L´ultima lettera di Paolo Borsellino da: Agende Rosse

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Scritto da Paolo Borsellino
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Questa è l’ultima lettera di Paolo Borsellino, scritta alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l’esplosione di un’auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D’Amelio, facesse a pezzi lui e i ragazzi della sua scorta.
Paolo si alzava quasi sempre a quell’ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare  anche la morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva “per fregare il mondo con due ore di anticipo” e quella mattina cominciò a scrivere una lettera alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di disguidi e per i suoi impegni che non gli davano tregua.

La faida di Palma di Montechiaro che Paolo cita nella lettera la ricordo bene.
A Capodanno dello stesso anno ero con lui ad Andalo, nel Trentino dove avevamo passato insieme il Natale, per la prima volta da quando, nel 1969, ero andato via dalla Sicilia, ed avevamo deciso di ritornare passando per Innsbruck che avevamo entrambi voglia di visitare insieme con le nostre famiglie.
Non fu possibile perchè Paolo ricevette la notizia della strage di mafia che c’era stata a Palma di Montechiaro e dovette rientrare di fretta in Sicilia.
Fu l’ultima volta che vidi Paolo, da allora fino alla strage del 19 luglio ci sentimmo solo qualche volta al telefono e quando, dopo la sua morte, vidi le sue foto successive alla morte di Giovanni Falcone mi sembrò che in poco più di sei mesi fosse invecchiato di 10 anni.
La lettera è da leggere parola per parola, pensando proprio che sono le ultime parole di Paolo.
Quando dice che non riusciva in quei giorni neanche a vedere i suoi figli penso a quello che mi disse mia madre dopo la sua morte: le aveva confidato che non faceva più le coccole a Fiammetta la sua figlia più piccola e che stava cercando di allontanarsi affettivamente dai suoi figli perchè soffrissero di meno nel momento in cui lo avrebbero ucciso.
E che quel giorno lo avrebbero ucciso Paolo lo doveva quasi presagire, sapeva che a Palemo era già arrivato il carico di tritolo per lui. Lo sapeva anche il suo capo, Pietro Giammanco, che non gli aveva però riferito dell’informativa che gli era arrivato a questo proposito e Paolo, che invece lo aveva saputo per caso all’aeroporto dal ministro Scotti, aveva avuto con lui uno scontro violento.
Uno scontro che Paolo ebbe con Giammanco anche la mattina del 19 Luglio, quando quest’ultimo gli telefonò alle 7 del mattino, cosa che fino allora non era mai successa.
Forse anche Giammanco sapeva che quello era l’ultimo giorno di Paolo e per questo gli comunicò che gli aveva finalmente concessa la delega per indagare sui processi di mafia in corso di istruttoria a Palermo. Delega che avrebbe permesso a Paolo di interrogare senza più vincoli il pentito Gaspare Mutolo che in quei giorni aveva cominciato a rivelare le collusioni tra criminalità organizzata, magistratura, forze dell’ordine e servizi segreti.
Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: “Ora la partita è chiusa” e Paolo gli rispose invece urlando “No, la partita comincia adesso“.
Dopo quella telefonata Paolo non scrisse più niente sul foglio e la lettera rimase incompiuta sul numero 4), dopo gli altri tre punti nei quali Paolo, rispondendo a delle domande postegli dai ragazzi del liceo, ci da tra l’altro, in maniera estremamente semplice e chiara, come solo lui era in grado di fare, una definizione della mafia che bisognerebbe  che tutti conoscessero e che fosse insegnata nelle scuole.
Dieci ore dopo un telecomando azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE, ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il suo sogno non morirà mai.


“Gentilissima” Professoressa,
uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e “pentito” mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all’incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss’altro perchè a quell’epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell’intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato “comunque” preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

      Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.

1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l’idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E’ vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all’Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l’applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.
Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall’ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
      Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

      2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.
La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.
Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l’uno dall’altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.

3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di “territorialità”. Essa e suddivisa in “famiglie”, collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.
Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.
      E’ naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l’imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).
      La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall’interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.
      Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, “ndrangheta”, Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l’organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del “consenso” di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.

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Strage di via D’Amelio, martedì fiaccolata in memoria di Borsellino. A Palermo arriva la commissione Antimafia da: larepubblica.it

I preparativi per le commemorazioni a 24 anni dall’eccidio. “Esempi non parole” sarà il tema principale. Ecco tutte le iniziative

Nel 24esimo anniversario della strage di via D’Amelio si rinnova la memoria del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della scorta con la tradizionale Fiaccolata che si terrà martedì 19 luglio a Palermo. L’iniziativa è promossa dalle sigle “Comunità ’92” (coordinamento che unisce le varie anime della destra siciliana) e “Forum XIX Luglio” cartello che raggruppa trasversalmente oltre quaranta tra associazioni e movimenti. Un’edizione molto particolare di questa manifestazione giunta alla sua ventesima edizione. E’ infatti dal 1996 che si svolge la Fiaccolata, divenuta la più longeva manifestazione antimafia in Sicilia.

“Esempi non parole”. Sarà questo il tema principale della Fiaccolata 2016. Si vuole infatti sottolineare, alla luce dei recenti fatti di cronaca giudiziaria, la profonda differenza tra uomini come Paolo Borsellino ed i novelli protagonisti della cosiddetta antimafia: magistrati, imprenditori, giornalisti che hanno utilizzato a parole le battaglie legalitarie, per guadagnare le prime pagine dei giornali e posizioni di prestigio, per poi dimostrarsi incoerenti o peggio oggetto di gravi inchieste giudiziarie. Il concentramento è previsto per le ore 20:00 a Piazza Vittorio Veneto. La Fiaccolata attraverserà via Libertà, via Autonomia Siciliana arriverà in via D’Amelio dove verra’ deposto un tricolore e intonato l’inno nazionale. Come ogni anno sarà un corteo silenzioso e senza comizi finali, nel rispetto della sobrietà che contraddistinse in vita Paolo Borsellino.

La visita della commissione parlamentare Antimafia. La commissione presieduta da Rosy Bindi sarà in missione a Palermo e Trapani, per partecipare alle commemorazioni della strage di via d’Amelio e per un approfondimento sulle attuali dinamiche all’interno di cosa nostra. I lavori avranno inizio  lunedì 18 luglio alle ore 13 nella sede della Prefettura di Palermo, con le audizioni del prefetto, del questore, del comandante provinciale dei carabinieri, del comandante provinciale della Guardia di Finanza e del capo centro Dia. A seguire saranno sentiti il procuratore capo della Dda ed il sindaco di Palermo.

Martedì 19 luglio i lavori riprenderanno alle ore 8,45, quando saranno auditi il presidente del Tribunale di Palermo e il presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. La delegazione della commissione Antimafia alle 10 si recherà all’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Palermo, ove si terrà il convegno “Nel ricordo di Paolo Borsellino”, promosso dall’Associazione nazionale magistrati e dalla commissione. Alle 13 la delegazione sarà in via D’Amelio per deporre una corona in memoria di Paolo Borsellino, Agostino Catalano Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Nel pomeriggio la commissione si trasferirà infine a Trapani, per una nuova serie di audizioni, che si terranno presso quella prefettura fino a mercoledì 20 luglio; alle 16 del 20 luglio avrà luogo, presso la prefettura di Trapani, la conferenza stampa conclusiva sulla missione, con la presidente Rosy Bindi.

Il 19 luglio, alle 19, Rosy Bindi e il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, interverranno al Teatro antico di Segesta, per lo spettacolo “Giovanni e Paolo – Aldilà di Falcone e Borsellino”, iniziativa aperta al pubblico, con ingresso libero. L’accesso al Teatro sarà garantito da un servizio navetta gratuito dall’ingresso del Parco Archeologico (dalle 17 alle 18,40). La manifestazione è promossa dall’Associazione nazionale magistrati, d’intesa con la sezione distrettuale dell’Anm di Palermo e le sottosezioni di Trapani e Marsala, e dalla commissione parlamentare antimafia. La piece, scritta dal giudice Alessandra Camassa, è interpretata da Gaspare Balsamo, Dario Garofalo (che ne cura la regia) e Giusy Zaccagnini.

Il programma delle iniziative. Il Centro Studi Paolo Borsellino ha presentato a Palazzo delle Aquile il calendario delle iniziative di commemorazione delle vittime della strage di via D’Amelio. Il tema sarà “Madri e figli della stessa terra”. Il 18 luglio dalle 18 alle 20 sotto l’Albero della Pace di Via D’Amelio “Parole e musica in ricordo di Paolo, Agostino, Claudio, Emanuela, Walter, Vincenzo”. Introduce e coordina Emanuele Villa, membro del Centro studi “Paolo Borsellino”. Nella prima sessione dell’iniziativa verrà messo in scena una parte dello spettacolo teatrale “In mio onore” di Elisa Parrinello con la compagnia teatrale di Folleria.

Nella seconda sessione, letture e testimonianze saranno alternate dagli interventi musicali del sassofonista Nicola Alesini e da Vito Parrinello, musicista e direttore artistico del teatro Ditirammu; l’attore Renato Scarpa leggerà un testo introduttivo su Madre Terra, composto dagli studenti del liceo artistico Catalano di Palermo; l’attrice Stefania Blandeburgo leggerà il messaggio che Hebe de Bonafini, leader delle Madres de Plaza de Mayo, ha inviato da Buenos Aires a Rita Borsellino per i ventiquattro anni dalla strage di Via D’Amelio; Anna Puglisi, fondatrice del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, nell’anno in cui Felicia Impastato, la madre di Peppino Impastato, avrebbe compiuto cento anni, restituirà un ricordo del coraggio e della perseveranza di mamma Felicia Impastato per ottenere giustizia.

A seguire l’attrice Costanza Licata leggerà al pubblico la poesia dialettale “La matri di Pippinu” scritta da Umberto Santino; Alice e Davide Grassi (figli di Pina e Libero Grassi), restituiranno il ricordo della loro cara mamma Pina Maisano Grassi, recentemente scomparsa e testimone di impegno politico e sociale; Salvo Piparo e Costanza Licata interpreteranno l’Orazione a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di Salvo Licata in cui Palermo è madre. Concluderà il pomeriggio la testimonianza di Rita Borsellino, sorella del giudice Borsellino e presidente del Centro studi a lui intitolato. A partire dalle 21.30 “Madre”, la 18esima veglia di preghiera in stile rover, voluta dalla signora Maria Pia Lepanto, madre di Paolo Borsellino, organizzata dai gruppi Agesci Monrealese, Conca d’Oro ed Eleuterio.

Il 19 luglio, dalle 9 alle 12.30, “Coloriamo via D’Amelio: Il 19 luglio per i cittadini di domani”: laboratori di animazione, giochi e letture rivolti ai bambini dei quartieri di Palermo e Monreale, organizzati in collaborazione con la cooperativa sociale “Rigenerazioni Onlus” e le associazioni “San Giovanni Apostolo”, Santa Chiara, Laboratorio Zen Insieme, Il Quartiere di Monreale. Al termine dei laboratori verrà offerta una merenda con i biscotti “Cotti in fragranza”, un prodotto promosso e sostenuto dall’istituto penale per i minorenni di Palermo, dall’opera Don Calabria, dall’Associazione nazionale magistrati e dalla fondazione San Zeno.

Alle

22 in via d’Amelio, il Centro studi Paolo Borsellino aderisce e promuove insieme alla Cgil Sicilia la proiezione del film “Era d’estate” della regista Fiorella Infascelli, dedicato ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uscito nelle sale cinematografiche il 23 maggio scorso. Nel film si racconta dell’esilio forzato che i due giudici, con le loro famiglie, dovettero subire all’Asinara nell’estate del 1985 a causa di una imminente minaccia di morte.

Turchia, possibile ritorno della pena di morte. Erdogan: “La chiede il popolo, non lo ignoreremo”. Arrestati 3mila giudici da: ilfattoquotidiano.it

In carcere i giudici destituiti sabato e anche il consigliere militare del presidente, che avrebbe collaborato con i golpisti. Il presidente: “Gulen virus: faremo pulizia dei suoi sostenitori”. Intanto sale ancora la tensione con gli Usa, a cui Ankara ha chiesto l’estradizione del predicatore in esilio accusato di essere l’ispiratore del colpo di Stato fallito. Lui risponde insinuando il sospetto della sceneggiata
Chiede al popolo di non lasciare le piazze, promette di fare pulizia di tutti gli oppositori, evoca a più riprese la possibilità di reintrodurre la pena di morte. A due giorni dal fallito colpo di Stato di venerdì notte il quadro che si sta delineando in Turchia è chiarissimo: il presidente Recep Tayyip Erdogan è tornato più forte che mai e sta mettendo in atto quanto promesso ai sostenitori mentre riprendeva il controllo dei gangli del potere. “Gli autori del golpe pagheranno“, aveva detto mentre tra Ankara e Istanbul si vivevano scene da guerra civile. E nel giorno dei funerali delle quasi 300 persone morte nella notte di venerdì, torna a ipotizzare la reintroduzione della pena di morte, complici i cori del popolo che chiedono a gran voce la condanna capitale per i golpisti. “Non possiamo ignorare questa richiesta dei cittadini”, ha detto Erdogan, aggiungendo che l’ipotesi di punire con la pena di morte i congiurati sarà discussa con l’opposizione. La Turchia aveva abolito pena capitale nel 2004, per adeguarsi ai criteri di adesione all’Unione europea, ma l’ultima esecuzione risale al 1984.Erdogan: “Gulen virus: fermo pulizia dei suoi sostenitori” –  Uno è il nemico fondamentale messo nel mirino da Erdogan quando ancora il tentativo di colpo di Stato era in atto: e cioè Fethullah Gülen, l’imam e magnate in esilio negli Usa accusato di essere lo stratega del fallito golpe e di cui Ankara ha chiesto l’estradizione. A lui e ai suoi sostenitori si è rivolto Erdogan intervenendo ai funerali delle persone morte durante il golpe. “Faremo pulizia all’interno di tutte le istituzioni dello Stato del virus” dei sostenitori di Gulen, ha ribadito. La folla ha risposto intonando slogan come “Fethullah la pagherà” e appunto “vogliamo la pena di morte“. Ed è per questo motivo che Erdogan ha alzato il tiro, soffiando sul fuoco dell’umore popolare: “Non lasceremo le piazze – ha sottolineato – Questa non è un’operazione che dura 12 ore. Andremo avanti con determinazione”. Anche il ministero degli Esteri turco, nella nota in cui specifica che le persone uccise venerdì notte sono state 290 (190 civili e 100 militari), sottolinea che il golpe è stato messo in atto “senza alcun dubbio dall’organizzazione terroristica di Fethullah Gulen”. Il nemico numero uno di Erdogan, da parte sua, dagli Stati Uniti ipotizza che l’operazione sia stata una messa in scena orchestrata dal partito di Erdogan, l’Akp, per rendere ancora più salda la presa del “Sultano“.

Seimila arresti in un giorno: anche tremila giudici – E in effetti, a due giorni dal fallito golpe, non si fermano le operazioni di “rastrellamento“dei congiurati. “Ci sono circa 6mila arresti, e ce ne saranno altri 6mila. Continuiamo a fare pulizia“, ha detto il ministro della Giustizia turco, Bekir Bozdag. Poco dopo, il Consiglio supremo dei giudici e procuratori turchi ha ordinato di mettere in manette i 2.745 magistrati che erano già stati rimossi dai loro incarichi perché ritenuti fedeli proprio a Gulen. Così, considerando i quasi 3mila arresti tra i militari golpisti, la prima parte dell’annuncio di Bozdag diventa realtà. Ma non solo. Perché un mandato d’arresto è stato spiccato anche per il consigliere militare del presidenteAli Yazici: il colonnello, secondo l’agenzia statale Anadolu, quella notte ha confermato ai golpisti che Erdogan si trovava nella località costiera egea di Marmaris (il suo albergo è stato poi bombardato) favorendo tra l’altro il sequestro del suo segretario generale, Fatih Kasirga, poco dopo la fuga del presidente.

Tensione con gli Usa. – Nel frattempo sale ancora la tensione fra Ankara e Washington dopo che la base aerea di Incirlik, aperta dalla scorsa estate alla coalizione anti-Isis, è stata lasciata senza corrente elettrica. Tra gli arrestati nelle retate anti-golpisti – altri 52 magistrati e giudici sono stati fermati domenica – c’è anche il generale Bekir Ercan Vanalla, che la guidava: il sospetto del governo, ufficialmente, è che la base sia stata utilizzata per rifornire un caccia ‘”dirottato” dai golpisti la notte di venerdì. A 24 ore dalla chiusura dello spazio aereo ai velivoli militari, la Turchia ha consentito alla coalizione anti-Isis a guida Usa di riprendere i raid. “Strutture Usa a Incirlik stanno operando con fonti energetiche proprie, ma speriamo di attivare l’energia commerciale presto”, ha spiegato il portavoce della Difesa Peter Cook.

Kerry: “Forniscano prove colpevolezza Gulen” -Anche sul fronte delle tensioni con Washington per Ankara per Ankara il nodo è sempre lo stesso: e cioè quello rappresentato da Gulen, che dal 1999 vive negli Stati Uniti, dove si è auto esiliato. Il ministro del Lavoro turco ha ipotizzato apertamente, riferisce la Bbc, che dietro il colpo ci fossero gli Usa, mentre il segretario di Stato statunitense John Kerry ha negato tutto mettendo in guardia la Turchia da quelle che ha chiamato “pubbliche insinuazioni“. I sospetti sugli Usa – ha detto Kerry – “sono totalmente falsi e danneggiano” i rapporti.  “E’ irresponsabile accusare un coinvolgimento americano” quando gli Stati Uniti sono in attesa della richiesta di estradizione dello stesso Gulen. . “Abbiamo detto – ha continuato il segretario di Stato –  dateci le prove, abbiamo bisogno di una documentazione solida per l’estradizione e per l’approvazione. Stiamo aspettando e siamo pronti ad agire se rispetteranno gli standard legali”, Bozdag da parte sua ha ribadito che “se gli Stati Uniti sosterranno” quello che viene considerato il numero uno di Erdogan, negandone l’estradizione con l’accusa di aver organizzato il fallito golpe, “questo danneggerà la loro reputazione. Non penso che continueranno a proteggere una persona del genere”.

Il predicatore accusato da Erdogan: “Possibile che il golpe sia stato messo in scena” – Gülen, intervistato da New York Times e Financial Times, ha assicurato però di non avere nulla a che fare con il colpo di Stato, pur riconoscendo di non poter escludere il coinvolgimento di alcuni tra i suoi sostenitori. “Il mio messaggio ai turchi è di non vedere mai positivamente un intervento militare, perché attraverso operazioni del genere non si può ottenere la democrazia“, ha detto ai reporter. Poi il dubbio: “C’è la possibilità che il golpe sia stato messo in scena (dall’Akp di Erdogan, ndr)”, ha proseguito parlando con il Ft. “E potrebbe essere il pretesto per ulteriori accuse” contro gulenisti e militari.

“La civiltà del disastro”. Aumenta il disagio mentale tra i migranti. Andreoli: “La nostra società si basa esclusivamente sulla logica del nemico”Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il 60% dei pazienti migranti visitati in Italia da Medici senza frontiere tra il 2014 e il 2015 presentava sintomi di disagio mentale connesso a eventi traumatici subiti prima o durante il percorso di fuga. L’87% dei pazienti ha dichiarato di soffrire delle difficolta’ di vita nei centri.
“Il disagio mentale associato all’esperienza migratoria e/o alle condizioni di accoglienza in Italia e’ un fenomeno sempre piu’ preoccupante e gravemente sottovalutato”, avverte Msf nel rapporto ‘Traumi ignorati’ pubblicato nei giorni scorsi. Il rapporto e’ il risultato di una ricerca condotta in Italia tra luglio 2015 e febbraio 2016 in vari Centri di accoglienza straordinaria (Cas) di Roma, Trapani, Milano e Ragusa.
Da anni l’organizzazione medico-umanitaria fornisce supporto medico e psicologico nelle strutture di prima e seconda accoglienza. Oggi chiede alle autorita’ italiane ed europee di “adottare un modello di accoglienza che prenda in carico i bisogni specifici legati alla salute mentale per questa popolazione particolarmente vulnerabile”.
“I richiedenti asilo- spiega Silvia Mancini, esperta di salute pubblica per Msf e curatrice dell’analisi- si ritrovano a stare per periodi molto lunghi in strutture che sono spesso in zone particolarmente isolate, dove rimangono a lungo, a causa dei tempi legati all’attesa dell’esito della procedura di asilo. Il clima ostile che trovano “fuori” e la quasi totale mancanza di possibilità di integrazione fanno il resto. Cosa sta succedendo alle nostre societa’ occidentali? “Sono stati consumati, se non distrutti, alcuni principi, che erano alla base della nostra civilta’- risponde lo psichiatra Vittorino Andreoli – che nasce in Grecia, a cui si aggiunge il cristianesimo. Non c’e’ piu’ rispetto per l’altro, la morte e’ diventata banale, tanto che uccidere e’ una modalita’ per risolvere un problema”.
L’episodio di Fermo secondo Vittorino Andreoli va inserito in “una cornice di civilta’ disastrosa. Non esiste piu’ – prosegue l’esperto- l’applicazione dei principi morali della societa’ e c’e’ un affastellarsi di leggi, come se potessero sostituire i principi. Oggi domina la cultura del nemico: la superficialita’ porta l’identita’ a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso. Questa e’ una regressione antropologica perche’ si va alle pulsioni. Tutto questo e’ favorito da partiti che sostengono l’odio, lo stesso agire sociale e’ fatto di nemici. Perfino nelle istituzioni religiose qualche volta si affaccia il nemico. In questo quadro tornano le questioni razziali”.Secondo Emma Bonino, “se non affrontiamo da punto di vista politico anche la questione demografica, rischiamo di farci sorprendere. L’Europa e’ il continente piu’ ricco al mondo, ma attraversa un drammatico declino demografico e in Italia nel 2030-50 non si sa chi paghera’ le pensioni”. Intanto, spiega ancora, “la popolazione mondiale cresce al ritmo di 1 milione ogni 4 giorni molto localizzati. Nella costa sud del mediterraneo negli anni 50 c’erano 70 mln di persone, l’anno scorso 430 mln e nel 2050 saranno 600 mln di abitanti senza adeguate prospettive di sviluppo economico”.
Davanti a questa situazione, con un’Europa politicamente non all’altezza da una parte e dall’altra un’area instabile, bisognerebbe usare la testa, ad esempio, “fare leva sull’emancipazione femminile”. Ma perche’ gli “argomenti razionali prevalgano su quelli elettorali, sulla paura, sulla pancia” e’ necessario “sconfiggere la grande bugia della classe politica e cambiare il racconto sull’immigrazione”.

Magistrati sulla via dello sciopero contro le carenze di risorse e personale Autore: redazione da: controlacrisi.org

Il Comitato Direttivo Centrale dell’Anm, in relazione “all’intollerabile situazione di carenza di risorse e di personale in cui versa la giustizia, delibera all’unanimita’ di organizzare per il 1° ottobre 2016 un Cdc straordinario al quale sara’ invitata a partecipare una rappresentanza dei capi
degli uffici giudiziari del territorio nazionale, al fine di denunciare pubblicamente le gravissime criticita’ esistenti”. Delibera, altresi’, prosegue la nota dell’Anm, “di attivare in tempi rapidi un’interlocuzione con tutte le componenti del settore giustizia (personale amministrativo, avvocatura, magistratura onoraria) al fine di elaborare una piattaforma comune di rivendicazioni da sottoporre al ministro della Giustizia nell’ambito di un incontro che sara’ appositamente richiesto. In mancanza di risposte adeguate in ordine all’assunzione significativa e strutturale di personale amministrativo e agli altri interventi necessari, l’Anm si riserva di indire una giornata di astensione totale dalle udienze entro il mese di gennaio 2017”.