Masaan, ovvero l’India di ieri e di oggi da: ndnoidonne

Masaan. Un film sulle ineguaglianze sociali e di genere, ‘tra la terra e il cielo’ del sub-continente indiano

Elisabetta Colla

Masaan: tra la terra e il cielo

Contro ogni aspettativa, è arrivato con l’estate nelle sale italiane – distribuito da Cinema di Valerio De Paolis – il film indiano indipendente Masaan: tra la terra e il cielo, primo lungometraggio del giovane regista e sceneggiatore Neeraj Ghaywan, vincitore a Cannes lo scorso anno, nella sezione Un Certain Regard, del Premio Fipresci della critica internazionale e del Premio dell’avvenire, in ex-aequo con l’iraniano Nahid di Ida Panahandeh.
La pellicola racconta l’intrecciarsi di complesse e tragiche storie di ineguaglianze, sociali e di genere nell’India contemporanea dove, sembra dire il regista, al di là di utilitaristiche apparenze e di uno sviluppo complessivo riconosciuto a pieno titolo dai mercati internazionali, sono ancora all’ordine del giorno gravi questioni legate alla casta di appartenenza, enormi difficoltà di emancipazione per le donne, invalicabili ostacoli per uomini e donne nella scelta libera di chi frequentare e sposare, ampia corruzione ed abusi della polizia, in generale diffusa ipocrisia sociale. Masaan, che significa crematorio, è stato girato nei magnifici scenari naturali di Varanasi (Benares), la città santa, dove buona parte della vita e della morte si svolge sui ghat, le rampe discendenti al fiume Gange, fra le abluzioni sacre e le pire delle cremazioni che bruciano costantemente. I protagonisti del film sono personaggi di tutte le caste, le cui vicende esistenziali s’incrociano in uno script ben equilibrato e denso di pathos: giovani che vogliono vivere, sperimentare ed amare liberamente, hanno studiato, si scambiano messaggi, pensano che tutto sia possibile, ma in realtà non è così; adulti che credono di conoscere il mondo e si adeguano a situazioni anacronistiche, rimpiangendo gli errori passati; forze dell’ordine violente, che ricattano e minacciano la gente comune con odiose ed assurde denunce per guadagnare illegalmente; bambini orfani che vivono di espedienti tirati su dalla variopinta comunità dei ghat.
Le vite di Deepack, un giovane dei quartieri poveri laureatosi in ingegneria ed innamorato di una ragazza ricca, Devi, una ragazza in crisi, schiacciata dal senso di colpa per il suicidio di un giovane a seguito della scoperta pubblica della loro relazione, Pathak, un padre vittima della corruzione della polizia, Jhonta, un ragazzino in cerca di una famiglia, si incontreranno misteriosamente, mentre sul fiume continuano a splendere albe e tramonti mozzafiato, preludio per tutti di un domani migliore, nel travaglio fra modernità e tradizione. “Per me questo film – afferma il regista – è una sorta di storia iniziatica, nella quale il dolore e la morte, che toccano tutti i personaggi, possono trasformarsi in qualcosa di positivo e non necessariamente condurre alla disperazione assoluta. D’altronde Benares è conosciuta come ‘la città della morte’ e si dice che, chi muore laggiù, troverà la salvezza”. Un film sul destino, tra scelte, morte e vita.

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