali che hanno sontuosamente fottuto gli abitanti di questi 4 stati. Durante le primarie in Michigan Trump, all’ombra di una fabbrica Ford, ha minacciato l’azienda che se, avesse portato avanti il piano di chiudere la fabbrica e trasferirla in Messico, lui avrebbe applicato una tariffa del 35% su ogni vettura fabbricata in Messico e rispedita agli Stati Uniti. È stata musica per le orecchie degli operai del Michigan. Inoltre, quando Trump ha minacciato i vertici della Apple che li avrebbe costretti a fermare la produzione di iPhone in China, per trasferirla esclusivamente in America, be’ i cuori sono andati in estasi e Donald ne è uscito trionfante, una vittoria che sarebbe dovuta andare al governatore vicino, John Kasich.

Da Green Bay a Pittsburgh, questa America, amici miei , è come il centro dell’Inghilterra: al verde, depresso, in difficoltà, le ciminiere che punteggiano la campagna con la carcassa di quella che chiamiamo Middle Class. Lavoratori arrabbiati, amareggiati, ingannati dall’effetto a cascata di Reagan ed abbandonati dai Democratici che ancora cercano di predicare bene ma, in realtà, non vedono l’ora di flirtare con un lobbista della Goldman Sachs che firmerà un gran bell’assegno prima di uscire dalla stanza. Quello che è successo nel Regno Unito con la Brexit succederà anche qui. Elmer Gantry rivive nelle vesti di Boris Johnson e dice qualunque cazzata riesca ad inventarsi per convincere le masse che questa è loro occasione! L’occasione per opporsi a tutti loro, quelli che anno distrutto il loro Sogno Americano! E ora l’Outsider, Donald Trump, è arrivato a dare una ripulita. Non dovete essere d’accordo con lui! Non deve nemmeno piacervi! È la vostra Molotov personale da lanciare ai bastardi che vi hanno fatto questo! Mandate un messaggio ! TRUMP è il vostro messaggero!

Ed ecco che arriva la matematica. Nel 2012, Mitt Romney è stato sconfitto per 64 voti. Sommate i voti espressi da Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Fa 64. Tutto quello che Trump deve fare per vincere è conquistare il supporto degli stati tradizionalmente rossi dall’Idaho alla Georgia (che non voteranno mai per la Clinton), poi avrà soltanto bisogno dei quattro stati della Rust Belt. Non ha bisogno della Florida, non ha bisogno del Colorado o della Virginia. Solo Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. E questo lo farà arrivare in cima. Ecco cosa succederà a Novembre.

2. L’ultimo baluardo del furioso uomo bianco. La nostra era patriarcale, durata 240 anni, sta arrivando alla fine. Una donna sta per prendere il sopravvento! Com’è successo? Sotto i nostri occhi. Ci sono stati segnali d’allarme, ma li abbiamo ignorati. Nixon, il traditore, che ci ha imposto il Titolo IX, legge che stabilisce pari opportunità nei programmi scolastici sportivi. Poi hanno lasciato che le donne guidassero jet commerciali. Prima che ce ne rendissimo conto, Beyoncé prendeva d’assalto il campo del Super Bowl (il nostro gioco) con un esercito di Donne nere, col pugno alzato, a dichiarare che la nostra supremazia è finita. Ah, l’umanità.

Questa era una rapida sbirciatina nella mente dell’Uomo Bianco, specie in via di estinzione. C’è la sensazione che il potere gli sia scivolato dalle mani, che il suo modus agendi non sia più seguito. Questo mostro, la “Feminazi”, quella che Trump ha definito una “cosa debordante sangue dagli occhi e non solo” ci ha sconfitti. Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? Dopodiché, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! Poi toccherà ai transgender! Vedete che piega abbiamo preso. Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire.

3. Il problema Hillary. Possiamo parlare onestamente, almeno tra noi? E prima di farlo, lasciate che lo dica, mi piace davvero Hillary e credo che le sia stata attribuita una cattiva reputazione che non merita. Ma dopo il voto per la guerra in Iraq, ho promesso che non avrei mai votato per lei un’alra volta. Fino ad oggi, non sono venuto meno alla promessa. Ma, per impedire ad un protofascista di diventare il nostro “comandante supremo” infrangerò la promessa. Putroppo, credo che la Clinton troverà il modo di coinvolgerci in una qualche azione militare. È un falco, alla destra di Obama. Ma il dito da psicopatico di Trump è pronto a premere Il Bottone. Questo è quanto.

Accettiamo la realtà dei fatti: il nostro problema principale non è Trump, è Hillary. È incredibilmente impopolare: quasi il 70% degli eletteori pensa che sia disonesta e inaffidabile. Rappresentante della vecchia politica, che non crede a niente se non alle cose utili a farsi eleggere. Ecco perché il momento prima si oppone al matrimonio gay e quello dopo ne celebra uno. Tra i suoi principali detrattori ci sono le giovani donne: questo deve far male condiderando i sacrifici e le battaglie che Hillary, e altre donne della sua generazione, hanno sopportato per far sì che le esponenti di questa nuova generazione non fossero più costrette a sentire le Barbara Bush del mondo dire loro di chiudere il becco e andare a sfornare biscotti. Ma i ragazzi non la amano, e non passa giorno senza che un millennial non mi dica che non voterà per lei. Nessun democratico, e di certo nessun indipendente, si sveglierà l’8 Novembre e vorrà precipitarsi a votare per Hillary, come invece hanno fatto il giorno dell’elelezione di Obama o quando Bernie ha corso per le primarie. Non c’è entusiasmo. Dal momento che questa elezione si riduce ad una cosa sola (chi tira più persone fuori di casa e le conduce ai seggi), Trump adesso è in testa.

4. “Il voto depresso” degli elettori di Sanders. Smettetela di preoccuparvi che i sostenitori di Bernie non voteranno per la Clinton. Voteremo per lei. I sondaggi già mostrano che ci saranno più elettori di Sanders pronti a votare Clinton quest’anno, rispetto al numero degli elettori di Hillary alle primarie del 2008, che allora votarono per Obama. Non è questo il problema. L’allarme dovrebbe scattare perché quando il sostenitore medio di Bernie si recherà alle urne quel giorno per votare, seppur con riluttanza, per Hillary, esprimerà il cosiddetto “voto depresso”: significa che l’elettore non porta con sé a votare altre 5 persone. Non svolge attività di volontariato nel mese precedente alle elezioni. Non parla in toni entusiastici quando gli/le chiedono perché voterà per Hillary. Un elettore depresso. Perché, quando sei giovane, la tua tollerenza verso gli ipocriti e le stronzate è pari a zero. Ritornando all’era Clinton/Bush, per loro è come dover improvvisamente pagare per la musica, o usare MySpace o portarsi in giro uno di quei cellulari giganteschi.

Non voteranno per Trump, qualcuno voterà il terzo partito, molti se ne staranno a casa. Hillary Clinton dovrà fare qualcosa per fornire loro una valida ragione per sostenerela: e scegliere un ragazzo bianco, moderato, insipido e centrista come candidato alla vicepresidenza non è proprio la mossa vincente per dire ai millennial che il loro voto è importate. Avere due donne come candidate, quella sarebbe stata un’idea entusiasmante. Ma Hillary ha avuto paura e ha deciso di andare sul sicuro. E questo è solo uno degli esempi del modo in cui si sta alienando il favore dei più giovani.

5. L’effetto Jesse Ventura. Per non ignorare la capacità dell’elettorato di essere malizioso e non sottovalutare il fatto che milioni di elettori si considerano “ribelli segreti” una volta chiusa la tenda e rimasti soli nella cabina elettorale. È uno dei pochi luoghi della società dove non ci sono telecamere di sicurezza, nessun registratore, non ci sono coniugi, bambini, capi, poliziotti, non c’è neanche un limite di tempo. Puoi prenderti tutto il tempo che vuoi lì dentro e nessuno può farti nulla. Puoi premere il bottone e votare una linea di partito, oppure scrivere Mickey Mouse e Donald Duck. Non ci sono regole. E per questo, e per la rabbia che molti sentono verso un sistema politico corrotto, milioni di persone voteranno per Trump: non perché siano d’accordo con lui, non perché ne adorino il fanatismo e l’ego, ma solo perché possono farlo.

Solo perché manderebbe tutto all’aria e farebbe arrabbiare mamma e papà. Un po’ come quando osservi le cascate del Niagara e ti chiedi, per un attimo, come sarebbe oltrepassare quel limite. A tantissime persone piacerebbe interpretare il ruolo del burattinaio e “gettarsi nel vuoto” per Trump, solo per vedere cosa potrebbe succedere. Ricordate quando, negli anni ’90, gli abitanti del Minnesota hanno eletto come governatore un wrestler professionista? Non l’hanno fatto perché sono stupidi, né perché pensavano che Jesse Ventura fosse un grande statista o un fine intellettuale politico. Lo hanno fatto solo perché potevano.

Il Minnesota è uno degli stati più intelligenti del paese. È anche pieno di persone con un senso dell’umorismo un po’ tetro: votare per Ventura era il loro scherzo ad un sistema politico malato. La stessa cosa succederà con Trump.

Mentre tornavo in albergo, dopo aver partecipato allo speciale di Bill Maher sulla Convention repubblicana andata in onda sulla HBO, sono stato fermato da un uomo. “Mike”, ha detto. “Dobbiamo votare per Trump. Dobbiamo stravolgere un po’ le cose”. Ed è finita lì. Per lui quella motivazione era sufficiente. “Stravolgere le cose”. Il Presidente Trump lo farebbe sul serio. E ad una buona fetta dell’elettorato piacerebbe tanto sedere in tribuna e godersi il reality show.

(La settimana prossima posterò i miei pensieri sul “Tallone d’Achille” di Trump e su come ritengo possa essere sconfitto).

Il vostro

Michael Moore.

Questo post è apparso per la prima volta su Huffington Post Usa ed è stato tradotto dall’inglese da Milena Sanfilippo

Fonte: rifondazione comunistaAutore: redazione Turchia, per il Pkk la democrazia può tornare solo con la costruzione di un blocco di forze radicali

 

Il PKK dichiara che un blocco democratico che riunisce le organizzazioni della società civile, gli intellettuali, gli scrittori e gli artisti che rappresentano segmenti diversi che rivendicano democrazia in Turchia deve essere costituito immediatamente.
Il Comitato esecutivo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha diffuso un documento con cui afferma che l’attuale partito politico dell’oligarchia non può risolvere i problemi del paese o democratizzarlo. Il Comitato ha enfatizzato la necessità di costruire un blocco di forze democratiche radicali che dovrebbe democratizzare il paese, impedire il verificarsi di ulteriori colpi di stato e porre fine all’oppressione e all’ingiustizia. Nella sua dichiarazione il Comitato del PKK ha commemorato le persone che hanno perso la loro vita durante la rivoluzione del Rojava e a Suruç, e ha sottolineato che in Turchia c’è un sistema di oligarchie politiche economiche e sociali che ha permesso che si ripetessero così tanti colpi di stato nella storia recente.L’incapacità della Turchia di democratizzarsi ha creato il terreno per i colpi di stato
Il PKK ha definito l’incapacità di risolvere la questione curda come la ragione principale per cui la democratizzazione non ha avuto luogo in Turchia, e ha sottolineato che l’incapacità del paese di democratizzarsi ha posto le basi per i colpi di stato. “Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha offerto proposte realistiche per la soluzione della questione curda allo scopo di democratizzare il paese. Gli ammonimenti di Öcalan che il ‘meccanismo di colpo di stato’ sarebbe stato sempre attivo se la questione curda fosse rimasta irrisolta hanno dimostrato di essere giusti”.
Il PKK considera il rigetto dell’accordo di Dolmabahçe e del risultato delle elezioni del 7 giugno come un colpo di stato politico contro la democratizzazione della Turchia, ed ha affermato che l’alleanza di governo dell’AKP con l’MHP e le forze di Ergenekon hanno riattivato il meccanismo del colpo di stato nel paese. Il Comitato del PKK ha affermato che la lotta democratica del popolo curdo e delle forze democratiche ha consentito il rafforzamento di una posizione contro il colpo di stato nella società turca che ha contribuito a impedire il tentativo di colpo di stato del 15 luglio.

Lo stato di emergenza non è una posizione contro il colpo di stato
Il Comitato esecutivo del PKK ha sottolineato che la democratizzazione è necessaria al fine di impedire che si verifichino futuri colpi di stato, ma ha avvertito che la dichiarazione dello stato di emergenza da parte di Erdoğan non è una posizione contro il colpo di stato, ma un tentativo di proseguire le distruzioni delle città in Kurdistan, esacerbare l’oppressione delle popolazioni curde e consolida il potere monista, egemonico e autoritario del governo dell’AKP in Turchia.
“La Turchia non è mai stata una vera democrazia, e il ‘sistema di guerra speciale’ nel paese ha cercato di perpetrare il genocidio del popolo curdo. Invece di prendere misure per la democratizzazione, il governo dell’AKP punta a consolidare il proprio dominio egemonico e intensificare il suo genocidio del popolo kurdo ” afferma la dichiarazione.
“C’è un bisogno immediato di creare un blocco di forze della democrazia radicale che democratizzeranno il paese preverranno ulteriori colpi di stato e porranno fine a oppressione e ingiustizia. Le elezioni del 7 giugno avevano sollevato le speranze di democratizzazione, ma l’alleanza anti-curda e fascista in Turchia ha riavviato la guerra il 24 luglio 2015 e attuato una politica di annientamento che ha posto le basi per il tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016. L’attuale stato d’emergenza significa l’approfondimento della crisi in Turchia, in contrapposizione alla democratizzazione e alla stabilità. Invitiamo pertanto organizzazioni della società civile, intellettuali, scrittori e artisti che rappresentano i segmenti sociali che richiedono democrazia a formare immediatamente un blocco democratico al fine di prevenire che si verifichino ulteriori colpi di stato”.

Tutte le forze democratiche in Turchia devono lottare per una democrazia reale
Il Comitato Esecutivo PKK ha anche evidenziato i pesanti attacchi subiti dai kurdi nel corso dell’ultimo anno, e ha invitato il popolo curdo ad aumentare la propria solidarietà e mobilitazione in collaborazione con le forze democratiche della Turchia al fine di prevenire ulteriori attacchi. “La democratizzazione della Turchia è l’unico modo per risolvere i problemi del paese e prevenire che ulteriori colpi di stato, il PKK assolverà alle proprie responsabilità, al fine di garantire la vita libera e democratica dei popoli in Turchia”.La dichiarazione si conclude con l’impegno del PKK a continuare a lottare contro i tentativi di colpo di stato, contro lo stato di emergenza e le politiche oppressive che preparano il terreno a ulteriori colpi di stato, ed ha ricordato l’obiettivo del leader del popolo curdo di risolvere i problemi della Turchia attraverso la democratizzazione e di liberare il paese dal meccanismo del colpo di stato.
Il PKK dichiara che obiettivo del suo leader Abdullah Öcalan è stato quello di risolvere i problemi della Turchia attraverso la democratizzazione e di eliminare il meccanismo di colpo di stato nel paese. “La lotta di Ocalan lo rende politicamente prezioso per tutti i popoli della Turchia, pertanto il popolo curdo e le forze democratiche devono lottare per la salute e la sicurezza di Ocalan.”

Fonte: agenzia direAutore: redazione “Migranti abbandonati a se stessi”. Il dossier di LasciateCIEntrare da: controlacrisi.org

Senz’acqua calda e spesso senza cibo, oltre che senza servizi di supporto psicologico, mediazione e corsi d’italiano. E’ questa, secondo Yasmine Accardo, attivista della rete LasciateCIEntrare, la situazione dei richiedenti asilo ospiti dello Sprar (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati) di Carfizzi, in provincia di Crotone.
Quella di Yasmine e’ una delle testimonianze che ieri mattina si sono susseguite nel corso di una lunga conferenza stampa indetta
a Roma dalla rete “LasciateCIEntrare” che ha illustrato i risultati delle visite di monitoraggio autorizzate dalle prefetture e svoltesi il 20 giugno scorso in poco meno di 40 centri di accoglienza sparsi sul territorio nazionale. Rispetto al caso citato da Yasmine, gia’ due anni fa gli attivisti, avvocati e giornalisti impegnati nel monitoraggio del sistema di ricezione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati lo avevano segnalato al servizio centrale del sistema Sprar constatando, tra l’altro, la scarsa preparazione degli operatori, tre dei quali
erano assessori del Comune, ma “da allora non e’ cambiato niente”.All’incontro, organizzato nella sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana-Fnsi, c’e’ anche Giacomo Dessi’, 23 anni, pubblicista e attivista impegnato nella zona di Cagliari: “la mancanza di organizzazioni del settore no-profit e dell’accoglienza sul nostro territorio ha fatto si’ che si aprisse una piccola ‘quota di mercato’ nel settore, subito partecipata da cooperative del resto d’Italia, alcune note alle cronache per essere state coinvolte nelle inchieste di Mafia Capitale” afferma all’agenzia Dire Dessi’. E segnala anche i casi di “piccole strutture emergenti”: macellerie, imprese di pulizie, imprese edili che aprono centri di accoglienza. Per il giornalista questi fenomeni “non solo sono sinonimo di scarsa professionalita’, ma anche di una situazione in cui lavoratori che operano in questi centri sono sottopagati e hanno contratti per mansioni diverse da quelle che svolgono”. A Cagliari, nelle strutture
che ospitano numeri molto grandi di migranti “ci si dimentica di quanti ospiti ci siano” e in questa situazione, i bandi per gli Sprar, i centri di accoglienza “ordinari” previsti dal nostro sistema, continuano ad essere deserti. Per Dessi’ il problema e’ la mancanza di volonta’ politica, in una regione dove le strutture di accoglienza “tengono aperti alberghi che altrimenti chiuderebbero per fallimento”.

Situazione critica, per gli attivisti, non solo al Sud: anche in Friuli-Venezia Giulia, afferma Angela Lovat di ‘Ospiti in arrivo’ i bandi per i centri Sprar sono poco partecipati e molti migranti restano al di fuori del sistema di accoglienza, mentre a Ventimiglia, dichiara l’avvocato Alessandra Ballerini collegata via Skype, il nuovo centro di accoglienza per 180 persone e’ composto da container esposti al sole e isolati dal centro abitato. Ballerini interviene dall’hotspot di Lampedusa: il centro, dichiara Ballerini ai cronisti, e’ sovraffollato e nell’area destinata ai minori non accompagnati mancano bagni e docce. Per i minori quindi, si generano situazioni di “promiscuita’ endemica” con gli adulti.

A preoccupare gli attivisti non sono solo le condizioni di molti dei centri visitati, ma anche di quelli dove l’accesso e’ stato loro negato: tra questi, il CARA di Mineo, gia’ all’attenzione della cronaca perche’ i suoi ospiti sono sfruttati nella raccolta delle arance.
Di tanti altri centri, inoltre, e’ difficile anche conoscere l’esistenza: su 106 prefetture, afferma LasciateCIEntrare, solo una ha fornito dati dettagliati sull’ubicazione dei Centri di Accoglienza Straordinaria. Questi ultimi ad oggi accolgono il 70% dei migranti, molti di piu’ di quelli ospitati nel sistema ‘ordinario’ degli Sprar.

Autore: redazione “Quello di Attilio Manca è un delitto di Stato”. Presentato a Roma il libro-dossier da: controlacrisi.org

“Quello di Attilio Manca è un delitto di Stato. Un delitto che si inserisce nel quadro di quella scellerata trattativa che uomini delle Istituzioni ai più alti livelli strinsero con i boss mafiosi, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. Arrivare alla verità e alla giustizia su questo delitto di Stato, e sugli altri che ci sono dietro alla trattativa, è una questione di democrazia”. Lo ha detto Antonio Ingroia, legale insieme all’avvocato Fabio Repici della famiglia Manca, alla presentazione a Roma del libro ‘Suicidate Attilio Manca’ di Lorenzo Baldo. “Attilio Manca – ha aggiunto – è stato vittima di uno Stato criminale, è finito schiacciato da quella rete di protezione mafioso-statale che proteggeva Bernardo Provenzano perché garante mafioso della trattativa. In quanto ambasciatore dello Stato dentro la mafia, il boss doveva essere protetto, curato e tenuto al sicuro a qualsiasi costo, anche quello di uccidere un giovane medico inconsapevolmente chiamato a curarlo, come appunto Attilio Manca. Questo spiega i vergognosi depistaggi e gli evidenti tentativi di insabbiamento che per anni hanno impedito di arrivare alla verità. Per rilanciare le indagini abbiamo depositato un esposto alla Procura nazionale antimafia perché svolga quel ruolo di coordinamento e di impulso che le spetta nei confronti delle procure di Roma e di Messina, che finora hanno operato in modo tutt’altro che convergente. Purtroppo – ha concluso Ingroia – sembra che ancora nulla si muova”.

Polizia, per la Cgil la militarizzazione non va bene per niente Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Siamo contrari alla militarizzazione delle funzioni di Polizia: allargare l’area di applicazione del Testo Unico delle disposizioni in materia di ordinamento militare non trova giustificazioni di carattere funzionale e porrebbe seri problemi sotto più profili, compreso quello costituzionale”. Così la segretaria confederale Gianna Fracassi e il segretario generale del Silp Cgil Daniele Tissone commentano il parere delle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Difesa sull’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei Carabinieri, e nello specifico il consiglio rivolto al Governo di estendere a tutte le Forze di Polizia quanto previsto dal TUOM all’articolo 237. Quest’ultimo, oggi valido solo per i Carabinieri, impone di informare la superiore gerarchia sulle informative di reato, prescindendo dagli obblighi previsti dal Codice di Procedura Penale e dall’autorizzazione della Magistratura.Per Cgil e Silp, innanzitutto, “l’estensione dell’applicabilità dell’art. 237 TUOM potrebbe risultare incompatibile con il principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale e con le norme legislative che tutelano il segreto delle indagini (artt. 114 e 329 c.p.p.)”.

Fracassi e Tissone sostengono che, nel merito, la proposta delle Commissioni, “giustificata con l’opportunità di garantire un coordinamento, anche informativo, al fine di evitare duplicazioni e sovrapposizioni”, non solo non risponde a un reale bisogno, ma “rischia di porre seri problemi di coordinamento nei confronti dell’Autorità Giudiziaria, titolare dell’azione penale come stabilito dalla Costituzione”.

“L’Autorità di Pubblica Sicurezza, attraverso il Capo della Polizia, Direttore Generale della P.S., ha il compito di tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica ovvero garantire un coordinamento efficiente e funzionale delle funzioni sul territorio” spiegano. “Non sarebbe quindi riscontrabile l’esigenza rilevata nel parere degli organi parlamentari. Ma seguire il consiglio dato sarebbe anche dannoso: è fin troppo agevole – concludono i dirigenti sindacali – scorgere il pericolo che l’efficacia delle indagini preliminari sia messa a repentaglio da incontrollabili fughe di notizie”.