Turchia, la scommessa dei generali ribelli è fallita da: larepubblica.it

 

L’appello di Erdogan e l’appoggio di Germania e Usa al presidente turco, insieme al fatto che i militari si sono rifiutati di sparare sui civili, hanno determinato la sconfitta
di GIANLUCA DI FEO

Turchia, la scommessa dei generali ribelli è fallita
(ansa)
La prima battaglia si è scatenata tra i reparti scelti della polizia e quelli dell’esercito. Seguendo le regole classiche del colpo di stato, i militari hanno prima preso il controllo delle reti di comunicazione: la tv pubblica, le centrali che gestiscono le telecomunicazioni e internet. Poi si sono concentrati sulle roccaforti del potere di Erdogan. A partire dalla sede dell’alto comando, che formalmente dirige le forze armate ma che da circa otto anni viene designato dal presidente e quindi non gode della fiducia dei comandi intermedi. I generali ribelli hanno tentato una lotta contro il tempo, cercando di espugnare le postazioni del Sultano prima che la popolazione a lui fedele scendesse nelle piazze. Ma hanno fallito l’obiettivo più importante: la cattura o l’isolamento del presidente, che è riuscito a mobilitare il suo partito contro gli insorti e ottenere il sostegno delle potenze mondiali.
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Nell’ossessione per il pericolo di un colpo di mano, da anni Erdogan ha potenziato la polizia, dotandola di autoblindo in nome della lotta al terrorismo, ma rendendola di fatto un corpo di pretoriani. Agenti selezionati, vicini alle idee del partito presidenziale, motivati con buone paghe. E pronti a resistere per il loro capo. La stessa attenzione è stata dedicata ai servizi segreti, epurandoli dagli elementi meno sicuri e forniti di mezzi in grado di fronteggiare ogni evenienza. I reparti migliori sono posizionati nell’aeroporto di Istanbul, nel palazzo presidenziale e in prossimità dei ministeri di Ankara. Per colpirli, i golpisti hanno usato gli elicotteri Cobra, armati con cannoni a tiro rapido: equipaggi addestrati negli Stati Uniti, abituati a combattere nell’oscurità e contro i quali gli agenti non hanno difese. Sono gli stessi elicotteri che hanno mitragliato la centrale dell’intelligence, uccidendo 17 agenti. Carri armati invece hanno aperto il fuoco nella zona del parlamento, dove ha sede uno dei gruppi speciali della polizia che ha protetto l’assemblea dei deputati.

I golpisti sin dall’occupazione dei ponti sul Bosforo sembrano avere contato sulla gendarmeria, l’unità di polizia militare simile ai nostri carabinieri creata da Ataturk e che è stata custode delle istituzioni repubblicane prima dell’avvento di Erdogan. Sono 170 mila uomini, disposti in tutte le città chiave del paese, con uno spirito di corpo molto alto. Hanno mezzi blindati e squadre di commandos.
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Non si capisce quanti reparti dell’esercito abbiano partecipato al putsch. Nella capitale ci sono una divisione meccanizzata e due brigate di commandos, che sembra abbiano lanciato il primo assalto del golpe. Intorno a Istanbul c’è un’intera armata, con il 3rzo comando integrato nella forza di reazione rapida della Nato: sono uomini abituati ad agire insieme agli americani e agli europei. Erano loro i carri armati Leopard che si sono posizionati nei luoghi chiave dell’antica capitale, senza aprire il fuoco. Nessuna notizia sul comportamento della maggioranza delle brigate, che formano le due armate schierate sulla frontiera siriana e iraniana. L’impressione è che siano rimaste in attesa degli eventi, cercando di capire chi fosse il vincitore. Alle due di notte infatti il comandante del 7mo corpo d’armata, che a Dyarbakir controlla un nucleo potente di unità impegnate nella lotta alla guerriglia curda, ha dichiarato la sua lealtà al governo.

Ambiguo l’atteggiamento dell’aviazione. All’ora X caccia hanno sorvolato la capitale, facendo sentire minacciosamente il rombo dei motori. Ci sono state voci non confermate di un bombardamento del parlamento. Ma un’ora dopo testimoni hanno descritto la distruzione di un elicottero golpista sul cielo della capitale, centrato dal missile di un F-16. E alle due di notte il premier ha annunciato una no-fly zone su Ankara: il segno che il governo aveva ripreso il controllo dei cieli.
Alla marina militare è stato attribuito un comunicato di distanza dai golpisti, che ha avuto un impatto limitato sugli eventi perché l’unica divisione di marines si trova a Smirne, lontano dal cuore del confronto.

Due sono stati i punti di svolta. L’appello di Erdogan trasmesso attraverso lo smartphone, prima di imbarcarsi su un aereo. E la condanna dei leader mondiali, da Obama alla Merkel fino al vertice della Nato: un segnale chiaro per tutti gli ufficiali che avevano oscillato tra la tentazione di schierarsi al fianco dei ribelli. A Istanbul, la città di cui è stato per anni sindaco, il messaggio di Erdogan ha spinto la folla a scendere in piazza, circondando i carri armati. La polizia ha scortato i cortei, dirigendosi verso i ponti del Bosforo. Dopo un confronto a distanza, i blindati del putsch hanno fatto retromarcia. L’aeroporto internazionale è stato riaperto.

Più confusa la situazione nella capitale. I golpisti si sono ritirati dalla sede della tv nazionale, rilasciando i giornalisti che hanno ricominciato a trasmettere. Tutti i ministri chiave sono riusciti a comunicare e nonostante i combattimenti, anche il vertice dell’intelligence pare rimasto attivo.

La scommessa dei generali ribelli è fallita. Hanno tentato una mossa anacronistica, ignorando il cambiamento del paese. Il 70 per cento dei soldati sono ventenni di leva: non si tratta più dei figli di contadini ignoranti, che trent’anni fa hanno obbedito ciecamente agli ordini dei superiori. Sono giovani d’oggi, che difficilmente avrebbero aperto il fuoco sulla folla.

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